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Boschi

Non importa l’esito del referendum, Renzi potrebbe vincere in ogni caso.

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Una volta alla settimana succede che si finisce a parlare di riforma costituzionale e del referendum annesso. Vuoi perche’ e’ uno dei punti politici piu’ importanti degli ultimi due anni, vuoi perche’ i referendum costituzionali, di portata certamente maggiore rispetto alla maggior parte di quelli abrogativi, sono stati un evento piuttosto raro nella vita della Repubblica. Ma soprattutto, perche’ al suo esito sono state collegate le sorti di questo governo ed in particolare di Matteo Renzi.

Gli ultimi referendum non hanno portato a cambiamenti politici delineati. Quello sulle trivelle per esempio non ha avuto impatti diretti sul governo. Quello sull’acqua pubblica nemmeno, salvo darci i primi segnali dell’arrivo dei 5 stelle. Questo soprattutto perche’ in questi tipi di consultazioni il coinvolgimento delle forze politiche tradizionali e’ sempre piuttosto bassa se c’e’ incertezza, se c’e’ poco da guadagnare o se e’ alta la probabilita’ di essere sconfitti: per esempio il centrodestra non fece di fatto nulla per salvare il Decreto Ronchi, ed onestamente ben pochi hanno idea di chi abbia approvato la legge sulle estrazioni in mare.

Questa volta invece Renzi ha voluto incentrare su di se’ il voto e le opposizioni hanno benedetto questa scelta perche’ ha spostato il dibattito dai temi difficili e noiosi di un testo costituzionale a quelli piu’ vicini al Bar Sport.

Eppure la personalizzazione, per quanto forse controproducente per il PD e per quanto frutto di meri calcoli opportunistici, non e’ stata una scelta sbagliata come molti dicono. Probabilmente Renzi non l’ha fatto apposta, ma di fatto sta rispettando quanto indicato da Napolitano nei giorni caotici nella primavera 2013, quando a seguito delle elezioni non si riusciva a trovare ne’ un governo ne’ un nuovo Presidente della Repubblica. Vi ricordate cosa disse Re Giorgio, nel discorso di apertura del suo secondo mandato? Disse: Imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale del 2005. Ancora pochi giorni fa, il Presidente Gallo ha dovuto ricordare come sia rimasta ignorata la raccomandazione della Corte Costituzionale a rivedere in particolare la norma relativa all’attribuzione di un premio di maggioranza senza che sia raggiunta una soglia minima di voti o di seggi. […] Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario.

E’ evidente quindi che qualunque governo sarebbe uscito dalle consultazioni avrebbe dovuto avere nelle priorita’ la legge elettorale e la ristrutturazione delle Camere.

E’ cio’ che e’ avvenuto: un governo di larghe intese (Forza Italia inclusa) ha prodotto l’Italicum e la Riforma Renzi-Boschi. E’ quindi giusto che un’eventuale bocciatura si tramuti in una sconfitta drastica dell’esecutivo, con le relative dimissioni. Per questo Renzi sta facendo di tutto per vincere, comprese promesse ahime’ al limite della cialtroneria quali il “ciao ciao Equitalia”, che ricordano terribilmente le panzane di Berlusconi.

Eppure una strategia piuttosto affascinante esiste, e si rifa’ al discorso di Napolitano. Il governo potrebbe infatti promettere le dimissioni anche in caso di vittoria. Se a questo governo – anzi, se a questa legislatura – e’ stato affidato il compito di portare a casa tali riforme, e’ bene che termini la sua vita sia con una vittoria dei SI che con quella dei NO. Con un annuncio di questo tipo le opposizioni, sia partitiche che gentiste, si troverebbero spiazzate e costrette a parlare esclusivamente della riforma e della difficolta’ di giustificare punti tecnici votate anche da loro.

Un’osservazione finale. L’eventuale sconfitta potrebbe non significare affatto la fine politica di Renzi. Immaginiamo che i NO vincano per il 60%. In una sfida cosi’ altamente personalizzata, vorrebbe dire che i favorevoli a Renzi sono il 40%, tutti compatti. Gli sfavorevoli, invece, sono dispersi in un 60% dato dalla somma di forze di sinistra, di destra, e antisistemiche. Quando nel 2006 ci fu un referendum molto simile e anch’esso piuttosto personalizzato, il governo Berlusconi perse 40 a 60. Lo stesso anno ci furono le elezioni e vinse Prodi e la sua disomogenea ammucchiata, ma con margini risicatissimi. E dopo appena due anni Palazzo Chigi era di nuovo in mano al biscione.

 

Una clava chiamata referendum

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Non è più una questione tecnica, e forse non lo è sostanzialmente mai stata, quella del referendum del 17 aprile. Gli impatti sostanziali, sotto il profilo della politica energetica, di quella ambientale, sotto il profilo ecologico ed economico di ritorno, sono del tutto trascurabili, se dovesse vincere il sì. C’è un altro referendum, poi, in arrivo, e di ben altra portata. Ieri la Camera ha approvato in via definitiva la riforma costituzionale e l’ultimo passo che separa l’Italia dalla più imponente revisione della propria architettura istituzionale è proprio il quesito referendario di ottobre.

La cosa che accomuna questi due eventi, e che peraltro trovo vagamente spaventosa, è lo scollamento che si verifica tra gli effetti reali e quelli dichiarati nei quesiti. A nessuno importa niente dell’impatto energetico o dell’analisi tecnica, per quanto riguarda il 17: chi vota lo fa per opposizione al governo Renzi e a ciò che per alcuni rappresenta, non alle trivelle. Gli effetti prodotti, quelli reali, sono semplicemente politici: se vince il sì il governo ne esce indebolito, e questo fatto sarà il Paese a pagarlo, con un ulteriore abbassamento della qualità delle politiche proposte. Ogni argomento è buono per nascondere quello che, di fatto, si configura come un quesito plebiscitario sul governo, accompagnato dalla retorica (le banche, gli affari, il petrolio, le multinazionali) che lo circonda. Lo stesso vale per il referendum costituzionale: la riforma è buona? Non è buona? Funziona? Le risposte a queste domande, spesso complicate, non hanno niente a che vedere con come si voterà al referendum. Non è stato forse lo stesso anche per l’acqua pubblica?

Ieri, durante le dichiarazioni di voto alla Camera – tanto per citarne un paio – Brunetta ha dichiarato che Forza Italia voterà contro perché il parlamento è illegittimo, facendo riferimento all’incostituzionalità del porcellum; il Gruppo Misto, per bocca dell’on. Roccella, ha annunciato il proprio voto contrario e invitato al no al referendum come ripicca all’approvazione della Cirinnà, leggendo una lettera aperta di Gandolfini, il capoccia del Family Day. Gli esiti dei referendum su argomenti tecnici, ormai, non c’entrano nulla con i temi di cui trattano – siano essi d’impatto impercettibile o rivoluzionario. Ogni pretesto è buono per consumare un fine squisitamente politico o, se vogliamo essere gentili, ideologico. Il petrolio, il papà della Boschi, le intercettazioni della Guidi, le cozze inquinate, la Cirinnà, il porcellum, sono tutti argomenti agitati come clave, e l’epicentro in cui trovano la propria esaltazione sono proprio questi due referendum, con cui nulla condividono. Tanto varrebbe aggiungere che Renzi parla male l’inglese e che fa le facce buffe e magari che non è stato eletto.

Non so voi, ma io provo un lieve senso di vertigine a sapere che è così che si deciderà l’esito della riforma costituzionale, e a seguire la continuazione quindi dell’esecutivo e della stabilità politica dell’intero paese. Dalle trivelle all’architettura istituzionale, si parla di temi tecnici che non andrebbero sporcati con altro. Sarà che “la democrazia è la peggior forma di governo possibile, eccezion fatta per tutte le altre”, come diceva Churchill. Figuriamoci quella diretta.

La questione Boschi sta curiosamente sfuggendo di mano

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. “Ti faccio vedere i sorci verdi, Fighetta!”
Ocio, Jerry Calà

Oggi che siamo tutti felicemente renziani, a certe cose non facciamo più caso.

Pensiamo se su un fatto simile avessero colto Berlusconi, Grillo o Salvini:

Chi pensa di strumentalizzare la morte delle persone, personalmente mi fa schifo!“, urlava l’altro giorno Matteo Renzi dal palco della Leopolda.

Peccato che anche a lui è capitato di “utilizzare” morti.

Ecco un passaggio del discorso alla Festa dell’Unita di Milano, durante il quale, sul teleschermo venivano proiettate le fotografie del piccolo Aylan, il bimbo siriano di tre anni trovato senza vita sulla spiaggia di Bodrum.

Oppure:

«Questa vicenda mi lascia un senso di tristezza addosso. Il problema non sono le dimissioni del ministro, il problema è che è in gioco la fiducia verso le istituzioni. Io al suo posto mi sarei dimessa, c’è un punto grave in questa vicenda (…) ed è che ancora una volta si è data l’immagine di un Paese in cui ci sono delle corsie preferenziali per gli amici degli amici. Oggi abbiamo perso un’occasione di fronte ai cittadini». E’ il 16 novembre 2013, puntata di Ballarò, ed a parlare è Maria Elena Boschi, riguardo la vicenda Cancellieri, all’epoca Guardasigilli del governo Letta. Il ministro della Giustizia non era indagata ma solo in grave imbarazzo per via di una telefonata ricevuta, dopo la retata della famiglia Ligresti, dalla compagna di Don Salvatore, che l’aveva chiamata per segnalarle le condizioni di salute della figlia.

Già immagino la levata di scudi dei renziani più esaltati che con sorrisetto derisorio scriverebbero:”ma guarda che ormai cambiare opinione è normalità, l’eccezionalità perdente è essere coerenti. La coerenza se non diventa incoerenza non è di sinistra, non è figa, è roba per gufi.

E come dargli torto, anche perchè come ci dicono da anni ormai, o ci teniamo Renzi oppure il paese è finito.

Il premier però alla Leopolda era nervoso. Urlava quasi con livore e risentimento e questo non è da lui.

Si è messo anche a fare gratuitamente pubblicità al Fatto Quotidiano che, da domenica, dopo la Leopolda, è divenuto nell’immaginario collettivo l’unico baluardo della libertà di stampa a cui i potenti vogliono chiudere la bocca.

E poi c’è la questione Boschi.

I due, per la prima volta, sembravano lontani, divisi.

Ora, non dovremmo mai dimenticare il fatto che ad un certo punto questi bravi ragazzetti li mettono dove stanno perchè dinanzi al caos risultano i più affidabili a rappresentare e difendere l’establishment politico, finanziaro ed imprenditoriale. E non c’è niente di male in tutto ciò. Sono cose che accadono da secoli.

Li scelgono perchè sembrano i migliori per la missione. E’ come quando a scuola le teste calde stanno prendendo il sopravvento, intervengono insegnanti, genitori e presidi e scelgono i più “svelti” tra ubbidienti, bacchettoni e sfigati e cercano di farli diventare fighi e potenti. La cosa, spalleggiata da tutti, funziona. Le teste calde vengono isolate, la situazione si calma, i genitori degli ubbidienti bacchettoni sfigati sono felici, gli insegnanti si compiacciono di aver raggiunto il risultato sperato. Gli unici che finiscono male, sotto psicofarmaci, odiati sia da una parte che dall’altra, sono però i prescelti, fatti fuori a lavoro ultimato.

Un sistema di potere veramente solido e sicuro, di fronte allo scandalo ultimo delle banche, avrebbe consigliato e convinto la Boschi a presentare le dimissioni, far passare qualche settimana prima di votarle e respingerle, far scemare la cosa.

Invece questa roba sta sfuggendo di mano.

Prima l’incontro con Bruno Vespa, ora l’intervista della madre. Tutto sotto Natale. Che bello. Bello si, ma per chi?

Le finte dimissioni non ci sono state non perchè non ci abbiano pensato, ma perchè non si sono fidati l’un dell’altro, perchè c’è aria di scollamento, sospetti e diffidenza.

Ci sono mosche nel latte.

Loro sono/erano forti perchè spalleggiati da una alleanza di cose diverse che decidono di unirsi di fronte al disordine di due anni fa.

Adesso, raggiunti certi obiettivi, con un cambio di fase e nascenti frizioni conseguenti all’accaparramento di spazi confliggenti ottenuti, stanno iniziando a venir fuori con forza le varie diversità e quell’alleanza non è più solida come prima.

Leggendo Contro Star Wars, una saga mediocre, che è diventata una religione, trovo questo passaggio folgorante assai: “La fanciullezza è un’epoca parecchio strana, lo sappiamo tutti, ci siamo passati. È un’epoca di folli innamoramenti e di folgoranti passioni, ma anche di sonore fregature. Tutto diventa un culto e acquista una dimensione talmente potente e mitica da stordire il nostro senso estetico anche a distanza di decenni.

Siamo pronti a credere a qualunque cosa: che siamo nati tutti sotto le foglie di un cavolfiore; che un vecchio ciccione vestito di rosso porti, a noi e ad altri milioni di bambini in tutto il mondo, i regali che abbiamo chiesto ai nostri genitori; che i cartoni animati giapponesi siano veramente animati; che i Goonies fossero il più grande film di sempre e si potrebbe andare avanti a lungo. È un’epoca magica, ed è bellissimo sia così. Ma siamo tutti d’accordo che continuare a credere in queste cose sia un po’ ridicolo, una volta cresciuti.”

Le mode passano. I cetrioli restano.

Rimanere coerenti è diventato ridicolo, impossibile.

I Renzi e le Boschi facciano ciò che vogliono, stare al potere senza abusarne non avrebbe senso.

L’establishment si difenda ed attacchi pure, faccia tutte le alleanze ed i cambi di strategia che ritiene più utili per sè ed i propri cari.

Per tutti gli altri, invece, una domanda pare d’obbligo: quando passerà la moda dell’incoerenza e della fanciullezza, cosa resterà, se non i cetrioli?

Soundtrack1:”Luca lo stesso”, Luca Carboni

Sondtrack2:”Gomorra”, Mokadelic

Soundtrack3:”Troppo poco intelligente”, Scisma

Soundtrack4:”Starless”, King Crimson

Soundtrack5:”Roundabout”, Yes

Soundtrack6:”Empire State of Mind”, Jay Z feat Alicia Keys

Strisce di Governo – La minaccia in senato

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Introduciamo su questo blog quella che speriamo sarà una buona rubrica, ovvero i fumetti “Strisce di Governo” (in realtà un primo seme è stato piantato la settimana scorsa, sulla pagina Facebook di Libernazione).

Buona lettura!

 

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15 cose che troverete sempre sulla home page di facebook in autunno, Parte 2

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E’ quasi la fine dell’autunno.

Per celebrarlo, e in attesa della lista invernale, ecco la seconda parte delle 15 cose che troverete sempre sulla home page di facebook in autunno.

Prima parte qui.

 

ATTENZIONE!

Come di consueto, per affrontare la lettura è prevista della musica di accompagnamento. Questa volta, invece della solita playlist, vi consiglio questo pezzo. Buona lettura, vi odio tutti.

 

I maglioni

Ovviamente non potevano mancare -presenti anche in inverno, ma iniziano a spopolare sulle bacheche appena la temperatura scende a 19°- i maglioni: collo alto, collo largo, scollati, i maglioni sono presentissimi tramite foto con didascalia “Freddo”; meglio se dai colori sgargianti, i maglioni sono un veicolo tristissimo per far vedere quanto le ragazze siano spiritose e simpatiche se indossano il maglione con la renna, “PROPRIO COME BRIDGET JONES!” mavaffanculo.

Postano foto di maglioni: Bridget Jones, ragazze che si sentono simili a Bridget Jones, ma che se avessero veramente capito il senso del film, col cazzo che starebbero a casa a cantare “all by myself” col gelato.

 

Il tè caldo sorseggiato insieme a un BUON libro

La foto del tè caldo con accanto un BUON libro è un must have per chiunque non abbia niente da dire: Conrad con l’earl grey, Pirandello con la tisana hippy, il Mein Kampf con il karkadè. La didascalia è una citazione del libro oppure una roba tipo “[nome del tè strano] e [autore qualsiasi]:  il mio pomeriggio contro la pioggia”.

N.B.: se non piove, non vale postare foto del genere.

Postano la foto del tè caldo sorseggiato insieme a un BUON libro: maniaci del controllo, ragazze single, persone che vogliono farti sapere che stanno affrontando la lettura di un mattone abbandonato a pag. 10.

"Hitler, tu e il tè alla rosa siete la mia coppia preferita!"
“Hitler, tu e il tè alla rosa siete la mia coppia preferita!”

 

Le passeggiate nei boschi

Classico intramontabile autunnale sono i lunghi post in cui l’utente medio del social network ci tiene a farvi sapere che lui non si guarda tutto il giorno Real Time, ma in autunno va a godersi i colori, il rumore della pioggia, la bronchite.

Boh, io a casa mia di colori ne ho tantissimi, mica c’ho bisogno di andare nei boschi.

Postano status di passeggiate nei boschi: persone che non scopano, boscaioli, gli abitanti di Twin Peaks.

"Diane, scrivi su facebook quanto sono poetici tutti questi colori"
“Diane, scrivi su facebook quanto sono poetici tutti questi colori”

 

November Rain a novembre, e quelli che si lamentano di November  Rain

I circoli viziosi la fanno da padrone. A novembre c’è sempre quello che tac!  posta “November Rain” sulla bacheca di facebook, con i puntini sospensivi o con una frase a effetto; il suo arcinemico è quello che invece pensa di essere acuto & geniale a scrivere la sua invettiva contro quelli che postano la canzone, “io sono originale, voi no”; o -peggio- la posta lui stesso IRONICAMENTE.

Postano November Rain a novembre: ormai solo i coraggiosi e Axl Rose.

Si lamentano di November Rain: tutti.

 

Caldarroste

Certo, sono molto buone e le amiamo tutti, ma non c’è bisogno di sfrangere i coglioni con ottantacinque foto col filtro vintage del vecchietto che a via del corso cuoce le castagne sul fuoco, o della pentola bucherellata che fa tanto casanellaprateria.

Le caldarroste sono anche spesso posate in punti strategici della casa, in una foto sistemata ad hoc per far vedere la polaroid d’epoca o il libro antico.

Postano foto di caldarroste: agenti immobiliari, studenti, madri di famiglia, le caldarroste quando si fanno i selfie.

 

La foto della pozzanghera con il riflesso del palazzo

Altro tentativo di autodefinirsi fotografi, coloro che stanno messi così appena arriva l’autunno gioiscono: cieli grigi e piogge frequenti fanno sì che si possa andare in giro felici a fotografare i palazzi riflessi nelle pozzanghere. Ancora meglio i monumenti o gli anziani.

Persone che fotografano pozzanghere con il riflesso del palazzo: serial killer, bambini ai quali i genitori danno in mano per la prima volta una macchina fotografica, quelli che dicono “il fotografo” quando gli chiedi cosa fanno nella vita.

 

“Non può piovere per sempre”

Una delle frasi più gettonate del secolo, ve la ritroverete sempre in ogni dove al primo accenno di cielo non completamente azzurro.

Che poi penso che possa benissimo piovere per sempre. Cioè, non sono un meteorologo,  ma non ci stanno tipo quei posti dove piove per sei mesi di seguito?

Postano “Non può piovere per sempre”: tutti quelli che si accorgono che piove per più di due ore consecutive.

 

JJ

La solita sparata dell’art.18

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(…)Le riforme da sole non creano occupazione, devono essere collegate a politiche macroeconomiche.” E poi “(…)se non c’è domanda di lavoro, l’unico modo per crearla è ridurre in maniera significativa le tasse sul lavoro. Ma su questa, che è la vera cosa importante, non abbiamo ancora capito come farà il governo”. (Te lo dico io che farà, niente.) Queste brevi, facili, ovvie e scontate verità che ben conosce chi per studio, lavoro o altro ha ‘frequentato’ manuali di Diritto del lavoro e simili, sono state pronunciate addirittura dall’ex ministro del governo Monti Elsa Fornero.

Tutti sanno che il vero problema sia il ‘costo’ di un nuovo assunto, non il fatto che esso possa essere licenziato o meno. Chi oggi assume può utilizzare decine di contratti che non prevedono la tutela dell’art. 18, fortemente ridimensionato tra l’altro dalla riforma della stessa Fornero. Per questo motivo c’è di fatto una “Partitaivazione” del lavoro dipendente: ti chiedono cioè di fare il dipendente facendoti aprire la Partita Iva. E badiamo bene, non lo fanno perché sono sadici, cattivi, peracottari e schiavisti, (si ok qualcuno lo è), ma perché è l’unico modo che si ha a disposizione per evitare dei costi che in tempi come questi fanno la differenza. Mica a quelli con la partita iva che fanno i dipendenti gli possono applicare l’art 18? Nemmeno a quelli che lavorano a progetto. Nemmeno a quelli che lavorano in unità aziendali (ormai la maggioranza nel sistema produttivo italiano) che stanno al di sotto della soglia necessaria per l’applicazione della famigerata norma antilicenziamento.

Crei lavoro con la crescita economica ed appunto con politiche macroeconomiche, non con norme sui licenzamenti. A meno che il tuo obbiettivo non sia licenziare con facilità anche quelli ‘garantiti’, tanto per vivere nell’ebbrezza di licenziare chi vuoi. Allora se la mettete così, va benissimo. Non vediamo l’ora. Riforme macroeconomiche per favorire la crescita e quindi l’occupazione nemmeno lontanamente la puzza. assolutamente no, non se ne parla nemmeno. Per i licenziamenti invece ci sbronziamo alla grande. It’s great, baby.

A questo punto arriva lo scienziato che ti dice: “Appunto per questo dobbiamo togliere l’art 18, perché dobbiamo abbattere questa diseguaglianza tra lavoratori garantiti e quelli non garantiti.” Ed infatti risolvi la faccenda non con l’estensione delle garanzie e di schemi di protezione sociale, no quelli non sia mai. Scegli di non garantire nessuno. Ok. Salvo poi andare in Tv e fare la retorica sull’impossibilità delle persone ad avere delle certezze, di crearsi famiglie-fare figli – avere futuro – affrontare pagamenti mutui etc etc. Metti in tv una Madia, una Boschi o una Picierno e gli fai dire: “ non ci possiamo lamentare della precarietà e dall’altra liberalizziamo sempre più i contratti, che quando va bene si tramuta in flessibilità senza certezze, quando va male in libertà per i datori di lavoro di fare quello che vogliono”. Ed i polli applaudono. I polli ci credono. Giustamente di polli stiamo parlando.

Gli annunci per i polli vanno benissimo. Posso comprendere e comprendo chi difende il governo Renzi ed il Pd perché ci sta dentro e quindi gli conviene, in attesa di ricevere un appalto, una consulenza o qualche aiutino per fare carriera e sistemarsi. Quella parte di popolazione socialmente ed economicamente inclusa composta da segmenti di lavoro subordinato ed apparato parassitario foraggiato dalle clientele, corporazioni e categorie professionali interne e compatibili con l’attuale ciclo produttivo ancora non devastato dalla crisi. Ci mancherebbe che non lo facessero. Loro fanno bene. Per adesso.

Stiamo messi male in questo frangente? Tiriamo fuori la discussione sull’ articolo 18. Che farsene invece dei decreti attuativi mai attuati (ad oggi circa 700), con migliaia di provvedimenti legislativi privi di norme di secondo livello che rallentano l’entrata in vigore delle leggi o le rendono del tutto inapplicabili? Oltre tweet, annunci, e cazzate varie, qualcuno ha fatto qualcosa? Cazzate su cazzate con la riforma del senato, che sarebbe l’unico modo per accelerare i tempi di applicazione delle leggi. Altra cazzata, appunto. Ma è davvero così lento il Parlamento?

Alcuni esempi: La legge Fornero ottenne il sì definitivo in appena sedici giorni. Rinnovo delle missioni all’estero: Decreto legge del 28 dicembre 2012, approvato definitivamente il 22 gennaio 2013. Il Lodo Alfano divenne legge in appena venti giorni, uscendo dal consiglio dei ministri il 28 giugno 2008, approvato dalle camere in seconda lettura il 22 luglio 2008. La proposta Cicchitto ci mise solo sei giorni per far slittare il referendum sulla legge elettorale Porcellum, nel 2009, perché non si svolgesse in contemporanea alle elezioni europee, facendolo fallire miseramente.

Ma la magia sta nel Def. Si fanno Tweet, interviste ed annunci video per dire che si taglia la spesa pubblica, che in realtà invece negli anni 2014-2018 lieviterà di altri 43 miliardi e 498 milioni di euro. Per non parlare delle tasse, che sempre secondo Tweet, interviste ed annunci video dovrebbero diminuire e che invece seguiranno tale sentiero: aumento dai quasi 752 miliardi del 2013 a oltre 763 miliardi nel 2014, a quasi 785 miliardi nel 2015, a oltre 803 miliardi nel 2016, a oltre 823 miliardi nel 2017, a quasi 846 miliardi nel 2018. Ci aggiungiamo, per vezzo non per altro, l’aumento di tassazione sulle plusvalenze bancarie, che ovviamente verrà scaricato sui clienti, e l’aumento dell’aliquota base della Tasi, new entry da assaporare bella fresca nelle prossime settimane.

Soundtrack1:’Angst two’, The Toxic Avenger

Il cazziatone sul garantismo la Boschi deve farlo a Renzi

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La lezione che Maria Elena Boschi ha impartito in materia di garantismo non regge, o meglio non è pertinente. Intendiamoci, il ministro non ha detto nulla di errato: semplicemente ha elencato una serie di cose ovvie e che solo gli stupidi possono contestare nel merito.
Nessuno sano di mente mette infatti in discussione la presunzione di innocenza di qualsiasi individuo che per qualunque motivo si trovi indagato, ma quando è in gioco l’amministrazione della cosa pubblica il discorso non si può esaurire in questa banale constatazione.

Ogni qual volta una donna o un uomo delle istituzioni si trova a dover rendere conto alla giustizia si verifica infatti un conflitto tra principi diversi, tra i quali si deve essere in grado di eseguire un discrimine gerarchico. Il primo di questi principi è quello che si concreta nelle garanzie che spettano ai soggetti interessati da indagini, ed ha il suo solidissimo fondamento. Il secondo principio è quello che richiede che l’interesse del singolo soccomba – sempre nell’ambito delle più ampie garanzie di diritto – di fronte all’interesse collettivo. Quindi, se un sottosegretario o un qualsiasi altro “uomo di Stato” è indagato, può legittimamente restare al suo posto, ma innegabilmente renderebbe un servizio più utile alla collettività dimettendosi. Perché certo non giova al Paese avere al Governo persone fiaccate nella loro affidabilità pubblica.

Molto spesso infatti, quando si verificano casi del genere, emerge una brutta sensazione: cioè quella che l’indagato di turno si senta insostituibile e la categoria dell’opportunità politica – citata anche dalla Boschi – viene spesso confusa con quella dell’opportunismo politico, che è tutta un’altra cosa.

La “politica” può in quei casi esercitare una scelta: può difendere l’indagato non riconoscendo i motivi della collettiva utilità o mostrare di intendere fino in fondo la funzione di servizio cui è almeno teoricamente chiamata. E’ un discorso che di fondo prescinde dall’esistenza di indagini giudiziarie: perché non è l’interessamento dei magistrati che regola l’opportunità politica. E’ il caso ad esempio dell’ex ministro Cancellieri, che ha mostrato quanto poco c’entri il “garantismo” con la necessità che qualcuno si dimetta.
Tra quanti oggi plaudono alla banale lezioncina della Boschi, moltissimi difesero il ministro (non indagato) ma coinvolto nello stucchevole caso della telefonata umanitaria in favore della giovane Ligresti. Lo stesso Renzi, che si deve presumere oggi condivida la linea di Boschi, all’epoca espresse con vigore l’opinione che il ministro dovesse immediatamente dimettersi. E se il caso Ligresti generava motivi di opportunità politica tali da giustificare le dimissioni, non si capisce come un’indagine giudiziaria non valga altrettanto.

Insomma, avendo chiaro che un avviso di garanzia non produce alcuna conseguenza giuridica immediata, si dovrebbe però avere la sensibilità di comprendere che può produrre degli effetti politici. Prenderne atto e comportarsi di conseguenza, con un minimo di coerenza, traccia la differenza tra garantisti e opportunisti.

@coconardi

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