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Berlino ha rotto il cazzo

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Poi c’è quell’amico che un giorno, col sorrisetto beffardo di chi ha capito tutto della vita e che vuole assolutamente farti sentire una merda, confessa a te e alla comitiva il suo straordinario progetto esistenziale: “Raga, ho deciso, vado a Berlino”.

Siete nell’unico pub del paese, quello in cui avete passato innumerevoli noiosissime serate; lui sorseggia la sua bionda media (l’unica birra alla spina disponibile nel raggio di sedici chilometri), se la guarda continuando a sorridere, anzi di più, ghignando proprio. D’un tratto, quell’amico con cui sei cresciuto e che riconosci a stento dietro la sua maschera da italiano in fuga, dà voce ai luoghi comuni: “A Berlino la birra non costa un cazzo”. Hai una fitta nel costato: l’invidia, sì, l’invidia. “Beato te!” dici con l’entusiasmo di uno che è appena stato messo in regola in macelleria dallo zio a San Giovanni in Persiceto e col cazzo che si muove più.

Tu sei triste, lui è a tremila. Cristosanto, dovevi essere tu a prendere due stracci, buttarli in uno zaino e andare a Berlino. Sei tu quello con una laurea da 110 e lode in Scienze della comunicazione; lui ha fatto l’istituto tecnico e lì s’è fermato. “Ma che mondo è?” ti chiedi sbigottito.

Ad un certo punto, abbandoni il marrone scuro del tavolo, quella scritta “succhiamelo tutto” sapientemente incisa nel legno da qualche bontempone, per tornare a guardare negli occhi il futuro berlinese. Glielo leggi in faccia che diventerà un hipster. Lui, proprio lui che ha lavorato anni nell’azienda agricola dei suoi. Glieli vedi stampati in faccia i Rayban; gliela vedi tatuata addosso una camicetta a fiori di merda. Vedi persino le foto in cui sarà taggato, quelle scattate allo schiuma party con lo smartphone dall’amico italiano che sta lì da due anni e che adesso non sa più se è etero, gay o vegano. Del resto, vive a Berlino, può essere tutto quello che gli pare, no? Ma soprattutto un cameriere, visto che il suo tedesco è ancora ridicolo e non trova un cazzo di meglio. Eppure dicevano che a Berlino con l’inglese… Che poi anche il suo inglese è ancora ridicolo perché frequenta soprattutto italiani hipster come lui che tirano fuori un “genau” (“esattamente”, n.d.s.) ogni tanto per fare i fighetti con altri fighetti italiani che tirano fuori un “natürlich” (“naturalmente”, n.d.s.) ogni tanto per fare i fighetti con altri… Insomma, ci siamo capiti.

Pensi a tutto questo mentre il tuo amico continua a pavoneggiarsi. Sei sempre più insoddisfatto della tua misera vita provinciale. Poi, improvvisamente, inspiegabilmente, la ragione prende il sopravvento sui sentimenti; la realtà comincia a chiarirsi ed ora il tuo amico, più che un fortunato emigrante, ti sembra semplicemente un povero coglione. “Berlino ha rotto il cazzo” pensi. “Sì, diocristo, Berlino ha proprio rotto il cazzo!” ripensi. È tutto così evidente, come non averci pensato prima.

L’inverno gelido che dura sei mesi; l’estate tiepida che dura una settimana; l’odore di kebab ovunque; gli hipster; i capelli biondi; l’assenza estetica, gastronomica, esistenziale della mediterraneità; gli esterofili incalliti che non mancano occasione di sputtanare l’Italia; gli artistoidi emigrati e felici dei loro atelier tamarri; la musica elettronica; le pasticcerie vegane; le startup; i milioni di sedicenti fotografi, pittori, scrittori; le dieresi; il cibo etnico; l’anticonformismo conformista degli anticonformisti; il Mauerpark; il Checkpoint Charlie e le foto dei turisti col soldato americano e quello sovietico; la fila per entrare al Berghain; Kreuzberg; gli articoli di Vice su Berlino; quelli che leggono gli articoli di Vice su Berlino; quelli che li scrivono; il Muro; la ricerca della Berlino di Wenders.

“Sì, Berlino ha abbondantemente rotto il cazzo” pensi sorseggiando la tua chiara media, che non ti sembra più così male. Torni ad ascoltare il tuo amico, che è sempre lì davanti a te col sorrisetto da ebete. Sta parlando de “Il cielo sopra Berlino” di Wenders. Ecco, appunto. L’ha visto la settimana scorsa e s’è innamorato della città. Ecco, appunto.

È vero, domani sarai ancora nella provincia meccanica, vedrai le stesse facce e continuerai ad essere felice a modo tuo. Come un provinciale. Ma almeno non andrai dietro uno stereotipo, non ti tufferai a bomba nella retorica esterofila che semplifica tutto e fa sembrare un paradiso tutto ciò che Italia non è. Almeno sei consapevole del marketing esistenziale che si nasconde dietro il sogno chiamato Berlino. Ci andrai se e quando lo vorrai e non spaccerai la tua vita per interessante anche quando sarà priva di slanci.

Guardi un’ultima volta il tuo amico negli occhi. Tornerà, oh se tornerà, pensi. Tornerà perché gli mancheranno il cibo, il clima, quell’italianità che adesso disprezza. Tornerà perché un giorno, in un momento di improvvisa lucidità, Berlino avrà rotto il cazzo pure a lui.

Lottare per divertirsi

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Leggendo questo divertente articolo, ho scoperto che entrare al Berghain / Panorama Bar di Berlino non è uno scherzo. A quanto riferisce il cronista, superare la selezione all’ingresso può risultare impossibile. Ben vengano dunque i consigli del giornalista, anche se essi non sono per niente risolutivi.

Ma chi ha diritto di entrare al Berghain? “Una persona figa, open-minded, rilassata”. Parrebbe di capire, se soffri e/o sei nevrotico, non ce la farai mai. E’ però vero che avere uno “stile unico e leggermente “dark”” può aiutare, se non a varcare, per lo meno a far schiudere le fatidiche porte del locale. In due parole, ce la puoi fare se non soffri per niente, perché sei “rilassato”, ma anche se soffri, però in modo stiloso: trent’anni dopo la comparsa sulla terra di Robert Smith e di Peter Murphy ciò è praticamente impossibile.

Se pensi di puntare tutto solo sull’abbigliamento sei fuori strada: se da un lato “vestirsi alla moda aiuta”, non è però escluso che un “un ragazzo in t-shirt e jeans” possa superare il vaglio del buttafuori del locale, un tizio preoccuante, dal volto tatuato e pieno di piercing. Essere (o fingersi?) gay aiuta, ma non costituisce un jolly.

L’unico elemento certo fornitoci da Evo Lucian è che al Berghain / Panorama Bar “amano le sciarpe”. Ma come dovrà essere la sciarpa “giusta”? Per dire, quella che mi ha fatto la nonna (di lana grezza grigia pesante come la cappa di San Martino e lunga come l’autostrada del sole) può andare? O meglio una pashmina – certo che con 10 sottozero…

Se fossi un giovane che desidera ardentemente coronare la sua esperienza berlinese con una nottata in questo locale, dopo la lettura di questo articolo sarei preda di uno smarrimento cosmico. Forse comincerei ad agitarmi perché non sono abbastanza figo e di mentalità aperta? Va de sé, quando ci si autoanalizza, al netto dei casi di depressione conclamata, si tende ad attribuirsi minimo un 5/6 in “fighezza” e un otto (per lo meno) in “apertura” mentale. Ma, credimi, Sven, il tizio dalla faccia tatuata, potrebbe non essere altrettanto di manica larga, e mandarti a casa con un 4 e 5, rispettivamente. Come avrebbe detto Winnie The Pooh, “Oh rabbia!”.

Da un punto di vista sociologico, è interessante rilevare come vi siano persone, per il resto sane di mente, pronte a sottoporsi all’occhiuta, imprescrutabile ed inappellabile selezione informale che attende i candidati all’ingresso in quello che solo ironicamente si puà definire un locale “aperto al pubblico”.

A me personalmente sembra sempre (e non da oggi) di vivere in una sessione d’esame ininterrotta: scuola, università, carriera. Senza contare i ragionamenti implacabili che ti impone ogni sera l’uomo allo specchio, pronto a rimarcare tutte le occasioni in cui hai fallito come padre, compagno, cittadino. O,semplicemente, potevi fare di meglio.

Fuori da casa, in ogni momento bisogna dimostrare di avere “i numeri”, “le competenze/conoscenze”, “la preparazione” per “andare avanti”, per poggiare un piede sul gradino successivo di questa scala a chiocciola intinta nel nulla per ottenere quella promozione, quel progresso, che ovviamente conduce al prossima ordalia. Ecco, mi sembra già una vita stressante così, ed è, veramente, fantastico che si trovino persone disposte a sottostare ad un giudizio di dio anche per andarsi a divertire.

Ai gestori del Berghain / Panorama Bar di Berlino, invece, va tutta la mia ammirazione per aver trasformato un normale locale notturno (sia pure in una delle città più fighe del mondo) in una specie di giardino delle delizie, un luogo quasi spirituale, che, al pari di un’idea regolativa, sembra talora essere stato collocato laggiù solo per cimentare il nostro eroico Streben.

 

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