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Bambole senza peli

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Debbo dirvi la verità: io a questa cosa penso molto spesso.
Penso spesso, cioè, al fatto che mentre si additano ostacoli di ogni sorta, veri o presunti, alla concreta possibilità che uomini e donne abbiano le stesse possibilità, vale a dire che si consegua la cosiddetta “parità tra i sessi”, si ignora completamente il capitolo “bellezza”, che invece secondo me è uno dei fattori decisivi.
Voglio dire: è scritto da qualche parte che le donne, in media, debbano dedicare al proprio aspetto fisico una quota di tempo e di risorse infinitamente superiore a quella degli uomini? E’ scritto da qualche parte che in un modo o nell’altro debbano impreziosirsi con orecchini, bracciali, collane, unghie laccate, messe in piega, depilazioni, trattamenti di bellezza e via discorrendo?
No. Eppure questo, normalmente, succede: e ha almeno un paio di risvolti importanti, per come la vedo io.
Il primo, che volendo è anche il meno cruciale, riguarda il tempo. Quanto tempo ci vuole per truccarsi ogni mattina? Dice, io non mi trucco. E ok, tu non ti trucchi. Ma in genere le donne si truccano. O perlomeno si tolgono i peli, no? Ebbene, quanto tempo ci vuole per depilarsi le gambe, l’inguine e le braccia, comprendendo nel computo l’organizzazione, gli appuntamenti con l’estetista e il diabolico incastro con tutti gli altri impegni? Quanto per andare dal parrucchiere? Quanto per vestirsi, ché volendolo fare in modo decente, tra vestiti e accessori vari, c’è da combinare tra loro almeno il doppio delle cose che ha addosso un uomo? E quanto costa star dietro a tutta questa roba? Tanto, mi pare. Tanto tempo, e tanti soldi.
Ma il punto vero, abbiate pazienza, non è neppure questo.
Il punto vero mi pare possa coincidere con una domanda alla quale fatico a rispondere: perché, nel 2014, è ancora largamente condivisa l’idea che le donne, in un modo o nell’altro, debbano essere “belle”? Badate: a tutti i livelli, dico. Perché a me pare che è fin troppo facile scassare la minchia quando a una viene dato un incarico importante perché è avvenente. Cioè, ci sta. Ma se poi, nel proprio piccolo, si continua a declinare lo stesso principio agghindandosi di ninnoli come delle bamboline, lisciandosi le cosce, ritoccandosi le sopracciglia, arrampicandosi su tacchi scomodissimi e chi più ne ha più ne metta, stiamo parlando grosso modo dello stesso campo di gioco. O perlomeno dello stesso sport.
Alcune amiche mi dicono: guarda che noi siamo costrette. Ed è vero. Ché oggi come oggi una donna coi peli sulle gambe farebbe senso un po’ a tutti. Ma, voglio dire, è una convenzione. E’ un gusto, che ha un retroterra meramente culturale e in quanto tale si può cambiare: magari piano piano. Eppure a me non sembra che si vada in quella direzione. Anzi, mi pare di intravedere quasi la tendenza opposta.
Altre amiche osservano: che cazzo vuoi, a me piace esaltare la mia “femminilità”. Come se la femminilità fosse un concetto intrinsecamente connesso a farsi belle a tutto beneficio dei maschi (perché in ultima analisi è per piacere ai maschi, che questa cosa avviene, giacché è per questo, mica per altro, che è stata codificata nel tempo): dal che, ragionando a spanne, si potrebbe desumere la pericolosa conclusione che femminilità e maschilismo siano più o meno la stessa faccenda; cosa che io non credo, nonostante il condizionamento culturale che inevitabilmente travolge anche me.
Ecco, io penso che tra le polemiche sulle tette in tv, sulle donne avvenenti che ottengono posizioni sociali di spicco e sulle barzellette sessiste questo argomento venga clamorosamente trascurato. Come se non esistesse. Mentre mi sembrerebbe (davvero) decisivo almeno discuterne.
Perciò queste ragazze, che si lasciano allegramente crescere i peli senza tirarli via, mi suscitano simpatia e stima: perché mi pare che abbiano colto, magari in certi casi senza neppure volerlo, un pezzetto di questo tema importantissimo.
Lo dico apertamente: non mi piacciono per niente. Proprio per niente. Ma so, lo so, che il fatto che non mi piacciono non è altro che un condizionamento, dal quale -temo- non sarò mai libero.
Però, abbiate pazienza: lasciatemi sperare che tra qualche decina d’anni ragazze così possano piacere ai miei nipoti, o ai nipoti dei miei nipoti.
Per come la vedo io, vorrà dire che avremo fatto un passo avanti mica da ridere.

Quelli che ci insegnano la bellezza

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Bisogna dirlo: se guardando il clou di uno degli eventi televisivi più seguiti dell’anno, consistente nell’atteso monologo comico di una supposta mattatrice del piccolo schermo, vieni pervaso da un sentimento a metà tra il torpore (tuo) e l’imbarazzo (per lei), e l’unica scossa percettibile è un “vaffanculo” che in qualche modo ti smuove di suo, come ti smuoverebbero una torta in faccia, la parola “cacca” o una scureggia, ti preoccupi un pochino.
Dopodiché, quanto ti accorgi che il vaffanculo di cui sopra, lungi dall’essere compassionevolmente ignorato, il giorno dopo viene addirittura sezionato in otto (dicasi otto) fotogrammi, onde mettere i lettori nella condizione di goderselo ancora, e ancora, e ancora una volta apprezzandone ogni sfaccettatura, la preoccupazione svanisce per lasciare il posto ad una serena, composta e definitiva disperazione.
Non certo per il vaffanculo in sé e per sé, sia chiaro: da queste parti ci si scandalizza assai di rado, e per ragioni ben più importanti del turpiloquio. Piuttosto, per l’amara constatazione che il massimo del divertimento che ci si degna di concedere agli italiani (i quali pagano il canone, stavolta vale la pena di ricordarlo) consista in una decina di minuti soporiferi e una parolaccia qualsiasi messa a tappo, roba della quale siamo capaci tutti senza per questo meritare il titolo di mattatori.
E soprattutto senza avere la pretesa di insegnare agli altri cosa sia la bellezza.

la Bellezza del Calcio

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Il 2 marzo 2002, al St James Park, stadio situato nella città di Newcastle upon Tyde (Regno Unito), è accaduto ciò che riporta il seguente video.

Capite bene che qui è accaduto qualcosa di straordinario, e non soltanto in quel gesto col quale Dennis Bergkamp si libera del difensore per poi spiazzare il portiere. Questo gol va analizzato a fondo, a partire dal minuto 0.12, quando è Bergkamp stesso a servire Pires, il centrocampista dell’Arsenal che subito dopo gli ridarà palla, e gliela ridarà perché lui detta il passaggio. E a me piace pensare che già mentre stava alzando il braccio al minuto 0.17, Bergkamp avesse in mente quella cosa indefinibile e straniante che combina dopo.

Ora. Il tema vero di questo gol sta in ciò che dichiara Bergkamp quando gli viene chiesto di come gli sia saltato in mente di saltare il difensore in quel modo (dal minuto 1.09 del seguente video).

“it looked a bit, yeah, special, strange or nice, but that was for me the only option and the quickest way towards the ball and towards the goal”

Cioè, in parole povere (molto povere) ciò che per noi è CRISTO SANTO IL PIU’ BEL GOL CHE ABBIA MAI VISTO, per Bergkamp è, “well, you know, l’unica cosa che potevo fare in quel momento”. Ergo, per Dennis Bergkamp, ciò che per noi è straordinario, è invece la normalità. È scontato.

Ed è qui che risiede l’assoluta meraviglia del Giuoco del Calcio: tu guardi una partita, e da un momento all’altro uno come Bergkamp ti può regalare l’Assoluto.

E, come se non bastasse, per lui è del tutto normale.

Deodorian Spray

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E’ questa la vera storia di Deodorian Spray, un uomo bellissimo ed immancabilmente elegante, a suo agio in ogni circostanza. Deodorian viveva in una casa in collina, era gentile, educato e suoi denti erano bianchi come la neve e robusti come macigni. Portava abiti che definire eleganti sarebbe riduttivo: il suo stile, in fatto di abbigliamento era apollineo, anche con indosso solo un asciugamano attorno alla vita era più piacevole ed elegante di qualsiasi modello da cartellone, ed in più era molto più vero e disinvolto. Deodorian non sudava veramente: il suo corpo era educato e discreto come l’uomo che lo possedeva: al massimo perspirava lievemente, e comunque non puzzava mai.

Spray visse una lunga vita felice, amato, vezzeggiato, profumato e sorridente. Gli uomini lo ammiravano e le donne lo desideravano. E lui si comportava sempre in maniera talmente adeguata che il piacere procurato ai mortali dalla sua multiforme perfezione non generava negli altri pensieri malvagi indotti dall’invidia e dalla coscienza dell’inadeguatezza. Per quanto sesso e sport facesse, il suo corpo non di deteriorava; non c’era quantità di alcol e droga assunti che lo fiaccasse, e benché quando era completamente fatto la sua traspirazione divenisse leggermente più abbondante, ciò non lo costrinse mai in situazioni imbarazzanti.

Nel suo garage Dorian custodiva diverse automobili, mentre, in una rimessa separata, era parcheggiata la sua Favorita: una Porsche Cayenne del 2005 color oro, dotata di ogni accessorio e di un impianto stereo Bosé che da solo costava parecchie migliaia di euro, che veniva usato solo per riprodurre la musica di punk da quartieri alti e rapper lacaniani. Deodorian la teneva quasi sempre in garage, un po’ perché lui era talmente gradevole che amiche ed amici facevano a gara per fargli da autista, e un po’ per qualche ragione misteriosa che nessuno è mai riuscito a capire. Spray aveva dato disposizione al suo maggiordomo di curarne regolarmente la manutenzione, e almeno due volte al mese un amico la prendeva per farci un giro in città. Per il resto la Cayenne riposava serena sotto un telo di plastica grigio decorato da grandi effigi del logo del costruttore.

Un bel giorno, Deodorian, che ad ottantasette anni suonati pareva un uomo sulla cinquantina scarsa, si decise ad andare alla rimessa. Non appena entrato, il suo volto che mai si atteggiava ad espressioni di rabbia o dolore, rimase pietrificato in una smorfia deformante che gli fece recuperare in un amen tutti gli anni in meno che la sua faccia dimostrava. Le dimensioni che si indovinavano sotto la protezione non erano quelle del suo magnifico ed amatissimo SUV di fabbricazione germanica. Con uno scatto isterico, anche questo molto atipico, Deodorian Spray afferrò un lembo del telo e snudò con una sola, abile mossa, il veicolo: era una Trabant celestina piuttosto giù di carrozzeria. Spray urlò un urlo silenzioso, e per una volta la sua caduta verso il pavimento non ebbe nulla di bello ed elegante. Quando il suo ragguardevole corpo toccò il fondo del garage sporco di grasso, esso si sbriciolò come fosse stato fatto di cristallo, mentre i suoi bei vestiti si trasformarono all’istante in una salopette da imbianchino.

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