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Perché Spalletti ha fatto un favore al Pupone

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Stante quanto dichiarato dall’allenatore della Roma sull’attuale condizione atletica di Francesco Totti, cosa alla quale è ragionevole credere visto che stiamo parlando di un giocatore vicino alla quarantina, lo scherzo peggiore che Spalletti avrebbe potuto confezionare per il Pupone sarebbe stato fargli giocare quattro o cinque partite di fila, esponendolo a qualche brutta figura (e magari a qualche fischio), per poi tirarlo fuori a furor di popolo, con la fronte aggrottata (a lui viene particolarmente bene) di chi dice “io ci ho provato, l’avete visto tutti, ma questo proprio non ce la fa più”.
Sarebbe stata una fine ingloriosa per un calciatore dell’importanza di Totti: una fine che tuttavia avrebbe messo il suo tecnico al riparo sia dalle ingiurie dei tifosi, sia dalle polemiche dei giornalisti.
Invece, come sappiamo, le cose sono andate esattamente nel modo opposto: al Pupone è stata generosamente concessa l’ultima platea, quella di chi può lamentarsi per l’inaudita esclusione del mito, e contestualmente è stata risparmiata l’impietosa rappresentazione del declino sul campo, che nella storia del calcio è toccata in sorte perfino a campioni di livello superiore al suo.
Questo, mi pare, è quanto: al di là della narrazione di queste ore, che pure fa parte del gioco e che mi pare, appunto, un obiettivo pienamente conseguito data la strategia adottata.
Spalletti è un infame, che tuttavia si farà perdonare presto con qualche altra vittoria, e Totti è una leggenda inopinatamente e sciaguratamente messa da parte.
Fossi Totti, insomma, invece di farmi girare gli zebedei ringrazierei il mio allenatore (magari in privato, lasciando che gli appassionati continuino ad accapigliarsi nei bar e sui social network) per aver ricevuto in regalo il finale più dignitoso che fosse possibile immaginare. E perché a Spalletti quel regalo è costato caro.
Sono fortune che non capitano a tutti.

Il presepe a scuola: ma anche no

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Monta la discussione sul presepe a scuola, e qui su Libernazione, dove sobrietà e pacatezza sono cifre costitutive, volano gli stracci.

Ha iniziato Mazzone, il quale difende il presepe nelle scuole sostenendo che gli argomenti di chi vorrebbe farne a meno si basano su una malintesa idea di integrazione, convivenza e laicità. Un paese veramente laico e tollerante – argomenta Mazzone – è quello in cui le convinzioni – e i simboli che le rappresentano – di individui e gruppi diversi dal proprio si accettano e si discutono, non si nascondono in nome del rispetto e della necessità di non urtare le sensibilità altrui:

L’idea opposta è la stessa idea alla base del safe space, nonchè la stessa idea di base di ogni fondamentalista: ció che mi offende non ha diritto di essere manifestato in pubblico.

Ha ragione Mazzone? Secondo me no. Da un punto di vista pratico, non ha tutti i torti Absynthe quando gli fa notare che l’Italia è a tutti gli effetti un paese semi-confessionale dove l’occupazione religiosa (cioè cattolica) degli spazi pubblici è tentacolare e poter dire “no, grazie” al presepe nelle scuole è una forma di disobbedienza quasi liberatoria. Non ha torto, eppure quest’ultimo modo di argomentare sposta la discussione lontano dai termini in cui Mazzone l’aveva impostata, facendolo incazzare ancora di più.

Io al contrario vorrei soffermarmi esattamente sul punto mazzoniano e provare a mostrare che è sbagliato. Luca è evidentemente molto turbato e giustamente preoccupato per la retorica del safe space che sta invadendo la società anglosassone a partire dai luoghi che più di tutti dovrebbero garantire il libero scambio delle idee per quanto fastidiose e potenzialmente disturbanti, le università. Il problema è che, essendo turbato e preoccupato, sembra aver cominciato a vedere safe spaces ovunque, anche lì dove non ci sono.

Con questo, non voglio negare che, potenzialmente, anche tra i difensori nostrani del principio di laicità potrebbe esserci qualcuno che sarebbe pronto a difenderne esattamente questa interpretazione safe space, in fin dei conti intollerante e fascistella, secondo la quale se qualcosa mi offende va punito prima e bandito poi. Questa idea, secondo me, è semplicemente insostenibile, per la banale ragione che decidere se qualcosa è o meno un’offesa, e con ciò meritevole di biasimo e rimozione, non può dipendere dal mio reputarla tale. Chiunque sano di mente può vedere che, ragionando in questo modo, lo slippery slope per cui ogni cosa è potenzialmente un’offesa è dietro l’angolo.

Ma la difesa della neutralità degli spazi pubblici (a partire dalla scuola) dai simboli religiosi non è la stessa cosa dell’invocazione del safe space. Qui Mazzone fa una confusione cruciale tra quello che ciascuno è libero di fare, dire o esibire in tutti i luoghi (inclusa la scuola) e ciò che l’istituzione scolastica e i suoi rappresentanti sono tenuti a fare, dire o esibire.

Per come la vedo io, il ruolo dell’istituzione scuola e dei suoi rappresentanti (preside e insegnanti) è, limitatamente a questi temi, paragonabile a quello dell’arbitro in una partita di calcio. L’arbitro controlla che lo svolgimento della partita segua determinate regole, sanziona i giocatori che le violano e non prende parte per l’una o per l’altra squadra. Per continuare sulla stessa metafora, l’idea che a Mazzone fa (giustamente) orrore, quella del safe space, è un po’ l’idea per cui quando l’attaccante sta correndo verso la porta il difensore avversario dovrebbe astenersi dal contrastarlo perché, così facendo, potrebbe provocare un danno fisico o psicologico. E il ruolo dell’arbitro, in questa versione folle del gioco, sarebbe quello di garantire che il difensore si attenga a queste direttive e lasci passare l’attaccante avversario senza opporre alcuna resistenza. Questa è naturalmente una follia e il risultato che ne seguirebbe sarebbe nient’altro che la fine del gioco in quanto tale, sostituito da una assurda pantomima.
A me, come a Mazzone, sembra ridicolo che coloro che difendono la retorica del safe space non si rendano conto che è in una simile pantomima che essi, forse inconsapevolmente e in buona fede, vogliono trasformare l’università e la società.

Ma l’idea di Mazzone è altrettanto sbagliata: il gioco che Mazzone immagina è quello in cui le regole del calcio sono le solite, i difensori e gli attaccanti se le danno senza remore, e tuttavia l’arbitro indossa la casacca di una delle due squadre nel primo tempo e poi quella della squadra avversaria nel secondo, e alla squadra che temporaneamente gioca in inferiorità numerica e con l’arbitraggio dichiaratamente a sfavore non si può fare altro che dire: STACCE.

Non è così che funziona, caro Luca. Nella scuola, come in qualunque spazio pubblico, tutti hanno il diritto di indossare la propria casacca, che ci sia disegnato sopra Gesù, Maometto, Satana o Walter White. Ma la scuola stessa, cioè il luogo pubblico, così come l’arbitro di una partita di calcio, deve indossare una casacca di un colore diverso, un colore neutro, che nessuno dei giocatori deve poter sbianchettare e ridipingere con i propri colori, neanche per un secondo.

Stacce.

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Nei difficili anni in cui zio H. stava cercando di portare a termine le riprese di Fitzcarraldo (se non sapete di cosa sto parlando vi rimando a http://libernazione.it/le-appassionanti-avventure-di-zio-herzog-3/), un giorno si ritrova a Lima, in Perù, a giocare a calcio con alcuni personaggi del posto.

Apriamo una parentesi: il calcio è sempre stato una delle passioni di H., il quale più volte si è espresso a favore del nobile sport. Testimonianza relativa:

Dunque, torniamo a noi. Ci troviamo a Lima, e Herzog sta cercando di portare avanti questa partita. Il problema è però il seguente: tutti i partecipanti (sto per dire una cosa razzista) si somigliano, e come se non bastasse indossano magliette di colori simili, quindi Werner non sa più a che santo votarsi per capire a chi deve passare la palla.

“Pedro, Pedro, passa a Ramon!”

“Io sono Pablo, e gioco nell’altra squadra!”

“Maledizione. Manuel, fa’ qualcosa, dalla sulla sinistra!”

“Mister Herzog, io sono Javier”

E così all’infinito.

Herzog quindi, saturo di passare la palla sempre allo stesso tizio dell’altra squadra, va dall’arbitro (che prima viene scambiato per Jesus) e gli chiede di interrompere la partita per poter vestire i suoi compagni di squadra con le magliette di un colore differente, che sia perlomeno riconoscibile.

” ‘Sto pantone non mi convince, ma che è?”

“Carta da zucchero”

“Non ho fame”

“No, è il nome del colore”

“Scusa, ma avete dato a tutti le magliette azzurre?”

“Carta da zucchero”

“Avete dato a tutti le magliette CARTA DA ZUCCHERO?”

“Veramente la vostra è celeste”

“Vabbè; noi possiamo indossarne di arancioni?”

“No”

Herzog si allontana guardando in cagnesco l’arbitro.

Ed è a quel punto che la soluzione si fa strada nella sua testa. Era nel bel mezzo delle riprese di un film che stava sostanzialmente affrontando da solo; da solo avrebbe finito Fitzcarraldo per poterlo presentare al Festival di Cannes, ed era quindi da solo che avrebbe dovuto portare a termine anche la partita.

“I knew the only hope of winning the game would be if I did it all by myself […] I would have to take on the entire field myself, including my own team.” (sic)

Non ha tenuto nemmeno il portiere, eh.

Io non ho idea di come sia finita (Herzog si limita a riferirci quella che ha immaginato fosse la risoluzione finale: io contro il mondo, alla fine almeno so che non devo passare la palla a nessuno se non a me), ma mi piace pensare che sia andata più o meno così:

 

 

JJ

 

Perché non vado più allo stadio

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Per carità, è tutto giustissimo: insulti volgari e pubblici come quelli apparsi sabato scorso sugli striscioni della curva sud, che travalicano il limite della semplice “opinione” per sfociare dritti dritti nella calunnia, non si possono e non si debbono tollerare.
D’altra parte, non è mica giusto che tutti paghino per le gesta di pochi “stronzi idioti“: e paghino salato, ché quando chiudono una curva per colpa di un pugno di scemi nemmeno tutti gli altri abbonati potranno andare a vedere la partita successiva, pur avendo comprato regolarmente l’abbonamento (oltretutto prepagandolo) e pur non avendo esposto non dico uno striscione, ma manco un francobollo; anzi, per dirla tutta non potranno proprio andare allo stadio, visto che risultando già abbonati in un certo settore sarà loro precluso perfino l’estremo rimedio di comprare un altro biglietto (pagando di nuovo) per andarsela a vedere in un posto diverso.
Un daspo in piena regola, quindi, emesso di fatto nei confronti di migliaia di persone che non hanno commesso alcunché: e quindi una curiosa inversione del motto “punirne uno per educarne cento” declinata al contrario, punendone cento per educarne uno, o pochi di più.
Senonché, qualcuno sottolinea che questo è l’unico mezzo possibile per sanzionare quella mondezza, e bisogna ammettere che quel qualcuno non ha torto: o fai così oppure non fai niente, e quindi consenti che persone inermi possano essere allegramente diffamate senza neppure la possibilità di chiedere i danni in tribunale, visto che la diffamazione viene posta in essere da individui indeterminati e indeterminabili.
Ecco, io me lo sono chiesto a lungo, quale fosse la quadra tra questi due estremi: e ho creduto a lungo di non saperla trovare, senza tuttavia accorgermi che era proprio là, davanti ai miei occhi, e anzi che in realtà la stavo già mettendo in pratica da un pezzo.
E’ molto semplice: io allo stadio non ci vado più.
Io non ci vado più, in un posto in cui corro rischio di mischiarmi con quegli “stronzi idioti”, in cui per entrare mi debbono perquisire come se fossi un delinquente, in cui mi tocca stare con le antenne dritte perché non si sa mai, magari scoppia una rissa e trovarcisi dentro senza accorgersene è un attimo.
Non ci vado più, allo stadio, e le partire le guardo con la pay-tv, spendendo pure molto meno: anche se il calcio mi piace tanto, e so fin troppo bene che vederlo dal vivo è tutta un’altra storia.
Sta di fatto che è così: questa mi pare l’unica soluzione plausibile, l’unica ragionevole, l’unica che consente di uscire dalla tagliola della calunnia gratis da una parte e delle punizioni agli innocenti dall’altra. Andarsene, lasciarli puzzare nella loro merda e buonanotte.
Come dite? Se tutti facessero come me il calcio finirebbe?
Non lo so. Non saprei dirlo. Forse sì, forse no.
Del resto, dovesse davvero finire per questo, forse è giusto che finisca.

C’è di che essere Allegri

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Insinuare che Antonio Conte stia rosicando come un branco di castori del Saskatchewan è senza dubbio una supposizione che le persone di una certa classe dovrebbero astenersi dal discutere: ed è per questo che ci sono io. Perché dovrebbe rosicare (covare un profondo sentimento di invidia in termini da non addetti ai lavori) si chiederanno i più ingenui? Perché quando se n’è andato sbattendo la porta dalla Juventus era sinceramente convinto di essere il solo artefice dei tre scudetti di fila: non la rosa né la società, lui solo. Del resto era lo stesso atteggiamento che lo ha portato a litigare con più o meno chiunque negli ultimi tre anni anche quando indagini e squalifiche avrebbero consigliato quantomeno maggiore prudenza e nonostante figuracce in serie in Champions ed Europa League (quest’ultima snobbata nonostante la finale in casa per schierare i titolari contro il Sassuolo): atteggiamento giustificato in nome dell’essere juventino egli stesso e, per questo, molto apprezzato dalla tifoseria.

Orbene, a seguito dell’approdo del nostro sulla panchina della nazionale (con tempistiche peraltro sospettosamente coincidenti con la fine dell’avventura della compagine azzurra al mondiale carioca), il signor Allegri Massimiliano è subentrato sulla rovente panchina circondato dallo scetticismo ove non dall’ostilità: difficile immaginare una scelta più gradita per il nostro, convinto, come molti di noi, delle imminenti sventure in predicato di abbattersi sul malcapitato Allegri e sulla bianconera compagine tutta.

Ecco, otto mesi dopo la Juve ha stravinto lo scudetto, ha asfaltato il Borussia Dortmund agli ottavi di Champions e ha pure beccato il Monaco ai quarti; Allegri ha iniziato giocando come Conte ed ha gradualmente adattato la squadra alle sue idee, ha inserito i nuovi giocatori (Evra, Morata, Pereyra), valorizzato i vecchi (Marchisio) e sopperito a mancanze, in altre circostanze, fondamentali (Barzagli, Asamoah): in soldoni ha portato la Juve ad un livello superiore soprattutto dal punto di vista mentale mentre la concorrenza si disintegrava. E Conte? Conte si fa i dispetti da scuola media con la Juventus, litiga con la Serie A, ospita Lotito nel ritiro della nazionale e si addormenta ogni notte in posizione fetale assaporando il sapore salmastro delle proprie lacrime.

UPDATE 14/05/15: Il buon Max ha appena eliminato il Real Madrid campione in carica e riportato la Juventus in finale di Champions dopo 11 anni. Qualcuno vada a smussare tutte le lame presenti in casa di Conte.

Quell’ansia da prestazione che frega i romanisti

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Fuori da tutti i traguardi. Per la Roma si avvia un nuovo processo interno che spingerà alla fine dell’esperienza di Rudi Garcia. E’ la logica del calcio. Dopo Spalletti, Ranieri, Montella, Luis Enrique e Zdeněk Zeman, il progetto di una Roma finalmente competitor con le altre grandi capitali è ancora solo nei sogni del ristoratore italoamericano James Pallotta che della società sportiva è divenuto proprietario con l’idea di fare le cose in grande. E se per il nuovo stadio la procura capitolina apre di già due fascicoli, gli obiettivi annunciati ad inizio anno sono belli che chiusi.

Eppure la Roma sembra avere tutti gli ingredienti per farcela, e non da oggi.
Ha un nome che da solo rimpingua le entrate del club grazie al marketing turistico e sportivo. Un rosa che spicca, nel calo sconfinato del calcio italiano. Merito del direttore sportivo Walter Sabatini – uno dei migliori, capace di prendersi oggi anche le sue responsabilità – e merito di una gestione che ha saputo investire e giocare anche sul proprio debito.
Da sempre poi gode – come squadra più grande della Capitale d’Italia – della protezione di importanti sostenitori. La sua fondazione si deve al volere del Duce che alla fine degli anni ’20 offre la prima presidenza e un patrimonio da investire al prefetto di Roma. Il primo dei tre scudetti arriva a guerra iniziata. Dopo il fascismo per decenni il più potente tifoso giallorosso è Andreotti che per i colori si spende personalmente arrivando ad usare leggi e finanziarie per agevolare cessioni o, come nel celebre caso di Falcao, la permanenza a Roma. Superata la prima Repubblica sono Massimo D’Alema e Unicredit a prendersi cura della società in momenti difficili.
Poi c’è il pubblico. La quantità dei romanisti ne determina il peso come lettori e come telespettatori. Basta aprire il Corriere dello Sport o guardare Sky per rendersene conto.
Eppure in tutti questi decenni i romanisti hanno vinto relativamente poco. La società è ottava per numero di scudetti in Italia, se si tiene conto di quello del ’42 ed è al 100º posto nella classifica mondiale per club. In Europa vanta una Coppa delle fiere nel 1960.

Ma cos’è che da sempre impedisce alla Roma di entrare in modo consolidato nel giro delle grandi? La vicenda di quest’anno deve far riflettere su una delle possibili risposte. Una di quelle che non si possono scrivere sui giornali.
Si perché il principale problema della Roma è una disfunzione comportamentale del suo tifo e del suo ambiente. E’ l’ostentazione romanesca ‘de esse li meno’, sempre e comunque, spacconi e arroganti come la maschera di Rugantino. Su questo c’è autocompiacimento, tanto teatro e un’intera letteratura, film e fiction con Amendola. Quando poi capitano periodi di crisi, battute d’arresto, fallimenti, i tifosi non infrangono le loro speranze, ma molto di più: le proprie sicurezze.
Basta rileggere e riascoltare quanto ripetuto ovunque in questi mesi. La lotta scudetto era un ‘campionato a parte con la Juve’ e l’allenatore Garcia – furbo a cogliere il clima romanista – si lanciava certo col tricolore al petto il prossimo anno. Della Champions League poi non ne parliamo: il telecronista RAI di fede giallorosa, al debutto nella massima competizione europea si è spinto a chiedere agli ascoltatori se fosse mancata più la Champions alla Roma o più la Roma alla Champions. Ed infine la Coppa Italia, trofeo minore ma valido, da vincere si diceva, per gridare addirittura al ‘triplete’ e puntare sulla maglia la stella rimasta in sospeso due anni fa.

Tutto è crollato il 21 ottobre con la sconfitta in casa per 7 a 1 con il Bayern Monaco. L’ansia è andata alle stelle, la paura di non farcela, di non essere all’altezza delle storie canzonate. Il nodo-Marione, capo-opinionista e presentatore radiofonico, era stato chiaro: “dopo la sconfitta nel derby di coppa italia con la Lazio, solo la vittoria dello scudetto e la retrocessione in serie b della Lazio potranno mai compensare un simile affronto”. Si perché poi nel quadro i cugini laziali sono speculari all’autoritratto, sempre poveri e sfigati. E il 26 maggio quella finale è stato un disonore assoluto.

Nei primi turni di campionato tutto va per il meglio per la squadra di Totti. La Lazio retta prevalentemente da giovani promesse e un nuovo mister fatica anche solo a pareggiare. Nei primi mesi sembrava che la storia del Marione la si potesse almeno raccontare per buona parte del campionato.
Poi quel fatidico 21 ottobre all’Olimpico. Prendere 7 goal in casa nella partita-verità, la verità te la fa capire proprio bene. Una catastrofe tennistica del genere può accadere solo se si vive in un mondo a parte dove ci si crede a livello del Bayern e lo si affronta a viso aperto, alla pari. Svelate al mondo le effettive unità di grandezza, l’eccitazione si è smontata e non si è più ripresa. L’ansia fa brutti scherzi.
I tifosi oggi non ci stanno. Prima contestano la squadra a modo loro: ‘Avete perso con ‘na squadra de carcinacci’ (la Samp di Mihalovic, rivelazione dell’anno), ‘Co ‘na squadra inguardabile’ (la Fiorentina, tra le più in forma in campionato). Poi svuotano lo stadio: se ne vanno. Non possono vedere la loro Roma sconfitta. Ieri con la Fiorentina dopo 30 minuti di gioco.
Chi tra i romanisti non grida al complotto juventino o internazionale, in buona parte di calcio non se ne occuperà più fino a quando tornerà ad esibirsi in una nuova vittoria certa quanto futura.
Se Pallotta vuole fare della Roma una squadra internazionale, deve affidare il dopo-Totti a personalità che sappiano creare un contrappeso di realtà e umiltà con l’ambiente-Roma, capaci di far sognare, sperare, senza cadere mai nella lusinga al Rugatino romanista, che se non sa perdere non sa neppure vincere.

A cosa servono le ordinanze?

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Ricordo che qualche anno fa, in concomitanza di non so quale partita serale allo Stadio Olimpico, ero invitato a cena a casa di non ricordo chi.
Quindi verso le 19:30, come si conviene alle persone beneducate, mi recai al supermercato di Santa Maria Maggiore per acquistare una bottiglia di vino da portare ai miei ospiti, ma la cassiera mi comunicò con molta gentilezza che quella bottiglia non poteva vedermela, giacché quel giorno era in vigore un’ordinanza anti-alcool per evitare che alla partita conseguissero disordini e tafferugli.
Provai ad eccepire che tra Santa Maria Maggiore e il suddetto stadio c’era una distanza in linea d’aria di circa nove chilometri, e che mi pareva surreale impedire a uno che evidentemente non era alla partita di comprarsi un Nero d’Avola per impedire ad altri, collocati all’altro capo della città, di ubriacarsi: ma la cassiera, pur dimostrandomi una certa solidarietà, ripeté che non poteva farci niente, poiché se mi avesse venduto quella bottiglia il supermercato sarebbe incorso in gravissime sanzioni.
Io, quella volta, me la cavai con un dolce.
Mi pare invece che Roma se la sia cavata molto più a fatica, ieri sera, allorché orde di scalmanati l’hanno assediata e saccheggiata come si usava ai tempi delle invasioni barbariche, inscenando una guerriglia urbana degna della sceneggiatura di un film con gli zombie: il tutto, ovviamente, mentre era in vigore una rigorosa ordinanza anti-alcool, del tutto simile a quella che anni fa mi impedì di portare una bottiglia a chi mi aveva invitato a cena.
Il che, credo, ci conduce a un punto: a che servono queste ordinanze, che tra l’altro da primavera in poi ricominceranno a fioccare abbondanti e pervasive nelle nostre città non soltanto quando c’è una partita, ma tutte le sere?
A niente, evidentemente. Se non a impedire che altri disgraziati come me portino del vino ai loro ospiti o si facciano una birra al fresco: mentre gli hooligans o chi per loro, che non si fermano certo davanti alle ordinanze (cosa che del resto comprenderebbe perfettamente anche un bambino piccolo) continueranno allegramente a seminare devastazione.
Il risultato? Semplicissimo: i cittadini già vessati dai teppisti (da stadio o non da stadio, fa lo stesso) si troveranno ad essere vessati pure dall’amministrazione o dal prefetto, dovendosi sorbire il saccheggio di turno senza neppure la consolazione di farsi un fernet.
A questo punto, già che ci siete, la prossima volta che c’è una partita vietateci pure di cenare.
Così soffriamo di più.

Quand’è che il calcio è diventato tabù?

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Mai come in questo periodo mi rendo conto che il calcio, o la fede calcistica, o l’appartenenza a un gruppo di persone che tifa per la stessa squadra sia diventato un argomento delicato quanto il denigrare l’altrui religione.

Non mi credete? Provate solo a esprimere un’opinione contraria al giuoco del calcio, o ai tifosi, o al tifo in generale: vi daranno degli “spocchiosi antipatici”, vi diranno che non conoscete l’argomento e che dovete stare zitti, che non capite un cazzo, perché si sentiranno considerate delle persone poco intelligenti, con un passatempo popolare, poco colto, o che so io.

È vero: spesso noialtri su questo argomento siamo prevenuti, o generalizziamo; e i media, i mezzi di informazione non ci aiutano: a detta loro i tifosi sarebbero tutti personaggi fuggiti da asili mentali che si sfogano sulle opere d’arte cittadine in nome del pallone.

Ma non vi stiamo giudicando. Solo non ci piace il gioco, non lo comprendiamo; o magari ci piace il gioco, ci appassiona, ma non capiamo il perché dei cori, dell’ansia, dello stare male se una squadra perde; o magari ci piacciono i cori, ci mettiamo a piangere se perdiamo lo scudetto, ma non capiamo perché cazzo vi dovete accoltellare o dovete devastare luoghi e persone.

Solo una cosa: uno sport non può essere intoccabile. Non discutiamo la vostra fede, non vi sentite chiamati in causa, ma lasciateci dire “Mi fa schifo” senza che entri in gioco il cameratismo fra tifosi contro ‘sti poracci che non capiscono nulla della vita e che si sentono migliori degli altri.

Chiediamocelo: può questo davvero diventare un argomento sul quale non si può aprire bocca senza essere tacciati di spocchia o senza qualcuno che ti dica “Ti senti tanto superiore, vero?”

Non è mica giusto, eh. Io mica mi sento superiore. Però vorrei poter dire che mi piace molto il gioco ma non mi piace l’ansia, la tensione, gli accoltellamenti, i cori, l’attaccamento morboso ai colori, senza che ci sia una massa di gente che mi minacci di morte.

È possibile?

Rigori elettorali

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Voi adesso obietterete che parlo così perché sono della Lazio: però, abbiate pazienza, argomentare che siccome Juventus e Roma sono quotate in borsa, e stante il fatto che le sorti dei rispettivi titoli dipendono anche dai risultati sportivi, nelle partite che vedono impegnate queste due squadre (e già che ci siamo anche la stessa Lazio, che in effetti è il terzo club italiano quotato a Piazza Affari) è necessario abrogare gli errori degli arbitri, e non contenti sostenere questa suggestiva battaglia a tutela dei risparmiatori presentando un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Economia e un esposto alla Consob, rappresenta una delle alzate d’ingegno più fantasmagoriche che sia dato immaginare.
Fantasmagoriche, dico, perché convincersi di poter eliminare per via parlamentare gli errori umani è un po’ come cercare di impedire per legge che piova, o voler scongiurare le eruzioni vulcaniche mediante decreto: tempo perso, sprecato, buttato.
Casomai, sarebbe il caso di chiedersi se sia ragionevole che un’attività come il calcio, intrinsecamente sottoposta in misura assai cospicua non soltanto agli errori umani, ma anche all’approssimazione e al caso, venga svolta da società quotate in borsa, con tutto ciò che può conseguirne (e che in effetti, puntualmente, ne consegue) a livello di oscillazioni dei titoli.
Dopodiché, lasciando da parte queste considerazioni che appaiono scontate per quanto sono lapalissiane, il sospetto che mi viene è un altro: non è, dico per dire, che per un politico, la cui carriera è legata in modo indissolubile al consenso, cavalcare il disappunto popolare dopo una partita disgraziata (o “rubata”, come usa dire in questi casi) portando quel disappunto nientepopodimeno che in parlamento rappresenta una tentazione così ghiotta da non poter fare a meno di cederle?
Intendiamoci: la mia non è che un’ipotesi. Magari più fantasiosa dell’interrogazione in questione.
Però una cosa mi pare certa: tra qualche giorno, probabilmente, di quell’interrogazione non si avrà più alcuna memoria; mentre il suo autore resterà un beniamino nell’immaginario collettivo dei tifosi romanisti per molto, molto tempo.
Al di là delle congetture, questo mi sembra un fatto.

Nel calcio il superfluo non è necessario

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Racconta Josè Mourinho:“(…)Andammo a Kazan per la Champions League ed in quella partita avevo tutti gli attaccanti infortunati, non c’era Milito, non c’era Eto’o… ero davvero nei guai e Balotelli era l’unico attaccante. Mario prende un cartellino giallo al minuto 42-43. Così quando siamo tornati negli spogliatoi nell’intervallo ho passato 14 dei 15 minuti a parlare solo con Mario. Mario, non posso sostituirti, non ho cambi, non ho attaccanti in panchina. Non toccare nessuno, gioca solo con il pallone, quando perdiamo palla nessuna reazione… se qualcuno ti provoca nessuna reazione… se l’arbitro fa un errore nessuna reazione.. Mario per favore.. Primo minuto secondo tempo: Balotelli espulso.”

Poi qua troviamo Balotelli che litiga con Boban e marocchi. Qua butta a terra la maglia della propria squadra con la quale giocava dalle giovanili. Qui simula ed insulta l’arbitro. Qui altra simulazione. Qui guardate che combina con Felipe Melo facendo scoppiare una rissa furibonda in campo. Qua abbiamo Balotelli in Ferrari a Gallarate che sgomma in piena notte.  Balotelli sfascia la sua Audi R8 modello speciale e poi una Maserati. Balotelli va a Scampia dove spaccia per scherzo. Balotelli e la Fico. Balotelli che riconosce la figlia della Fico. Balotelli ha una nuova fidanzata. Balotelli ha chiesto alla nuova fidanzata di sposarlo. L’infanzia di Balotelli. “La concorrente del Gf2014, molto conosciuta nei più cool locali milanesi, ha dichiarato, nella nottata tra il 15 e il 16 marzo, di aver tradito il centrocampista dell’Inter Saphir Taider facendo sesso a quattro con i due fratelli Balotelli ed un’amica. I fatti risalirebbero ad una settimana prima dell’ingresso nella casa del Gf” E si potrebbe andare avanti per ore. Molte cose saranno vere, altre false, altre mere forzature mediatiche.

C’è qualcosa di male in tutto ciò? Assolutamente no. Il problema è Balotelli? No. Ognuno può e deve fare sempre tutto ciò che vuole. Se giochi a calcio, però, tutta sta roba, forse e nemmeno tanto, la puoi reggere, che ne so, solo se sei George Best o Maradona. La colpa dell’eliminazione del mondiale è sua? No. La squadra non brillava per campioni e fuoriclasse. Ma caricare Balotelli di tutta questa attenzione ed attesa, è stata una scelta sensata? E perché è successo?

Prandelli, dimettendosi, ha dichiarato che il suo progetto tecnico è fallito e che tale progetto era incentrato su un giocatore in particolare: Balotelli. Balotelli come se fosse Van Basten. Nessuna nazionale ha mai avuto un progetto tecnico basato su un giocatore solo. Nemmeno quando ci stavano Meazza, Baggio, Vialli, Rivera, Totti, Del Piero. Forse nemmeno l’Argentina di Maradona si è permessa una roba simile. Nemmeno  quelle pippe degli svedesi adesso che hanno Ibra incentrano su di lui un progetto tecnico. Balotelli si. E che cosa ha vinto mai questo giocatore per meritarsi cotanta attenzione e responsabilità? E’stato mai capocannoniere del campionato? Quest’anno con la squadra del proprio club quali risultati eccellenti ha raggiunto? Ci ricordiamo qualche sua prestazione particolare?

A conti fatti, tralasciando commenti e valutazioni su scelte tattiche etc etc, sembra che di questa sua avventura come Ct della nazionale, l’obbiettivo/obiettivo e la sfida più importanti per Prandelli non erano vincere le partite ed andare avanti nelle qualificazioni, ma salvare dalle proprie insicurezze e dalla trappola dei propri capricci un ragazzo con del talento ancora confusamente espresso, recuperare un tipaccio fragile e difficile con problematiche caratteriali e riportarlo alla giusta maturità e strada maestra. Una volta fatto ciò le vittorie sarebbero arrivate da sole. Come se la nazionale fosse divenuta un centro di rieducazione e non una squadra di calcio.

In realtà Balotelli non c’entra niente ed è solo la vittima della degenerazione inarrestabile di un sistema che ha perso ogni appiglio con la radice della sua essenza che è, appunto, l’essere un gioco. Questa storia ci consegna una verità bruttina e cioè che il calcio, ormai da un bel po’, è stato risucchiato dal superfluo che gli gira attorno, dall’indotto mediatico, commerciale, sensazionalistico e pubblicitario, che però con il ‘giuoco calcio’ non c’entrano niente. La magia, lo splendore di questo sport non sono le creste dei capelli o giocare con due scarpe diverse con i colori sgargianti, ma un rigore decisivo ad alta tensione cardiaca tirato con il cucchiaio, una parata impossibile da fare che invece d’improvviso si materializza come se in porta ci fosse l’uomo ragno, una verticalizzazione che si poteva fare solo avendo due occhi dietro le orecchie ed invece è stata fatta lo stesso. O anche un goal di mano, se la mano è de Dios.

Pacatamente, anche conseguentemente alla morte del tifoso napoletano sparato da un ultras fascista della roma vicino allo stadio prima della finale di coppa italia, ci siamo un pò rotti il cazzo di tutto questo inutile ‘eccedente eccessivo’ che ruota attorno alle partite di pallone. Il calcio, inteso come gioco e con le regole e le dinamiche relative che gli appartengono, vi piace? Riuscite a concepire il calciatore, scarso, picchiatore, portatore d’acqua, inconcludente, fenomenale e geniale che sia, nella sua specificità di esecutore di un gioco all’interno di una squadra di appartenenza e riuscite a valutarlo e considerarlo per questo e solo per questo e per niente più? Ok, se ne può parlare. Altrimenti andate a rompervi il culo da qualche altra parte.

Soundtrack1:’N.I.B.’, Black Sabbath

Un manipolo di mezze figure

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Buffon, Perin, Sirigu, Abate, Barzagli, Bonucci, Chiellini, Darmian, De Sciglio, Paletta, Aquilani, Candreva, De Rossi, Marchisio, Thiago Motta, Parolo, Pirlo, Verratti, Balotelli, Cassano, Cerci, Immobile, Insigne.

Facciamo un gioco, vi va? Togliamo Pirlo e Buffon, che tra parentesi hanno 71 anni in due, eppoi vediamo cosa rimane.
Rimane, ed è un fatto, un gruppo di giocatori in pochi casi buoni (e nulla di più), perlopiù discreti, talora scarsi. Né, occorre dirlo, abbiamo lasciato a casa chissà quali fenomeni: voglio dire, potevamo portarci Maggio invece di Abate, Florenzi al posto di Parolo, Giuseppe Rossi invece di Balotelli, perfino Totti al posto di Cassano; ma via, sono proprio dettagli, mica roba che fa la differenza.
L’Uruguay, per dire, ha gente come Cavani, Suarez (che è un’iradiddio al di là dei morsi) e Godìn (che è un fabbricatore di gol decisivi anche se non tutti lo conoscono). E gli altri, qua e là, schierano gente come Neymar, Robben, Sneijder, Van Persie, Sanchez, Vidal, Pogba, Messi, Agüero, Di Maria, Higuaìn, Özil, Müller, Mertens, Modric, vengono eliminati con Iniesta, Xabi Alonso, Fàbregas e magari Cristiano Ronaldo, si permettono il lusso di lasciare a casa Tévez che dalle nostre parti sarebbe un titolare inamovibile.
Diciamocelo: davvero si poteva pensare di vincere il mondiale, o perlomeno di arrivare che so io in semifinale, messi com’eravamo messi? No, perché va bene che il pallone è rotondo, ma rotondo mica vuol dire che a un certo punto escono fuori Holly e Benji a risolvere le partite col tiro ricurvo e la palla che si deforma.
Né, abbiate pazienza, era ulteriormente sopportabile la retorica degli italiani che non sono fatti per perdere (sic), che tirano fuori gli attributi (sic, e due) nei momenti decisivi, che (sic al cubo) sono capaci di grandi imprese come nessun altro, roba che ci mancava solo la Costituzione più bella del mondo e poi le avevamo sentite tutte.
Il calcio, in linea di massima, è una questione pressoché scientifica, specie se si va al di là della partita secca: chi è forte generalmente vince, chi è fortino può vincere se gli dice bene o attraversa un momento di grazia, chi è mediocre se ne torna a casa, a meno che non adotti un gioco di squadra così rivoluzionario da diventare dirompente.
Noi, al di là delle chiacchiere, eravamo mediocri.
Quindi, al di là delle chiacchiere, siamo tornati a casa.
Dopodiché, se far dimettere il disgraziato che si è ritrovato a guidare ‘sto manipolo di mezze figure (e in certi casi di mezze pippe) ci fa sentire meglio, facciamolo pure dimettere: ma dubito fortemente che se al suo posto ci fosse stato un altro avremmo ottenuto chissà quali successi.
Anzi, a dire il vero sono abbastanza sicuro del contrario: come dovrebbe esserlo, secondo me, chiunque segua il calcio da un po’, e non abbia voglia di raccontarsi fregnacce tanto per raccontarsele.

I sudditi del tiki-taka

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Poi la Spagna leggendaria del tiki-taka, la stessa che per quattro anni non ha fatto letteralmente toccare palla a nessuno portandosi a casa due europei con un mondiale nel mezzo, viene presa a pallonate dal Cile e se ne esce dai mondiali con un turno di anticipo.
E allora il “popolo”, me compreso, esulta. Si bea. Va fuori di testa, proprio.
Credo ci sia qualcosa di atavico, nel godimento calcistico per la caduta degli squadroni: roba che alla stragrande maggioranza degli esseri umani è rimasta appiccicata addosso dopo millenni di sottomissione, e della quale qualche decina d’anni di benessere e (perfino) stato di diritto non hanno lavato via nemmeno il grosso della puzza.
Il popolo straccione e bovino che nei millenni, in ogni angolo del pianeta, ha idolatrato e temuto il despota di turno per poi voltargli le spalle al primo accenno di debolezza, sputargli addosso e subito dopo chinare la testa al cospetto di un despota nuovo. Il popolo volubile e stolido che ha gremito le piazze acclamando qualcuno e poi le ha invase coi forconi in mano chiedendone la testa. Il popolo misero, meschino e derelitto che non è mai stato niente, se non per contrasto rispetto ai pochissimi che erano qualcosa.
Credo che venga fuori più o meno questo, quando ci si sollazza guardando l’invincibile Spagna che viene asfaltata dai poveri cileni: la possibilità di ripercorrere, per un’ora e mezza, l’ancestrale ricordo della gioia breve, sguaiata ed effimera che segue alla disfatta dei potenti.
E sentire di nuovo in bocca il sapore di quel godimento, inutile e sfrenato, che per millenni è stato appannaggio esclusivo dei sudditi.

Gennaro for President

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Bellissima questa storia che tutti sono indignati perché la finale di Coppa Italia di ieri è stata giocata solo dopo che gli ultrà del Napoli hanno dato il proprio consenso, per bocca di un distinto signore di nome “Genny ‘a Carogna”.

Un enorme coro di disapprovazione e oltraggio sorvola l’Italia: il Corriere addirittura titola “Non dobbiamo abituarci all’illegalità“. E si soloneggia sull’autorità e l’autorevolezza perdute, la legalità infranta, la civiltà in pericolo.

Anche io mi sarei aggiunto al coro, ci mancherebbe.

Poi mi son ricordato che le stesse persone, gli stessi giornali, le stesse autorità oggi indignate, tollerano che un pregiudicato, condannato in Cassazione, assegnato ai servizi sociali, partecipi al processo di riforma costituzionale, dicendo la propria sui tempi e i modi ed essendo ricevuto da Presidente del Consiglio e Presidente della Repubblica (*). Lo stesso Corriere oggi pubblica una lettera del suddetto pregiudicato che ci indica le riforme da fare.

Nessuno nota lo stridore di questa incoerenza totale: ci si accorge che viviamo in un regime di illegalità generalizzata solo quando le autorità vanno a chiedere a Gennaro ‘a Carogna se si può giocare la partita. Contrattare la riforma della Costituzione con un pregiudicato, invece, evidentemente si può. Si può perché “il pregiudicato ha il consenso”, “rappresenta milioni di persone” e “potrebbe bloccare le riforme”.

Faccio solo notare che anche l’ottimo Gennaro ‘a Carogna ha il consenso della curva, rappresenta tante persone e ieri poteva bloccare la partita. E infatti abbiamo accettato il suo ricatto. Come accettiamo il ricatto del pregiudicato.

Santé

 

(*) Specifico che non condivido l’appello di Micromega: la legalità la si difende, come accadrebbe in qualunque Paese civile, smettendo di fare accordi istituzionali, di pubblicarne lettere e interviste e facendo calare il silenzio su un personaggio che sta scontando la sua pena, non aggiungendo un altro carcerato al conto dei detenuti che rendono il nostro sistema carcerario illegale. E’ illegale persino il carcere in Italia e voi vi scandalizzate per Gennaro a’ Carogna.

In ventidue

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Io ci ho giocato, a pallone: e come me ci ha giocato e ci gioca, a livelli più o meno alti, qualche decina di milioni di italiani.
Ebbene, chiunque abbia giocato a pallone, sia pure in parrocchia, sa perfettamente che si va in campo in ventidue: e che se uno solo dei ventidue si è messo d’accordo con chissà chi per mandare la partita in un certo verso è assai improbabile che riesca nel suo intento. A meno che non faccia, ma intendo proprio lui personalmente, qualcosa di eclatante: tipo farsi un autogol, sbagliare un rigore, prenderla con le mani nella propria area, farsi espellere, mangiarsi un gol a porta vuota.
Ammesso che gli riesca, ché pure sbagliare apposta non è un’impresa scontata. Ammesso gli si presenti concretamente l’occasione di farlo. Ammesso che questi episodi arrivino in un momento decisivo della partita. Ammesso che la partita non si sia già incanalata ineluttabilmente in un altro modo. Ammesso che non cambi repentinamente, come spesso accade, nei minuti successivi. Ammesso. Ammesso. Ammesso. Visto che, sapete com’è, in campo ce ne sono altri ventuno. Più un arbitro, per dire. Più il campo. Più la pioggia. Più il pubblico. Più. Più. Più.
Che, poi, tra l’altro, andandosi a rivedere i filmati delle partite incriminate ci si accorge che in novantanove casi su cento i giocatori indagati quelle cose mica le hanno fatte. Niente autogol. Niente espulsioni. Niente rigori sbagliati. Niente.
Ora, se qualcuno mi dicesse che i tizi in questione, dopo le telefonate intercettate, si sono messi d’accordo con altri sei o sette giocatori della propria squadra per mandare le cose in una certa direzione, potrei pure ritenere la cosa verosimile: solo che, scusatemi, allora bisognerebbe indagare anche tutti gli altri.
Dico di più: astrattamente sarei perfino disponibile a credere che tutto il campionato sia una messinscena tipo Truman Show. Una sceneggiatura. Un copione scritto a tavolino. Voglio dire, se qualcuno mi portasse degli indizi in tal senso sarei disposto a prenderli in considerazione.
Ma se si cerca di raccontarmi che uno, da solo, ha modificato in modo significativo il corso di una partita, e tra l’altro neanche mi si spiega come diamine avrebbe fatto, io proprio non riesco a ritenerlo credibile.
Sarà che ho giocato a pallone.
E che a pallone, per quanto ne so, si gioca in ventidue.

Il calcio com’è

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Ovvero, una risposta a Rosario D’Auria.

Il punto, Rosario, è che il calcio non è quello che dici tu.
Ci piacerebbe che lo fosse, certo. Ma sta di fatto che non lo è. E se lo fosse, fidati, non muoverebbe un decimo di quello che muove. Perlomeno dalle nostre parti.
Il calcio, il grosso della roba che lo anima e gli gira intorno, assomiglia molto più da vicino ai cori di quei bambini: un gigantesco sfogatoio nel quale affluisce la peggiore merda che la gente ci ha dentro, declinata minuziosamente a forza di merde bastardi ladri spezzagli le gambe negro fai pippa napoletano coleroso lavali cor foco frocio magari mori subbito.
Questo è il calcio, e lo sappiamo tutti. Questo si respira negli stadi, e più ancora nei campetti dei ragazzini, che finita la tregua momentanea dei pulcini diventano vere e proprie polveriere pronte ad esplodere alla minima sciocchezza.
Noi, perlopiù, facciamo finta che non sia così. Ci mettiamo sopra le copertine patinate di Sky che descrivono minuziosamente il gesto tecnico, discettano di ripartenze e inneggiano al fair play, mentre sugli spalti e intorno agli stadi si riversano a vagonate rabbia, odio, violenza.
Facciamo finta di niente, noi: e ci guardiamo la serie A, o meglio quello che le telecamere che riprendono la serie A ci fanno vedere, mentre ogni fine settimana, in migliaia (migliaia, dico) di località italiane, eserciti (letteralmente) di calciatori e arbitri dilettanti vengono sistematicamente insultati, minacciati, sputazzati, intimiditi, picchiati, confinati ore negli spogliatoi alla fine della partita perché hanno avuto la disgrazia di vincere in trasferta o di fischiare un fuorigioco che non c’era. Roba che se potessero li farebbero a pezzi a mani nude, altro che bel giuoco con la u.
Sai, Rosario, qual è la verità che non ci diciamo?
Ancelotti che palleggia con Zidane è il calcio come lo vorresti.
I ragazzini che gridano merda sono il calcio com’è.

Ryan Giggs

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Ryan Giggs è un calciatore gallese che gioca in Inghilterra, nel Manchester United. Ed è una leggenda del giuoco del calcio.

Vi bastino solo alcune considerazioni ad effetto: in carriera ha vinto 13 campionati inglesi, tanti quanti quelli vinti dall’Arsenal in tutta la sua storia. È uno dei 18 uomini nella Storia ad aver giocato più di 1.000 partite ufficiali, uno dei cinque ancora in attività. Perché Ryan Giggs è ancora in attività, sebbene abbia cominciato a giocare nella prima squadra del Manchester United nel 1990, ventitré anni fa (Achille Occhetto era ancora il segretario del Partito Comunista Italiano) e ormai abbia 40 anni. Il fatto che giochi nel Manchester United dal 1990 gli ha consentito di diventare il primatista di presenze nella storia del club, con 759 partite ufficiali disputate, nel 2008. Da cinque anni, in cui ha continuato a giocare in media 34 partite all’anno. 34 partite all’anno (e 10 durante questi primi tre mesi e mezzo di stagione agonistica) significa un calciatore totalmente integro fisicamente, mentalmente, tecnicamente. Che non viene tenuto in rosa solo perché è una bandiera, un simbolo che da consigli ai più giovani ed è pronto per la scrivania. Giggs, come l’altra leggenda Paul Scholes (un giorno parleremo anche di lui e della sua fantastica storia, del ritiro a 37 anni, del suo ritorno in campo a 38 anni), anche se ha un’età in cui i molti altri calciatori si dividono in allenatori precoci, direttori sportivi improbabili e debosciati tutta la notte coca e mignotte, continua serenamente a giocare a calcio.

Ma c’è una cosa che colpisce in particolare. Sebbene Giggs abbia giocato più di 900 partite nel Manchester United, prevalentemente nel ruolo di ala o di mezza punta (in ogni caso, in ruoli offensivi), ha procurato per la sua squadra soltanto cinque rigori. In tutta la sua carriera. Pensate ad una qualsiasi ala o mezza punta, di una qualsiasi squadra, quanti rigori riesce a procurare per la sua squadra. Ci sono giocatori che, nello stesso ruolo di Giggs, procurano cinque rigori all’anno alla propria squadra.

Giggs invece ha procurato soltanto cinque rigori in più di venti anni. Il perché, ce lo fa capire Sir Alex Ferguson (ennesima leggenda del Manchester United,che ha allenato dal 1986 al 2013), in un estratto della sua autobiografia segnalato da Gary Lineker

giggs ferguson

Dopo un rigore procurato da Giggs nel 2010, Ferguson si chiede quanti ne abbia procurati in carriera, cinque appunto. Because he always stays on his feet, sta sempre in piedi, questa è la banale ragione secondo Ferguson. Che poi immagina un ipotetico dialogo con Giggs, in cui gli chiede “ma perché non ti sei buttato a terra procurando il rigore? Ne avevi tutto il diritto!” e in cui Giggs risponde, un po’ incredulo (“he would look at me as if I had horns”) e un po’ indifferente (“he would wear that vacant look”“I don’t go down”, non cado a terra. Ancora più semplice, ancora più banale.

Ancora più leggendario.

(grazie a Giulio)

la Bellezza del Calcio

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Il 2 marzo 2002, al St James Park, stadio situato nella città di Newcastle upon Tyde (Regno Unito), è accaduto ciò che riporta il seguente video.

Capite bene che qui è accaduto qualcosa di straordinario, e non soltanto in quel gesto col quale Dennis Bergkamp si libera del difensore per poi spiazzare il portiere. Questo gol va analizzato a fondo, a partire dal minuto 0.12, quando è Bergkamp stesso a servire Pires, il centrocampista dell’Arsenal che subito dopo gli ridarà palla, e gliela ridarà perché lui detta il passaggio. E a me piace pensare che già mentre stava alzando il braccio al minuto 0.17, Bergkamp avesse in mente quella cosa indefinibile e straniante che combina dopo.

Ora. Il tema vero di questo gol sta in ciò che dichiara Bergkamp quando gli viene chiesto di come gli sia saltato in mente di saltare il difensore in quel modo (dal minuto 1.09 del seguente video).

“it looked a bit, yeah, special, strange or nice, but that was for me the only option and the quickest way towards the ball and towards the goal”

Cioè, in parole povere (molto povere) ciò che per noi è CRISTO SANTO IL PIU’ BEL GOL CHE ABBIA MAI VISTO, per Bergkamp è, “well, you know, l’unica cosa che potevo fare in quel momento”. Ergo, per Dennis Bergkamp, ciò che per noi è straordinario, è invece la normalità. È scontato.

Ed è qui che risiede l’assoluta meraviglia del Giuoco del Calcio: tu guardi una partita, e da un momento all’altro uno come Bergkamp ti può regalare l’Assoluto.

E, come se non bastasse, per lui è del tutto normale.

I veri tifosi, che non tifano la nazionale

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Colgo l’occasione della partita che la nazionale italiana ha avuto modo di rapinare in nottata, prendendo altresì spunto dalla sottile speranza di vittoria nipponica che mi sono scoperto a coltivare mentre assistevo allo scippo, per mettere nero su bianco una cosa che penso da un po’ ma non avevo mai avuto occasione di puntualizzare.
La Confederation Cup, com’è noto, non costituisce una competizione di primaria importanza: di qui, almeno in apparenza, la leggerezza con la quale un tifoso di calcio quale lo scrivente è a tutti gli effetti si concede di assistervi.
C’è da dire, tuttavia, che se a giocare fosse stata la Lazio, in un torneo per club analogamente poco rilevante, me la sarei goduta con una spensieratezza assai più contenuta: anzi, all’atto del furto finale mi sarei perfino alzato in piedi, avrei agitato, sia pure con una certa compostezza, un pugno in aria, e avrei aspettato il replay di tutti e sette i gol prima di tornarmene a dormire.
Del resto la storia, a volerla leggere per quella che è, parla chiaro: ho mandato giù la sconfitta ai rigori ai mondiali del 1994 senza troppi patemi, mentre se si fosse trattato di una finale di Coppa Italia con la Lazio in campo probabilmente mi sarei sentito male; così come ho accolto la vittoria, sempre ai rigori, ai mondiali del 2006 con una certa soddisfazione, ma senza produrmi in scomposte manifestazioni di esultanza come mi è accaduto di fare, a mero titolo esemplificativo, lo scorso 21 maggio.
Insomma, io la vedo così: il tifoso di calcio, se è un tifoso di calcio autentico, tifa sul serio quasi solo per la sua squadra di club. Si tratta di un tifo personale, intimo, a tratti addirittura onanistico. Guarda le partite importanti con lo stomaco chiuso, lo sguardo vitreo, in apnea. Vive la sconfitta come una dramma, e la vittoria più come la cessazione di una sofferenza che come una vera gioia.
La nazionale fa simpatia, per carità, ma è un’altra cosa. La si guarda insieme agli amici, scherzando e ridendo: quando si vince bella per tutti perché ci beviamo un altro bicchiere e quando si perde pazienza, ce ne beviamo un altro lo stesso e magari pure un pezzettino di quella lasagna che è avanzata, così mettiamo a tacere il languorino di mezzanotte.
I soli individui capaci di tifare davvero per la nazionale sono quelli che tutto l’anno se ne fregano.
Gli altri, quelli come me, fanno un po’ finta. Cercano di entrare nel personaggio, mimano esultanza o delusione, si producono in abbracci affettati e imprecazioni fasulle. Ma sotto sotto, mentre lo fanno, contano i giorni che mancano all’inizio del campionato.
Quando, finalmente, si ricomincerà a fare sul serio.

Magari il calcio mi piace davvero

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di Porco Schifo

Ho una gran voglia di rivedere Marco, da quando ha iniziato la specialistica a Venezia non ci si incontra quasi piu’. Lo vedo sul binario, solita barba e giacca, è sempre lo stesso, saluti e ci dirigiamo all’edicola della stazione, una delle poche degnamente fornite della città.
Marco fa per chiedere Micromega, l’unico periodico che compra sempre, ma un giovane adone (che apparentemente ha scelto Fabrizio Corona come modello di stile) gli soffia la precedenza borbottando “la gazzetta”.
Vedo negli occhi del mio amico la complicità che ben conosco, mi dice “è sicuramente interessato all’inserto culturale”, e quello si gira e accenna un sorriso vuoto, magari è convinto che ci sia davvero, l’inserto, poi si allontana.
“Probabilmente è diretto in biblioteca”, specifica Marco.
Se penso che votiamo tutti da eguali mi vien voglia di fumare oppio, lasciamo stare.
Faccia come vuole.

Perfetto. Mi sveglio con un minimo di buonumore e alle 9:40 è già andato.
Grazie tante stronzetto. Capisco quanto sia soddisfacente potersi confrontare con la mia pochezza per un minuto, ma la prossima volta fallo in silenzio.
Se penso che fra qualche anno ti crederanno pure un valente intellettuale mi vien voglia di fumare crack, ma lasciamo stare.
E’ come se tu pensassi che vado in palestra, dall’estetista o a far compere per impressionare te o chi per te. Poi sono io il vanitoso.
A me pare che tu non faccia nulla di diverso da quel che faccio io, dalla barbetta alle scarpe scamosciate.
Tu e io, amico, ci conciamo come ci pare, ci interessiamo di quel che ci pare, ma tu ti collochi (da solo, oltretutto) un gradino piu’ su.
Non ti passa nemmeno per la testa che il calcio mi piaccia davvero, non conta che sia stata la mia passione e il mio sogno di bambino.
Non conta che mi piaccia davvero il modo in cui mi vesto e curo il mio corpo, tu sei sicuro che non sia una mia scelta, che io sia un burattino nelle mani delle riviste di moda.
Che ti piaccia o che no, altro non faccio che seguire il mio personale gusto; e mi permetto di aggiungere che se il mio personale gusto ti ripugna, son tutti cazzi tuoi.
Vorrei dimenticarmi di te per farmi passare il nervoso ma non ci riesco, perché proprio non capisco il motivo della tua ostilità cieca e velenosa.
Quasi mi turba.

Un sogno

in sport by

Ai tifosi, com’è noto, piace vincere. Ne so qualcosa io, che da tifoso della Lazio ho vinto col contagocce, e di conseguenza ho assistito -e partecipato- a decenni di insulti nei confronti di una lunghissima serie di allenatori: perlopiù incolpevoli, a onor del vero, perché quando uno ha a dispozione materiale umano di terz’ordine non può compiere -fatte salve rare eccezioni- miracoli.
Ai tifosi, dunque, piace vincere, e ciò li conduce ad odiare tutti gli allenatori -ancorché incolpevoli- incapaci di realizzare tale velleità.
Tutti, tranne uno.
Perché se da un lato il fatto che Zdenek Zeman non abbia vinto mai niente è inconfutabile, dall’altro non ci si può non domandare perché sia l’unico allenatore al mondo ad essere amato a dispetto di questa circostanza.
Badate: i tifosi -tutti, in quanto tali- sono personaggi scorbutici, che raramente si lasciano infinocchiare dalle chiacchiere; ragion per cui ci andrei cauto a liquidare la faccenda come un fenomeno di moda, di pensiero radical chic o di snobismo.
Insomma, nel caso di Zeman dev’esserci qualcosa in più.
Io, che il suo calcio me lo sono goduto per qualche anno, credo che quel qualcosa in piú -nell’ambito limitato dello sport, ça va sans dire- abbia tutte le caratteristiche dell’utopia: vincere attaccando, divertendosi, segnando un gol piú degli avversari, dando spettacolo a scena aperta senza cedere neppure un millimetro al calcolo; cercare di realizzare i propri desideri senza mediazioni, senza compromessi, senza riserve; sentirsi più forti degli altri non perché si vince più di loro, ma perché si è più liberi di sognare.
Utopie, per l’appunto: che in quanto tali non hanno alcun bisogno di realizzarsi per rendere felice chi le porta nel cuore.
Del resto, pensateci un attimo: Fabio Capello ha portato alla Roma uno scudetto a vent’anni di distanza dal precedente, per di più scucendolo dalla maglia degli odiati laziali, e dopo qualche mese è dovuto scappare di notte come un ladro; Zdenek Zeman non ha vinto manco una coppa del nonno e oggi, quando torna, viene accolto come un messia.
Capello ha dato ai suoi tifosi un titolo, Zeman ha regalato loro un sogno.
La differenza, credo, è tutta qua.

Il Boemo

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Diciamolo una volta per tutte: Zdenek Zeman è un allenatore mediocre, che è andato avanti grazie a due fondamentali qualità, invero molto pornografiche: le partite che finiscono 4-5 e gli attacchi da bar alla Juventus.
Per il resto, come ha giustamente rilevato John Elkann, ha vinto di più Carrera in un giorno che Zeman in una carriera intera.

eh ma lui non ha vinto perché ostracizzato dal Palazzo, dalle squadre forti!!

La finiamo con questa STRONZATA? Lui non ha vinto perché è un maestro senza tempo nell’organizzare il gioco offensivo di una squadra, ma non è assolutamente in grado di dare un sistema di gioco alla squadra intera (e per sistema di gioco intendo giocare una partita intera e portarla a casa, non partire in 10 da centrocampo quando si batte il calcio d’inizio -che è divertentissimo, ci mancherebbe, ma è un’altra cosa). Tra l’altro scindere il concetto di gioco offensivo da quello di sistema di gioco di una squadra è una aberrazione a cui mi presto solo per fare finalmente un pizzico di chiarezza. Perché è come dire “quella ragazza scopa da dio, però quando mi fa un pompino mi morde il cazzo per staccarmelo!”.

Dice: ma questa è una tua opinione. No, questi sono i fatti. Zeman è diventato un fenomeno di costume nel 1997/98 (sì, d’accordo, Zemanlandia è del 1993, ma fino al 1997 non era per niente “il buono” del calcio. Era solo un simpatico picchiatello che faceva finire le partite con tanti gol, come era giusto che fosse), quando ha sparato a zero su Vialli e Del Piero, alludendo al loro presunto doping (prima che dite che Agricola dopava i calciatori: prescrizione. Come quella che ha tenuto al riparo l’FC Internazionale dallo scandalo “Calciopoli” nel 2006, quindi mettetevi d’accordo col vostro marcio cervello antijuventino).

Dal 1997/98 in poi ci sono state:

  • la vittorie dello scudetto del Milan di Zaccheroni (Zaccheroni! Riuscite a pensare ad un allenatore più incompetente? E invece ha vinto lo scudetto. Con Sala in difesa. Lui. Zeman NO);
  • la vittoria dello scudetto della Lazio di Eriksson;
  • la vittoria dello scudetto della Roma (allenata fino a due anni prima da Zeman!) di Capello.

 

Durante lo stesso periodo, Zeman ha allenato la Roma, il Fenerbache (esonerato) e il Napoli (esonerato). Intanto il Parma di Malesani (Malesani! Devo spiegarvi chi diavolo è Malesani? Ecco) vinceva Coppa Italia e Coppa Uefa. La Fiorentina di Mancini (Mancini!) e la Lazio di Eriksson la Coppa Italia. E non vado avanti con gli anni per non trascinarvi nel declino di Zeman da un lato e nel mondo del calcio che intanto andava avanti dall’altro.

I dati di fatto sono questi. Zeman non ha mai vinto nulla in tutta la sua carriera, se si fa eccezione per due campionati di Serie B (ah ah ah). Zero. Nada. Niente. Manco per sbaglio, manco un campionato che si è giocato fino alle ultime giornate, manco una finale. Niente, il nulla, zero. Le partite che finivano 8-2 e poi il nulla.

Ora. Chi di voi si ricorda di Denilson? Denilson nel 97 sembrava il calciatore più forte della terra. Dribblava come e quando voleva, saltava l’uomo, faceva finte mai viste. Eppure è sparito. Perché? Perché quel suo fare la foca monaca in campo non era funzionale al gioco della squadra.

Come un allenatore che conclude le stagioni delle sue squadre col migliore attacco, ma con la seconda o terza peggior difesa, e a cui non resta altro che crearsi una carriera mediatica parallela giocata tutta sull’attacco al Nemico Unico.

Grande comunicatore, grandissimo battutista (i suoi silenzi valgono più di tante parole, è proprio il caso di dirlo), genio nel creare fasi offensive, nullo nel dare un sistema di gioco completo ad una squadra.

Questo è Zeman, e nient’altro. I profeti sono ben altri.

Amici gay, con questo snobismo sul calcio non fate neanche più ridere

in politica/sport by

Cari amici gay e intellettuali gay,

sbagliate a scrivere e sottolineare dovunque la vostra estraneità alla gioia di tanti milioni di persone per la nazionale di calcio. Sbagliate per tanti motivi, ma il mio, quello che mi spinge a dirvelo in pubblico è che in questi giorni è diventato davvero difficile con molti di voi avere anche un minimo scambio, da vicino o sui social media. Pare che vi sentiate eroi pronti al martirio, dando continuamente ai tifosi degli idioti, dei talebani, dei dementi. Be’ non siete monaci birmani, siete solo fessi. E pure vecchi nelle cose che dite.

Vi elenco senza approfondire i vostri errori, o perlomeno quelli che secondo me sono i vostri errori:

1) Queste polemiche e questi atteggiamenti sono roba vecchia. Si va avanti da 50 anni con questa cazzata, tipica della cultura “de sinistra”, ed ogni volta bisogna spiegare all’intellettuale di turno che il calcio è bello, è una dimensione emotiva della vita ed è un’esperienza liberatoria. E che non c’è niente di male o di “alienante” a gridare gol e vi assicuro che a farlo sono tutte persone consapevoli di se stesse

2) Volete proprio farla la polemica sul fanatismo? Dunque vediamo, va tutto bene nei pride, con i culi al vento e le piume di una moda morta da 25 anni e che serve solo a far guadagnar soldi a pochi imprenditori dell’intrattenimento gayo nostrano?

Va tutto bene nei concerti di MDNA, di cui fate cronache accalorate sui social media e per i quali spendete cifre che fanno offesa alla miseria corrente e che seguite in estasi nelle vostre notti di discoteca? Io avrei molte cose da dire e ridire ma non le dico, non le rilancio perché penso che ognuno abbia diritto alla frivolezza e allo svago come bisogno individuale e sociale. A voi MDNA e noi Balotelli: e voi non siete migliori di noi, e tutti continuiamo ad essere consapevoli dei problemi della società e di quelli personali.

3) Andiamo sulle ferite aperte: non è ignoto a nessuno di voi che l’area dell’omofobia si nutre anche di pregiudizi nei confronti dei gay. Paga davvero tanto  ripetere fino al grottesco atteggiamenti che li rafforzano dentro di noi? Come scrivere a due minuti dalla fine di una partita inutili malignità diffamatorie su quel giocatore che ha scommesso o cazzate sul tatauggio di Balottelli. Voglio dire che ogni volta che guardi dall’alto in basso uno che va alla partita, tu ribadisci lo stereotipo del gay snob, scemo e fuori dal mondo. Bisogna proprio non risparmiarselo questo errore?

4)  Le informazioni che mettete alla base di questo atteggiamento sono in gran parte spazzatura vecchia e scaduta: i cani dell’Ucraina, una balla grande come il mondo con una foto quasi certamente falsa, la polemica sui miliardari e sugli scommettitori. Il moralismo sul calcio è ipocrita, come se lo star system delle vostre icone – da Sir Elton a MDNA – avesse regole di funzionamento diverse. Ma piantatela, moralisti a senso unico. E’ proprio necessario essere così maestrine elementari, così, stavolta sì, talebani, secondo lo schema che va tanto nei social, per cui lo sport è un abbrutimento? Ma davvero? Più di smenare il culo fino alle sei di mattina in disco?

Sappiatelo: lo sport è un’espressione fisica dell’intelligenza umana ed un lavoro superspecializzato. Potreste chiedere ai grandi atleti gay che lo praticano o che lo hanno fatto: da Greg Louganis a Martina Navratilova. Quindi anche sul piano scientifico e culturale, questo atteggiamento verso lo sport è merda (se poi voleste parlare di doping vi proporrei qualche domanda sui muscoli gonfi che si vedono su certe spiagge di settore).

E non mi convince neanche la battuta di Ivan Scalfarotto, fatta ieri sera, per cui ci vorrebbe un centravanti gayo che facesse tanti gol. Ci sono stati e ci sono grandi calciatori gay verso i quali sarebbe utile fare una dura e civile battaglia polemica per il coming out, ma voi ve ne state lontani dal calcio e da lontano fate le smorfie: un po’ non vi si sente e un po’ fate ridere.

Tutto questo detto in amicizia, perché mi dà fastidio che “i miei” siano così fessi

baci a voi

 

Finisce che tifo contro

in sport by

Facciamo che l’Italia, alla fine della fiera, vince gli europei.

Facciamo che si va in strada, si strombazza, si festeggia, qualcuno si ubriaca e qualcun altro si fa un bagno nella fontana del paese.

Però, per pietà, non facciamo che viene fuori la solita storia degli italiani che hanno vinto proprio nell’anno dello scandalo scommesse, degli italiani che si esaltano nelle difficoltà, degli italiani che quando il gioco si fa duro mostrano al mondo di che pasta sono fatti, degli italiani un po’ mascalzoni che ci hanno bisogno di stimoli e via giù per analogia tutto il resto compresi la costituzione più bella del mondo la dieta mediterranea le donne che come sono belle qua non sono belle da nessuna parte il fascino del maschio latino l’inno di Mameli che l’ha cantato pure Cassano si vede dal labiale il bel clima che conta eccome se conta infatti in Svezia i mezzi pubblici funzionano però sono tristi Dante Alighieri la vera storia della pizza margherita Benigni  quando fa caldo bisogna mangiare tanta frutta e quale miglior posto di questo l’italian style l’angelus del papa le repubbliche marinare il made in Italy il mago Zurlì col coro dell’Antoniano che canta il valzer del moscerino.

Per pietà, no.

Altrimenti finisce davvero che tifo contro.

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