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Non importa l’esito del referendum, Renzi potrebbe vincere in ogni caso.

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Una volta alla settimana succede che si finisce a parlare di riforma costituzionale e del referendum annesso. Vuoi perche’ e’ uno dei punti politici piu’ importanti degli ultimi due anni, vuoi perche’ i referendum costituzionali, di portata certamente maggiore rispetto alla maggior parte di quelli abrogativi, sono stati un evento piuttosto raro nella vita della Repubblica. Ma soprattutto, perche’ al suo esito sono state collegate le sorti di questo governo ed in particolare di Matteo Renzi.

Gli ultimi referendum non hanno portato a cambiamenti politici delineati. Quello sulle trivelle per esempio non ha avuto impatti diretti sul governo. Quello sull’acqua pubblica nemmeno, salvo darci i primi segnali dell’arrivo dei 5 stelle. Questo soprattutto perche’ in questi tipi di consultazioni il coinvolgimento delle forze politiche tradizionali e’ sempre piuttosto bassa se c’e’ incertezza, se c’e’ poco da guadagnare o se e’ alta la probabilita’ di essere sconfitti: per esempio il centrodestra non fece di fatto nulla per salvare il Decreto Ronchi, ed onestamente ben pochi hanno idea di chi abbia approvato la legge sulle estrazioni in mare.

Questa volta invece Renzi ha voluto incentrare su di se’ il voto e le opposizioni hanno benedetto questa scelta perche’ ha spostato il dibattito dai temi difficili e noiosi di un testo costituzionale a quelli piu’ vicini al Bar Sport.

Eppure la personalizzazione, per quanto forse controproducente per il PD e per quanto frutto di meri calcoli opportunistici, non e’ stata una scelta sbagliata come molti dicono. Probabilmente Renzi non l’ha fatto apposta, ma di fatto sta rispettando quanto indicato da Napolitano nei giorni caotici nella primavera 2013, quando a seguito delle elezioni non si riusciva a trovare ne’ un governo ne’ un nuovo Presidente della Repubblica. Vi ricordate cosa disse Re Giorgio, nel discorso di apertura del suo secondo mandato? Disse: Imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale del 2005. Ancora pochi giorni fa, il Presidente Gallo ha dovuto ricordare come sia rimasta ignorata la raccomandazione della Corte Costituzionale a rivedere in particolare la norma relativa all’attribuzione di un premio di maggioranza senza che sia raggiunta una soglia minima di voti o di seggi. […] Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario.

E’ evidente quindi che qualunque governo sarebbe uscito dalle consultazioni avrebbe dovuto avere nelle priorita’ la legge elettorale e la ristrutturazione delle Camere.

E’ cio’ che e’ avvenuto: un governo di larghe intese (Forza Italia inclusa) ha prodotto l’Italicum e la Riforma Renzi-Boschi. E’ quindi giusto che un’eventuale bocciatura si tramuti in una sconfitta drastica dell’esecutivo, con le relative dimissioni. Per questo Renzi sta facendo di tutto per vincere, comprese promesse ahime’ al limite della cialtroneria quali il “ciao ciao Equitalia”, che ricordano terribilmente le panzane di Berlusconi.

Eppure una strategia piuttosto affascinante esiste, e si rifa’ al discorso di Napolitano. Il governo potrebbe infatti promettere le dimissioni anche in caso di vittoria. Se a questo governo – anzi, se a questa legislatura – e’ stato affidato il compito di portare a casa tali riforme, e’ bene che termini la sua vita sia con una vittoria dei SI che con quella dei NO. Con un annuncio di questo tipo le opposizioni, sia partitiche che gentiste, si troverebbero spiazzate e costrette a parlare esclusivamente della riforma e della difficolta’ di giustificare punti tecnici votate anche da loro.

Un’osservazione finale. L’eventuale sconfitta potrebbe non significare affatto la fine politica di Renzi. Immaginiamo che i NO vincano per il 60%. In una sfida cosi’ altamente personalizzata, vorrebbe dire che i favorevoli a Renzi sono il 40%, tutti compatti. Gli sfavorevoli, invece, sono dispersi in un 60% dato dalla somma di forze di sinistra, di destra, e antisistemiche. Quando nel 2006 ci fu un referendum molto simile e anch’esso piuttosto personalizzato, il governo Berlusconi perse 40 a 60. Lo stesso anno ci furono le elezioni e vinse Prodi e la sua disomogenea ammucchiata, ma con margini risicatissimi. E dopo appena due anni Palazzo Chigi era di nuovo in mano al biscione.

 

Tutta la figa del presidente

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Sulla soglia degli ottanta, succede che il cuore inizi a fare strani scherzi. Succede che, affaticato da una vita in cui ha svolto il proprio lavoro senza risparmiarsi – ed è proprio questo il caso – cominci a perdere colpi. Succede che qualcuno debba intervenire per effettuare un ricambio, mettere una toppa al pit-stop per garantire all’organo un po’ di autonomia in più. Succede che, per fortuna, nonostante la gravità e l’età avanzata l’operazione riesce a meraviglia e, nel giro di qualche ora, riapri gli occhi. Fin qui nessuna mano dal cielo: tanta professionalità, una discreta forza d’animo e un po’ di sano culo. Il miracolo arriva quando, tra le prime parole dopo il risveglio, non ci sono né gemiti, né lamenti, né domande: ci sono battute e apprezzamenti all’infermiera. Trenta secondi dopo aver ripreso coscienza, stando alle ricostruzioni. È quel momento in cui a parlare è il subconscio.

Berlusconi è un uomo che ha sacrificato tutto se stesso per la figa. Inutile girarci intorno: la patata, la topa, la patonza, la sgnacchera, senza sembrare il Benigni degli anni ’80, quella cosa là. Lui, certo, è stato un imprenditore fenomenale, un uomo politico di straordinario successo, un marito e un padre più volte, ma quello e soltanto quello è l’altare su cui ha immolato tutto se stesso. Ha messo a rischio ogni cosa: soldi, potere, reputazione, dignità e finanche la libertà, “solo” per un po’ di pelo. E non fraintendete, questa è una constatazione carica di ammirazione genuina, di incantato fascino – lo stesso fascino, forse, che lui prova per la gnocca: qualcosa di disilluso e assoluto, un puro distillato di vita. È l’ancoraggio all’umanità debole dell’uomo forte. Qualcosa di vero e bellissimo.

Come tutte le passioni autentiche, anche quella di Berlusconi non può prescindere dalla generosità nella condivisione: “la patonza deve girare” rimane un imperativo categorico, un vessillo programmatico che suona come un inno al godimento universale. In una scena pubblica che è un susseguirsi di vessazioni auto inflitte e di mesti piagnistei, la verace passionalità berlusconiana è ancora, ed è questo l’incredibile, una boccata d’aria fresca. Pensate che, perfino nel momento in cui la morte non è mai stata così vicina, il primo pensiero è stata alla ridanciana bellezza di una battutaccia disimpegnata.

Dopotutto, lo spirito cameratesco – che quanti amano la propria voce sopra ogni altra cosa definiscono “volgare” – con cui Berlusconi si è dedicato al pelo è qualcosa che ha permeato, nel bene e nel male tutta la sua vita: le barzellette, le uscite pubbliche (memorabile il “ma lei viene? E quante volte?), le notti private, le feste del bunga bunga, le Nicole Minetti, e le Michelle Obama, le prime mogli e poi le seconde, le mantenute, le ricattanti, le nipoti di Mubarak, le infermiere, le mille comparse di una vita che suona come un’eterna festa in bikini. Ma piena di risultati. Non è una cosa per tutti, certo, campare così: e chi non se la sente farebbe bene a vivere come pare a lui, provando a sfuggire al fascino perverso, quello sì, dei giudizi.

Insomma, Berlusconi è il profeta della verità banale che le donne sono qualcosa di meraviglioso e pericolosissimo. Lasciate stare la mercificazione, la reificazione, il rispetto chiesto e dovuto: è solo un gioco di leggerezza – rispetto a una vita che certo leggera non è stata. Rimane la coerenza magnifica della dedizione spassionata, qualche olgettina più ricca, qualche ospite più felice, ma certamente rimaniamo noi più divertiti e appassionati, forse più morbosamente di lui, da tutto questo.

 

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Il contrappasso triste di Roberto Benigni

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Sic transit gloria mundi: anche Roberto Benigni – profeta della sinistra al caviale, colta, illuminata, dotta, la sinistra delle grandi ma piccole cose, dei salotti che si ripetono di non scordarsi degli ultimi, della commiserazione per la deriva morale™ del Paese, è diventato un nemico. Nell’arco di una dichiarazione, da essere la Stella Polare della “resistenza” che il suo humus culturale pensa di vivere e combattere quotidianamente tra un insulto e un’Amaca di Serra, Benigni è stato subissato di offese, insinuazioni e accuse da quell’autoproclamata élite che fino a poco fa lo acclamava sua guida. Ha smesso di alimentare, anche solo per un attimo, la convinzione del suo popolo di essere quello eletto, custode una missione di redenzione e salvataggio del Paese dai propri beceri concittadini. Non sopravviverebbero a tanto, ne sono assuefatti da decine di anni di continua propaganda.

Questa storia – al netto della sgradevole conferma di ciò che già, con preoccupazione, sapevamo – ha il sapore del contrappasso. Per rimanere in tema referendum, lui e altri come lui hanno pasciuto la retorica soffocante della Costituzione intoccabile, inviolabile, perfettissima. Benigni è stato (anzi: è ancora) uno dei ministri che dettano le linee guida di etica ed estetica pubblica: un passo dentro la morale, guardando dentro le mutande di Berlusconi e magnificando le opere di procure e procurette in costante ricerca di un colpevole fino a prova contraria; e un passo dentro l’estetica, tra la stucchevole retorica dell’amore e della poesia, le letture popolari di Dante al popolino che si è scordato da dove veniamo, e “la più bella del mondo”. E adesso, tra un insulto e l’altro dicono che l’ha tradita, la più bella del mondo. Hanno ragione. Il tradimento si è consumato verso quello schema di pensiero che separa la realtà in noi, giusti, e loro, abbietti – ignoranti o in malafede. Se non sei con noi, sei con loro, caro Roberto. Ce lo hai insegnato tu.

Quando c’era lui, ovvero una raccolta completa delle barzellette di Silvio

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La verità è che, sotto sotto, ci manca. Terribilmente. E quindi per affievolire questa nostalgia canaglia, ecco una carrellata di momenti meravigliosi che ha donato al dibattito pubblico come solo lui sapeva fare.

 

La metabarzelletta: quella su Berlusconi

Quella di Carletto e la Contessina

Quella su Rosy Bindi, con bestemmione

Quella su Hitler

Quella sugli ebrei

Quella dell’agricoltore e la mela

Quella sui carabinieri e i comunisti

Quella del Commendator Bestetti che va al night, e la moglie

Quella del grande amatore

Quella del cinese che vuole la cittadinanza

L’altra metabarzelletta: Silvio in paradiso e la sua capacità manageriale

Quella su Nicolino, in napoletano

Quella sui carabinieri e il pinguino

Quella sui vampiri

La terza metabarzelletta: quella di Berlusconi e il contadino

Comunisti senza comunismo?

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L’esplosione di Podemos, la costante minaccia dei grillini, e ora pure i nuovi alleati di Forza Italia (tra cui Salvini, che giusto ieri suggeriva a Renzi di andare a imparare il buongoverno in Russia). Tira un vento brutto. È il caso di ripartire dai fondamentali.

I migliori lasciano Berlusconi… e si portano Coelho

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La nascita di una nuova casa editoriale è sempre una buona notizia. Questo è anche il caso della Nave di Teseo, progetto di Elisabetta Sgarbi e di una pattuglia di autori che include Umberto Eco, Nesi, Furio Colombo e varia umanità.

Vorrei peró spendere due parole sul clima in cui parte l’avventura dei transfughi della fusione Mondadori-Rizzoli. Sarà colpa della stampa e in particolare di certi giornalisti, che continuano a perpetuare il vizietto della superiorità antropologica (loro) verso “gli altri”, quelli del Paese Reale, quintessenzialmente rappresentati dalla famiglia Berlusconi. Come al solito, il piú abile a rappresentare questa visione è Michele Serra. Ecco qui la sua Amaca:

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Ci sono varie cose che, come si è già detto, non “suonano” bene: il fatto che tratti l’intiera famiglia Berlusconi come parvenu, termine orribile che denota il classismo ingiustificato di chi ha l’unico merito di non aver mai svolto un lavoro “pratico”, il fatto che pensi che Marina sia una manager stupida quando invece è una con due palle così e Mondadori va da dio, in un periodo in cui per l’editoria e la produzione culturale in generale non è che si scoppi di salute, e cosí via.

Chi, poi, abbia stabilito che si debba dare per scontato che il signor Berlusconi Silvio, nel suo privato, non debba godere del bello, includendo con ció anche la lettura, non si è capito. Mi capita di dissentire con varie persone, ma non per questo devo negare loro l’umanità, e quindi la capacità di apprezzare ciò che un animo sensibile può cogliere. Fin qui i problemini, diciamo, che vengono dalla formazione comunista di Serra, incapace di separare il privato dal pubblico, l’avversario dal nemico, il diverso dall’inferiore antropologicamente.

Poi c’è Umberto Eco, che comunista non è mai stato, ma a Berlusconi diceva che dopo una certa ora, lui, sottintendendo lui e tutta la gente perbene, “legge Kant”. Perchè, ça va sans dire, se uno paga delle donne per il sesso non può capire la Critica della Ragion Pura. In fondo, anche i grandi intellettuali possono rivelare vizi piccoloborghesi. Cosa dice Umberto Eco di questa avventura? Prendiamo la recente intervista a Repubblica:

Elisabetta (Sgarbi) ha spiegato a Marina che cosa significa “l’appiattimento dell’identità per un editore” e perché “i libri dei grandi autori raramente sono usciti da imprese gigantesche e perché i movimenti letterari più importanti della storia sono stati sostenuti e sviluppati da piccole realtà editoriali…” . Dice Eco: “Qualsiasi cosa avesse detto, Marina non avrebbe capito”.

Non-avrebbe-capito. Perchè, signora mia, Marina Berlusconi non è mica Franca Sellerio, non è certamente una donna di lettere, non è una di noi. È una che parla di “azienda” – perchè una casa editrice, si sa, non è una azienda.

Eppure non vorrei essere cosí severo con Umberto Eco. Ho letto tre dei suoi romanzi: Il Pendolo di Foucault, che mi appassionó parecchio a 17 anni. Oggi troverei tutto quello sfoggio di erudizione un poco stucchevole, ma credo mi piacerebbe ancora se lo scoprissi da zero. Il nome della rosa, che lessi subito dopo e consolidó il mio apprezzamento per Eco, e poi anni dopo anche (chissà perchè) la misteriosa fiamma della regina Loana, un romanzo cosí cosí, in cui emergono tratti autobiografici e piú superficialmente autocompiaciuti dell’uomo. Tra le altre cose, la sua passione per il whisky. Ora, questa passione è universalmente documentata, ed è una passione che apprezzo e condivido. Fui perció colto da grande sorpresa e curiosità quando, trovandomi in un alimentari del centro di Milano qualche anno fa, vidi entrare proprio Umberto Eco. Vediamo che bottiglia chiede, pensai, visto che chiedeva il whisky. Ed ecco una bottiglia di J&B. Che non è malaccio, peró insomma, neanche una cosa così da intenditori. Mi ricordava, sopratutto, i film di gangster italiani degli anni ’70 – in Milano Calibro Nove il J&B era onnipresente.

Quel giorno sono uscito dall’alimentari fischiettando il motivetto dell’inizio di Milano Calibro Nove, e pensando che uno può essere Umberto Eco, darsi grandi arie di intenditore di whisky, e poi comprare un umanissimo, normalissimo J&B. Ci ripenso oggi, quando vedo con che toni Eco e i suoi compagni di viaggio parlano del loro nuovo progetto editoriale, disprezzando la casa editrice che abbandonano come un gourmet snob parlerebbe di una bottiglia mainstream.

Attenzione – non c’è mica niente di male a comprare un whisky che, peraltro, ha un ottimo rapporto qualità/prezzo.   Solo che, alla fine, il catalogo della Nave di Teseo includerà anche Sandro Veronesi e Paolo Coelho. A dimostrazione che, nell’editoria come nella vita, capita di dire che si beve un ottimo whisky per leggere Kant la sera, ma alla fine si è pur sempre umani, attenti al portafogli e desiderosi di cose semplici, e si torna a comprare il buon vecchio J&B. E la diversità antropologica, se dovesse andar male, si potrà sempre tirare fuori per dire che gli italiani “non ci hanno capiti“.

Suggerimenti per Italia Liberale con Francesca Pascale leader

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Italia Liberale con  Francesca Pascale leader verrà softly announced questa sera da Fabio Fazio. E’ la nuova grande intuizione dada-avanguardistica di Silvio Berlusconi. Finalmente nasce una forza massificata, un post partito massa  che ribalta il banco e diventa contenuto di flusso sessuale sano e liberato, conquista ed affermazione del proprio corpo, in contrapposizione al flusso danneggiato dai complessi cattosinistri del Partito democratico.

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Il Pd purtroppo oramai è divenuto uno strumento parassitario di potere, degenerazione terminale di una deleteria non intuizione della classe dirigente  berlingueriana, ovvero il compromesso storico. 1)Il senso di insufficienza maggioritaria della dirigenza della sinistra, 2)questo dover divenire qualcos’altro da ciò che si era, o che l’altro dovesse diventare o essere diverso da ciò che era, incorporato come cruccio impossibile da risolvere, 3)vissuto come  dramma esistenziale che la leadership capiva ma che non riusciva a ribaltare, ha avuto come approdo il cadere nelle sabbie mobili di un compromesso storico 2.0. Il corpo partitico post comunista che, pare, viene fagocitato dai sornioni e lenti apparati digerenti democristiani.

Questo complesso che per sedurre non si era capaci o monchi, è stato poi aggravato da successivi traumi quali il dramma della Bolognina, l’ Occhetto che perde con il novizio Berlusconi, Prodi fatto cadere da Bertinotti, D’Alema che spreca l’occasione, Fassino pizzicato al telefono con la storia della banca, Veltroni che non ha la massificazione necessaria per vincere, Bersani che sbaglia il rigore a porta vuota. Per risolvere il dilemma, si inventano il modello interclassista, il partito nazione che rappresenta tutti i settori della società, che vuole nascondere la conflittualità, finendo di conseguenza col diventare essenzialmente uno strumento di potere parassitario e trasversale, animato da primarie che altro non sono che vere e proprie guerre tra bande voraci di potere e poltrone.

Il partito di massa è un’altra cosa. La connessione sentimentale del leader e/o del partito con un proprio popolo è un’altra roba.

Un pugnettaro inibito sicumeroso potrebbe dire: ma quindi secondo te Renzi non è un leader?

Renzi è un decisionista. Ottimo. Perfetto. Intelligente. Realista. Ma, appunto, un decisionista, non un leader. Certo, è logico per la sinistra che non è abituata ad averne, scambiare un decisionista per un leader. Ma così è. Renzi rimane pur sempre un Fioroni grillizzato. La contingenza attuale maschera questa essenza, ma ciò inevitabilmente verrà fuori.

Italia Liberale con la Pascale leader (requisito necessario ed inevitabile) dovrà attenersi a delle linee semplici e praticabilissime:

  • Essere, appunto, una forza liberale, laica fattualmente (e questo è possibile in quanto per ora tutto il vaticanesimo  è confluito nel renzismo), una forza dada-avanguardista dove, come Publitalia negli anni ottanta, confluirà, per esserne valorizzata e lasciata fare pienamente, la maggiorparte della  devianza geniale e trasversale esclusa dalla bacchettonaggine parassitaria del nuovo compromesso storico;
  • Il liberismo più spinto e sfrenato come pratica di giustizia sociale da utilizzare però non alla Renzi che va a colpire categorie protette ma deboli (pensionati, malati, professori, pubblici dipendenti di medio e basso livello), ma le fondazioni bancarie, l’alta burocrazia pubblica, il parassitismo di alto livello del parastatale e quello delle municipalizzate;
  • Il suo bersaglio non dovrà essere Renzi, ma chi crede in e vota  Renzi. Chi lo vota deve essere in qualche modo accusato e dipinto come uno che crede all’asino che vola e chi crede all’asino che vola deve essere riconsegnato nell’immaginario quotidiano come pericoloso per sè e per le persone che gli stanno accanto;
  • Evitare il confronto pubblico con esponenti democratici. Contro di loro lasciare i grillini o il reparto guerrigliero dell’estrema sinistra o, ancora più efficacemente, la realtà spiacevole che emerge sempre. Renzi fa le cose per poterle dire in tv. Fa, non importa cosa, perché contro l’interlocutore lui obietta che ha fatto, mentre prima non si era mai fatto e lo accusa, sempre in modalità difensiva di passivo aggressivo, di non aver fatto mai o di non voler fare. Paraculaggine comunicativa che fa imparare a memoria ai  burattini che manda nei talk show che mentre la ripetono a comando sollevano il mento di 45° verso l’alto e guardano  un punto fisso. Che poi, chi cazzo se li guarda i talk show.

E’ solo una mostra di fattismo fine a se stesso. Smentito poi ad esempio dai dati reali dell’economia e della disoccupazione.

Infatti qua viene il bello.

L’economia, nella sua procedura contemporanea, riparte in un solo modo e cioè quando in un dato territorio, cittadini e non cominciano a spendere soldi, a comprare merci e servizi. Più spendi e compri più si vende, più si vende più si produce, più produci più crei occupazione, più crei occupazione più si spende e si consuma. Un governo deve risolvere questo. Questo Parlamento ha incrementato questa tendenza? No.

Si pensi al dato dell’aumento (positivo certamente) dei contratti di lavoro a tempo indeterminato che però va di pari passo con l’aumento della disoccupazione. Mentre la disoccupazione aumenta si sbandiera in giro che aumentano i contratti a tempo indeterminato. E quindi?

Tutto fantastico, per un film di David Lynch.

Questo perchè Jobs Act e riforma art. 18 sono strumenti inutili contro la disoccupazione in quanto l’indice di protezione del lavoro, essendo un onere sulla distribuzione delle risorse lavorative, influenza i flussi di assunzioni e licenziamenti, ma non l’ammontare degli occupati e dei disoccupati.

Altro dato fantastico, ma sempre e solo per un film di David Lynch: il + 0,3% del Pil festeggiato come la cosa più importante mai successa all’umanità.

Un pò pochino se si pensa alle irripetibili circostanze favorevoli esterne (prezzo del greggio, deprezzamento del cambio dell’euro, crollo dei rendimenti obbligazionari) che sono alla base del sin qui modesto impulso espansivo di cui l’Eurozona sta oggi godendo, dopo anni di carestia.

Italia Liberale dovrà poi partire da una analisi cruda dell’attuale dinamica parlamentare:

  • Il governo non cadrà perché ancora i parlamentari non hanno maturato i tempi per prendere pensione e vitalizio. E’ questo il motivo per cui tutti i parlamentari eletti, espressione della segreteria bersanianana e dalemiani vari, sono divenuti tutti renziani ed antidalemiani. Bisogna martellare su questo argomento e cioè sulla svalutazione dei valori della sinistra subordinati ai vantaggi di carrierismo parassitario e personale dei suoi rappresentanti;
  • Il governo inoltre si regge grazie all’accordo trasversale con i verdiniani di Forza Italia che gli garantiscono soccorso sicuro nei momenti di criticità numerica. Bisognerà criminalizzare anche questo accordo come segno di svilimento della vita politica e democratica e additare agli elettori i protagonisti del patto;
  • Della mollezza e bonacceria della sinistra Dem inutile parlarne, anche se in prospettiva eroderà consensi e porterà la dirigenza democratica a dover accettare compromessi al ribasso che creeranno insofferenza e reazioni deleterie che acuiranno contraddizioni e la precarietà di molti accordi;
  • Insistere sulla malafede dei giornali che hanno fatto la morale a Bellluscone sulle vicende del cd. bunga bunga, mentre oggi si abbandonano ad una propaganda imbarazzante che viene utilizzata come strumento per leccare il culo al governo incensandolo all’esasperazione perché altrimenti hanno  paura che gli levino i finanziamenti pubblici.

Italia Liberale con Francesca Pascale leader dovrà anche tener presente l’attuale fase storica segnata dalle pressioni di forze che mirano a smantellare la democrazia, perché costa. Costava anche negli anni ’30, motivo per il quale le centrali finanziarie dell’epoca (che poi sono le attuali) plaudirono all’avvento di Hitler e Mussolini, salvo poi toglierseli di torno quando l’etica dell’austerità aveva avvitato il mondo in una spirale deflattiva che poteva essere risolta solo con una energica manovra keynesiana: la II Guerra Mondiale.

E quanto sia vero questo solo Silvio lo può sapere. Quanto abbia pagato l’amicizia con Putin e Gheddafi, con i quali era riuscito a chiudere accordi a vantaggio del proprio paese, o essersi rifiutato di accettare le direttive Bce che, giuste o meno poco importa, andavano ad alterare le procedure democratiche ed a subordinare il parlamento italiano a logiche esterne.

C’è un primo Renzi ed un secondo, quello attuale.

Renzi è parte e prodotto della Questione Privata che la sinistra ha con se stessa e con la classe dirigente che per anni l’ha guidata tradendola, deludendola e mentendole. Bersani ha votato il pareggio di bilancio in costituzione e andava dicendo che la Fornero era un esempio per i suoi figli, mentre lei fabbricava esodati a volontà, sofferenza fisica e psichica a delle persone già deboli. Per sfinimento e rabbia è logico che l’avvoltoio Renzi abbia avuto consenso nel vilipendiare il cadavere. Ma di quel popolo è un estraneo. E’ un killer capitato per caso e quindi ad un certo punto assoldato per far fuori quei padri che avevano chiesto fiducia e che hanno deluso. Ma non fa parte di quell’automatismo che per decenni ha portato consenso al Pds-Ds. Prendi la questione scuola. Quelli sono oramai voti persi. Ma sempre voti sono.

La faccenda scuola tra l’altro ci aiuta a capire che Renzi sia un decisionista e non un leader che ha rapporti sessualmente granitici con il popolo che dovrebbe rappresentare. Senza entrare nel merito della riforma, dei presidi e dell’invalsi, molti insegnanti se la prenderanno nel culo. Li si lascia in mezzo alla strada. Che ci può anche stare, per l’amor di dio. Ma per tutti questi, un leader di un partito di sinistra, come lui si definisce, con valori cristiani e solidaristici, una parola poteva pure spenderla. E’ quasi un’ovvietà. Se sei un liberale conservatore te ne puoi anche fregare, i tuoi stessi elettori lo comprenderebbero immediately. Ma lui per come si presenta e vuol presentare il suo partito, si contraddice, crea disaffezione che emergerà nel tempo. Un leader di sinistra dovrebbe sobbarcarsi quelli che rimangono fuori e fargli attraversare il deserto. Un leader con una prospettiva, va da quello messo in mezzo alla strada e gli dice che gli darà il reddito di cittadinanza che non sarà pagato con tagli alla pensione o alla sanità. E’ una questione tecnica. Se non lo fai, sei un’altra cosa. Magari stai facendo bene, ma sei nel posto sbagliato e questo presto o tardi lo paghi.

Il fattismo renziano è fine a se stesso. Deve dimostrare che fa perché gli altri prima non facevano. Lui fa, a differenza degli altri che non facevano. Questo fattismo sovrastrutturale si esaurirà per sovrabbondanza di rumore senza efficacia. Si finirà per non ascoltare più per saturazione dell’udito. L’immagine sarà quella di un robot che gira a vuoto da solo perché i bambini sono andati a giocare a pallone da tutt’altra parte. 

Renzi ha colpito i protetti. Giusto. Ma ha colpito una parte di protetti, i protetti deboli, che tra l’altro votavano Pds e Ds e primo Pd. I protetti forti, i privilegiati veri, gli alti parassiti, non li ha nemmeno sfiorati, anzi con questi si siede a tavola e stringe alleanze. Lo ha fatto perché ha ragionato così: questi qua anche se glielo metto in culo votano sempre per il partito come da decenni ormai, poi mi prendo pure i voti di confindustria, me la compro facendo tutte le leggi a loro favore, ed in più mi fotto i voti di Silvio che tra processi ed aziende deve volare basso sennò lo rovino.

Ha toccato fondazioni bancarie? No. Ha toccato gli sprechi dell’alta burocrazia e delle municipalizzate? No. Ha strigliato il mondo confindustriale che da decenni ottiene benefici e sconti e che in cambio non restituisce che le solite lamentele e pretende sempre di più senza dare niente in cambio se non la minaccia di delocalizzare? No.

Quali interessi difende?

Per esempio, nel sistema bancario ha reso tutta una serie di istituti bancari italiani acquistabili da grandi banche internazionali.

Pensiamo all’ atteggiamento con il quale ha favorito aziende multinazionali come la Whirlpool, venute in Italia in teoria a risolvere i nostri problemi, mentre adesso invece licenziano le persone a migliaia.

Renzi risponde agli interessi nazionali, si o no?

https://www.youtube.com/watch?v=BCrX59lyg2k

Insomma, il renzismo si fonda su una montagna di contraddizioni. Le regionali serviranno a capire la temperatura del loro grado di maturazione e cioè se sono già pronte ad esplodere o ancora in fieri. Quando saranno mature, le forze con cui si è alleato per prendere il potere lo abbandoneranno e pugnaleranno alle spalle. Anche perchè sono da sempre le stesse. E sempre in tal modo si sono comportati, dal Gran Consiglio del fascismo che si incula Mussolini dopo averlo sempre appoggiato, sino a Craxi, Andreotti e lo stesso Silvio.

Silvio però può giocarsi un’ultima carta e restituire qualche sassolino accumulato: Italia Liberale con Francesca Pascale leader. Ma solo ed esclusivamente con la Pascale, una geniale anomalia dada-avanguardistica che andrà a raccogliere tutte le devianze trasversali escluse dall’apparato di potere parassitario bacchettonesco raccoltosi nel Partito Democratico.

Silvio lo può fare. Renzi conosce una sola zona del potere, quella del vento a favore, da sempre. Silvio al contrario sa anche cosa significhi subirlo, conosce il prezzo che si paga ad aver cercato di modificare i rapporti di forza. Questo fa di lui un vero leader, con una connessione sessuale con il suo popolo. Lo conosce nelle sue parti più intime. Ne è l’autobiografia. E Francesca Pascale ne è la sua più degna erede.

Soundtrack1:‘Vivere di conseguenza’, Verdena

Soundtrack2:‘Contro la ragione’, Verdena

Soundtrack3:‘Inno del perdersi’ Verdena

Soundtrack4:‘Going my way’, Paul Weller

Soundtrack5:‘577’, Motorpsycho

Soundtrack6:‘Barleycorn’, Motorpsycho

Soundtrack7:‘Rilievo’, Verdena

Soundtrack8:‘Diluvio’, Verdena

Soundtrack9:‘Puzzle’, Verdena

Soundtrack10:‘Pyre’, O.R.K

Post scriptum:

https://www.youtube.com/watch?v=hQrtyFvUA9c

 

 

Ei fu

in politica/società/ by

Ma dov’è finito Berlusconi?

Va bene, ok, ogni tanto ne sentiamo ancora l’eco, tipo quando deve scusarsi per Dudù o vendere il Milan, oppure quando richiama ai ranghi il Giudice di De André. Ma si tratta, per l’appunto, di un’eco, una sorta di rumore di fondo dallo spazio profondo, qualcosa di ben diverso dalla sostanziale, immanente, fisica presenza quotidiana nelle nostre vite a cui eravamo ormai abituati da tempo.

Berlusconi è uno zio, quello zio bastardo che ti ha fregato i soldi dell’eredità della nonna, quello zio di cui non puoi fare a meno di parlare tutte lo domeniche a pranzo, stronzo maledetto.

E poi lo zio scompare.

O meglio, si spegne, si spegne lentamente. Ecco, forse è proprio questo che mi lascia un po’ così, stordito, persino deluso: per B. mi aspettavo un finale scoppiettante, un terzo atto wagneriano, una caduta roboante degna di una divinità norrena. Dai, almeno una fine à la Craxi.

Invece no, niente esplosioni, niente fuochi d’artificio, niente drammi collettivi. L’abbiamo visto assottigliarsi, scomparire lentamente ma inesorabilmente dai nostri telegiornali, da internet, dagli strepiti indignati dell’anima e a un certo punto, forse non ce ne siamo neppure accorti, è scomparso dai nostri pranzi domenicali.

Qualcuno ne profetizza il ritorno. Si tratta pur sempre di una figura cristologica, si sa che prima o poi il Messia tornerà a fare i conti con noi peccatori – e saranno cazzi amarissimi. D’altronde, non sarebbe nemmeno la prima volta che Berlusconi sorprende tutti, emergendo improvvisamente dall’ombra e facendo “BUH!” ai politichini ignari e ai commensali della domenica.

Eppure. Eppure c’è Renzi ora. Ci sono Grillo e Casaleggio. C’è Salvini. Tanti bruttissimi, lombrosianamente brutti, burattini 2.0 che gli stanno rubando la scena. L’attenzione ora sembra essersi spostata su altro e, non so il perché, mi immagino Berlusconi come un vecchio Pierrot dalla lacrima perenne che aspetta che cali una volta per tutte il sipario. Tanto vale persino occuparsi dei diritti degli omosessuali, nel frattempo. Che noia.

La noia. La noia che mi assale ogni volta che accendo la televisione, assieme a un pensiero inquietante a cui mi vergogno a dar voce…

Non sarà mica che, sottosotto, Berlusconi mi manca?

Il coccodrillo come fa?

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Berlusconi teme la deriva autoritaria quando l’autoritario non è lui o, almeno, quando non è un suo amico. L’ex Cavaliere non ha torto nel denunciare lo squilibrio istituzionale che si va delineando, ma è certamente l’ultimo a poterne parlare: perché è complice di tutto quanto è avvenuto. E nulla sarebbe cambiato se il successore di Napolitano fosse stato eletto con una larga maggioranza, perché l’equilibrio di un sistema non può fare affidamento sul fatto che il Capo dello Stato non impazzisca improvvisamente.

Berlusconi ora si dice preoccupato dal quadro che risulta dalle riforme che dimezzano il numero di parlamentari e dalla legge elettorale che ne garantisce in larga parte la nomina. Tutto giusto, ma più ora denuncia il fatto e più manifesta la sua cattiva fede e la sua totale inaffidabilità. Il sistema che fin qui ha contribuito a impostare, tanto per fare un esempio, scongiura in modo assoluto che mai più l’elezione di un Presidente della Repubblica avrà bisogno della convergenza tra diverse forze politiche. Se per eleggere Mattarella il Pd ha avuto bisogno di qualche rinforzino, la prossima volta il partito egemone avrà – per definizione – i numeri per eleggere l’arbitro che preferisce senza alcun bisogno di condividere la scelta con altri. Per Berlusconi, che ora versa lacrime da coccodrillo, sarebbe stata in ogni caso – e a prescindere dai limiti anagrafici – l’ultima trattativa per il Colle. Se ne lamenta solo perché non sarà a lui a goderne.

Il parrucchicidio

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Tanto tempo fa un ardito volenteroso spiegò le vele ai mari aperti della politica. Percorse i cinquecento metri che separano via di Torre Argentina da via del Plebiscito e, come uno Schettino qualsiasi, si trovò incagliato a un’isola azzurra. Non gli andò poi così male: lì ebbe la sua sabbietta e gli grattarono il pancino. Grato, ricambiò con le fusa del caso.
Questo, almeno, si vedeva da lontano. Le cose però non stavano così e un autorevole esegeta spiegò che il volenteroso non era andato casualmente alla deriva: la rotta era precisa quanto il conseguente disegno politico, che si sarebbe concretizzato abbracciando Berlusconi fino alla sua morte per poi occuparne lo spazio politico. Eroi giovani e imbelli.
Sono passati anni e il volenteroso, nonostante gli sforzi di Neri Marcorè, è stato dimenticato. E uguale sorte è toccata all’autorevole esegeta. Poi, d’improvviso, Fitto. E la promessa di una terza vita, di una quarta Repubblica, di una quinta essenza. La fragranza del parrucchicidio.

Ve lo spiega Rosario vostro special edition “guerre di religione”

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Oh, siccome vi vedo carichissimi su questa cosa della religione, senza che ovviamente ci capiate un cazzo di niente come di consueto (in due parole: o siete troppo bigotti e minchioni che credete alla gente con le ali in Paradiso – ma che so’, piccioni? (cit.) – oppure vi credete sto grancazzo col vostro relativismo stupido e inutile – le grandi evoluzioni dell’Uomo, che vi piaccia o no, sono per larga parte da ascrivere a gruppi organizzati e irregimentati, non a singoli, piantatela di sentirvi Gauss, Cristo, Socrate, Newton, Einstein, Zidane, ecc -) vi racconto questo simpatico aneddoto che spesso racconto nei miei post sull’Impero Bizantino.

A partire dal V secolo d.C., quando in Europa non si capiva più nulla perché i tedeschi sputavano sulle nostre candide tuniche e si arrubbavano gli ornamenti d’oro delle nostre deliziose statue di marmo copiate dai greci, del Cristianesimo serio non si occupava solo Papa, ma anche i bizantini. E facevano i bellissimi concilii di Calcedonia, Nicea, Trebisonda, insomma, sceglievano i posti in virtù della bellezza dei nomi che avevano. E come dar loro torto?

Siccome all’epoca non avevano né il terziario né Facebook, in qualche modo dovevano capire come impegnare quelle enormi praterie di tempo libero che avevano. E quindi si scannavano (letteralmente: i vescovi si pigliavano a schiaffi durante i concilii, oppure venivano fatti sparire awww) sulla natura di Cristo. Cioè le genti cristiane si odiavano tra loro perché alcuni cristiani erano convinti che Cristo fosse soltanto divino, mentre altri credevano che aveva una doppia natura, umana e divina.

Lo so, state pensando “ma che cazzata è mai questa?”. Eppure non solo la gente si odiava, ma la cosa rappresentava un problema serissimo per tutto l’Impero, e quindi i potenti dell’epoca dovevano giocoforza occuparsene. O fare finta di occuparsene per fare contenti i poverelli che a ‘ste cazzate ci credevano sul serio, così come fanno oggi per i soldi per noi “occidentali”, o come sono le vignette per quei pazzi squinternati.

Oh. Tornando a noi, e alla natura del Cristo, nel corso del IV e V secolo d.C., era fortissimo il dibattito su questa benedetta natura di Cristo, se umana, divina, o entrambe (la faccio semplice, lo so, se volete parlare di teologia seriamente contattatemi in pvt). Tanto forte che, dopo la decisione del concilio di Calcedonia del 451 d. C. di considerare due nature per Cristo, umana e divina, la quasi totalità dei vescovi egiziani si incazzò tantissimo, considerarono eretici tutti gli altri, e si rilanciarono come i pazzi sul monofisismo, secondo il quale la natura umana di Cristo era stata assorbita da quella divina, e quindi Cristo aveva una sola natura, appunto divina. Il concilio di Costantinopoli del 553 d.C. non fece altro che peggiorare le cose, e quindi, nel corso del VII secolo, la situazione era diventata insostenibile. Non potevano più convivere nello stesso Impero, specie quello bizantino in cui l’Imperatore era anche custode della cristianità e dell’ortodossia, due diverse teorie cristologiche.

A questo punto, i vari Denis Verdini dell’epoca non sapevano più che pesci prendere. Provarono prima col Monoenergismo (“amico egiziano, senti, due nature no, nun se po’ fa, però famo che aveva un’unica energia, eh? No eh? Vabbe’…”) e col Monotelismo (“amico egiziano, so che la cosa dell’unica energia ti pareva un po’ una presa per il culo, quindi ho pensato: ehi! Sempre due nature, però una sola VOLONTA’! EH? EH? DAJE! GRANDE! RELIGIONE DI STATO!”)

Ora. Io la prendo a ridere, e vabbe’, ma vi rammento che, se nel VII secolo la religione di stato era il Monoenergismo o il Monotelismo, e tu te ne uscivi con “buongiorno Esarca, secondo me Cristo ha due nature e due energie!” ti tagliavano il naso. Ma piuttosto, come si concluse questa storia? Molto semplicemente: a seguito della conquista araba dell’Egitto del 640-641 d.C., la reazione di Costantinopoli fu pressappoco la seguente:

“Ah ma quindi siete stati conquistati dagli arabi? E non c’è alcuna speranza che sia una di potere riconquistare l’Egitto? Perfetto, chivvesencula a voi e a ‘sta cazzo de natura unica, noi siamo duofisiti, lo siamo sempre stati e lo saremo sempre. Anzi, ortodossia religione di stato, che è ‘sta cazzata dell’unica energia e dell’unica volontà?”

Quirinale? Zitti e Muti

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Non è vero che è del tutto ininfluente chi va al Quirinale:  il supermandato di Napolitano sta lì a dimostrarlo in modo abbastanza chiaro. Ed è avendo ben presente questo che spunta il nome del direttore d’orchestra Riccardo Muti. A proporlo sarebbe stato Renzi, che avrebbe anche già incassato l’ok di Berlusconi e Salvini. Un pettegolezzo? Non sembra: a raccontarlo ai giornalisti è stato – secondo quanto riporta l’Huffington Post – proprio il figlio del maestro, che poi, interrogato in prima persona sul punto, non ha voluto smentire.

La strategia è perfetta, non c’è nulla da dire: un bel profilo da senatore a vita, rispettato in Italia e ancor più noto all’estero. E soprattutto politicamente innocuo. Del resto è difficile immaginare che un personaggino come Renzi possa lasciare che al Quirinale arrivi una personalità politicamente ingombrante: con Muti al Quirinale, il rottamatore rimarrebbe l’unico direttore d’orchestra. E a Berlusconi può bastare che non ci arrivi qualcuno che, se non disposto a concedergli la grazia, almeno non gliel’abbia giurata.
La prima carica dello Stato, ma caricata a salve. Un presidenzialismo a costituzione invariata con un Parlamento di nominati. E’ semplicemente perfetto: un’oligarchia dolce, una dittatura democratica, una supercazzola inebriante.

Ma i liberisti italiani sono scemi?

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Rinfacciare ai liberisti italiani, o a molti di quelli, di aver votato e sostenuto supinamente per più di vent’anni Berlusconi è indelicato. Però è necessario per capire un po’ meglio come ragionano. Certo, nessuno avrebbe mai avuto ragione di aspettarsi il contrario: che potevano fare, votare Prodi e Bertinotti? Certo che no. Votare i radicali? Dài, siamo seri per un attimo, poi dopo cazzeggiamo.

Il fatto è che Berlusconi ha per tutti questi anni ripetuto fino alla noia che i politici italiani, se fossero stati chiamati ad amministrare delle imprese, visti i risultati sarebbero stati tutti rimossi e mandati a casa. Un principio al quale i liberisti aderiscono spontaneamente e che include che anche il voto e il sostegno politico siano da considerare e affrontare come un investimento. E se è vero, come è possibile che i liberisti italiani abbiano investito tanto male, rischiando addirittura di finire nella mani di Salvini?

Certo, non è quello che accade, perché ora c’è Renzi che li garantisce ampiamente: ma quest’ultimo è il frutto degli investimenti sbagliati degli elettori di sinistra. E sia ben chiaro che si tratta di un incidente, o una fortuna (dipende dai punti di vista), che i liberisti non potevano in alcun modo prevedere e in virtù del quale non possono certo sentirsi assolti. Tanto è vero che partecipano anche di quell’altro investimento collettivo, nutrito da destra a sinistra, che ci ha fatto rischiare l’ipotesi concreta di un Grillo più ingombrante di quanto già sia.

Insomma, che non ci si potesse fidare di sindacalisti, frociaroli e costituzionalisti ci era stato stato spiegato. Non ci abbiamo creduto, d’accordo, ma ora nessuno può far finta di niente e cadere dalle nuvole. Però che anche i liberisti, oltre che un po’ stronzi, fossero anche scemi e inaffidabili, nessuno ce lo aveva detto, almeno non in questi termini e fino a questo punto.

In definitiva è meraviglioso notare come tutti abbiano avuto torto a dispetto delle proprie scelte, e ragione in forza degli incidenti degli altri. Sembra un disegno regolato, per quanto è folle (scie chimiche a parte, s’intende).

Qualcosa non è cambiato

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E’ forse cambiato qualcosa dal Berlusconi che qualche anno fa chiedeva che fosse concesso ai divorziati di prendere la comunione? Espresse il desiderio, e non potendo chiedere a qualcuno dei suoi di buttar giù la bozza di un disegno di legge, ne ottenne le pernacchie a mezzo stampa di Bagnasco.
Un brutto trattamento, si deve ammettere, per chi come lui si era appena tanto e sollecitamente pronunciato sulla potenziale fertilità del corpo immobile di Eluana Englaro.
“L’ingratitudine degli uomini è più grande della misericordia di Dio”. Una frase blasfema, specie se vista – come mi è stato raccontato – incorniciata al muro nell’ufficio di un sacerdote. E se ci è arrivato un prete, figuriamoci quanto Berlusconi abbia potuto farne tesoro.
Il fatto è che il Cavaliere non è mai piaciuto alle tonache di là del Tevere, c’è poco da fare. E dopo lo svacco delle cene eleganti non c’era più ragione neanche di far finta di provarci, a piacergli.

La fidanzata monella che altrimenti sembra detti la linea, la noia mortale del crepuscolo politico senza più clamori, la necessità di non sembrare troppo vecchio e in ritardo rispetto al giovanissimo e moderno rottamatore. Tutte cose per le quali Berlusconi sarebbe disposto a santificare l’unione del pastore con il gregge, altro che omosessuali.
Eppure i “conservatori” se ne vogliono dire stupiti, sfogliando Libero. Vogliono indignarsene leggendo il Giornale. Addirittura vogliono incazzarsene leggendo il Foglio.
Non volevano il divorzio e divennero l’Italia dei divorziati. Difendevano la famiglia, e ne mantennero due o più in contemporanea. Abbaiarono all’aborto e lo praticarono con la leggerezza di un divieto di sosta. E adesso vogliono prendersela con Berlusconi, accusandolo di tradimento, di prolasso ideologico (cit.), di deriva elettorale (Berlusconi!) e di altre inconsistenti ovvietà?
Ah se al tempo si fossero fidati dei voti monarchici, che fregatura avrebbero preso i venturi costituenti cattolici. Ah che dolori se poi, anni dopo, si fossero affidati davvero (!) al voto antiabortista, di quelli che giuravano mai si sarebbero abituati all’idea. E poi, invece… Fa bene quindi Berlusconi a non fidarsi. Fa bene a fingersi ora, o ad essersi finto prima (non fa alcuna differenza).

Del resto questi volubili conservatori, diciamolo, hanno davvero rotto il cazzo. E mai come oggi che dicono di esserselo rotto anche loro (la notizia, semmai, è che l’hanno trovato). E non perché chi li contraddice abbia la verità in tasca, ma per il semplice fatto che non si sa cosa vogliano. Si salvano, in qualche modo, solo per la malmostosa ipocrisia di chi sostiene i riformatori al comando. Che pure da quelli e dalle loro subordinate di convenienza ci si scampi in qualche modo.
Ma siamo in anni caotici. Abbiamo a che fare con termini nuovi ed espressioni misteriose. Come “big tent”, quando l’unica che si sia vista qui da noi è stata quella beduina di Gheddafi a Villa Pamphili. Anni in cui i mangiapreti e gli alfieri del principio di legalità ululano interi passi del Vangelo e citano Papi morti e viventi in nome della laicità. E si vuole che i conservatori sappiano dove si trovano e che cosa stanno dicendo? Via, siamo seri.

60 milioni di magistrati  

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Alla vigilia di ogni mondiale si dice sempre che gli Italiani sono un popolo di commissari tecnici. Questo perché ogni tre italiani ci sono quattro liste di convocati e sei moduli alternativi per schierare la squadra. Allo stesso modo, si ritrovano tutti costituzionalisti quando si fanno le riforme e tutti strateghi quando Putin invade l’Ucraina. Ora l’ultima frontiera è disquisire di come e dove Berlusconi debba scontare la pena per frode fiscale. MicroMega, la rivista-della-sinistra-che-conta(va), ha pubblicato un appello dal titolo “La libertà di Berlusconi è un’indecenza. Firma anche tu per la revoca dei servizi sociali”. Nell’accorato appello si afferma (afferma!) che i servizi sociali chiaramente (chiaramente!) non possano contribuire alla rieducazione di Berlusconi. Insomma, le decisioni dei magistrati vanno rispettate quando condannano Berlusconi ma il rispetto decade quando questi poi non gli danno la pena massima. Per i nostri, “la legge eguale per tutti viene calpestata ogni minuto di più che Berlusconi continua a passare in libertà, anziché in galera o in stringenti domiciliari che gli inibiscano radicalmente la scena pubblica, che invece continua impunemente a lordare.” Dai toni esagitati si evince che a MicroMega sono preoccupati per i sondaggi che danno Forza Italia terzo partito sotto il 20% e vogliono risollevarne le sorti. A noi non resta che cercare di capire se questi ci fanno, nel senso che ormai si definiscono solo ed esclusivamente attraverso la contrapposizione al “delinquente patentato” e temono una sua scomparsa elettorale o se ci sono e non si rendono conto che i domiciliari a Berlusconi lo trasformerebbero nel Nelson Mandela di Arcore. Nel dubbio, io vorrei dire che secondo me in Brasile dovremmo portare: PORTIERI: Buffon, Marchetti, Sirigu; DIFENSORI: Chiellini, Bonucci, Abate, Ogbonna, Ranocchia, Astori, Criscito, De Sciglio e Maggio. CENTROCAMPISTI: Pirlo, Marchisio, De Rossi, Poli, Diamanti, Totti (sì, lui) e Cerci. ATTACCO: Destro, Immobile, Balotelli e Rossi (anche senza una gamba, tanto siamo disperati). Amen.

 

Silenzio

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Qualcuno lo ha puntualmente rilevato, ma solo qualcuno. Eppure Berlusconi surclassato in un giorno da titoloni è notizia che merita qualche parola. Il fatto stesso che tutti si domandino se abbia vinto Renzi o Grillo sta lì a dire che di certo ha perso il Cavaliere. Non che ci si aspettasse molto: ci ha cresciuto a generose porzioni di smentite e contraddizioni, ma ci ha anche abituato a lunghi e ostinati silenzi. Diverso è il caso di oggi, che ha parlato e nessuno lo ha preso in minima considerazione. Stima Renzi, ne aprezza le idee e gli mette a disposizione i voti per le riforme (cioè per l’unica cosa che Renzi ha annunciato di voler fare), però non gli vota la fiducia “per responsabilità”. Ecco, con una posizione del genere è davvero difficile far titolo, al punto che si può immaginare che sia esattamente quello che vuole. Perché? Forse perché crede sia questa la colonna sonora ideale per il lento e inesorabile logoramento di Renzi. Così ecco la parola d’ordine che non si può pronunciare, perché – come in quel film – se solo fai il suo nome, non c’è più. 

Ignoriamolo!

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Io lo so che il paragone di Berlusconi tra i propri figli e le vittime della Shoah è delirante, falso, vomitevole, pazzesco e tutto quello che volete.

Ma vi prego: non apriamo dibattiti né organizziamo raccolte di firme e proteste su questa immane stronzata.

Vi prego, per una volta, sanzioniamo questa idiozia nel modo che più si merita: ignoriamola, facciamo come se nemmeno l’avesse pronunciata.

E’ evidentemente un modo per fare scalpore e attirare l’attenzione su di lui. Non facciamogli il favore di dargli importanza e di riportarlo al centro del dibattito.

Non se lo merita. Iniziamo a dimenticarci di lui, dei suoi figli, dei suoi famigli, dei suoi servi e delle sue vicende. Basta! Santé

Ignoranza (di molti) e referendum

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Considerazioni sparse sui referendum, dopo aver visto su Facebook, al rientro da un matronionio durato 14 ore, la foto di Berlusconi che firma per i 12 quesiti promossi dai Radicali.

Prima di tutto, firmare per indire un referendum abrogativo non vuol dire “io sono d’accordo con l’abrogazione della tal legge” ma bensi’ “io sono d’accordo sul fatto che questa legge venga sottoposta al giudizio dei cittadini”. Forse qualcuno si ricordera’ che il referendum sul divorzio era stato indetto per abrogare la legge che lo legalizzava e i Radicali raccolsero le firme anche se loro erano per il no all’abrogazione. Semplicemente ritenevano che sulla questione si dovesse esprimere il popolo, a prescindere dal risultato. Avendo passato qualche serata di agosto a raccogliere firme a Trieste*, ho notato che a quasi nessuno (a parte Radicali e costituzionalisti) cio’ sia chiaro. Spero che mi legga qualcuno dei buoni cittadini che mi hanno fatta impazzire firmando un foglio si’ e uno no o rendendomi partecipe dei loro travagli spirituali sull’abolizione dell’ergastolo o sulla depenalizzazione del consumo di droghe. Avevate il tempo di pensarci a casa, maledizione.

Il punto precedente poi non vuol dire che tutti dovrebber firmare per qualsiasi referendum. Se ritenete che l’argomento non sia interessante o che il popolo italiano non sia in grado di esprimersi sulla questione, allora fate bene a non firmare. Per esempio, io sono contraria al fatto che il popolo si esprima sul tipo di gestione che dovrebbe avere la rete idrica, sul fatto che ci debba essere o no l’energia nucleare tra le nostre fonti oppure sul fatto che si debba costruire o no la TAV. Ma la mia non firma per quesiti di questo tipo testimonia il fatto che io non sono favorevole a far scegliere queste cose al popolo, e non ha nulla con le mie personali opinioni in merito a acqua, nucleare e TAV. Se poi un numero sufficiente di cittadini ritiene che la questione vada affrontata col referendum, io mi informo e voto al meglio delle mie conoscenze.

Ultima nota, lo scandalo di Berlusconi che firma al tavolo radicale. Ha firmato, come qualsiasi altro cittadino e come tale non e’ stato cacciato dal tavolo, dove sono sempre tutti ben accetti. Se far firmare Berlusconi non e’ un’infamia, non dovrebbe nemmeno essere una cosa per cui sciogliersi. E per questo della foto Pannella, nostro indiscusso leader spirituale, vicino a Berlusconi che firma, io avrei fatto volentieri a meno.
*Piccolo attacco di campanilismo: Trieste e’ la prima citta’ per numero di firme raccolte per capita e seconda in numero assoluto, dopo Roma. Almeno fino all’assalto dato ai tavoli dai berlusconiani dopo che Silvio ha firmato tutti e dodici i referendum (mica solo sei, non vorrete essere da meno, cari berlusconiani, vero?).

La roulette russa di Bertigrillo

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Dialogo due sceriffi GrindHouse – A prova di morte

E’ chiaro che quel”auguri ai salvatori della patria”lanciato da Bersani ai grillini significa che il segretario del Pd o rimetterà l’incarico o non otterrà la fiducia. A questo punto ci sarà un mandato esplorativo che quasi sicuramente verrà affidato a Grasso per trovare un’intesa su un nome terzo tipo Rodotà o il comandante Schettino, per fare la riforma elettorale ed andare alle elezioni al più presto. Con i tempi arriviamo a metà Aprile, giusto il tempo per iniziare a votare il nuovo Presidente della Repubblica. Se sarà quest’ultimo o Napolitano a dare l’altro incarico a Schettino forse solo il mago Otelma e Dagospia lo possono già sapere. Intanto, dalle elezioni saranno passati 60giorni. In più, secondo voi, troveranno mai un accordo su una nuova legge elettorale???E se si, quanto ci metteranno se non due o tre mesi minimo???

E’chiaro che siamo di fronte a follia pura. Ed e’ anche chiaro che la soluzione migliore e più semplice sarebbero le elezioni. Ma come legge elettorale abbiamo il porcellum che non esclude il fatto che tutto rimanga uguale ad adesso. A questo punto è normale che qualcuno leggendo questo post abbia deciso di imbracciare un m60 e scaricarne 20 caricatori sul pc.Ti comprendo, amico.

Oggi abbiamo assistito allo streaming della consultazione tra Bersani ed i grillini.Lasciamo perdere. La Lombardi e Vito Crimi sembravano Bertinotti quando fece cadere il primo governo Prodi. Decisione presa. Non si torna indietro. Inflessibili. Incorruttibili. Nessun compromesso. O governo 5stelle o niente, alle 13. Alle 17, invece, dicono che se il nome non è legato al Pd loro trattano. Trattano cosa, gli ostaggi????Rocco Casalino in cambio dei Marò???Se tu non vuoi appoggiare nessuno, perchè gli altri dovrebbero appoggiare te???

Come allora anche stavolta questo modo di agire avrà come conseguenza naturale la vittoria alle prossime elezioni di Silvio Berlusconi. Bertigrillo infatti è destinato a sgonfiarsi, perché l’italiano non è rivoluzionario, è un tipo tranquillo, ad un certo punto scazza e manda tutti affanculo, ma poi ritorna sui suoi passi, vuole moderazione e di tutta sta manfrina si sarà già scocciato. Ha capito che questi vogliono fare solamente caciara. Anche se la tipa che non sapeva cosa fosse la Bce e quell’altra che non sapeva quanto fossero i senatori sono 100.000 volte meglio delle solite facce e del solito teatrino, non è che possiamo passare tutto il tempo senza quagliare mai, gridando a destra e a manca che questo non va, quest’altro nemmeno, qua hanno rubato, là pure etc etc.

Il Pd che farà?Voterà Letta presidente della Repubblica?Se ci saranno subito le elezioni faranno lo stesso le primarie?Dicono che Renzi vince sicuro. Lo dicono soprattutto quelli di centrodestra. Quelli di centrodestra dicono che da decenni aspettano e si auspicano uno come Renzi capo della sinistra. E’ come se io auspicassi e mi augurassi che nella squadra di calcetto contro cui gioco e mi scanno per vincere il mercoledì sera, arrivassero Balotelli, Buffon, Pirlo, Ibrahimovic e Messi.

Silvio, sabato scorso, a Piazza del Popolo, doveva parlare 2 ore, invece ce l’ha fatta per soli 50 minuti. Dicono che spesso cambiava colore e che abbia superato un’aritmia leggera ed improvvisa. Non abbiamo più certezze. E’ difficile che Silvio ci garantisca un altro ventennio. Bertigrillo manderà affanculo tutti, griderà sempre all’infinito ed insulterà tutti. Il Pd vincerà sempre e solo primarie.

E’ venuto il momento. Sappilo.

Soundtrack1:’La ballerina del carillon’, Luciano Ligabue

Soundtrack2:’Bardamu’, Vinicio Capossela

PM, mi giustifico!

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Essendo un”insegnante, un po” la capisco la PM Bocassini. Stremata dalle troppe assenze del discolo Berlusconi, si e” impuntata e ha deciso di diventare intransigente. Mi ricorda me quando, all”inizio dell”anno, registro l”assenza giustificata a tutti i miei studenti, anche per le scuse piu” surreali. Poi verso la fine dell”anno mi accorgo che non viene piu” nessuno e divento compresiva come la signorina Rottermaier di Heidi. Di solito succede che per sfiga mi impunto a non giustificare proprio quello che, per la prima maledettissima volta, invece di essere a casa in post-sbronza o di non aver sentito la sveglia, sta mezzo morto in pronto soccorso con qualche malattia certificabilissima. E infatti mi consegna prontamente il certificato al suo ritorno, facendomi fare la figura, appunto, della signorina Rottermaier. Ora, io non lo so cosa diavolo sia un”uveite bilaterale e quanto le aderenze tra iride e cristallino siano gravi. Secondo il medico personale di Berlusconi e il primario di Oculistica del San Raffaele, e” una cosa da ricovero. Secondo il 72% dei lettori del Corriere (sondaggio del Corriere.it) e secondo il medico fiscale invece no.  A me fa ridere il fatto che possa anche solo esistere un sondaggio del genere. Mi pare pero” che la PM Bocassini si stia cacciando nella stessa situazione in cui mi caccio io a fine anno, rischiando di fare anche lei, davanti agli italiani, la figura della signorina Rottermaier.

La classe operaia vada affanculo

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Cari operai dell’Alcoa, sinceramente e con tutto il cuore, andatevene a mare. Dopo anni dove avete votato Cappellacci, vi siete fatti prendere per i fondelli da Berlusconi che mentre schiattavate si riposava nel suo bunker extralusso di villa Certosa, da Soru, da 50 anni di Democrazia Cristiana etc etc, vi presentate per l’ennesima volta a Roma col cappellino e col fischietto ad urlare slogan da stadio inconcludenti ed inefficaci, a fare pagliacciate con la polizia, e tutto per cosa? Per avere un incontro con qualche rappresentante del governo che vi racconterà due/tre cazzate per sedarvi e poi ve ne tornerete a casa e sempre a pecorina vi ritroverete e vi rimetterete. Ok, avrete pure la prima pagina dei giornali e un reportage di 4 minuti in qualche trasmissione televisiva con annesso sfogo-sproloquio in diretta di 2minuti e mezzo pianificato per alzare lo share. Siete i primi complici di chi vi ha rovinato. Siete i primi responsabili della situazione che dite inaccettabile ed insostenibile. E’ stato il vostro servilismo politico di decenni di accettazione incondizionata di scelte che hanno sempre marginalizzato progetti di riorganizzazioni industriali seri a favore di elemosine e deleteri opportunismi clientelari accettati da tutti e da voi in primis. La storia insegna come cambiano le cose, non certo gridando stupidi slogan da curva sud con cappellino e fischietto, continuando in quel solito inutile parolame di indignazione che non si trasforma mai in qualcosa di concreto ed efficace. E sia chiaro, tutto questo vale per tutti i precari che fanno i campeggi sui tetti delle scuole e sciocchezze inconcludenti simili, lavoratori flessibili, immateriali, autonomi, interinali, anormali ed idrocefali che ‘’parlano parlano parlano si lamentano lamentano lamentano’’ e poi votano sempre quelli che dicono responsabili del loro declino e della loro ”esistenza precaria”. E vale anche per gli interisti con ‘’moggiopoli moggiopoli moggiopoli’’. Parlate male dei sindacati ma ne rimanete ancora iscritti. Parlate male del governo e lo andate a votare alle elezioni. Parlate male degli imprenditori e dei’’padroni’’ e poi gli lecchereste i piedi ed accettereste tutto pur di avere quello che poi dite sia uno ‘’schifo una miseria una vergogna’’. Accettereste pure lo ius primae nocti. Sinceramente, andatevene a mare. Tornate a casa, parlate con qualcuno più vecchio di voi, leggetevi i classici, zappate la terra, imparate ad usare le fionde. Per adesso, credetemi, l’unica cosa che potete fare è andarvene a mare!

Soundtrack: ‘Scotland shame’, Mogwai

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