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No glutine, no party

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E’ bizzarro riscontrare nei vaneggiamenti preteschi quella pignoleria che normalmente tenderei ad attribuire a categorie dedite a tutt’altro che all’inseguimento di fantasmi. Per dire, ce lo vedo, il famoso cuoco abbandonarsi ad una crisi isterica perché chi si occupa della spesa non è riuscito a trovargli proprio quei pomodori, rotondi, sugosi e aspri al punto giusto, gli unici ingredienti in grado di consentirgli di dare vita alla sua celebrata zuppa. Non mi stupisce il Nawashi che insiste nel legare la sua “musa” consenziente solo con un certo tipo di corda di canapa che assicuri la tenuta dei nodi, non irriti troppo la pelle ed abbia esattamente quel particolare odore vegetale. O il chimico di laboratorio consapevole che anche un solo una quantità infinitesimale in più di essenza di bergamotto rispetto a quella che ha aggiunto potrebbe distruggere il vertiginoso equilibrio attorno al quale si dispiega l’esplosiva fragranza che ha in mente.

Secondo il “magistero” della madre Chiesa, un’ostia che non contenga almeno un poco di glutine non può essere considerata il risultato del fenomeno della panificazione. E poiché la storia attorno a cui gira il suo best seller è quella del pane e del vino, che diventano (diventano, eh, non simboleggiano, come sostengono alcuni più pragmatici colleghi protestanti) nientemeno che il corpo ed il sangue di Cristo, un’ostia completamente priva di glutine non è adatta alla celebrazione dell’eucaristia. “Lavorare” con ostie senza glutine, per i nostri cari preti, equivale a presentare al nostro cuoco una confezione di pachino da discount, o portare al maestro della legatura una corda viola da arrampicata, o incasinare l’olfatto del nostro chimico sparandogli il deodorante Axe dritto su per le narici. E pazienza, o dovrei dire “amen”, se vi sono fedeli malati di celiachia: dovranno comunque assumere ostie che contengano almeno un minimo di glutine, altrimenti l’esperimento di magia non funziona.

Ché in fondo, io questa faccenda, per tentare, non tanto di capirla – ché non la capisco – ma di rappresentarmela mentalmente, devo costruirci sopra una piccola narrazione. Mi vedo il Figlio che si lamenta con il padre con voce querula dall’esasperazione: “Dai, papà, se non c’è almeno una ‘nticchia di glutine, io a transustanziarmi proprio non ce la faccio!”. C’è da capirlo, povero Figlio!

Il fatto che la chiesa cattolica, avendo palesemente smarrito ogni senso di realtà e di coerenza, rimanga abbarbicata ad un formalismo tanto stolido quanto vuoto, e me sembra cosa talmente estrema ed incomprensibile da risultare poetica.

Mariam (sei)

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Metamorfosi

Le stanezze di Mariam cominciarono a verificarsi poco dopo che Victor ebbe un attacco di cuore, la sera stessa del mio arrivo. Raccontai: “…mi sono fermato a guardare i costumi appesi su uno di quegli appendiabiti con le ruote, hai presente? E’ stato allora che con la coda dell’occhio ho visto Victor camminare a passo spedito, baldanzoso quasi, come un bambino che corre alla dispensa a rubare la marmellata mentre la mamma è fuori a fare la spesa. Dietro la sua roulotte c’era questa donna, una vera gnocca, alta, capelli lunghi, un paio di tette così, c’era questa donna, certamente una comparsa, visto che indossava una lunga tunica chiara. Erano sicuri che lì dietro nessuno li vedesse. Victor era infoiato come un quattordicenne alla sua prima pomiciata, gli si è buttato addosso e ha cominciato a baciarla convulsamente smanazzandole il petto… Ha fatto per tirarle su il vestito, ma lei lo ha afferrato in modo gentile ma fermo, e ha accompagnato le sue mani verso il basso per ricomporsi. L’ha preso per mano e insieme sono entrati nella roulotte. Forse Victor è confuso dal desiderio, o forse pensa di essere diventato invisibile, fatto sta che non tirano le tendine. Mi sistemo dietro ad un angolo a godermi la scena, che promette di essere interessante. Vedo la donna che evidentemente si deve essere appoggiata con il sedere alla parete opposta alla finestra: a braccia conserte lo segue con lo sguardo mentre va avanti e dietro dentro lo spazio minuscolo come una tigre in gabbia. Ad un certo punto si rivolge alla ragazza muovendo minaccioso il suo lungo indice. Il suo capoccione si frappone il la ragazza e il mio sguardo. Victor gesticola febbrilmente, mentre la donna se lo fila sempre di meno, sembra annoiata da una scena che si deve essere ripetuta fin troppe volte. Ora vedo solo il cocuzzolo di Victor, che evidentemente deve essere in ginocchio davanti alla comparsa, prega o fa sesso? O magari le cose assieme? Schizza in piedi e di punto in bianco molla alla ragazza un ceffone che la fa quasi cadere… Mi auguro che adesso lo colpisca con il primo oggetto contundente a portata di mano, ma niente, quella si toglie i capelli dalla faccia, e comincia a ridere in modo così forte ed osceno che si sente un po’ anche da fuori. Ed è lì che Victor crolla, non ho dubbi su quello che sta facendo ora. Ed è allora che è successo: la ragazza si è piegata su sé stessa, probabilmente per capire che cosa stia succedendo a Victor, che ha smesso di fare quello che stava facendo per stramazzare in pieno coma. E’ uscita fuori di gran corsa, ma senza urlare: deve aver dato subito l’allarme, ma in modo tale da non far capire che lei si trovava con lui nella roulotte quando gli è venuto lo schioppone… “. Mariam mi guardava come se fossi un alieno appena sbarcato sulla terra. “Victor ha avuto un infarto per l’emozione. Nella sua roulotte gli è apparso San Tommasino da Pietracalda, il santo a cui è devoto, e il cuore non ha retto”, “Una… visione? San Tommasino…, ma Mariam, che cosa hai preso?, da quando in qua credi a queste cazzate?”, “Non parlare così, oggi ho conosciuto la dolcezza del Signore, e ho detto basta alla mia vita di peccato e di perdizione”, “…”, “Sì, sono stata lontana da questo dono meraviglioso per troppo tempo, e ora voglio recuperare: Victor è stato messo alla prova, e voglio che mi capiti la stesso, voglio morire di quella gioia”, “Ma ti dico che quando ha avuto l’infarto, Victor aveva la sua bocca in mezzo alle cosce di quella comparsa, l’ho visto con i miei occhi…”, “Basta con queste oscenità, sei un miscredente, e lo sono stata anche io, ma è il momento di fare chiarezza, approfittare di questo meraviglioso dono che ci ha fatto il Signore”, “Cioè, un uomo in ospedale, sarebbe questo il cazzo di regalo che ci sta preparando. Tu sei pazza, lo stress ti ha fatto svalvolare il cervello, ritorna in te, cazzo! Cazzo cazzo cazzo”. Stavo urlando a squarciagola, e Mariam continuava a ricambiare la mia rabbia con un distacco olimpico, in fondo al quale non era difficile scorgere una netta, benché composta, riprovazione. “Signora, c’è qualche problema?”, era il tizio del SUV che parlava: era entrato nella roulotte di Mariam. “Oh, Big Jim, vattene un po’ affanculo, per favore, e non ti intromettere, non sono cazzi tuoi, gira i tacchi”. “Signora, c’è qualche problema?” ripeté l’energumeno (cammina, mangia, e dice “c’è qualche problema”?, come la bambola Sbrodolina). Mariam aveva assunto l’aria sofferente di un insegnante che sta per assegnare una punizione all’allievo prediletto. “Sì, per favore, faccia in modo che mio marito si dia una calmata”. La montagna di muscoli non aspettava altro: in un nanosecondo mi fu addosso e mi bloccò con la sua forza animalesca. “Fèfuffofiiitopfrooia”, dissi, che voleva dire “E’ tutto finito, troia”. Uscita di scena inelegante, ne convengo, ma capirete anche che un uomo innamorato cui un demone psicotico sostituisce l’oggetto vivente del desiderio con una pazza bigotta avrà anche il diritto di alzare un po’ la voce. No?

Epilogo

La follia di Mariam fu tanto repentina quanto irreversibile. Mi buttò fuori di casa, e mi scrisse una lettera disgustosamente impregnata di stucchevoli immagini religiose, che faticai non poco a carpirne il contenuto oggettivo dietro la cortina fumogena rosa e maleodorante. In pratica il senso era che mi avrebbe accettato di nuovo solo a patto che mi applicassi in un serio cammino di fede nel quale, scriveva la neo-demente, “sarebbe stata lieta di accompagnarmi mano nella mano come Gesù aveva fatto a Potenza con lei”. Ovviamente, avrei dovuto smettere con alcol droga e, va da sé, bestemmie, una condizione, quest’ultima, che mi pareva la più inaccettabile delle tre. Devo aggiungere che mi ritrovai completamente senza un lavoro legale, dato che la società di Victor si adoperò perché il mio nome venisse aggiunto nelle liste neri dei reprobi, e quindi non potevo nemmeno contare sull’editing delle agiografie di oscuri santi di paesi insignificanti come facevo prima. Cercai il cinese che faceva porno illegali per scoprire che era stato arrestato per svolgimento di attività contrarie alla morale pubblica. Con il denaro, se ne andarono rapidamente anche il decoro e la dignità, e finii a fare il barbone. Una notte, mentre dormivo ubriaco sopra un cartone che puzzava di piscio stantio, un ragazzo mi svegliò pigiandomi uno dei suoi anfibi sulle costole. Vincendo a fatica il fastidio per il mio odore disgustoso, mi fece salire sul retro di un furgone, che mi condusse in una bella casa di campagna, dove una serie di persone carine mi lavarono, nutrirono e in breve mi rimisero a nuovo. Ero diventato uno del gruppo di fuoco dei “Congiurati delle Polveri”, quelli che tentarono di appiccare fuoco al Vaticano. Ci beccarono, e io sono finito così, in coma e col sondino nasogastrico, perché uno poliziotto mi ha sparato in testa.

No, non è vero, mi trovo qui col sondino perché il tipo che mi ha portato via quella notte non era un cospiratore ma un portantino che ha fatto di tutto per salvarmi la vita dall’assideramento (cosa che peraltro poteva anche risparmiarsi, visto come è andata a finire). Dimenticavo, è inutile che vi dica a chi devo la cortesia finale del sondino, vero? Ci potete arrivare da soli: era una persona che una volta mi amava. Perfino da qui mi sembra ancora di sentire l’odore della sua pelle, ogni tanto.

Fine

Mariam (cinque)

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Sul set

Dato che avevo un po’ di tempo da sprecare, decisi di farmi un giro per il set. La grande quantità di ausili tecnologici, fari, ombrelli, console, fotoelettriche, generatori ed il gracchiare incessante dei walkie talkie, il continuo squillare di telefonini contrastava bruscamente con il contesto paleolitico in cui stavano realizzando il miracolo di una umana creazione elettrica. Quasi subito raggiunsi il luogo dove sarebbe stata girata la scena dell’annunciazione. Il regista, che con le gambe magre piazzate sul voluminoso ventre sferico faceva pensare ad un grande uccello intento a becchettare a detra e manca alle ricerca di un qalche verme, era ancora assieme al tipo azzimato che avevo sentito delirare nel camerino di Mariam. Insieme, esaminavano palmo a palmo la ricostruzione della casa della Vergine, in realtà un simulacro costituito da tre pareti due corte e una lunga. Il lato libero era era occupato dal binario di un dolly, sopra il quale, protetta da una cuffia di plastica grigia era montata una delle macchine da presa, con tanto di seggiolino per l’operatore. La “casa” di Maria era una specie di speco di fango secco, praticamente privo di mobili a parte un tavolaccio e una specie di caminetto dove, sopra un falso fuoco alimentato a gas, bolliva un pentolone. Il regista si muoveva in modo isterico all’interno della scena, apportando miniscole migliorie, sempre seguito dal supervisore, che ogni tanto lo chiamava a sé. Dopo aver parlato brevemente, il regista con gli occhi rivolti al suolo mentre l’altro gesticolava animatamanete, riprendevano il giro, toccando una fascina qui, un panno laggiù. Quando ebbero terminato il sopralluogo, si allontanarono disponendosi appena davanti al trabiccolo con la telecamera, probabilmente per farsi un’idea dell’insieme.

Ad intervalli regolari il regista volgeva lo sguardo vero il supervisore per ottenerne l’approvazione o per scorgere eventuali segni disappunto sul volto. Alla fine il supervisore, visibilmente soddisfatto, diede una pacca sulla spalla al regista, gli strinse la mano e si congedò. Quell’uomo mi interessava e mi divertiva: non dovetti attendere molto per capire che la mia era stata un’intuizione corretta. Sarebbe valsa la pena seguirlo, dopo la fine della scena.

In ogni caso, tutto era pronto. La notte aveva portato buio e un minimo di ristoro dal caldo. In quel riquadro artificioso attorno al quale tecnici, regista, aiuto-registi, segretarie di produzione vegliavano con il fiato sospeso, il tempo pareva tornato indietro di duemila e passa anni: le tenebre profonde squarciate dal rosso delle torce, il belato dei capretti, il frinire delle cicale e il vento che giocava con i rami di un cespuglio mezzo secco come unici rumori. La cinepresa era fissa sulla porta della casa, come se lo spettatore fosse al suo interno: Mariam entrò in campo carica come un somaro, portando una giara di acqua e un sacco di farina. La foggia dell’abito con cui avevano rivestito il suo magro corpo la rendeva goffa, mentre con il trucco le avevano bizzarramente contraffatto i bei lineamenti, facendo risaltare sì gli occhi, ma conferendole un’espressione misera e stanca.

Nel riconoscere Mariam sotto le spoglie di quella rappresentazione della Vergine, giovane timida ma risentita, un brivido mi percorse la spina dorsale. Potenza della suggestione, e forse anche di quei tamburi che la produzione aveva voluto suonassero dal vivo durante le riprese, al fine di indurci tutti in una infelice trance. Maria non fece a tempo a riprendersi dalla fatica quando una fortissima luce venne sparata su un angolo nascosto della sua casa, rivelando l’Annunciatore. Non si trattava, per così dire, di un colpo di scena: eppure Mariam fece un balzo di sorpresa talmente realistico che per poco non cadde all’indietro – il regista ebbe un sussulto di rabbia, che represse immediatamente nel pugno serrato di una mano, ma trovai la cosa estremamente efficace. In fondo, Maria (ma anche Mariam) erano state colpe in contropiede. Anzi, si poteva ben dire che il loro soprassalto fosse la cosa più autentica che avessi visto quella sera (che cosa fareste voi se, al ritorno da una giornata pesante di lavoro, trovaste un angelo sedutocasa sulla vostra poltrona preferita, intento a spiegarvi che, pur essendo il vostro imene ancora integro, siete comunque incinta e che questo non è tutto, dato che il pupo, in pratica, è … Dio – a parte svuotare nel lavandino le bottiglie dei superalcolici, intendo?). Purtroppo sul set non c’era l’Angelo, a quanto pare l’avrebbero “aggiunto” in post-produzione. Una voce fuori campo recitava la parte di Gabriele. “Donna, non temere, perché vengo a portarti una lieta notizia” “Ma…” “Ecco, tra nove mesi tu concepirai un figlio, pur non avendo un marito, e lo chiamerai Gesù. E’ lui il salvatore che stae attendendo da tempo.” “Ma tu stesso lo hai detto… io non ho marito” “Maria, questo è un miracolo portentoso, faresti meglio a non farti troppe domande, e ad accettare il destino portentoso che il Signore, nella sua bontà, ti ha riservato” “Ma tu chi sei, un angelo del Signore o forse un inviato del Maligno?” “Mi chiamano Gabriele, sono uno dei tre Arcangeli, donna”. A quel punto, come da copione, Maria cadde in ginocchio in mezzo alla polvere. Mariam era una grande attrice perché, non solo aveva sostenuto con grande serietà quella conversazione surreale, malamente adattata al linguaggio moderno, ma, superato il primo momento di vero smarrimento e di autentica paura, aveva assunto con i suoi occhi, la postura modesta enfatizzata dai capelli avvolti in un velo, le forme infagottate da un vestito informe, l’atteggiamento di un utensile privo di coscienza al servizio di un progetto folle ed incomprensibile, un pezzo di carne privo di pensiero, materia malleabile priva di coscienza e forte solo di una criminale passività. “Stop! Perfetto! Brava piccoletta, complimenti a tutti! Potete andarvene a letto, una volta smontato tutto l’amabaradan”.

Fine quinta parte

Mariam (quattro)

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Il guru

Speravo di poter godermi di un po’ di intimità con Mariam, ma, con mio grande disappunto, dovetti constatare che il (piccolo) camerino della Madonna era piuttosto affollato. Il desiderio che mi aveva mordicchiato il cuore durante il viaggio – doccia, carezze – andò in frantumi in quel piccolo spazio pieno di esseri umani. Mariam, ancora in abito di scena, sedeva davanti ad uno specchio da trucco costellato da un milione di lampadine, mentre attorno a lei si agitavano un uomo corpulento e femmineo, il regista a quanto pareva, un truccatore e un tizio azzimato con i pantaloni con le pences ed un piccolo badge colorato appuntato alla camicia. Quando entrai nella roulotte, i tre uomini interruppero quella che anche prima del mio arrivo doveva essere stata una conversazione animata, mi rivolsero uno sguardo distratto, e ripresero a parlare tra di loro mantenendo il contatto visivo attraverso il grande specchio nel quale si riflettevano. Stretta tra di loro, Mariam non riusciva nemmeno ad alzarsi, ma mi guardò, sempre dallo specchio, e alzò timidamente una mano a metà in segno di saluto. “Più dimessa, la voglio più dimessa, umile, con questo trucco me la fai sembrare una mignotta, capisci?” “Stai esagerando: a parte che dovresti mostrare più rispetto per il mio lavoro, la ragazza è uno scricciolo, se la scavo troppo qui, sotto gli zigomi, viene fuori proprio una derelitta, una… scappata di casa, capisci?” “Permettete che mi intrometta” – era il tipo col badge a parlare, adesso: “ricordatevi che il titolo della serie è “Casta sposa, madre di Dio”. Di ragazzette facili che con le poppe al vento e il didietro scoperto ne vediamo fin troppe in televisione, qui stiamo cercando ‘altro’, capite?, altro. Il nostro progetto, quello di Benny [Benny?], insomma, è alto, alto: qui stiamo plasmando un popolo, o meglio, ri-modellandolo. Vogliamo far capire a questi… libertini, ecco, a questi libertini che ci circondano il piacere dell’attesa, quanto sia formativa per il carattere l’astinenza sessuale,  quanto bello e nobile rimandare ogni piacere terreno per amore di un obiettivo più grande, che poi è la promessa di Nostro Signore. Per darti un’idea, a Benny – e anche a me – piacciono le mani rovinate delle casalinghe, tagliuzzate, arrossate, puzzolenti di varecchina, mica quelle curate e morbide delle impiegate di concetto. Il modello di bellezza che vogliamo suggerire alla gioventù deve essere di rottura, qualcosa di nuovo, di inatteso, una rivoluzione. Siamo noi, i veri punk del secolo. ‘Loro’, quella gentaglia, gli hanno dato, gli hanno concesso il sesso a sedici anni, la droga libera, il denaro in tasca per procurarsela, l’autonomia, la contraccezione, meglio, la pillola del giorno dopo, che poi è una forma di aborto, altroché. Bene, tutto ciò è superato, faremo loro capire che si deve sezionare la realtà con il bisturi della fede, l’unico strumento che permetterà loro di vedere oltre l’apparenza riduttiva del loro vuoto materialismo. Giulio, hai presente la borsa valori? Devono sapere che siamo pronti alla guerra. Combatteremo in ogni modo (legale o no) gli speculatori che comprano oggi (piaceri, bellezza) e rivendono domani per acquistare nuovi piaceri e nuova bellezza; questo tipo di speculazione, che a ‘loro’ piace tanto, la renderemo talmente difficile da costringerli a rinunciare”. L’uomo era preda di una specie di raptus dialettico, l’agitazione nervosa gli aveva riempito di minuscole goccioline di sudore ispirato l’ampia fronte abbronzata; strizzò gli occhi come per mettere a fuoco un oggetto che tutti gli altri non potevano vedere, ben oltre la finestra del camper. “Che dico, illegale, im-pos-si-bi-le! Il loro denaro morale va investito nelle nostre obbligazioni a lungo termine, che alla fine sono quelle che danno il rendimento più elevato, la vita eterna. Tutto questo per dire che Giorgio ha ragione; Marco, imbruttiscimi un pochino questa signora, è ancora troppo bella per i nostri scopi…”.

La fissità glaciale della facies di Mariam mi confermò che anche lei aveva testimoniato del delirio del tipo con il badge. Il truccatore si rimise al lavoro contrariato, borbottando in modo inintellegibile tra sé e sé, mentre il regista e il supervisore mi passavano oltre per raggiungere la porta. Mi avvicinai a Mariam, la sua espressione era piena di amore e complicità. “Leo, mi lasci cinque minuti sola con mio marito, per favore? Non lo vedo da un po’ di giorni…” “Ma certo, Jasmine, vado a fumarmi una cicca qua fuori, ma mi raccomando, non più di cinque minuti, stasera questi girano l’Annunciazione, non abbiamo molto tempo per perfezionare il tutto, insomma per trasformarti in una racchia come una a caso delle loro figlie!” “Grazie, Leo, sei un amico”. Leo mi guardò con la sua bella faccia larga e rosa, mi fece qualche complimento di circostanza sulla fortuna che avevo ad avere una ragazza così eccetera eccetera, e poi finalmente si levò dai piedi. Appena la porta venne accostata, Mariam girò a 180 gradi sulla sedia, si tirò indietro fino a far sbattere lo schienale contro il ripiano ingombro di cosmetici, e mi si aggrappò al collo abbracciandomi anche il bacino con le gambe nervose ed incrociando i piccoli piedi scuri dietro la mia schiena. Mi baciò con entusiamo sulla bocca e poi nascondendo il viso nell’incavo tra spalla e collo, mi disse qualcosa di carino. “Questi cinque giorni lontano da te… sono stati terribili…” “Me lo immagino, specie in mezzo a questa banda di pazzoidi esaltati…” “Shhh! Di questo non voglio parlare qui.” “Capisco” mentii, “e il lavoro come sta andando?” “Per il momento abbiamo lavorato molto sulle storyboard di Pazzaglia, stasera c’è la prima prova importante, ho una strizza addosso, questi si aspettano grandi cose… Hai sentito che cosa hanno in mente?” “Sì, ho sentito, beh, basta che pensi a quelle poveracce delle tue cugine – loro sembrano rassegnate a servire i loro fratelli e a farsi piazzare da loro con il primo tizio barbuto che avranno la bontà di destinare loro… E’ questo il modello di femmina che ha in mente quel soggetto che sproloquiava poco fa.” Leo bussò alla porta: il nostro tempo insieme, per il momento, era terminato. “Mariam, allora vado. Posso fare un giro per il set prima che cominciate le riprese?” “Vai tranquillo, guarda, ti ho procurato un passi che ti permette di ficcare il naso dappertutto senza problemi.” disse Leo. “A che ora girate?” “Verso le undici, c’è un po’ da aspettare…”. Uscii dalla roulotte nel caldo ancora infernale.

Fine quarta parte

Mariam (tre)

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Ne avevo bisogno. Ogni cellula del mio corpo con la sua piccola vocina reclamava la molecola magica. La vocina era sottile, ma le cellule numerose assai, per cui ne veniva fuori una protesta poderosa come quella elevata da un miliardo di voci bianche. Il sudore mi si stava ghiacciando sulla fronte e sulle tempie, mentre ai miei nervi indebitati appariva inspiegabilmente violaceo il paesaggio lunare che scorreva al di là dei finestrini mentre l’astronave papale schizzava come un proiettile attraverso quel Nevada italiano senza curarsi dei limiti di velocità. Mi irritavano le effigi papali che decoravano le finiture in radica e pelle del SUV, e cominciavo ad avere un po’ paura del ceffo abbronzato al volante, circondato dal suo alone di acqua di colonia agli agrumi e spezie.

Mentre tentavo di riflettere in modo improduttivo ed ozioso sull’imbarazzante dipendenza di cui ero evidentemente vittima giocherellai con un tasto: con un piccolo blip lo schienale del sedile anteriore destro si accese, rivelando il display a cristalli liquidi che aveva incastonato al suo interno. Sullo schermo apparve il Papa in persona, ripreso con le sue belle scarpette rosse in uno stucchevole ralenti. Un vero e proprio spot sul Papato, in cui si poteva ammirare il Teodoro IV stringere le mani di decine di capi di stato di tutti i paesi del mondo. Mentre Doland continuava a martellarmi i coglioni con le sue “Lacrimae”, una voce maschile che avevo già sentito al cinema declamava in maniera calda e suadente, una serie di claim: “un leader mondiale”, “la forza di Cristo non conosce confini”. E poi il papa che baciava una quota paritetica di bambini benestanti e poveri, il papa in visita agli ammalati confinati in una corsia d’ospedale; e per finire, il grande classico, il papa che lava i piedacci zozzi e ritorti di un gruppo di barboni compunti.

Era la mia immaginazione, o uno di quei vecchiotti malridotti stava atteggiando il volto consunto ad un ghigno bukowskiano assai poco consono al protocollo previsto per quella pagliacciata? “Please allow me to introduce myself / I’m a man of wealth and taste”… ma no, era sempre il castrato che sospirava il suo dolore dalle casse dello stereo. Il famoso doppiatore continuava a scandire vellutato: “il grande papa vicino ai più piccoli”, “la forza rivoluzionaria della serenità” eccetera. Non potevo più aspettare: un drogato non può aspettare. Un drogato se ne fotte delle convenzioni sociali, che pretendono non che uno si droghi, appunto, ma che si droghi al chiuso della propria stanza e ad ore in cui lo sballo non interferisca con le attività produttive prescritte dal patto sociale del cazzo.

Il tizio al volante mi teneva d’occhio -o era la mia immaginazione? – come pure sembravano tenermi sotto tiro gli occhi della faccia melliflua del capo dei preti che si pavoneggiava sul video con la sua espressione da primo della classe modesto. Un drogato ha sempre un piano “b”, per drogarsi, e il piano era questo: uno, buttare a terra la scatolina portapillole, due, simulare la perdita di una lente a contatto, tre, chinarsi verso il pavimento del SUV e spararsi una pasticca: sarei diventato quasi istantaneamente affabile e tollerante mentre la chimica avrebbe fatto di me un ottimo conversatore per le successive tre, quattro ore. Se ci fosse stato sesso, sarebbe stato come accarezzare Venere in persona. Eseguii la manovra con grande abilità: non so se il gorilla mi abbia visto o meno, solo dio sapeva dove guardavano i suoi occhi rivestiti da occhiali a goccia neri. Quando mi vide tramestare sul divano posteriore, comunque, mi chiese se avessi bisogno di qualcosa. “Ho perso una lentina”, mi sentii affermare, liberando l’altro occhio dall’inesistente seconda lente a contatto. Inforcai poi un paio di occhiali da vista, esibendo sullo specchietto retrovisore un sorriso di innocenza verginale.

Non avevo finito di risolvere il problema legato alla mia dipendenza che dovevo fronteggiare quello di un possibile soffocamento, causato dalla combinazione di scarsa salivazione e consistenza farinosa del rimedio chimico appena ignollato. Presi dal minibar nascosto nel bracciolo centrale una bottiglietta di acqua naturale, la aprii con un gesto disperato, e ne bevvi metà a canna. “Un papa amico della gente”, “un papa per un solo mondo, non tre”, “il papa che crede nelle donne”, continuava il video, ma ora tra la sgradevole realtà e il mio io avevo piazzato la barriera della droga. Un’euforia irrefrenabile e una strana sensazione di amore per i rivestimenti in pelle della macchina, che avevo preso a carezzare sensualmente, trasformarono la mia rabbia immane in un piccolo prurito.

Quando arrivammo presso il set, il SUV fu costretto ad arrestarsi a causa della folla che si era radunata all’ingresso dell’accampamento dei cinematografari. Big Jim spense il motore e contattò dei colleghi con un walkie talkie. Si voltò verso di me, sfilandosi gli occhiali da sole, e mi disse: “Mi scusi signore, c’è un piccolo problema: questa gente è convinta che nella nostra macchina ci sia Oliver Stone, che, come forse sa, nel film farà la parte di Erode – vogliono tutti un autografo. Non è un po’ ironico, chiedere un autografo a un infanticida di massa?”, concluse con un sorriso fasullo. La forza della chimica, e non quella della ragione, che già sentivo insorgere su per il mio cardias, mi costrinse ad un imbarazzato silenzio, mentre vedevo ancora scorrere sul display le immagini di un altro infanticida di massa a piede libero e per giunta rivestito di porpora.

Giunsero alcuni giovanotti robusti con delle magliette nere con su scritto Staff (la T era una croce) che, a suon di robusti spintoni, allontanarono i curiosi consentendoci di guadagnare l’ingresso. Il vasto spazio aperto su cui era sorto il set era disseminato di camion bianchi e camper: operai, tecnici, comparse in abiti di scena vi si aggiravano per il set in un caos paradossale. Scesi dalla macchina e fui preso in consegna da una segretaria, tra le cui enormi mammelle scoperte si difendeva come poteva un minuscolo Cristo crocifisso d’oro. “Lei è il signor Rossi, il marito di Mariam, giusto?” “Sì”. Mi considerò velocemente, non riuscendo a nascondere completamente un lieve senso di ribrezzo, probabilmente motivato dal mio aspetto (barba lunga, capelli tenuti fermi da un elastico, abbigliamento non firmato). “Venga, l’accompagno alla roulotte di sua moglie”.

Fine terza parte

Mariam (Due)

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Annunciazioni

La telefonata del nostro amico Peppe giunse al termine di una serataccia: attendevamo rassegnati che la tensione elettrica accumulata nel nostro salotto come il fumo delle canne si incanalasse in uno scontro con cui avremmo liberato, l’uno contro l’altra, la nostra aggressività repressa. Stanchi, esasperati da non si sa quale risposta negativa, o dall’ennesimo voltafaccia di un ex amico, non avevamo voglia di niente. Scopare, neanche a parlarne. Così, quando il cordless squillò: “Vai tu… per favore?”, sibilai, limando appena il mio tono, inequivocabilmente recriminatorio. Mariam, seccata, tirò su il ricevitore e disse pronto con uno dei toni meno incoraggianti che avessi mai sentito in vita mia (cinema compeso). Le cose cambiarono velocemente man mano che Peppe andava sciorinando nell’orecchio di Mariam le ragioni di quella strana chiamata a tarda ora: “Sì, me lo ricordo, quell’imbec…”, (“…”), “Eh? Non può essere vero! Peppe, io… beh, guarda non so cosa dire. Ma a loro, glielo hai detto?”, (“…”), “Ma sì, per loro sarà un problema, tu quella gente la conosci, no?”, (“…”), “Ah, ci avevi pensato già, ho capito, ma che gli hai raccontato?”. Mi ero avvicinato, e cercavo di carpire qualche brandello di quella misteriosa conversazione: uno, la notizia era fondamentalmente buona, e, due, c’erano dei “però” da vagliare (come se gente come noi potesse permettersi di fare la difficile).

Mariam si era animata, ora, le guance avevano ripreso un po’ di colore, e la bocca era curva in un sorriso, mentre gli occhi mi guardavano senza vedermi. Non c’era più traccia della faccia da cane bastonato di pochi minuti prima, gli zigomi si erano arrotondati per qualche benevola contrazione nella muscolatura facciale, perfino le occhiaie apparivano meno nette. “Pare stiano cercando una ragazza minuta con caratteristiche somatiche mediorientali per la parte della Madonna nel serial che il Vaticano sta mettendo su con i soldi dei Cristiani d’America – Peppe ha fatto il mio nome. Solo che…” “Solo che il fatto che la tua famiglia non sia cristiana non piace più di tanto, giusto?” “Per non parlare del fatto che non siamo sposati. Peppe magari racconta qualche ‘calla’, tarocca un certificato di matrimonio americano, ci metteremo delle fedi al dito, io dico che ho abiurato l’Islam – tutte cose che possiamo fare…” “Te la senti, Mariam? No, dico, non per l’abiura in sé, ma per la violenza di questa cosa?” “Mi chiedi se me la sento? Ho finalmente la possibilità di avere un ruolo di rilievo, magari è la volta che ce la facciamo ad uscire da questo buco, a starcene un po’ tranquilli, andare al cinema… un viaggetto ogni tanto, e tu, tu mi domandi se me la sento?”. Ero contento: il suo orgoglio in più di un’occasione si era rivelato uno strumento di autolesionismo. C’era da aspettarsi che, in quest’occasione, le suggerisse, per dire, di non piegarsi agli odiati bigotti cristiani per questioni di opportunità tattica. Apprezzai il suo senso pratico, incassai il mio assegno di speranza, e mi coricai con Mariam addormentandomi quasi all’istante, cullato dalla promessa invero poco ragionevole di un benessere a tasso zero.

Craco

Fu così che Mariam venne scelta per la parte della Vergine nel serial; le riprese si svolsero in una zona rurale del sud Italia che per desolazione e povertà non aveva nulla da invidiare a quelle della Palestina vera. In quei giorni ero impegnato a tempo pieno nella correzione di bozze di una sgrammaticatissima biografia di San Teofrasto, oltretutto talmente malscritta da risultare in molti punti del tutto incomprensibile – anche questa sponsorizzata da una allegra combriccola di cristiani dalla spranga facile. Riuscii a raggiungere Mariam solamente dopo che le riprese erano cominciate da cinque giorni. Presi il treno per poracci nell’afrore insensato di un venerdì pomeriggio di agosto e, dopo sei sferraglianti, interminabili ore, arrivai a Matera. Sbarcai dalla carcassa, gli abiti impregnati dell’odore ferroso dello scompartimento, il cuore pieno di ansia e desiderio; il sistema neurovegetativo sull’orlo di una crisi di astinenza da sostanze e farmaci. La stazione era desolata, evidentemente era ora di cena; uno sguardo al termometro mi informò che, alle otto e mezzo di sera, la temperatura superava allegramente i 35 gradi. Fermai un ferroviere e gli chiesi se sapeva come avrei potuto raggiungere Craco, dove sorgeva il set di “Casta sposa, madre di Dio”. “A quest’ora è impossibile arrivarci, ma molta gente la sera ci va a curiosare o a caccia di autografi. Guardi, le consiglio di mettersi all’imboccatura della provinciale e fare l’autostop.”

Grondavo di sudore sul bordo della strada dove i rari veicoli mi sfrecciavano a pochi centimetri di distanza come se fossi invisibile. Provai ancora a cercare Mariam sul telefonino: inutile, non avevo più credito. Qualche minuti dopo fu Mariam a chiamarei: “Dove sei?”, “Sulla provinciale a fare l’autostop…”, “Aspetta un attimo…(interruzione, vociare indistinto)”, “Guarda, una macchina della produzione sta venendo a prenderti. [pausa] Abbi… fede” chiosò Mariam con una risatina sciocca. Qualche minuto più tardi, come annunciato dalla mia compagna, comparve all’orizzonte un SUV scuro Mercedes. L’autista mi aveva avvistato, lampeggiò, accostò ed eseguì un’inversione di marcia di grande eleganza per arrestarsi con precisione millimetrica davanti a me, o meglio al mio corpo bisognoso di cure. Sul vetro scuro della portiera posteriore destra mi comparve il riflesso del mio muso derelitto, sudato, stupito. All’altezza dei due passaruota anteriori si levavano due piccoli pennoni a cui erano appese altrettante bandierine rigide giallo-bianche con l’effigie della tiara papale stampigliata in oro al centro. L’autista scese, scivolò dal mio lato, mi salutò con un eloquente toccatina sul suo ridicolo berretto scuro con la visiera (pensavo che simili personaggi esistessero solo nei film USA), si impossessò della mia sacca lurida, e aprì la porta. Rimase immobile, mano sulla maniglia, finché non mi fui issato a bordo, mi sigillò dentro la macchina, caricò il bagaglio nel vano posteriore e rimontò. Nell’abitacolo la crisi incipiente peggiorò subito, forse a causa dell’aria condizionata gelida e secca, della musica per castrati cinquecenteschi diffusa dalla foresta di casse dell’hi-fi, dell’odore di cuoio della tappezzeria. Cominciavo ad averne bisogno, sul serio.

Fine Seconda Parte

Mariam (uno)

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Intro

Gli ascolti eccezionali della serie televisiva “Casta sposa, madre del Signore”  fecero la fortuna di molte persone: il produttore Ponzio Maria Franco, per dire, oltre a rimpinguare il suo già cospicuo patrimonio, ottenne l”ambita nomina a Cameriere Speciale del Papa. Il denaro e l”appoggio sempre più evidente delle gerarchie ecclesiastiche consentirono alla sua associazione “Cristo in Armi” di fare il passo decisivo: da accolita di bigotti marinati nella retorica tradizionalista cattolica in vera e propria banda armata. La televisione di Stato, con i diritti sulla serie e sul merchandising riuscì ad acquistare, soffiandole sotto il naso al Consorzio Multimediale Islamico, le due reti private (“Sole” e “Troika”) che erano state escluse dal banchetto della raccolta pubblicitaria e condannate all’agonia finanziaria a causa del loro orientamento dichiaratamente laico. Un fondo di un critico autodefinitosi liberale sul Corriere definì la loro programmazione “non coerente con i valori tradizionali e condivisi del Paese”. La Lorenzetti S.r.l., poi, che fino ad allora campicchiava con giocattoli di seconda scelta fatti costruire dai bambini in Estremo Oriente, triplicò in sei mesi il suo fatturato quando, grazie ad un amico in Vaticano, si accaparrò la commessa in esclusiva per la produzione e di audiovisivi, giochi e accessori collegati alla serie televisiva: pupazzetti in plastica della Madonna in momenti diversi della sua vita (da bambina, con e senza il pancione), dell”Angelo nell”atto dell”Annunciazione, miniature della Casa di Nazareth, kit della Crocifissione completi di tutti gli accessori, T-shirt (nero, porpora o bianco), screensaver, finte corone di spine, suonerie per cellulari, cofanetti DVD, giochi per tutte le console… Mariam, la mia ragazza, e per riflesso io, ci trovavamo nell’epicentro di quella benefica pioggia di  denaro: ingenuamente, pensammo che in fondo un po” di fortuna ce la meritavamo, e che non ci sarebbero state conseguenze negative. Ci sbagliavamo, ovviamente.

Amore

Conobbi Mariam all”università: il corpo esile rivestito in un eskimo, la kefiah al collo, comparve nel cortile dell”università in un freddo mattino di novembre. Da una sound machine risuonava “Bigmouth Strikes Again”, mentre il viso senza trucco spiccava come un errore d”ortografia nel caos del quarto d”ora accademico. Mariam parlava con una sua amica, ogni tanto si voltava a guardarmi: era un modo per esprimere interesse o invece per protestare contro i miei sguardi la cui insistenza cominciava effettivamente a divenire imbarazzante, se non molesta? Quando, in aula, si sfilò il giaccone, apparve un pullover rosso su una maglietta di un bianco immacolato. Piccoli seni nervosi spuntavano dal busto esile, ossuto, sodo; il suo viso, armonioso a dispetto della lieve curva del naso non proprio piccolo e del mento deciso, il mio desiderio: era poco più di una scintilla, e già mi faceva fare pasticci con le mani e con le parole. Ciò che ci stava accadendo era chiaro, semplice, amavo la naturalezza con cui si stendeva davanti a noi, al pari di un”apodosi inevitabile. Desiderio: nessuna parola aveva tradito la sue esistenza, nessun pensiero lo aveva riconosciuto, nessun sogno lo aveva privato delle catene: eppure era lì, con noi, tra noi, come un ospite imbucato insospettabilmente simpatico. Il bus era affollato, presi posto e Mariam sedette sulle mie gambe – era così leggera. Ora, i nostri volti erano vicini come non mai, lei ascoltava le parole vagamente folli che gli ormoni suggerivano alle mie labbra: un bacio lieve al sapore di menta inaugurò felicemente la fase del contatto fisico.

Difficile mantenersi facendo lo scrittore, soprattutto se sei uno come me: una specie di cuoco megalomane cui manchi invariabilmente l’ingrediente principale delle sue favolose ricette – il talento. Vivevamo il calvario che la città riserva a chi osa manifestare inclinazioni “artistiche” pur non essendo affiliato ad una “conventicola” religiosa o politica. Languivamo entrambi, Mariam ed io, nel limbo degli studi post universitari, facendo del nostro meglio per mantenerci con traduzioni, ripetizioni e collaborazioni anonime a giornaletti underground che nessuno leggeva. Nonostante tutto, Mariam non aveva del tutto abbandonato il suo sogno di recitare; quando tutto cominciò, il suo ruolo più interessante era quello di assorbente interno femminile per un deplorevole spot televisivo. Nel filmato, la rappresentazione vivente dell’umile oggetto, ora indissolubilmente associato al volto e alla voce della mia ragazza, dapprima appariva imbarazzato e perfino impaurito dal suo compito nonché dalle responsabilità che esso comportava. Andava via via sciogliendosi, per dimostrare, dopo il sedicesimo secondo di filmato, un carattere aperto, perfino spregiudicato.

Quanto a me, grazie ad una raccomandazione, ero riuscito ad ottenere una collaborazione alla stesura della sceneggiatura di un film erotico in costume ambientato nell’Italia del Medioevo. Mal pagato e nei fatti “illegale” grazie alla legge Cavazzuti, il “lavoro” risultava inoltre parecchio umiliante: a prescindere dal valore artistico dell””opera” (un filmino pornografico), ero continuamente insolentito dal regista Chan Hu, un cinese che parlava un italiano sgrammaticato con forte cadenza toscana. Chan non mi risparmiava aspre critiche sul modo a suo dire sciatto con cui avevo caratterizzato la “sua” protagonista, la crudele regina Spermingorda, a suo dire ridotta dal mio trattamento in un personaggio “piatto, schematico, se non convenzionale, diobbono”.

Anche se il lavoro era una maledizione, c’era Mariam, c’era il nostro amore. Alla fine delle nostre stancanti giornate, era bello ritrovarsi a cena. Quando arrivavo a casa, verso le sette, l’odore del cibo speziato di Mariam aveva solitamente già invaso la tromba delle scale. Mi divertivo ad immaginare il colore dell”orgasmo che mi avrebbe mandato in tilt il cervello di lì a qualche ora (o minuto, se avevo fortuna). Quando rinvenivo, più tardi, la mia pelle sudata sulla pelle sudata di Mariam, cercavo con gli occhi la porta della nostra camera da letto: mi piaceva pensare che fosse una specie di trincea: nessuno (persona, cosa, pensiero, umiliazione) poteva pensare di varcarla senza farsi impallinare dai nostri cecchini. Illuso.

Fine Prima Parte

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