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Beppe Grillo

Dunque è questa la Democrazia Diretta™

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Allora, vediamo se ho capito bene. Il Capo politico, ma sarebbe meglio dire “il proprietario”, del Movimento per la Democrazia Diretta™ indice una elezione online per far confermare la propria decisione di tirare fuori il Movimento dall’EFDD, il Gruppo più euroscettico del Parlamento Europeo, e farlo aderire all’ALDE, il Gruppo più filoeuropeista di tutti, che da sempre professa idee opposte a quelle dell’EFDD. Il Movimento scopre infatti di non avere più lavoro da fare insieme all’EFDD e quindi di andare verso altri lidi. Ok.

La decisione di indire l’elezione viene presa dal Capo e pochi altri senza interpellare i parlamentari del Movimento, che nel 2014 sono stati eletti da 5.800.000 cittadini italiani perché li rappresentassero al Parlamento Europeo. Ma questi elettori e i loro eletti non contano. Nel Movimento per la Democrazia Diretta™ infatti prevale la votazione convocata dal Capo, su un quesito deciso dal Capo stesso, cui votano circa 41.000 persone, cioè circa lo 0,7 % dei quasi sei milioni di elettori del 2014. Il 78% di questi 41.000 fortunati decide di dire “SI” al Capo (chi l’avrebbe mai detto?). Il Movimento quindi decide di aderire all’ALDE in un mirabile tripudio della Democrazia Diretta™.

Sennonché c’è un piccolo intoppo. E cioè che l’ALDE, che non segue i Principi della Democrazia Diretta™ ma funziona secondo i biechi principi della democrazia rappresentativa, non ha un Capo: ha un presidente. Viene fuori che il presidente aveva raggiunto l’intesa col Capo del Movimento per il passaggio all’ALDE, senza decidere sul punto assieme agli altri parlamentari del proprio Gruppo. Molti parlamentari dell’ALDE a questo punto, capendo che i propri elettori sarebbero stati molto scontenti di ricevere il Movimento nel proprio Gruppo, fanno quello che sono pagati per fare e cioè rappresentano i propri elettori opponendosi alla entrata del Movimento, nonostante il loro presidente, non Capo, avesse già una intesa con il Capo del Movimento. Cioè fanno sentire la propria voce per rappresentare i propri elettori anche se questo avrebbe probabilmente scontentato i vertici del proprio Gruppo. Maledetti anarchici!

A questo punto il Movimento per la Democrazia Diretta™ rischia di rimanere senza Gruppo e quindi di perdere peso e finanziamenti all’interno del Parlamento Europeo. A quel punto cosa fa? Essendo il Movimento per la Democrazia Diretta™ uno si aspetterebbe una nuova votazione sul sito del Movimento. Invece no: il Capo fa una telefonata con il presidente della EFDD e si mette d’accordo per ritornare in quel Gruppo, nonostante ne fosse uscito per conflitti non sanabili due giorni prima.

Non è dato capire se gli europarlamentari siano stati consultati sul punto o se invece vengano mossi dentro o fuori dai Gruppi come in una specie di transumanza politica. Il 78% dei votanti sul sito, invece, che il giorno prima aveva deciso di andare nell’ALDE adesso si ritrova nuovamente nel Gruppo più lontano esistente dalla stessa ALDE.

Insomma, mi sa che se la Democrazia Diretta™ è questa io mi tengo la mia antiquata democrazia rappresentativa.

Santé

Le “multe” agli eletti del MoVimento sono nulle. Punto.

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Già in tempi non sospetti, appena Beppe Grillo annunciò che avrebbe introdotto una sanzione monetaria per tutti gli eletti del Movimento 5 Stelle che disobbediscono alle regole del Movimento o se ne allontanano, avevamo spiegato che questa previsione sarebbe stata nulla. Una clausola contrattuale non può violare una norma imperativa, cioè una norma che esprime un valore superiore e da proteggere anche rispetto alla volontà delle parti contrattuali. La clausola “se non voti o ti comporti come dice il Movimento, paghi” è platealmente contraria all’articolo 67 della Costituzione, che vieta il vincolo di mandato ed è una norma imperativa.

Sennonché, la clausola che apparentemente si fa firmare ai candidati 5 stelle è po’ differente da “se sgarri paghi”. Secondo il Fatto Quotidiano, la clausola dice: “Il candidato accetta la quantificazione del danno d’immagine che subirà il M5s nel caso di violazioni dallo stesso poste in essere alle regole contenute nel presente codice e si impegna pertanto al versamento dell’importo di 150mila euro, non appena gli sia notificata formale contestazione a cura dello staff coordinato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio“.

Questa clausola è pensata per resistere un po’ di più di fronte a un giudice rispetto alla semplice “se non fai come diciamo, paghi”, che sarebbe manifestamente nulla. Si tratta infatti di una “clausola penale“. La clausola penale è lo strumento con cui le parti di un contratto si mettono d’accordo per dire “se violi il contratto mi devi una certa somma, indipendentemente dal fatto che io provi di aver subito un danno di quella portata”. È un modo per sveltire la liquidazione dei danni e per tutelarsi velocemente, specie quando sarebbe difficile per un giudice liquidare precisamente un danno in giudizio. In linea di principio è ammessa dall’art. 1382 del codice civile.

Se siete ancora svegli avrete allora notato che clausola del M5S non dice semplicemente: “Se sbagli paghi”. Dice: “Se sbagli provocherai un danno di immagine al Movimento, siccome questo danno sarebbe difficile da quantificare in giudizio tu accetti di quantificare già da ora questo danno in 150.000 Euro”. Molto astuto e raffinato. Ma rimane tutto nullo.

Sì perché il “danno all’immagine” da cosa sarebbe determinato? Dal fatto che l’eletto, al posto di obbedire ciecamente al Movimento, decida con la propria testa. Cioè quello che è suo diritto, oltre che dovere, secondo la Costituzione. I giuristi, nel loro latinorum, usano due espressioni che qui calzano a pennello. La prima è “Nemo auditur propriam turpitudine allegans” e cioè: non si può difendersi portando a giustificazione un proprio sbaglio. Se il Movimento, insomma, si crea un’immagine per cui gli eletti vengono comandati a bacchetta questa immagine non può essere tutelata perché è comunque contraria al divieto di vincolo di mandato. Quindi non può esserci alcun danno di immagine giuridicamente tutelabile e risarcibile. Anche perché, secondo la Costituzione, l’eletto ha tutto il diritto di votare come crede e non come gli ordinano dall’alto.

E qui torna il latinorum: “qui iure suo utitur neminem laedit” e cioè “chi esercita un proprio diritto non danneggia nessuno”, non si può essere condannati a risarcire un danno determinato dal fatto che si stia esercitando un proprio diritto. Nemmeno se quel danno è liquidato da una clausola penale come quella del Movimento, perché il divieto di vincolo di mandato previsto dalla Costituzione prevale sulla clausola penale, per quanto ben congegnata.

Allo stesso modo è del tutto nulla la clausola 9b) che dispone: “Sindaco, ciascun Assessore e ciascun consigliere assume altresì l’impegno etico di dimettersi qualora sia ritenuto inadempiente“, eccetera.* La clausola impone le dimissioni a seguito di una delibera di un’entità privata ed è così evidente che non possa avere alcun effetto giuridico su un sindaco, consigliere o assessore regolarmente eletto o nominato che lo stesso contratto parla di semplice “impegno etico“, quindi non giuridicamente vincolante. Una volta accettate elezioni o nomine, si può decadere dalla carica solo per i motivi previsti dalla legge e non ovviamente a seguito di delibere private. Del resto, il sindaco eletto è sindaco di tutti i cittadini non solo dei propri elettori e pensare che, una volta eletto, questi risponda solo a una parte della cittadinanza sarebbe assurdo come ritenere che chi non ha votato il sindaco non sia obbligato a rispettare le sue ordinanze.

Solo che intanto quelle clausole son là, e magari ci sono eletti del M5S che non votano secondo proprie convinzioni solo per timore della clausole, una cosa che gli impedisce di esercitare davvero liberamente il proprio mandato, come impone la Costituzione. Perciò, sarebbe il caso di farla finita del tutto con le clausole.

Santé

 

*Grazie al lettore Tommaso per la segnalazione di questa ulteriore clausola.

E’ arrivato Grillusconi

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Se arriveranno gli avvisi di garanzia, se i dirigenti ostacoleranno il sindaco, queste manovre si ritorceranno contro di loro.

Diciamoci la verità: se una frase del genere l’avesse pronunciata Berlusconi vent’anni fa, in relazione a un sindaco qualsiasi eletto nelle liste di Forza Italia in una qualsiasi città italiana, in molti avrebbero iniziato a stracciarsi le vesti e a prodursi nelle lamentazioni che conosciamo fin troppo bene, avendole sentite decine e decine di volte.
In testa al coro, naturalmente, ci sarebbe stato lui, Beppe Grillo, insieme a tutti i suoi accoliti: per i quali fin troppe volte un semplice avviso di garanzia è stato più che sufficiente per fare sfoggio di un giustizialismo tanto fondamentalista quanto urlato, e le ipotesi complottiste sui magistrati politicizzati hanno rappresentato a lungo altrettante confessioni di colpevolezza, specialmente se declinate, come si dice, mettendo le mani avanti.
Senonché, oggi una frase del genere non viene pronunciata da Berlusconi, ma da Grillo. Il quale, evidentemente, ha smesso di ritenere che gli avvisi di garanzia equivalgano alle condanne per passare a una posizione più articolata, in base alla quale essi assumono significati diversi, o per meglio dire opposti, a seconda di chi li riceve: sentenze inoppugnabili di colpevolezza nei casi in cui riguardano gli altri, dimostrazioni cristalline di onestà, in quanto evidentemente riconducibili a meccanismi cospirativi, quando toccano a loro.
Così quello che fino a ieri, per l’universo mondo, altro non è stato che un marchio d’infamia, da oggi, e solo per i grillini, si trasforma paradossalmente in un vero e proprio bollino di onestà: e contestualmente iniziano a prendere forma, a esistere nel mondo reale, le “manovre” che fino a pochi mesi fa, quando venivano evocate da altri, costituivano irripetibili occasioni di prodursi in frizzi, lazzi e attribuzioni di nomignoli assortiti.
Proprio come quello che lo scrivente, indegnamente, è stato costretto a coniare nel titolo di questo post.
Il nostro amico, del resto, se lo merita.

A Roma hanno privatizzato la democrazia

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Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 6:

Nella presentazione delle proposte di atti politici e/o amministrativi, dovrà essere data preferenza a quelli diretti al conseguimento degli obbiettivi indicati nel programma del M5S per Roma Capitale e a quelli idonei a incidere in senso favorevole alle indicazioni emerse in seguito alle espressioni di voto in Rete degli iscritti al M5S.

Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 7, lettera b):

Le proposte di nomina dei collaboratori delle strutture di diretta collaborazione o dei collaboratori dovranno essere preventivamente approvate a cura dello staff coordinato dai garanti del Movimento 5 Stelle.

Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 9, lettera b):

Il Sindaco, ciascun Assessore e ciascun consigliere assume altresì l’impegno etico di dimettersi qualora sia ritenuto inadempiente al presente codice di comportamento, al rispetto delle sue regole e dei suoi principi e all’impegno assunto al momento della presentazione della candidatura nei confronti degli iscritti al M5S, con decisione assunta da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio o dagli iscritti M5S mediante consultazione online.

Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 10:

Ciascun candidato si dichiara consapevole che la violazione di detti principi comporta l’impegno etico alle dimissioni dell’eletto dalla carica ricoperta e/o il ritiro dell’uso del simbolo e l’espulsione dal M5S e che pertanto a seguito di una eventuale violazione di quanto contenuto nel presente Codice, il M5S subira’ un grave danno alla propria immagine,che in relazione all’importanza della competizione elettorale, si quantifica in almeno Euro 150.000.

Ricapitolando:

  • il governo di Roma dovrà andare nella direzione indicata da un numero imprecisato di soggetti sconosciuti iscritti a un sito privato;
  • non si potrà procedere a nomine senza aver consultato lo “staff”, anch’esso di natura privata e ovviamente non eletto da alcuno;
  • il sindaco, gli assessori e i consiglieri dovranno dimettersi se lo decideranno arbitrariamente Beppe Grillo (e Gianroberto Casaleggio, ora deceduto), che è un soggetto privato non eletto dal alcuno, o gli iscritti del movimento mediante votazione online effettuata sul sito privato di cui sopra;
  • in ragione di tale insindacabile giudizio i candidati, oltre ad avere l’obbligo “etico” di dimettersi, dovranno pagare almeno 150mila euro di risarcimento danni.

Delle due l’una: o quello che c’è scritto in questo “Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016” non vale neppure il costo della carta su cui è stato stampato, oppure siamo di fronte alla più singolare operazione di privatizzazione di tutti i tempi: non la privatizzazione di un servizio, non la privatizzazione di un ente e neppure quella di una funzione, ma una vera e propria privatizzazione della democrazia, il cui esercizio e le cui conseguenze su tutti i cittadini vengono di fatto appaltate a singoli soggetti non eletti, a società commerciali, a persone pressoché sconosciute e scelte da terzi con criteri arbitrari.
Roba che il celeberrimo “conflitto d’interessi” di Berlusconi, al confronto, era una carezza, una cacatina, una sciocchezzuola da terza elementare.
A far venir meno la surreale situazione che in questo modo si viene a creare, perdonatemi, non valgono le solite infantili argomentazioni tipo “ah, allora era meglio quando si governava mettendosi d’accordo coi mafiosi”, o “ah, allora era meglio quando si andava avanti a forza di mazzette”, o ancora “ah, allora erano meglio Buzzi e Carminati”: perché è fin troppo evidente che se l’asservimento alla criminalità non è certo un buon modo per governare la cosa pubblica, allo stesso modo non lo è questa bizzarra democrazia privata, nella quale le decisioni cruciali sono sistematicamente affidate, in ultima analisi, a persone fisiche o giuridiche che non sono state elette, delle quali neppure si conosce il nome, o a consultazioni effettuate sì con meccanismi democratici, ma riservate a un insieme di persone che afferiscono a contesti non soltanto privati, ma spesso e volentieri perfino di carattere commerciale. Con buona pace della democrazia (quella vera) e dei “sarò il sindaco di tutti”.
Datemi retta: con queste premesse, vi conviene davvero dire che quel pezzo di carta non vale niente.

Perché Virginia Raggi è il candidato più inadatto a governare Roma

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Affermare che Roma è una città alle corde non è certo dare una notizia. Parliamo di una capitale sostanzialmente fallita, che non lo è tecnicamente solo perché, naturalmente, too big to. Ma questa è cronaca quotidiana, fatta di servizi che non esistono o non funzionano, sporca, inefficiente, corrotta e degradata, a tratti addirittura brutta, la città più bella del mondo, affaticata dal peso di stratificazioni di potentati locali e nazionali, cioè sostanzialmente dal suo rinnovato ruolo di capitale di un ennesimo impero decaduto.

La prima reale notizia allora, in questo quadro, è l’imbarazzante livello della competizione elettorale, che tutto sembra riguardare tranne i programmi delle candidature e le scelte associate. La notizia nella notizia, però, è che in pole position, secondo tutti gli analisti sondaggi alla mano, si trova Virginia Raggi, candidato del Movimento 5 Stelle, e decisamente il più inadatto tra quelli papabili. Si tratterà certamente di una cara e specchiata persona, e stendiamo subito un velo pietoso sulla miseria degli attacchi che la vorrebbero vicina a Berlusconi e Previti. Temo che non basti, però.

Il problema con la Raggi si pone su ben altri livelli. Prima di tutto, la Raggi e i 5 stelle non hanno nessuna esperienza di governo. Zero. Si può guardare a questo fatto ostentando fierezza e imbastendosi di un po’ di retorica della novità, ma la verità è che l’inesperienza – in una macchina complessa e ingolfata come quella romana – è solo un problema. Nel tempo in cui Raggi e compagnia si renderanno conto non solo di come funzionano gli ingranaggi, ma di dove e quando intervenire, con quali modalità e con che sensibilità per essere incisivi, le burocrazie e i potentati che si mangiano la città avranno campo libero per consolidare le proprie posizioni di rendita e potere. Roma non è neanche lontanamente nella condizione di potersi permettere di aspettare turni fermi a imparare le regole del gioco.

In seconda battuta, la Raggi è di gran lunga il candidato meno coraggioso tra quelli a disposizione; o meglio, quello da cui ci si possono aspettare scelte meno coraggiose. La retorica grillina, di cui ho già avuto modo di scrivere, riduce tutto a un bianco e nero che si sostanzia in una dicotomia tra bene e male. Naturalmente, i grillini scelgono il primo, che tradotto significa nove volte su dieci non scontentare nessuna minoranza cavalcando un po’ di argomenti populisti. Ma Roma è una città che per essere cambiata ha bisogno di scontentare molti, moltissimi, e certo non mi aspetto che la Raggi si metterà contro corporazioni locali come i tassisti, gli ambulanti, o le orde di dipendenti pubblici che banchettano al tavolo dell’inefficienza della capitale. Il grillismo è alfiere del “servizio pubblico”, che tradotto significa municipalizzate con management inadeguato e amico degli amici, e dipendenti che sono di fatto beneficiari dell’assistenzialismo di stato. Da chi fa dell’acqua pubblica una bandiera, da chi auspica un aumento dell’estensione della mano pubblica locale, cosa possiamo aspettarci quando ci sarà da mettere mano all’insostenibilità di ATAC e dei suoi dodicimila dipendenti, all’inefficienza di AMA nella gestione dei rifiuti, o della giungla di concessionarie pubbliche che gestiscono appalti e appaltini? Certo, sulla carta c’è il municipio benefattore che si prodiga per i propri concittadini, ma nella realtà c’è Roma e le sue rendite. Ci sarà da calpestare i piedi a più di una persona, per metterci mano.

Poi, c’è il fango. La campagna elettorale della Raggi vive del fango gettato sugli avversari, sul noi contro di loro e le colpe del passato. Nessuno le nega, sono anni che Roma non conosce un’amministrazione adeguata, ma mi sembra un po’ poco su cui costruire un progetto di città, oltre che una testimonianza di debolezza assoluta: è anche su questa debolezza che fa conto chi vuole tenere Roma dov’è. Finora, da parte della Raggi, si è visto uno stuolo di no alle proposte altrui, decisamente poca propositività e un po’ di chiacchiere sulle biciclette, che sembrano essere il tema cardine della campagna elettorale dell’avvocatessa. Ho come l’impressione che tutto questo fango non aiuterà se e quando ci saranno da prendere decisioni difficili che avranno bisogno di tutta la forza del Consiglio Comunale e delle competenze ed influenze di quanti vi siederanno.

Una Serena Grandi provata dal tempo, mentre esce dalla torta di compleanno di Jep Gambardella ne La Grande Bellezza, esclama concitata e sorridente: “Auguri Jep, auguri Roma!”. Ecco. Soprattutto auguri Roma.

Si è sempre froci col culo degli altri

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Si è sempre froci col culo degli altri, diceva un tale. Ma qui i veri froci invadenti sono piuttosto gli eterosessuali dichiarati, i difensori della “vita” senza se e senza ma – ma quale vita? –, insomma tutti quelli che in questi giorni se la stanno prendendo con Nichi Vendola e la sua scelta di ricorrere a un utero in affitto con il compagno Ed Testa.

Lasciando perdere il solito sudiciume cattolico, tanto sappiamo come sono fatti, quel che preoccupa sono le masse ipoteticamente laiche che si permettono di giudicare la scelta di un individuo sulla base di presunti principi universali, e che di universale hanno in realtà ben poco. Fra questi Beppe Grillo, che si dice “spaventato” dalla leggerezza (?) di Vendola e del fenomeno “low cost” tipico della contemporaneità: tutto è in vendita di questi tempi, signora mia, che schifo i ricchi occidentali annoiati che vanno a comprarsi un figlio all’estero.

“Capricci da ricchioni,” li definiva qualche giorno fa un mio amico, come se appunto il desiderio di paternità si limitasse a una semplice voglia da checca, una moda passeggera da soddisfare il prima possibile a suon di contanti. Come se l’emotività, l’interiorità, di una persona si limitasse alla sfera del consumo, e i bisogni dell’anima fossero tutto sommato elementi di secondo piano rispetto al contorno socio-economico – figurati poi quando si parla di froci. Il desiderio è, nella migliore delle ipotesi, ignorato o, nella peggiore, additato come potenzialmente pericoloso, al limite del vizio.

Così, i crociati della vita che non esitano a battersi in nome della dignità umana sono altrettanto propensi a dimenticarsi l’elemento costitutivo della nostra umanità: i desideri, i sogni, le aspettative. Tutto questo certo non semplifica la questione dell’utero in affitto, ma è una variante che non può essere ignorata quando si parla di diritti – quelli veri, non i deliri terzomondisti dei fuffologi da bar scandalizzati per le madri “in vendita”. Ci giochiamo la nostra umanità sul piano delle emozioni e dei sentimenti, non su questioni di principio.

Tutto il resto è pura ipocrisia.

Se Renzi ha un piano per Roma, qual è

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Si invocava il modello Milano, si è rischiato il modello Platì: nessun candidato sindaco per Roma.

Comprensibilmente, d’altra parte, come ci spiegano i colleghi: nessuno vuole più fare il sindaco, in generale. In particolare a Roma, che è la piazza politica peggiore d’Italia. Nonostante tutto, però, a Roma un sindaco c’era: in due anni avrebbe potuto portare a termine il mandato e consolidare il giudizio degli elettori per poi, come pare avvenga nelle democrazie, essere premiato o punito alle urne.

L’interventismo del premier sul caso Marino ci aveva fatto pensare che avesse un piano per Roma, un piano irrevocabile nelle tempistiche e che rendesse necessario e urgente sbarazzarsi dell’inquilino del Campidoglio. A distanza di quasi cinque mesi, invece, anche ai più attenti osservatori sfugge l’avvistamento di una qualsiasi strategia per la Capitale, a meno che non si voglia spacciare per tale la famigerata candidatura alle Olimpiadi del 2024, progetto sul quale non si può che essere benaltristi, prima che favorevoli o contrari (chiunque frequenti Roma si rende conto che la Capitale ha bisogno di ben altro che un grande evento, e ben più in fretta).

Sfugge anche l’avvistamento di un qualsiasi contenuto politico nelle mosse timide del candidato Giachetti e del suo sparring partner Morassut. Tra interviste bonarie in cui rivendica l’autonomia da Renzi e ostenta voglia di fare, ma senza dire cosa, e silenziose passeggiate di ricognizione “sul territorio”, dalle parti di Giachetti si respira una campagna dimessa, malinconica, il tempo ci dirà se solo attendista. Nel confronto con Morassut, poi, nulla di simile alle performance animate degli sfidanti milanesi che, farsa o no, hanno reso credibile una dialettica tra le anime del centrosinistra.

Centrodestra non pervenuto, la piazza appare sgombra per un Alfio Marchini in campagna elettorale permanente.

Gli osservatori moderatamente cattivi pensano che sia lui il vero candidato del Governo, e questo farebbe tornare i conti con l’esigenza di allontanare Marino per lasciare libertà di manovra al comitato olimpico Malagò-Montezemolo che ha in Marchini il suo garante. Inoltre, con Milano a Sala, un candidato di convergenza con il centrodestra su Roma può essere un pegno ragionevole per traghettare il Governo Renzi attraverso le amministrative senza troppi mal di pancia in zona Alfano.

A sentire gli ottimisti, invece, lo stallo di questi giorni non sarebbe che la quiete prima della tempesta. La campagna non è quindi ancora iniziata, e si traccheggia per lasciare al Movimento 5 stelle la prima mossa sperando sia sbagliata. Il Movimento, per tutta risposta, traccheggia anche lui davanti al suo esame di maturità, non più rimandabile oltre queste amministrative romane.

E’ a questo esame che guardano gli osservatorio davvero cattivi: il Campidoglio è l’unico obiettivo concretamente raggiungibile per la squadra di Grillo e – ammesso che non prevalga in loro la paura di vincere – glielo si potrebbe lasciar fare. Lasciare cioè che spariglino le carte in tavola per il tempo necessario, fino a un inevitabile scandalo e alla parola FINE scritta da una Procura sulla storia del Movimento. Non sarebbe il primo caso in cui Renzi opta per la tattica del vincere perdendo.

Roma come pegno per la pax renziana, dunque, oppure Roma come trappola per i grillini. D’altra parte abbiamo sempre pensato che avesse un piano per Roma, l’unica cosa che sappiamo finora è che questo piano non sembra passare per le primarie del PD.

Cercasi Gesù: Beppe Grillo e l’ipocrisia cattolica

in cinema/politica by

Non so se ve lo ricordate, ma nel 1982 Beppe Grillo tentò la carriera cinematografica collaborando con Luigi Comencini su una produzione liberamente ispirata a L’idiota di Dostoevskij. Il film, Cercasi Gesù, vedeva Grillo come protagonista nei panni di un sempliciotto sbucato dal nulla e assoldato da un’editrice cattolica per rappresentare il volto moderno del Cristo.

In una critica serrata della società italiana degli anni ’80, Grillo e Comencini mostravano tutta l’ipocrisia di una Chiesa desiderosa di mostrarsi al passo coi tempi e sostenuta da una gerarchia ecclesiastica alla scoperta del marketing, ma al tempo stesso incapace di liberarsi del suo fardello di avidità secolare, intolleranza e paura del nuovo.

Grillo incarnava perfettamente il potenziale dell’uomo della strada, intellettualmente semplice ma di un’onestà disarmante, che preferisce passare il suo tempo tra bambini handicappati e terroristi redenti piuttosto che sporcarsi le mani con gli affarucoli di scribi e farisei vaticani. Proprio come il Gesù dei Vangeli, il personaggio del comico genovese metteva alla berlina le contraddizioni dell’autorità religiosa con esempi di reale virtù e azioni di umana solidarietà.

Un Beppe Grillo coraggioso insomma, che non esitava a puntare il dito contro la Chiesa cattolica pur mantenendo una sobrietà nei toni e nei contenuti molto distante dai metodi adottati in tempi più recenti. Era la coscienza a parlare all’epoca, non lo stomaco di un branco di elettori incazzati e sbraitanti. Una coscienza che sembra ora del tutto scomparsa, per fare spazio a un mix ributtante di attitudini forcaiole, realpolitik e semplice indifferenza per tutti quei temi che esulano dalla rabbia della gggente.

A quanto pare, il ddl Cirinnà rientra perfettamente quest’ultime due categorie, laddove l’opinione di una minoranza cattolica all’interno del M5S e un probabile disinteresse personale per le questioni civili sono bastate a Grillo per proclamare la “libertà di coscienza” sul voto al Senato, sabotando di fatto l’iter futuro del disegno di legge. Un intervento a gamba tesa che, ben lungi dal garantire genuini spazi di manovra ai parlamentari grillini, rischia in un’ultima analisi di consegnare il destino dei diritti omossessuali nelle mani del solito Cattolicesimo di regime.

Chissà cosa direbbe oggi, di tutto questo, il Gesù di Grillo e Comencini.

HPV (breve tragedia in due atti)

in scrivere by

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Atto I

(primi anni duemila, ambulatorio medico, veneziane verdi alle finestre, lineoleum verde a terra, un giovane siede davanti alla scrivania di un dermatologo)

– Mi dica
– Guardi, ho notato una cosa strana, una piccola escrescenza carnosa sul glande
– Si
– E, dunque, volevo accertarmi di cosa potesse essere
– È hpv
– Ovvero?
– …aspetti, potrebbe essere qualcos’altro, mi lasci concentrare
– …
– Uhm…
– …
– Potrebbe essere qualcosa di diverso?
– Lo chiede lei a me?
– Lei ha dei suggerimenti?
– Il dermatologo è lei!
– Allora è hpv
– Ovvero?
– Ovvero condilomi, creste di gallo
– Ignoro proprio di cosa stia parlando
– È un virus
– Una cosa brutta?
– No, è molto diffuso, lo contrae quasi l’ottanta per cento della popolazione sessualmente attiva, solo che nella maggior parte dei casi non si manifesta, lei invece è stato fortunato, si è manifestato!
– Sono stato fortunato?
– Fortunatissimo!
– Ah…
– Bene, non aspettiamo oltre, vediamo la manifestazione!
(il giovane si spoglia, si stende sul lettino)
– Ora le scoprirò il glande
– Le dispiacerebbe indossare dei guanti?
– Lei mette in dubbio la mia professionalità?
– Lei mette in dubbio la mia ipocondria?
(il medico indossa i guanti)
– Ora le scopriprò il glande
– Ok
– Le confermo la diagnosi, papilloma virus
– Cosa facciamo?
– Lo devo rimuovere
– Dopodiché sarò guarito?
– Oh, oh oh oh, ho ho ho, no, certo che no
– Come certo che no?
– Non è detto
– Come non è detto?
– Eh, non è detto
– Intende darmi qualche informazione in più per carità di dio?
– Di doman non c’è certezza
– Dubito che se la caverà con una citazione di Lorenzo De Medici
– Mi compiaccio giovanotto, lei è colto
– Guardi che è una citazione molto comune
– Lei mette in dubbio la mia cultura?
– Abbia pietà, non ricominciamo
Quisque faber fortunae suae
– Va bene
Pectus est enim quod disertos facit
– Ho fatto solo due anni di latino ma a occhio questa frase non c’entra nulla col contesto
Pecunia non olet
– T
utto questo non ha senso e lei lo sa
– Excusatio non petita accusatio manifesta

– MI CRESCERANNO DELLE COSE SUL CAZZO PER SEMPRE?
– Bè, nella mia esperienza passati alcuni mesi dalla prima rimozione c’è una ricaduta, poi non si dovrebbero presentare altri episodi
– Quindi dopo sarò guarito?
– Non si sa
– Ma come non si sa santo cielo?
– Dipende dal suo organismo, forse riuscirà a debellare l’infezione, forse no, potrebbe rimanere con lei per sempre, potrebbe affezionarsi
– Mi sta salendo l’ansia
– Oh, non si preoccupi, sa quanti ne vedo ogni giorno?
– Quanti?
– Non vuole saperlo, e con lei casco bene, c’è gente che aspetta mesi e quando arriva qui ha il pene che sembra un carciofo
– Un carciofo?
– Si, vede, nel suo caso è ancora minuta, ma crescerà e poi ne cresceranno altre e poi altre ancora,e poi ancora, prima il pene diventerà un carciofo e infine aumenteranno fino a ricreare un gemello identico a lei per peso e dimensioni
– Non respiro bene, mi tolga subito quella cosa
– Mi accingo con gioia
(il medico prende delle piccole forbici chirurgiche)
– Che cosa sono?
– Forbicine chirurgiche
– E cosa ci deve fare?
– Devo asportarle il condiloma
– CON LE FORBICI?
– Con le forbici
– CON LE FORBICI?
– Si
– LEI ME LO TOGLIE CON LE FORBICI?
– Con le forbici
– MA STIAMO PARLANDO DELLA STESSA COSA? IO PARLO DI QUELLO CHE HO ATTACCATO AL CAZZO
– Stiamo parlando della stessa cosa, pensava che usassi una calamita?
– NON C’È UN MODO DIVERSO DALLE FORBICI?
– Potrei usare l’azoto liquido
– …
– Meglio le forbici no?
– Dio mio
– Procedo?
– Dio mio
– Allora procedo, non si muova, non vorrei procurarle un’ emorragia


Atto II
(ingresso di un abitazione, penombra serale, il giovane è al telefono)

– Ciao
– Ciao
– Senti una cosa, allora mi hanno trovato un virus che…
– Che ti hanno trovato?
– Eh, se mi lasci finire
– Dimmi
– Praticamente mi hanno trovato un condiloma
– Ok
– Sul cazzo
– Ok
– Eh
– Dimmi
– Quindi visto che abbiamo fatto sesso non protetto ti volevo avvertire
– Ok, nessun problema
– Mi fa piacere che non te la prendi, mi dispiacerebbe avertelo attaccato
– Ah, ma tu a me?
– Eh
– Ahahah, no, che cucciolo, te l’ho attaccato io, che dolce sei, però grazie eh
– …
– Davvero, un bacione, ciao
– …
– (click)
creste di gallo

Chi di vaffanculo ferisce…

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I gesti dei senatori verdiniani Barani e D’Anna diretti alle colleghe pentastellate Lezzi e Taverna sono osceni e offensivi? Assolutamente sì, il video sembra essere evidente al riguardo, è inutile giocare sulla semantica – persino il labiale è piuttosto chiaro.

Sono gesti di natura sessista, moralmente condannabili in seno allo svolgimento delle normali attività democratiche e istituzionali del Senato? Certo, qualsiasi allusione di natura sessuale rivolta a persone di sesso femminile in luoghi pubblici e/o lavorativi è esecrabile nella misura in cui lede alla dignità dell’interessata, prima in quanto donna, poi, soprattutto, in quanto essere umano.

È giusta la sospensione dei senatori incriminati? Immagino di sì, e sebbene non possa esprimermi in merito a un regolamento di condotta interno al Parlamento che sinceramente non conosco, mi sento di dire con tranquillità che a certi comportamenti sarebbe ora di porre un freno, tanto più in un luogo deputato a rappresentare la nostra democrazia, la nostra Repubblica.

Premesso tutto ciò, sperando che sia chiaro che non trovo alcuna scusante per il comportamento dei verdiani, mi domando tuttavia con quale coraggio un partito – sì, un partito, non raccontiamoci balle – che ha fatto del “vaffanculo” il suo cavallo di battaglia si lamenti ora dei toni (insultanti, aggressivi persino) assunti dagli avversarsi in sede di dibattito. Se ne parlava anche in un post precedente: tanto scandalo per la bestemmia dell’assessore Esposito in assemblea capitolina, e un’assuefazione silenziosa per la valanga di merda che siamo costretti a ingoiarci ormai quotidianamente a causa del Movimento 5 Stelle e altre forze politiche di varia natura.

Vaffanculo grillini che, in molti casi, non sono rivolti solo alla kasta!!!111!1 in generale, ma a persone reali, individui specifici. Come se l’offesa alimentata da una presunta rabbia sociale diffusa fosse ampiamente giustificata, se non persino incentivata, al punto da risultare impossibile sollevare obiezioni in merito ai toni adottati. L’accusa di ritorno è sempre quella, ovviamente: se non offendi, se non ti lasci andare al vaffanculo, fai parte pure tu della casta.

Care senatrici pentastellate: io disprezzo il comportamento senatori verdiniani dal sessismo facile, come disprezzo qualsiasi attacco diretto che sfrutti le caratteristiche intrinseche di una persona per denigrarla. Appoggio quindi qualsiasi iniziativa che incentivi una maggiore attenzione rispetto a certi temi in sedi istituzionali e non, in nome del vivere civile e democratico.

Ma la mia solidarietà, quella che darei a una vittima innocente del sistema, proprio non ve la meritate.

Elogio della bestemmia

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Fra tutti i casini a cui è soggetta la giunta Marino (Mafia Capitale, le strade sempre allagate, i ritardi sul Giubileo, il Papa incazzato, l’invasione degli Evroniani), c’è chi trova pure il tempo per polemizzare sulla bestemmia dell’ormai fantozziano assessore Esposito, pronunciata, a quanto pare, nel corso di una lite furibonda in assemblea capitolina col consigliere Dario Rossin.

Al netto dell’opportunismo politico in una situazione di per sé delicata, dove ogni scusa è buona per infierire ulteriormente sul già agonizzante clan Marino, è interessante notare come la bestemmia venga stigmatizzata in un contesto, l’agone politico, che certo non brilla per savoir faire ed eleganza di costumi. La parolaccia, l’insulto personale e finanche la diffamazione sono pane quotidiano sulla scena pubblica, al punto che certi personaggi stranoti – da Gasparri a Buonanno, passando ovviamente per Beppe Grillo – possono dedicarsi quotidianamente all’impropero, all’allusione volgare o all’attacco diretto senza che alcuno batta ciglio. Eppure, in tutto questo, la bestemmia rimane un tabù, una sorta di area protetta alla quale persino il politico più scafato deve fare attenzione se non vuole ritrovarsi in un ginepraio di scuse improbabili e autodafé mediatici.

“Gioca coi fanti ma lascia stare i santi,” dice l’adagio. Ovvero, in Italia l’insulto personale si pone in secondo piano, su scala valoriale, rispetto alla blasfemia, all’offesa della sfera celeste. Laddove qualsiasi altra parolaccia è consentita, laddove sul piano morale l’accostamento di un epiteto volgare al nome di una persona è in un qualche modo accondisceso, al nome del Signore viene concessa una vera e propria immunità, un salvacondotto da quel turpiloquio così caro alla nostra realtà italica.

D’altronde, la sensibilità individuale è sempre la prima ad essere evocata: quante volte ci siamo sentiti dire, da credenti e non, che “le parolacce van bene, ma le bestemmie proprio no che mi disturbano”? Come se, appunto, la sensibilità del singolo giustificasse l’uso di un certo vocabolario piuttosto che un altro; così, se io sbatto un alluce contro la gamba di un tavolo e urlo “Cazzo!”, va tutto bene, capita, si è fatto male, vorrei veder te al suo posto, mentre se mi scappa un “porcamadonna” altrettanto liberatorio come minimo mi becco una pletora di occhiatacce e sguardi accusatori da tutti i presenti. Ugualmente, mutatis mutandis, se il vaffanculo costante dei grillini non è altro che l’espressione di un disagio sociale profondo, la bestemmia dell’assessore esasperato diventa invece un caso politico.

Insomma, “diocane” “porcodio” “madonnaladra” e varianti del caso risultano oggi essere molto più disturbanti, se non addirittura scioccanti, rispetto al vasto panorama linguistico di parolacce e insulti nazionali e dialettali. Panorama che, fra l’altro, nel corso dei secoli si è arricchito, in termini di blasfemia, anche grazie alla meravigliosa fantasia locale dei nostri avi: chiunque provenga da regioni come Veneto, Emilia o Toscana sa che il vero suono di casa non sono le campane della domenica, ma i “diocagnassléder” dei vecchi durante gli esecrabili tornei di briscola nei bar di paese.

E così, immemori del nostro passato di fieri bestemmiatori popolani, garantiamo alle fregnacce su Dio, la Madonna e diecimila santi una cura speciale, un’attenzione particolare, di cui noi stessi, come individui, non possiamo minimante godere. L’Invisibile (o l’Inesistente, secondo alcuni), merita molto più riguardo dell’essere umano reale, in carne e ossa. Ancora una volta, fingere di rispettare qualcosa che non è di questo mondo risulta molto più facile che fare i conti con la propria coscienza.

Prendetevi pure i vostri cari, amati vaffanculo. Io mi tengo stretto il mio diocane, che tanto lassù non c’è nessuno che possa davvero offendersi.

Ci hai creduto, naso di velluto

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Allora capisci che Veronesi va in televisione a dire che bisogna fare le mammografie perché la General Electrics che fa i mammografi probabilmente gli dà una sovvenzione nella sua fondazione

Questo è il virgolettato di Beppe Grillo, fedelmente trascritto da qua.
Ebbene, se ci si limita a valutare il dato testuale in senso stretto, le lamentele di Grillo non fanno una grinza: perché effettivamente il nostro amico non mette mai in dubbio in modo esplicito l’utilità delle mammografie, cioè non dice mai “fare la mammografia non serve a niente”.
Però, abbiate pazienza, nelle parole che si pronunciano c’è pure un senso che va al di là delle parole stesse. C’è un contesto. C’è un sottotesto. E a me questo giochino del “vatti a risentire la registrazione, non l’ho mai detto”, questo atteggiamento ottusamente infantile per cui ci si aggrappa alla letteralità come farebbero dei bambini giocando a battaglia navale, questo continuo “ci hai creduto naso di velluto” cui siamo sottoposti da anni, grazie al quale prima si dice tutto e il contrario di tutto e poi lo si smentisce adducendo a propria discolpa elementi esclusivamente formali, mi avrebbe un po’ stancato.
Potremmo fare delle prove.
Potremmo chiederci cosa succederebbe se un Capriccioli qualsiasi dicesse “Allora capisci che i giornali scrivono che ci sono stati i campi di concentramento perché i finanzieri ebrei probabilmente gli danno delle sovvenzioni”, e poi, il giorno dopo, si arrampicasse sul virgolettato per sostenere di non aver detto che i lager non sono mai esistiti.
Io spero davvero di non dover arrivare a tanto: sarebbe mortificante per la mia intelligenza, Beppe, e pure per la tua.
Sai cosa? Siamo adulti.
E a volte tra gli adulti, ti do questa notizia, ciò che si lascia intendere è addirittura più importante di quello che si dice.
Quindi, se proprio hai voglia di divertirti facendo marameo al prossimo ciurlando nel manico delle parole dette e di quelle non dette, ti invito a casa mia, ti faccio una bella cacio e pepe, ti presento i miei amici e dopo cena organizziamo un partitone a Trivial Pursuit: durante il quale, te lo assicuro, ti sarà consentito di contestare le risposte degli altri anche se sbagliano la pronuncia di una singola lettera.
Dopo però torniamo a fare i grandi, cheddici?

Schettinen

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Avrete già saputo tutti della geniale decisione de “Il Giornale”, che ha deciso oggi di presentare l’articolo in prima pagina dedicato al disastro aereo delle Alpi con un titolo dignitoso e di classe: se non l’avete già visto, ecco, si tratta di questo.

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Tutto tristemente vero, anche se stamattina mi ero illusa, solo per un attimo, che fosse un fotomontaggio.

Ma non andrò a sparare sulla croce rossa, e non sottolineerò, perché è piuttosto evidente per chiunque abbia un minimo di sale in zucca, tutti gli aspetti sbagliatissimi di questa triste immagine.

Questo episodio è un pretesto per riflettere su qualcosa che vedo fare da troppo tempo: la corsa alla battuta sul morto/tragedia/cazzi del giorno.

E oggi siamo andati oltre in molti casi, compreso quello del Giornale, o il paragone che Beppe Grillo ha fatto fra il pilota della Germanwings e Matteo Renzi, superando di parecchi metri la soglia del cattivo gusto, in un momento in cui, di sicuro, non si ha bisogno ANCHE di questo.

Ma questa è solo la punta dell’iceberg. Alla base c’è un discorso molto delicato, quello dello humour nero.

In un paese libero, come il nostro, ci è permesso dire tutto ciò che ci passa per la testa, per fortuna.

Ma, e credetemi, a volte non è davvero necessario. Non è necessario cogliere la palla al balzo sperando di essere più originali degli altri nel postare la vostra battuta sulla morte di Pino Daniele, sull’attentato a Charlie Hebdo o sull’aereo della Germanwings.

Occhio: non è mica vietato. E non è detto che, in alcuni casi, non sia persino parecchio divertente.

Ma -ripeto- non è necessario. Non tutti i giorni, non continuamente, non pensando di essere più cinici-geniali-dissacranti degli altri. Non lo siete, soprattutto quando esserlo è il vostro scopo primo.

Non lo siete, perché ci dovete pensare, e vi spremete le meningi per farvi venire in mente qualcosa di assolutamente originale per far vedere agli altri che, che diamine, io mica sono uno di quegli ipocriti lì che si rattristano per cinque minuti e poi basta. Io, la battuta sull’attentato al Museo di Tunisi la faccio: perché, voglio dire, lo posso fare, no?

Certo che puoi. Ma non è che DEVI.

Non c’è bisogno di essere sempre dissacranti. Ogni tanto basta. Ogni tanto vergognatevi pure voi. Beppe Grillo, Sallusti, tutti.

Tanto, per fare due like in più, bastano un paio di belle tette.

 

JJ

 

Le peggio frasi dei vice di Grillo

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E’ il loro giorno. E in questo giorno vogliamo ricordarli così.

Carlo Sibilia

Discutere una legge che dia la possibilità agli omosessuali di contrarre matrimonio (o unioni civili), a sposarsi in più di due persone e la possibilità di contrarre matrimonio (o unioni civili) anche tra specie diverse purché consenzienti – 11 dicembre 2013

Oggi si festeggia anniversario sulla #luna. Dopo 43 anni ancora nessuno se la sente di dire che era una farsa – 20 luglio 2014

Carla Ruocco

Ho trovato quasi naturale essere una ‘volontaria della politica’, anche perché, avendo due bimbi, è stato come occuparmi di loro – dal suo blog

Brunetta è il capo indiscusso del gruppo unico dell’affare, del malaffare, delle larghe intese e dell’inciucio – 25 luglio 2013

Roberto Fico

Violante è una cacchetta di pseudo-uomo. Giorgio Napolitano è un cane addomesticato per scagliarsi contro l’evoluzione dell’essere umano – 15 marzo 2013

Alessandro Di Battista (detto Dibba)

Renzi è  un sindachello assenteista che fa ricatti mafiosi, ladro e pure condannato – 16 dicembre 2013

Con i droni il terrorismo è l’unica arma rimasta a chi si ribella. Dobbiamo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione – 16 agosto 2014

Il Pd vuole colpirne uno (Fedez) per educarne 100: questi sono i metodi che utilizzavano le Brigate Rosse! – 11 ottobre 2014

In Grecia cittadini disperati si iniettano il virus dell’AIDS per prendere il sussidio – 11 ottobre 2014

Luigi di Maio

D’ora in poi Beppe Grillo e Casaleggio avranno meno spazio, ma loro sono contenti – 19 luglio 2014

 

Beppe Grillo e la democrazia diretta delle investiture

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Oggi sul blog di Beppe Grillo (e nella casella e-mail degli iscritti al M5S) è apparso questo interessante messaggio:

Quando abbiamo intrapreso l’appassionante percorso del MoVimento 5 Stelle, ho assunto il ruolo di garante per assicurare il rispetto dei valori fondanti di questa comunità

Bene. E’ il garante. Io pensavo che fosse il capo, ma vabbe’, fa niente.

Oggi, se vogliamo che questo diventi un Paese migliore, dobbiamo ripartire con più energia ed entusiasmo

Dai, entusiasmiamoci!

Il M5S ha bisogno di una struttura di rappresentanza più ampia di quella attuale. Questo è un dato di fatto. Io, il camper e il blog non bastiamo più. Sono un po’ stanchino, come direbbe Forrest Gump

Fermi, fermi. Vediamo se ho capito: siccome lui, che è il garante (mica il capo, eh), non basta più e per giunta è stanco, il Movimento ha bisogno di una struttura di rappresentanza più ampia. Quindi: per sopperire alla stanchezza di uno che non si capisce se sia un capo o un garante, servono dei rappresentanti. Tutto molto chiaro.

Quindi pur rimanendo nel ruolo di garante del M5S ho deciso di proporre cinque persone, tra le molte valide, che grazie alle loro diverse storie e competenze opereranno come riferimento più ampio del M5S in particolare sul territorio e in Parlamento

Ah. Ok. Non sono proprio rappresentanti, ma punti di “riferimento più ampio” sul territorio e in parlamento. Insomma: capo, garante, rappresentanti, punti di riferimento, territorio. Un guazzabuglio. Ma vabbe’, vediamo come verranno scelte, queste persone che “servono”. Dalla piattaforma, immagino. Dagli iscritti. Dalla gente, no?

Oggi le propongo in questo ruolo per un voto agli iscritti, in ordine alfabetico:
– Alessandro Di Battista
– Luigi Di Maio
– Roberto Fico
– Carla Ruocco
– Carlo Sibilia

Ah, ecco. Li propone lui. Monocraticamente. E in ordine alfabetico. Li propone lui “in questo ruolo”, che tra parentesi non si capisce che ruolo sia. Anzi no, aspettate, forse qua sotto c’è scritto.

Queste persone si incontreranno regolarmente con me per esaminare la situazione generale, condividere le decisioni più urgenti e costruire, con l’aiuto di tutti, il futuro del MoVimento 5 Stelle

Ah, be’. Eccoci. I rappresentanti, o punti di riferimento, in sostanza avranno il compito di prendere “le decisioni più urgenti” (cioè potenzialmente tutte) insieme a lui (che però è solo un garante, eh) “con l’aiuto di tutti”. Poi cosa faranno ‘sti “tutti” per “aiutare” non è dato sapere. Vabbe’, direte voi, almeno gli iscritti li voteranno: se uno gli piace diranno di sì, se non gli piace diranno di no. Invece guardate che bella sorpresa:

consulta
In blocco. Gli iscritti devono votare in blocco cinque persone scelte dal capo (pardon, garante) non si capisce bene in base a quale criterio, se non quello di essere le più “visibili” e avere delle non meglio precisate “diverse storie e competenze”, per fare una cosa che nella migliore delle interpretazioni non si capisce cosa sia, e nella peggiore consiste sostanzialmente nell’incontrarsi regolarmente col capo (ops, garante) stesso allo scopo di decidere tutto.
Ora, io dico una sola cosa: Beppe Grillo è lo stesso che faceva fuoco e fiamme perché i candidati alla segreteria del PD venivano “calati dall’alto”, proposti “per grazia di partito”, di tal che dette primarie non erano altro che una farsa, al punto da ribattezzarle “buffonarie“? Era lui, vero, oppure mi sbaglio?
Ecco, la “democrazia” interna del partito (pardon, scusate, “movimento”) che mette alla frusta gli altri per il suo “verticismo” è tutta qua: in cinque nomi proposti dal capo, che possono essere votati solo in blocco allo scopo di formare una specie di “gran consiglio” con il capo stesso.
Siamo al livello delle investiture medievali, e questi ancora parlano di democrazia diretta.

Casaleggio che dice cornuto all’asino

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Cercando su Urban Dictionary la voce “click bait” (letteralmente: “esca per click”), e traducendo il risultato dall’inglese, si ottiene grosso modo questa definizione:

Un link che “acchiappa l’occhio” su un sito web, che incoraggia le persone a continuare a leggere. Spesso è pagato dagli inserzionisti (click bait “pagato”) o genera introiti basati sul numero di click

Si tratta di un fenomeno nel quale prima o poi ci siamo imbattuti tutti, specialmente sui social network: ci si trova davanti un titolo molto enfatico, nel quale vengono spese con grande generosità e disinvoltura, perlopiù in carattere maiuscolo, parole altisonanti come “VERGOGNA”, “SCANDALO”, “INCREDIBILE”, ci si clicca sopra per capire che diamine sia successo e si scopre che in realtà la notizia è molto meno clamorosa di quanto quel titolo lasciasse supporre; a tutto vantaggio degli accessi al sito web che usa questo metodo, il quale ne beneficia in termini di traffico e quindi di influenza, o più semplicemente di soldi.
Ora, voi sapete come la penso: ciascuno è libero di fare le cose come meglio crede. Ragion per cui, se uno vuole mettere su un sito che acchiappa gli accessi in questo modo non ho niente da eccepire, purché sia consapevole di quello che fa e se ne assuma la responsabilità. Voglio dire: vuoi scrivere una canzonetta orecchiabile per vincere Sanremo? Be’, non sarò certo io a giudicarti, accomodati pure. A patto che non ti metti in testa di essere Debussy. E soprattutto che non perculi gli altri, che scrivono canzonette tali e quali alla tua, accusandoli di essere troppo “pop”.
Ebbene, quest’oggi su Twitter sta andando in scena una vibrante polemica proprio su questo fenomeno. Qualcuno sta prendendo pesantemente per i fondelli quelli di FanPage perché a suo dire abusano del bait-clicking, e invita varie testate e giornalisti a sputtanarli anche loro, magari scrivendoci sopra un bell’articolo:

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Ora, voi vi domanderete: che testata autorevole e seriosa sarà mai, quella che denuncia il click bait come una patetica schifezza, indignandosi e sfidando polemicamente mezzo mondo a scriverne? Micromega? Limes? Internazionale?
Manco per niente. Guardate un po’ qua:

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Non so se mi spiego: stiamo parlando nientepopodimeno che di Tze-Tze, cioè del sito di proprietà di Casaleggio che funziona da vera e propria grancassa mediatica per Beppe Grillo e per il Movimento 5 Stelle. E che appena qualche centimetro più in basso, sullo stesso stream di Twitter, presenta le proprie notizie così:

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Allora, capirete, uno rimane un tantino perplesso. Perché passi produrre a manetta titoli smodatamente sensazionalistici e “eyecatching” per indurre la gente a cliccarci sopra, e -guardate che vi dico- passi perfino farlo a scopo di grossolana propaganda politica: però poi, abbiate pazienza, sarebbe quantomeno dignitoso non accusare gli altri di produrre “puttanate acchiappa click e gonzi”. Voglio dire: ci vuole davvero una faccia di bronzo (quella sì) clamorosa, incredibile e scandalosa.
Il punto, probabilmente, è che il pudore funziona senza mezze misure: o lo si ha, o non lo si ha. Quindi, se non si prova il benché minimo imbarazzo a pubblicare gragnuole di titoli esagerati al solo scopo di accaparrarsi qualche click, perché mai se ne dovrebbe avere a prendere per il culo quelli che fanno esattamente, né più né meno, la stessa cosa?
Dopodiché, per completezza, sarebbe appena il caso di aggiungere che fare bait-clicking per racimolare qualche soldo di pubblicità è un tantino più dignitoso che adoperarlo per fare propaganda politica in favore del secondo partito politico italiano. Ma lasciamo correre.
Sia come sia, si vede che le cose stanno così: a noi mortali è concesso di scrivere soltanto roba molto, molto sobria, perché il monopolio assoluto delle pallonate è riservato a Casaleggio e ai suoi amici.
E guai, dico guai, a insidiarlo.

Democrazia diretta, espulsione immediata.

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“PS: Giorgio Filosto, Orazio Ciccozzi, Pierfrancesco Rosselli, Daniele Lombardi, hanno approfittato del loro ruolo di responsabili della sicurezza del palco di Italia5Stelle per occupare il palco stesso. In rispetto per gli oltre 600 volontari che hanno dedicato il loro tempo e lavoro per il successo dell’evento Italia 5 Stelle e delle centinaia di migliaia di attivisti del MoVimento 5 Stelle presenti all’evento, i 4 sopracitati sono fuori dal MoVimento 5 Stelle”

Con queste parole, nel post scriptum di un altro post, come se fosse una cosa marginale, una specie di zanzara da schiacciare, 4 attivisti del Movimento 5 Stelle sono stati espulsi per editto di Beppe Grillo, senza procedimento disciplinare, senza appello.

I quattro erano saliti sul palco del Circo Massimo con uno striscione con scritto “Occupy palco”  per chiedere “più trasparenza e partecipazione diretta nel Movimento”. E quindi, ovviamente, sono stati espulsi.

Vediamo di ricordarcelo ogni qual volta sentiremo un grillino cianciare di “trasparenza”, “democrazia diretta” e “partecipazione”, magari occupando il tetto del Parlamento. Oppure quando i parlamentari del M5S si lamenteranno di essere stati espulsi dall’Aula per aver violato il regolamento parlamentare.

Ricordiamocelo, e chiediamogli di tacere.

Santé

Prendigli il microfono

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Poi, come al solito, diranno che sono prevenuto.
Però, se avete un minimo di pazienza, guardatevi ‘sto video e poi fatevi una domanda: è possibile, logicamente parlando, conciliare la supposta “democraticità” di un’organizzazione politica con il fatto che detta organizzazione è guidata da un leader carismatico? Oppure, come mi pare più probabile, per far quadrare il cerchio occorre che la democrazia interna sia soltanto proclamata, magari a gran voce, ma al primo accenno di dissenso si renda necessario, per non dire indispensabile, gridare “prendigli il microfono“?
Io non posso saperlo, se la ragazza del video si è “guadagnata la pagnotta dal PD”: e siccome non lo so non mi azzarderei a ipotizzarlo, anche se astrattamente questa rimane pur sempre una possibilità.
Quello che so è che la stessa insinuazione è stata operata nei miei confronti, ovviamente senza alcun fondamento, ogni qual volta mi sono azzardato a criticare i nostri amici grillini; e che l’accusa di tradimento al primo cenno di disaccordo, l’imputazione di intelligenza col nemico, la calunnia utilizzata come strumento di delegittimazione dei dissenzienti e il dileggio pubblico che ne consegue sono, perché lo sono, riflessi tipicamente stalinisti; che, perlomeno a me, fanno più orrore, e sembrano ancora più pericolosi, della cosiddetta “partitocrazia”.
Qualcuno, anche su questo blog e non senza ottime ragioni, ha osservato che il Movimento 5 Stelle è diventato come tutti gli altri partiti.
Magari, mi viene da obiettare guardando queste immagini.
Magari.

Nessuna ragione di esistere

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Il paradosso, e mi spiace davvero che molti dei nostri amici pentastellati si ostinino a non vederlo, è che il Movimento 5 Stelle afferma da sempre, tra l’altro con una certa decisione, che la sua peculiarità consiste nel saper ascoltare la volontà del “popolo”; che la Camera, il Senato e i “palazzi” in genere non sono luoghi di democrazia, ma oscuri e incancreniti covi del più bieco “potere”, di tal che è necessario tornare a raccogliere il parere dei cittadini, delle persone, della “gente”, per comprenderne le esigenze e tradurle in legge. Al punto che, com’è noto, i parlamentari del Movimento si autoproclamano “portavoce”, con ciò volendo rimarcare, anche a scapito delle norme di legge sul divieto di mandato imperativo, il loro ruolo di semplici “esecutori” al servizio della volontà popolare.
Ebbene, alle ultime elezioni il Movimento 5 Stelle è stato votato da una cosa come quasi nove milioni di persone.
A questo punto la domanda che sorge spontanea è: chissà come le consulteranno, quelle persone. Chissà quali sofisticati strumenti avranno inventato, e poi dispiegato in modo capillare sul territorio nazionale, per dare voce a tutta quella gente. E la risposta è: lo facciamo via web.
Però si sa, mica tutti hanno internet. O magari ce l’hanno, ma non lo usano con disinvoltura. Oppure, semplicemente, non gli va di usarlo e basta. Dico, sarà legittimo non voler usare internet, no? Cioè, il voto di quelli che non vogliono usarlo, sia pure per un capriccio personale, sarà valso al Movimento tanto quanto quello degli altri, o sbaglio? Insomma, se lo sono preso, quel voto, mica lo hanno rispedito al mittente.
Sapete qual è il risultato di tutto ciò?
Il Movimento 5 Stelle, la cui pressoché unica ragione di esistere è proprio il riavvicinamento dei cittadini alla politica e l’abbattimento della democrazia rappresentativa a beneficio di quella diretta, prende le proprie decisioni consultando ogni volta (e succede molto spesso) una cosa come ventimila cittadini dei nove milioni che l’hanno votato. Che, divisioni alla mano, significa lo 0,2%.
Perbacco, e gli altri? Come dite? E’ troppo difficile consultarli? Be’, scusate ma questi sono cazzi vostri. Siete voi che vi riempite la bocca dalla mattina alla sera con la “bufala” (perché, dati alla mano, non c’è altra parola per definirla) secondo la quale le decisioni dei vostri parlamentari (pardon, “portavoce”) sono ispirate alla volontà del “popolo”: allora, scusate tanto, o trovate un modo per consultarli tutti, oppure piantatela di dire fregnacce.
Piuttosto, riflettete su un fatto: se siete dove siete esclusivamente perché vi proclamate i “portavoce” del “popolo”, e poi pensate di cavarvela con dei simulacri di consultazioni che di quelle “voci” ne ascoltano una su cinquecento, significa che siete dove siete senza alcun motivo ragionevole.
Poi fate voi.

Cabaret

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Ricapitoliamo: uno non vota per Grillo perché lo mette non poco a disagio (tra l’altro):
1. sentire Grillo che strilla a tutti gli altri che devono “andarsene a casa”;
2. sentire Grillo che rinfaccia a Renzi che aveva detto una cosa e poi ne ha fatta un’altra, come se si trattasse di un gioco da tavolo e nel mezzo non ci fossero la politica, i suoi momenti che cambiano rapidamente, i relativi rischi e le connesse responsabilità.
Ebbene, uno non vota per Grillo, poi guarda i risultati delle elezioni con un certo sollievo, perché Grillo ha preso la metà dei voti degli altri, e a quel punto i sostenitori di quegli altri attaccano a dire a Grillo:
1. che deve andarsene;
2. che deve andarsene perché aveva detto che se perdeva se ne andava.
Cioè, in estrema sintesi, iniziano a fare esattamente come lui.
E allora, abbiate pazienza, uno finisce per porsi più di una domanda.
Tipo: ma esattamente da dove dovrebbe andarsene, Grillo? Da casa sua? Cioè, state paventando una specie di esproprio della villa? O magari, che ne so, deve dimettersi da comico? Cioè, per esempio, farsi serio serio e mettere in scena Ibsen? Oppure togliersi dalla guida del suo movimento? Ipotesi invero più plausibile e tuttavia ugualmente singolare, giacché gli unici titolati a fargli tale invito sarebbero gli iscritti al movimento medesimo, mica gli altri.
Ma soprattutto: cosa stiamo facendo, la politica o il rimpiattino delle fregnacce?
Perché se stiamo facendo il rimpiattino delle fregnacce avvertitemi: io mi metto a frugare l’archivio, come ho fatto altre volte tra il serio e il faceto, e tiro fuori un campionario di promesse disattese che per scriverle tutte mi toccherà aprire un altro blog.
Dopodiché, però, la prossima volta che mi parlate di responsabilità, di diversità da quelli che strillano, di populismo e di demagogia mi toccherà farmi una risata.
E magari, chissà, dovendo votare per il cabaret scegliere perlomeno quello originale.

Mi ritrovai nel culo una matita

in politica by

Noi lo facevamo alle elementari. Qualcuno, i più “soggetti”, anche in prima media.
Ricordo, con quel misto di tenerezza e vergogna che ciascuno di noi riserva all’età infantile, che ridevamo di brutto.
Roba tipo “O cavallina, cavallina storna/Che fa tante scuregge e non ritorna“, oppure “Nel mezzo del cammin di nostra vita/Mi ritrovai nel culo una matita“, o anche “D’in su la vetta della torre antica/Ha fatto una cacata Federica“.
Ci scompisciavamo, fino alle lacrime. E a volte, quando la trovata ci pareva particolarmente degna di nota, infliggevamo la lettura di quei capolavori ai nostri genitori, che nel migliore dei casi fingevano di sghignazzare per qualche secondo e cambiavano discorso, probabilmente confortati dal fatto che la nostra imminente crescita avrebbe posto fine per sempre a esibizioni del genere.
Ecco, noi alle elementari. Invece questo ‘sta roba la concepisce a sessantacinque anni suonati, nella qualità di leader del secondo partito italiano, e crede pure che sia una trovata brillante, tant’è che la pubblica su un blog.
A quel punto tutti a strepitare che si tratta di un’alzata d’ingegno offensiva, perché si ispira a una poesia che parla di cose serie, serissime; opinione che è senz’altro condivisibile, se non fosse che il nostro amico, furbacchione, l’ha deciso apposta, di storpiare una poesia su un argomento del genere, in modo che succedesse esattamente questo: tutti si indignano e quindi tutti ne parlano.
Dopodiché non c’è nessuno, neanche uno, che oltre a questo abbia detto una cosa tanto semplice quanto triste: Beppe, ‘sta poesiola è davvero una cosa patetica. Voglio dire, noi le facevamo quando eravamo alti un metro, e a ripensarci adesso ci vergogniamo.
Via, hai un’età; e per giunta avresti una dignità artistica da difendere, visto che sei pur sempre un uomo di spettacolo: cioè, non è che a forza di fare politica comincia a riuscirti maluccio pure quello?

Beppe, ancora una balla!

in politica by

Grande Beppe! Ho sentito la tua intervista a Mentana, dove ne hai dette di cotte e di crude che magari commenterò nei prossimi giorni.

Nel frattempo però ho una cosa da dirti.

Parlando con Mentana tu hai spiegato che la Costituzione prevede una cosa assurda rispetto al divieto di mandato imperativo o di “vincolo di mandato”. E hai quindi annunciato che farai sottoscrivere a tutti i candidati una dichiarazione in base alla quale, in caso di cambio di casacca o passaggio ad altro gruppo, dovranno pagare 250.000 Euro come “penale”, “multa”, “sanzione” (non hai le idee molto chiare sul punto ma vabbè: diciamo che devono cacciare il grano se escono dal Movimento).

Hai detto anche una cosa tipo: “In questo modo introduciamo noi il vincolo di mandato, visto che la Costituzione non lo consente!”.

Bene, Beppe: chissà quanti dei tuoi sostenitori si saranno sentiti tranquillizzati a questo punto: chi va in Parlamento coi 5 Stelle e viola il vincolo di mandato dei 5 Stelle finalmente paga!

Peccato che non sia così. Peccato che non possa essere così e tu, che non sei un idiota, non puoi non saperlo.

Che ci piaccia o no il divieto di vincolo di mandato (a te non piace a me si, ad esempio), questo divieto è previsto dalla Costituzione. La stessa che i tuoi salgono sui tetti a difendere per intenderci, ecco: quella là.

Ora, non è che se una legge (la Costituzione è come una legge, Beppe, ma gerarchicamente più importante, tanto per farla semplice) impone un divieto tu possa firmare una dichiarazione con la quale quel divieto  lo ignori.

Tanto per fare un esempio: se firmiamo un contratto che prevede che in caso di violazione del contratto tu potrai uccidermi non è che se poi io violo il contratto tu potrai davvero uccidermi. Quel contratto è nullo perché il sistema giuridico non consente l’omicidio.

Allo stesso modo, se firmiamo un contratto che dice che nel caso in cui io venga eletto dai 5 Stelle e poi violi il mandato elettorale dei 5 Stelle dovrò pagare una penale, è nullo. E’ nullo (se vuoi annoiarti, è nullo ai sensi dell’art. 1418 c.c.) perché viola appunto una norma imperativa cioè l’art. 67 della Costituzione che non consente il vincolo di mandato.

Ripeto, Beppe: sei troppo furbo per non saperlo. Quindi, ancora una volta, ci prendi per il culo.

I leader della rivoluzione che si dicono bravi da soli

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Quest’oggi, facendo un giretto sul blog di Beppe Grillo (del resto, amici, ognuno ha i passatempi che si merita), ho scorto nella colonna a destra la notizia che riproduco qua sotto:

mentana
“Perbacco”, ho pensato: “quale sarà mai la notizia su Grillo diffusa da Enrico Mentana?”
Dopodiché, non senza una certa emozione, ho fatto clic, e sono stato fulmineamente catapultato sul riquadro che vedete qua sotto:

mentana2
Vediamo se ho capito: Mentana scrive su Facebook che intervisterà Grillo, e il sito “La Fucina” riporta la notizia sottolineando che Grillo non si lascia intervistare da anni, di tal che Mentana ha fatto “il colpo grosso”.
In estrema sintesi, quindi, il commento alla notizia “appena diffusa” è che Mentana ha avuto una gran botta di culo perché potrà intervistare quel gran figone di Grillo: e il sito che ha elaborato ‘sto popò di commento, che Grillo si è subito premurato di linkare sul suo blog, è di proprietà indovinate di chi?
Di Casaleggio, ovviamente.
Quindi, praticamente, la storia è questa: i due leader carismatici di un movimento che rappresenta grosso modo un terzo degli italiani, e che sostiene di voler fare una specie di rivoluzione digitale, si divertono ad auto-scriversi articoletti agiografici (oltre che incerti nella costruzione del periodo, ma questo è un altro discorso) e poi se li linkano a vicenda, manco fossero due blogger sfigati che vengono letti solo dai parenti stretti.
Poi dice che se ti viene da ridere sei “kasta”.

Guida complicata al M5S per editorialisti

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Sono passati ormai anni dalla nascita del Movimento 5 Stelle, ed è impossibile contare le opinioni, gli articoli, i post, le interviste in cui si è cercato di capire o spiegare cos’è, come funziona e soprattutto quali grossi problemi ha.

Ora, è molto facile ridere e scherzare sull’approssimazione organizzativa, sull’improbabile impreparazione degli eletti, sull’inconcludenza della strategia, sul leninismo spinto dei vertici, sul surrealismo delle proposte nei forum dei meetup, sull’imbarazzo degli streaming e sulla totale follia del Semplice Portavoce: facile; lo può fare chiunque, anche un bambino (e forse perfino Matteo Renzi).

– Com’è che è, improbabile…?
– Impreparazione, Matte’.
– Improbabiremprerapazione.
– Vedi? Neanche sei ore che provi e ci sei quasi riuscito. Ancora, dai.
– Credo che farò il discorso abbraccio.
– Hai detto “a braccio” o “abbraccio”?
– L’asciami solo per favore.

Quando si tratta di comprendere, però, sembra che la capacità di analisi improvvisamente sparisca e lasci il posto a slogan tanto convinti quanto mutevoli (quasi si fosse davvero Matteo Renzi).

A: – Il M5S è un’armata Brancaleone.
B: – Bravo, esatto: questi progettano una dittatura!
A: – Infatti se ci fai caso Grillo vuole solo fare opposizione, non governare.
C: – Classico qualunquista.
A: – Sì, capito? Hanno un piano preciso per attentare alla costituzione.
B: – E vendere i suoi DVD.
C: – Prima la cosa della costituzione e poi i DVD.

Ora, c’è una classe di individui appositamente preparati e spersonalizzati per anni in enormi fabbriche senza contatti con il mondo civilizzato né con il sapone all’unico scopo di capire come funzionano i sistemi complessi: gli ingegneri. Quello che segue è un tentativo di approccio vagamente ingegneristico al sistema M5S.

Definizioni e contesto

Il sistema in esame è attualmente parte di una struttura più complessa e già ampiamente nota, la Repubblica Italiana (RI). RI può essere modellizzato come un sistema dinamico di persone controllato tramite democrazia rappresentativa (DR). DR è uno degli algoritmi di controllo più utilizzati nei sistemi di persone moderni: in sintesi, prevede che i singoli componenti scelgano periodicamente per votazione, da apposite liste, alcune centinaia di rappresentanti che vanno a comporre il Parlamento (P); P, a fronte di votazioni interne, ha – più o meno direttamente – i permessi di scrittura su quasi tutto il sistema RI.

Questo meccanismo porta naturalmente alla nascita di organizzazioni spontanee, comunemente dette partiti, che selezionano e promuovono candidati a P.

Proprio la dinamica dei partiti crea uno dei numerosi punti critici del sistema RI-DR: le organizzazioni più influenti sono in grado di portare in P un gran numero di replicanti (o gasparri), fornendo a poche persone un ampio potere di controllo del sistema.

M5S

Useremo per questa analisi il modello Tondelli (M5ST)[1][2], che descrive il sistema tramite l’interazione di tre componenti: Grillo, il MoVimento (gli attivisti) e i grillini.

Non in scala.
Non in scala.

Nella maggioranza dei casi, le analisi più comuni ignorano la dinamica interna di M5ST, giungendo a conclusioni contraddittorie.

– Ne consegue quindi necessariamente che Beppe Grillo pesa circa seicento milioni di chilogrammi.
– Una sineddoche?
– Il tuo ricorrere agli insulti dimostra che egli è anche il più pesante fascista della storia.
– No, intendevo la figura retorica, una parte per il tutto.
– Un movimento di obesi fascisti che hanno fatto il classico.

Per avere una visione realistica del sistema è invece necessario considerare separatamente le caratteristiche e gli obiettivi delle tre componenti e della risultante complessiva.

Grillo:

Caratteristiche: predicatore, leader carismatico categoria angry showman, socialmente di destra, economicamente confuso.
Obiettivi: usare il M5S per trasformare il sistema RI-DR in RI-DD (democrazia diretta), forse vendere i DVD.

Grillini:

Caratteristiche: giovane età, disprezzo per la classe politica e per la lettera C, custodi di verità nascoste dai poteri forti ma diffondibili su Facebook, mediamente di destra, “Eccellente utilizzo del Caps Lock” nel curriculum, scarse capacità di comporre un testo argomentativo.
Obiettivi: tutti a casa, dotare tutte le tastiere di almeno ventotto tasti punto esclamativo.

MoVimento:

Caratteristiche: attivismo, meetup, eccezionale coraggio nel votare cose serie su una piattaforma ridicola, mediamente più a sinistra delle altre componenti.
Obiettivi: troppo vari e su un campione troppo ristretto per dare una media significativa (cfr. Renzi).

Nel complesso, il sistema M5S si configura come un tentativo di hacking di RI-DR via plugin. L’idea del creatore è di inserire nel sistema rappresentativo un partito fittizio controllato per votazioni dirette e installare in P dei semplici ripetitori che implementino l’interfaccia Parlamentare in maniera trasparente a RI: in questo modo intende progressivamente svuotare DR e sostituirla con un DD artificiale.

Questo obiettivo è naturalmente condiviso solo in minima parte dagli attivisti, e quasi del tutto incomprensibile per il grillino medio.

– Ho letto che Casaleggio vuole implementare DD con un layer trasparente sullo stack RI-DR.
– Lo sai che non capisco i !uoi termini da pseudo-ingegnere! spiegati meg!io!
– Casaleggio vuole usare M5S come cavallo di troia per passare dalla democrazia rappresentativa alla democrazia diretta.
– Ho capito so!o una parola! par!a come mangi!
– Casaleggio dice noi non votare politici che fare leggi ma votare direttamente leggi su beppegrillo.it.
– Kos!è ke mangi esa!!amente!

Le espulsioni periodiche dei parlamentari dissidenti appaiono quindi come naturali correzioni dell’algoritmo volte a eliminare a valle gli elementi di P opachi che ostacolano il plugin. I ripetitori M5S in P non collaborano con i colleghi perché funzionalmente incompatibili.

Conclusioni:

Grillo, il MoVimento e i grillini sono tre entità distinte. Le espulsioni non termineranno, in quanto generate di necessità dal sistema. Se discutete con un grillino medio, buttatela sui sistemi dinamici finché uno dei due non sviene. Se siete editorialisti famosi, scrivete dei giovani d’oggi col cellulare a tavola che tu ci dici “oh ma bè?” e quelli ancora tic tic tic. Di seguito un’analoga analisi del sistema Matteo Renzi (MR):

Ottimo per gli svenimenti.
Ottimo per gli svenimenti.

 

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