un blog canaglia

Tag archive

belen rodriguez

Nessuno tocchi Porro

in politica/società by

Non guardo molta tv, tra le altre ragioni perchè non trovo interessanti i talk show, mi annoia la pubblicità, e alla fine se ho tempo libero preferisco impiegarlo in un altro modo.

Capisco però che per molti, per formazione o per il modo in cui occupano le giornate, vi facciano ricorso per informarsi, o per costruirsi una opinione circa le cose del mondo. È così da decenni, e il modo in cui è strutturato Internet da qualche anno a questa parte (ne parla Morcy in un bel post qui, al quale spero avrò il tempo di rispondere) non ha cambiato di molto le cose. Insomma, in qualche modo la televisione ancora conta.

Ora, nella tv di oggi esistono vari personaggi che, in una scala di preferenze che vanno dalla Gabanelli a Paragone, usano lo spazio per propagandare le loro tesi. In entrambi i casi, a mio parere, si tratta quasi sempre di cazzate irrazionali e criminali, di disinformazione e di sensazionalismo, e un direttore editoriale con un minimo di senso della sua professione, di lungimiranza o anche solo di buon gusto chiuderebbe la trasmissione e farebbe un cazziatone ai responsabili. Non è questo, almeno non sempre, il caso degli altri talk show. Che mancano di approfondimento (i tempi televisivi purtroppo quelli sono), di temi interessanti e di ospiti decenti, ma non sono necessariamente delle antenne di propaganda – questo è il caso del programma di Porro, per quanto ho potuto vedere.

Ora, in questi giorni Porro è sotto attacco per aver dato spazio a una serie di ciarlatani intenti a convincere la gente di cose pericolosissime come il non credere mai alla necessità delle vaccinazioni obbligatorie – se ne parla bene qui; la sua difesa, però, merita di essere considerata. Dice Porro, in sostanza, che settori importanti della società hanno iniziato a convincersi di queste follie (vero) alle quali personalmente lui non crede per nulla (bene) ma che l’unico metodo per combatterle è parlare apertamente con gli estensori di queste teorie e metterli di fronte alle loro contraddizioni (verissimo!).

Il problema di molti è il convincersi dell’esistenza di una verità indiscussa e indiscutibile in un numero molto ampio di questioni – la qual cosa si è peraltro estesa dal campo scientifico a quello sociale – senza ammettere alcun tipo di contraddittorio. Purtroppo o per fortuna, in una società democratica questo è un atteggiamento perdente. Chiudersi nella torre d’avorio, facendo trasmissioni come piacerebbero a quei critici, significa non attirare alcuno degli spettatori convinti di queste cose, e spingerli verso le trasmissioni “a tesi” come quelle di Paragone. Una tesi buona, invece, se esiste, può emergere da un dialogo ben strutturato. Poi, certo, esistono quelli che NON BISOGNAVA PERMETTERE A RED RONNIE di esprimersi. E che probabilmente pensavano la stessa cosa degli scienziati contro il referendum sul nucleare, o degli economisti contro il referendum che si è amato definire “dell’acqua pubblica”. Ex malo bonum: se a questi indignati venisse in mente di far partire da questo un movimento per privatizzare la RAI, ditemi dove firmare.

Ma il punto è che a molti non è che stia a cuore la scienza, o il benessere generale, o che altro: gli stanno solo sul cazzo quelli che – ragionevolmente o meno – hanno opinioni diverse dalle proprie, e quindi devono tacere. Peggio ancora se tutto ciò succede in uno spazio esterno al giornalismo pettinato e progressista, come da Porro. È uno dei sintomi di una società che ha rinunciato a parlare oltre le barriere, o a mettere in discussione le proprie certezze, per chiudersi in piccoli recinti di opinioni rassicuranti e coerenti con la propria visione del mondo. Per questo non si può non difenderlo, a prescindere dai suoi limiti e dai suoi demeriti.

Forza Porro.

 

La privacy secondo Severgnini

in economia/giornalismo/politica by

Esce oggi, a firma dell’intellettuale scomodo Beppe Severgnini, un puntuto editoriale in difesa delle libertà civili, dalla parte dei cittadini e del loro diritto ad un limite delle intrusioni governative nelle loro vite private.

Ovviamente stavo scherzando: si tratta del solito pensierino semplificato, con una prosa giovanilista che serve a farlo sembrare cool. Dice, Severgnini:

“Apple rifiuta di sbloccare l’iPhone5 del terrorista autore della strage di San Bernardino (14 morti), come richiesto da un giudice federale negli Usa. Non è solo una sottovalutazione: è una provocazione che l’azienda di Cupertino rischia di pagare cara. Gli Stati Uniti non sono mai stati particolarmente sensibili alle questioni di privacy, come dimostrano i continui litigi tra Google e l’Unione europea sulla raccolta dei dati e il «diritto all’oblio».”

E fin qui tutto bene.

“(…) Da dove viene, dunque, quest’improvvisa sensibilità? La sensazione è che Apple abbia fatto i suoi conti: meglio irritare il proprio governo che spaventare il proprio mercato. Ha scritto Tim Cook: «Il governo ci ha chiesto qualcosa che semplicemente non abbiamo, e consideriamo troppo pericoloso creare. Ci hanno chiesto una versione di iOS (il sistema operativo, ndr) che renda possibile aggirare la sicurezza del telefono creando di fatto un accesso secondario all’iPhone». (…) Risposta: e allora? La protezione dei dati personali è importantissima — come l’Europa tenta da anni di spiegare all’America — ma non è un valore assoluto.”

Iniziano i problemi. Certo che non è un valore assoluto, ma se uno dice “e allora?” senza mostrare di capire il problema, forse per lui non è nemmeno un valore di qualche importanza…

“Prima viene la vita umana. Banale? Forse. Ma la questione è tutta qui.Per fermare l’infezione del terrorismo islamista dobbiamo ricorrere a medicine sgradevoli: lo stiamo scoprendo in tanti, dovunque. Intercettazioni, telecamere, controlli ossessivi negli aeroporti. (…) “

Appunto, non gliene frega nulla. Senza contare il Patriot Act, e il blocco di Schengen, eccetra. Tutta roba, tra quella citata e quella omessa, per la quale il fighetto di Como sembra pensare “e allora?”

“Tim Cook sbaglia quando dice: «Nelle mani sbagliate, questo software avrebbe il potenziale di sbloccare qualsiasi iPhone fisicamente in possesso di qualcuno». Le mani dell’autorità giudiziaria non sono sbagliate. Sono le mani autorizzate dal patto sociale.”

Le mani dell’autoritá giudiziaria non sono sbagliate. Cosí, con la leggerezza di una pattinatrice sul ghiaccio, Severgnini risolve secoli di tensioni tra il diritto ad essere lasciati in pace dal potere giudiziario e il diritto ad ottenerne protezione – o, se vogliamo, tra l’obbligo contrattuale dello Stato a proteggere i cittadini, e l’obbligo pattizio dello Stato a prevenire intrusioni indebite dei suoi apparati nelle vite degli stessi.

Ma che importa, una bella chiosa giovanilistica e passa tutto, anche la voglia di pensare: Severgnini chiude suggerendo che Apple stia facendo il passo piú lungo della gamba (a meno che) Tim Cook pensi di essere il nuovo Thomas Jefferson e voglia cambiare la natura della democrazia in America, e non solo. In questo caso gradiremmo essere informati: basta un messaggio sull’iPhone.
Insomma, Severgnini dice nel suo linguaggio ovattato ciò che vari falchi dell’intrusione statale nella privacy dichiarano in modo piú esplicito: ad esempio il Senatore Repubblicano Tim Cotton, che accusa Apple di privilegiare un terrorista morto rispetto ai cittadini americani. Cercando di prendere sul serio l’argomento di Cotton, Severgnini e tutti gli altri paladini della sicurezza, mi vengono in mente due cose:
La prima la dice lo stesso Tim Cook, nella sua lettera: “the “key” to an encrypted system is a piece of information that unlocks the data, and it is only as secure as the protections around it. Once the information is known, or a way to bypass the code is revealed, the encryption can be defeated by anyone with that knowledge.” C’è bisogno di spiegare a Severgnini che questo non significa solo e soltanto “il giudice” ? Ovviamente un indebolimento della crittografia, come spiega lo stesso Cook, andrebbe a vantaggio di ogni genere di individuo, da quello in un certo senso legittimato ad agire su mandato di un giudice, ai criminali informatici.
Ma c’è di più. Una volta che Apple dovesse provvedere alla soluzione tecnica di un problema che evidentemente le autorità federali non sono in grado di risolvere da sole, cosa potrebbe garantire che queste non cerchino di replicare quella stessa soluzione all’infinito, senza limiti e garanzie? Se qualcuno pensa che questa sia paranoia: è esattamente quello che Snowden ha rivelato con lo scandalo NSA.
Infine, ci tengo a ripetere:  l’FBI e le autorità giudiziarie, quando hanno accesso ad informazioni private senza limiti, sono le mani sbagliate. Come qualsiasi mano. Concentrare troppo potere non è solo una minaccia potenziale molto grave – e in ogni caso irreversibile – alla democrazia. È anche l’esposizione dei privati cittadini a comportamenti umani, troppo umani dei difensori della legge: trovare qualche esempio di sesso, bugie e videotape non è difficile, basta cercare un po’ per scoprire come le debolezze umane possano mettere a rischio i database che l’FBI sta accumulando solo per qualche storia di figa.
Per Severgnini, ovviamente, tutto ciò è secondario. Se chiedete a lui, probabilmente vi dirà che non capisce le vostre preoccupazioni, che lui non ha niente da nascondere. Ok.
Beppe, posso avere le tue password?
P.S. se avete voglia, una discussione estesa e tutto sommato ben fatta anche se non definitiva sul problema della privacy e dell’argomento per cui chi non ha niente da nascondere non ha nulla da temere, è qui.

Oxfam e la disuguaglianza: confondere per deliberare

in economia/politica by

Questo fine settimana si terrà il World Economic Forum; e ieri ho sentito Joseph Stiglitz, di passaggio per Davos, che parlava di riscaldamento globale, complessità finanziaria e disuguaglianze. Sí, tutto in un solo intervento. D’altronde, se lo dice Stiglitz

Il problema, comunque, non è solo il divagare: a un certo punto, Stiglitz ha citato il famoso rapporto di Oxfam secondo il quale una sessantina degli individui più ricchi del mondo possiedono un patrimonio uguale a quella della metà più povera (rapporto qui). La strategia di Oxfam è nota, ed è la stessa da anni: seguendo un metodo paragonabile al clickbaiting di grillina memoria, elaborano i loro dati di partenza in modo creativo e sputano fuori un numero di statistiche in grado di funzionare come titolone sui quotidiani. In seguito, i giornali riporteranno la narrativa dell’organizzazione e le sue proposte di policy.

Legittimo, se non fosse che è la premessa ad essere tendenziosa, o addirittura errata. Il problema sta, per dire, nella definizione di “patrimonio”: Oxfam usa una misura chiamata “ricchezza netta”, che è semplicemente la somma del patrimonio meno i debiti. Se pensate che la cosa sia priva di conseguenze, guardate qui:

Screen-Shot-2014-04-04-at-2.02.31-PM

Il grafico rappresenta la distribuzione della ricchezza netta nel mondo: a sinistra stanno i piú poveri, e a destra i piú ricchi. Sorprenderà come la distribuzione dei paesi ricchi (Nord America, Europa) sia incredibilmente bimodale, con moltissima gente nel 10% piú alto e poi molta gente nel primo 10%. Questo accade perchè nel primo 10% ci sono il signor Rossi, ingegnere ravennate quarantenne che non ha ancora ereditato la casa dei genitori, ma deve pagare vent’anni di mutuo su quella in cui abita, Fritz Müller, imprenditore di Stoccarda che ha fatto debiti personali per mantenere in piedi la sua azienda di trasporti con trenta dipendenti, come anche un Mike Tyson carico di debiti e di multe da pagare. Se vi pare poco, considerate che usando questa metrica viene fuori che un americano su due ha una ricchezza netta pari a zero: si veda qui. Sembra abbastanza chiaro che se si mette tutta questa gente insieme agli abitanti della periferia di Ouagadougou si farà in fretta a riempire la cosiddetta “coda sinistra” della distribuzione, no? Ecco quindi che i sessanta signori di cui si diceva sopra saranno di certo molto ricchi, ma molto meno di quanto sembri dalla descrizione: un numero spropositato di quel 50% di “poveri” ha una ricchezza netta totale non troppo maggiore di zero!

Bene, se lo capisco io e lo capite voi forse può arrivarci anche Stiglitz, che Nobel a parte di certo non è un tonto. Qualcuno glielo farà notare a Davos? Io dico di no.

Un presepe è oppressivo, ma per i fascisti

in politica/religione/società by

E cosí, un bel giorno, ti svegli e sei un fan di Salvini. Non è uno scherzo, è solo un post dovuto al pensiero un po’ stantío di un “progressista” in totale bancarotta intellettuale, con una ideologia ormai incapace di rapportarsi con la complessità del reale di oggi, che ha bisogno di aggregare al nemico ogni voce critica.

Come dovrebbe aver capito chiunque, io con Salvini non ho niente a che fare. Eppure vengo a lui associato. Vediamo, nel dettaglio, gli argomenti di Absinthe: sono la radice del pensiero polcorr che io critico, e che lui evocando pensa di esorcizzare. Un’ironia forzata quanto inefficace, perchè non si puó diventare meno la caricatura di Paperino se non si fa che parlare come Paperino. Dice, Absinthe:

il punto è che il presepe non è la messa, né l’accensione della chanukkah, né il festeggiamento della fine del Ramadan. Al presepe non si sceglie se partecipare oppure no: il presepe te lo cucchi entrando a scuola. Esattamente come il crocifisso te lo becchi appeso in classe e tutti zitti.

Posto che, per dirne una, la chanukkah una volta accesa rimane accesa da qualche parte, Absinthe cade esattamente nel problema del safe space: lo vedo, mi offende, quindi non dovrebbe essere lí. Non si reclamano spazi di libertà per la manifestazione di una pluralità di idee in luogo dell’opprimente monopolio di una idea sulle altre, ma si chiede una restrizione delle espressioni altrui.

Si dirà che la scuola è uno spazio pubblico, e uno è pur sempre libero di esprimersi come vuole a casa propria. Questo discorso chiama in causa, per l’appunto, proprio l’idea che si ha di “spazio pubblico”, nel senso di uno spazio a cui si provvede con risorse della collettività per fini universali. Bene, lo scopo della scuola è solo insegnare a leggere, scrivere e far di conto? Io non credo. E non lo crede neanche Absinthe, che infatti non si oppone all’educazione civica, all’educazione sessuale, ai momenti di dibattito su questo e quello per i quali i cattolici oltranzisti, altra faccia della medaglia dei fascisti del politicamente corretto, dicono la stessa cosa: che queste cose vengono imposte ai loro poveri figli innocenti.

Perchè, alla fine, hanno sempre avuto ragione i Flaiano: la cifra politica dell’italiano, anche con due libri in casa, è il fascismo. Come nel caso del crocefisso, maldestramente citato da Absinthe – che chiama in causa la CEDU pur se questa gli dà torto: il dibattito è tra chi lo vuole imporre anche in classi che non lo vogliono e chi lo vuole proibire anche nelle classi che lo vogliono. Non esistono spazi intermedi, non esiste un “parlate, discutetene”. Dice, infatti che la presenza di un crocefisso

impone ai miei figli di beccarsi un indottrinamento religioso anche se io non ho intenzione di impartirglielo e sin da quando sono più piccoli e suggestionabili

Niente di meno! Perchè il popolo, come si sa, è minorenne: a maggior ragione se è minorenne anche anagraficamente, allora deve rimanerlo per sempre anche dal punto di vista intellettuale. Non bisogna farlo confrontare con idee differenti da quelle esposte a casa! Argomento, ancora una volta, molto simile a quello dei cattolici oltranzisti. Verrebbe poi da chiedersi: che c’entra la laicità dello Stato? Non stiamo parlando dell’ora di religione coi professori nominati dai vescovi. Là Absinthe avrebbe ragione, ma quella non la mette in discussione. Si parla di una attività che una parte degli studenti, non necessariamente gli unici ad aver qualcosa da proporre, mostra agli altri. Pensa, Absinthe, che sia produttivo rimanere ciascuno nel pfoprio cortile, coi capetti spirituali di ciascuno, e senza nessun confronto? Il futuro è fatto di tante minoranze e di nessuna maggioranza: il confronto è d’obbligo. Fare questa segregazione forzata non serve a nulla.

Dice, Absinthe, che ritenere giusto che esistano spazi dove si esponga un po’ quel che capita, incluso il presepe, è un modo ipocrita per perpetuare l’imposizione oppressiva del presepe. Se si continua la parafrasi si vedrà che l’argomento ricorda molto da vicino certe istanze intolleranti, già ampiamente discusse, presenti negli atenei americani e non solo. In un recente articolo apparso sul Wall Street Journal, un accademico (peraltro parte di una minority) stigmatizza questi ragionamenti dicendo:

protesters may start with valuable observations, but then they drift into a mistaken idea of what a university—and even a society—should be; (…)  (they) happear to miss how Orwellian their terms often sound; the enraged indoctrination sounds like something out of “1984,” not enlightenment. Then again, one can almost hear the protesters responding, “Well, yeah, but we really are right!” They assume that their perspective is a truth that brooks no morally conceivable objection….where the protesters’ proposition is “If I am offended, I am correct,” the proper response is, quite simply, “No.” This and only this constitutes true respect for these students’ dignity.

Questo, credo, è il modo migliore di chiudere la polemica.

In fondo, il politically correct non è il problema piú urgente della nostra società, come non lo è la supposta oppressione clericale a mezzo di pezzi di legno intrecciati e pupazzini col muschio intorno: lo è, peró, la tendenza a far passare pseudo-argomenti come quelli di Absinthe come discorsi seri. È il sintomo di un serio decadimento della qualità del dibattito attorno a un conformismo triste, che accetta la sciatteria intellettuale in cambio dell’intoccabilità di poche, discutibilissime, certezze. Meglio fare uno sforzo.

I migliori lasciano Berlusconi… e si portano Coelho

in scrivere by

La nascita di una nuova casa editoriale è sempre una buona notizia. Questo è anche il caso della Nave di Teseo, progetto di Elisabetta Sgarbi e di una pattuglia di autori che include Umberto Eco, Nesi, Furio Colombo e varia umanità.

Vorrei peró spendere due parole sul clima in cui parte l’avventura dei transfughi della fusione Mondadori-Rizzoli. Sarà colpa della stampa e in particolare di certi giornalisti, che continuano a perpetuare il vizietto della superiorità antropologica (loro) verso “gli altri”, quelli del Paese Reale, quintessenzialmente rappresentati dalla famiglia Berlusconi. Come al solito, il piú abile a rappresentare questa visione è Michele Serra. Ecco qui la sua Amaca:

12243561_740539012745984_7139977449208970657_n

Ci sono varie cose che, come si è già detto, non “suonano” bene: il fatto che tratti l’intiera famiglia Berlusconi come parvenu, termine orribile che denota il classismo ingiustificato di chi ha l’unico merito di non aver mai svolto un lavoro “pratico”, il fatto che pensi che Marina sia una manager stupida quando invece è una con due palle così e Mondadori va da dio, in un periodo in cui per l’editoria e la produzione culturale in generale non è che si scoppi di salute, e cosí via.

Chi, poi, abbia stabilito che si debba dare per scontato che il signor Berlusconi Silvio, nel suo privato, non debba godere del bello, includendo con ció anche la lettura, non si è capito. Mi capita di dissentire con varie persone, ma non per questo devo negare loro l’umanità, e quindi la capacità di apprezzare ciò che un animo sensibile può cogliere. Fin qui i problemini, diciamo, che vengono dalla formazione comunista di Serra, incapace di separare il privato dal pubblico, l’avversario dal nemico, il diverso dall’inferiore antropologicamente.

Poi c’è Umberto Eco, che comunista non è mai stato, ma a Berlusconi diceva che dopo una certa ora, lui, sottintendendo lui e tutta la gente perbene, “legge Kant”. Perchè, ça va sans dire, se uno paga delle donne per il sesso non può capire la Critica della Ragion Pura. In fondo, anche i grandi intellettuali possono rivelare vizi piccoloborghesi. Cosa dice Umberto Eco di questa avventura? Prendiamo la recente intervista a Repubblica:

Elisabetta (Sgarbi) ha spiegato a Marina che cosa significa “l’appiattimento dell’identità per un editore” e perché “i libri dei grandi autori raramente sono usciti da imprese gigantesche e perché i movimenti letterari più importanti della storia sono stati sostenuti e sviluppati da piccole realtà editoriali…” . Dice Eco: “Qualsiasi cosa avesse detto, Marina non avrebbe capito”.

Non-avrebbe-capito. Perchè, signora mia, Marina Berlusconi non è mica Franca Sellerio, non è certamente una donna di lettere, non è una di noi. È una che parla di “azienda” – perchè una casa editrice, si sa, non è una azienda.

Eppure non vorrei essere cosí severo con Umberto Eco. Ho letto tre dei suoi romanzi: Il Pendolo di Foucault, che mi appassionó parecchio a 17 anni. Oggi troverei tutto quello sfoggio di erudizione un poco stucchevole, ma credo mi piacerebbe ancora se lo scoprissi da zero. Il nome della rosa, che lessi subito dopo e consolidó il mio apprezzamento per Eco, e poi anni dopo anche (chissà perchè) la misteriosa fiamma della regina Loana, un romanzo cosí cosí, in cui emergono tratti autobiografici e piú superficialmente autocompiaciuti dell’uomo. Tra le altre cose, la sua passione per il whisky. Ora, questa passione è universalmente documentata, ed è una passione che apprezzo e condivido. Fui perció colto da grande sorpresa e curiosità quando, trovandomi in un alimentari del centro di Milano qualche anno fa, vidi entrare proprio Umberto Eco. Vediamo che bottiglia chiede, pensai, visto che chiedeva il whisky. Ed ecco una bottiglia di J&B. Che non è malaccio, peró insomma, neanche una cosa così da intenditori. Mi ricordava, sopratutto, i film di gangster italiani degli anni ’70 – in Milano Calibro Nove il J&B era onnipresente.

Quel giorno sono uscito dall’alimentari fischiettando il motivetto dell’inizio di Milano Calibro Nove, e pensando che uno può essere Umberto Eco, darsi grandi arie di intenditore di whisky, e poi comprare un umanissimo, normalissimo J&B. Ci ripenso oggi, quando vedo con che toni Eco e i suoi compagni di viaggio parlano del loro nuovo progetto editoriale, disprezzando la casa editrice che abbandonano come un gourmet snob parlerebbe di una bottiglia mainstream.

Attenzione – non c’è mica niente di male a comprare un whisky che, peraltro, ha un ottimo rapporto qualità/prezzo.   Solo che, alla fine, il catalogo della Nave di Teseo includerà anche Sandro Veronesi e Paolo Coelho. A dimostrazione che, nell’editoria come nella vita, capita di dire che si beve un ottimo whisky per leggere Kant la sera, ma alla fine si è pur sempre umani, attenti al portafogli e desiderosi di cose semplici, e si torna a comprare il buon vecchio J&B. E la diversità antropologica, se dovesse andar male, si potrà sempre tirare fuori per dire che gli italiani “non ci hanno capiti“.

VOGLIAMO I COLONNELLI

in politica by

Tira una brutta aria, in Europa.

Il terrorismo, che ha come obiettivo in primo luogo una svolta in senso autoritario dei governi occidentali, nonchè una spaccatura delle società in gruppi su base etnico/religiosa, sta vincendo tutte le battaglie che può.

Mi si perdonerà se la prendo un po’ larga. Chi ha pronunciato queste parole?

Sta accadendo, e non è la prima volta, che utilizzando come argomento, o meglio, come pretesto, fatti riguardanti il terrorismo o la criminalità organizzata si dice “l’unico modo per tutelare la sicurezza è quello di diminuire le garanzie e di aumentare le possibilità di controllo che le tecnologie rendono sempre più possibile”.
(…) Questa volta si tratta di una spinta molto interna. Però mi consenta di fare una notazione perché in questi anni si è parlato infinite volte di “morte della privacy”: questa è una vecchia storia, perché già negli anni ’90 l’amministratore delegato di Sun Microsistems Scott McNealy diceva , riferendosi alla potenza della tecnologia: “Voi avete zero privacy, rassegnatevi”. La verità è che il rischio non viene dalla tecnologia, viene dalla politica, dalla pretesa di una politica autoritaria di usare tutte le occasioni per poter aumentare il controllo sui cittadini. Controllo di massa, non controllo mirato. Politica in senso lato. Perché sono i governi, le agenzie governative di sicurezza che in questo modo cercano di impadronirsi della maggior quantità di potere possibile.

E chi queste?

In un momento come questo, in cui i Paesi sono impegnati a fronteggiare una minaccia terroristica così sfuggente, l’attività di intelligence assume un’importanza cruciale. Un servizio di informazioni efficiente e coordinato costituisce la prima e più sensata linea di difesa. Sicuramente migliore e più intelligente dei bombardamenti. (…) Il governo ha pensato di togliersi il problema attribuendo ai militari anche funzioni di intelligence, sia all’interno che all’estero. (….) Ma non solo: la maggioranza pretendeva anche che tali nuove funzioni dei militari restassero esclusivamente nelle mani di Palazzo Chigi, lasciando il Parlamento completamente all’oscuro. Una roba da brividi.

Si tratta, rispettivamente, di Stefano Rodotà e di Beppe Grillo. Non proprio due moderati. Due personaggi che, su queste pagine, ho spesso accusato di demagogia, populismo, ignoranza. Eppure stavolta sono nel giusto. Ció non toglie che, se fossero al potere in un qualsiasi paese europeo oggi, forse farebbero le stesse cose. Perchè in questa direzione, pare, stiamo andando – e nessuno ha la forza, o l’autorevolezza, di elaborare direzioni differenti. Eppure questo sarebbe, seriamente, occuparsi di politica.

Ma dove stiamo andando?

    1. Vogliamo i colonnelli. La limitazione di libertà fondamentali, inclusa la privacy, è ormai abitudine. Lo scandalo NSA in USA ha avuto eco limitata in Europa, dove pure la sorveglianza di massa è fatto acquisito. Eppure non se ne parla, si accetta. Le trasmissioni televisive danno eco alla paura dei cittadini in momenti di crisi, in una spirale di supporto a misure sempre piú restrittive: 10474654_10153639527035991_7796129176182949177_nHollande, in uno slancio di interventismo patetico, dichiaró dopo gli attentati che avrebbe chiuso le frontiere, o imposto controlli. La cosa non si puó decidere dalla sera alla mattina, e infatti sei ore dopo verificavo in prima persona che nessuna macchina veniva fermata all’ingresso in Francia. In compenso, la retorica securitaria pone le premesse per fare passi indietro su uno dei pochi veri successi dell’integrazione europea: il trattato di Schengen.
    2. Zitti tutti! Se la reazione (ipocrita) dopo Charlie Hebdo è stata quella di difendere la libertà di espressione come fattore costitutivo dell’Occidente, poco si è scritto dei fatti dei mesi successivi, sopratutto quando gli stessi autori di Charlie Hebdo hanno infine ceduto alla minaccia degli intolleranti. D’altronde, se è vero che le èlites anglosassoni stanno recentemente avendo un revival fascistello circa la libertà di espressione (si veda qui, o qui), la loro opinione pubblica è ancora saldamente piú ancorata alla libertà di espressione di quanto non lo sia quella dell’Europa continentale. Torna sempre utile un bel bagno di realtà – e a questo servono le splendide infografiche di Pew:

Views of Free Expression Worldwide

Support for Free Speech, Press Freedom and Internet Freedom

Insomma, se il terrorismo è una strategia criminale per ottenere obiettivi politici, per contrastarlo bisogna anche occuparsi di politica. Non è solo sicurezza, non è solo protezione. Contano i princìpi. Forse, dando per scontate molte cose, vivendo in una bolla o portando avanti molte battaglie settarie tanti nei paesi occidentali hanno dimenticato come si fa a mettere princìpi generali di fronte a tutto ciò. Riproviamoci. E partiamo da queste due libertà fondamentali: la privacy e la libertà di espressione. Darle via ottenendo in cambio la sicurezza da Al Baghdadi non è, per nulla, un buon affare.

Sperando davvero non finisca cosí, neanche nei nostri peggiori incubi.

La lista dei razzisti: una barbarie

in politica/società by

Cos’hanno in comune Stefano Dolce, Domenico Gabbana, Carlo Tavecchio, Angelino Alfano, Rosi Bindi, le sentinelle in piedi, Povia e Salvini? Sono iscritti a un club, stavolta per davvero a loro insaputa.

Capisco: i personaggi citati non sono simpatici, e poca simpatia riscuoterebbe ogni tentativo di difenderli, specialmente perchè vengono chiamati in causa per affermazioni stupide, sbagliate, odiose. Eppure. La crescita di un sito del genere presenta aspetti inquietanti: potrebbe bastare avere un minimo di notorietà, fare una battuta che irrita i gestori della lista, per trovarsi l’appartenenza a questi elenchi: e mancherebbe solo la lettera scarlatta marchiata a fuoco sulla schiena, a quel punto. L’idea che sta alla base è la seguente: invece di criticare una idea, c’è bisogno di canalizzare odio verso chi è accusato di sposarla. Per intimorire chi sta nel mezzo, chi in fondo non lo pensa tanto ma a questo punto ha paura ad esprimersi per paura di irritare questi nuovi Torquemada. Perchè, alla fine, una dichiarazione estemporanea può essere equiparata ad una iscrizione al “partito dei cattivi”, esattamente come una reiterata abitudine a riversare odio contro determinate categorie.

La paura di essere associati alle Binetti, ai Tavecchio, ai Povia, è probabilmente sufficiente per prestare piú attenzione possibile ad esprimersi secondo i canoni del politicamente corretto. Ma questo, se all’inizio priva del gusto per il becero, nel lungo periodo finisce per rendere certi argomenti simili a un campo minato, perchè ogni affermazione (in un senso o nell’altro) può alla fine irritare qualcuno. Siamo, sempre e comunque, in un intorno della pretesa di un diritto a non sentirsi offesi, una pretesa assurda che ha conseguenze grottesche. Non auspico che sia un giudice a chiudere il RIRO: la libertà di espressione è appunto più importante anche delle preoccupazioni circa le sue conseguenze, e tanto mi basta. Ma spero che gli attivisti dei movimenti gay, i piú organizzati e visibili, dicano chiaramente che non è rispondendo all’odio di alcuni con odio cieco e indiscriminato che intendono vincere le loro battaglie.

Sarebbe molto facile stare dalla loro parte, a quel punto.

I contanti, gli evasori, e noi

in economia/politica by

Renzi, che già circa due anni fa si era detto favorevole ad alleggerire il vincolo sull’utilizzo del contante, ha finalmente deciso di fare sul serio. È un provvedimento di buon senso, che purtroppo, nell’isteria assoluta che pervade il dibattito italiano sul tema, sembra impossibile affrontare razionalmente. Eppure si dovrebbe.

Punto primo. Porre limiti all’utilizzo del contante è giustificato dal fatto che favorisce l’evasione e il riciclaggio. Non è, il pagamento con contante, un male in sè. Come ho cercato di dire in altre occasioni, mi piacerebbe che si ragionasse di piú sul fatto che sanzionare comportamenti che in sè sarebbero leciti, ma che vengono penalizzati perchè “contigui”, o “di passaggio” verso comportamenti illeciti, non è il massimo della civiltà giuridica. Si è arrivati, in qualche comune, a multare chi guida in un certo modo, a una certa velocità, nella presunzione che questo comportamento preluda al tirar su una prostituta.

NEL DUBBIO VIETA.

E di divieto in divieto si muove, uno Stato già in grande difficoltà nel far rispettare norme piú condivise, complicando la vita agli onesti e rendendola del tutto identica a chi giá vive nell’illegalità. Invertendo l’ordine del ragionamento: tale comportamento è praticato dagli evasori, quindi lo vieto, perchè danneggeró gli evasori. I non-evasori non esistono, non hanno voce in capitolo. E chi si lamenta forse ha qualcosa da nascondere.

Punto secondo. Porre limiti all’utilizzo del contante non serve a granchè, se l’obiettivo è il contrasto all’evasione. Sfido chiunque a dimostrare l’esistenza un qualsiasi impatto positivo del limite ai contanti sui conti pubblici. In compenso, potrebbero non mancare gli effetti negativi: alcune transazioni che avrebbero potuto avvenire in contanti (ma non in nero), col limite sono state costrette al nulla di fatto o al nero. Un affarone. Vietare comportamenti comuni in zone grigie dell’economia e della società ha di solito effetti opposti a quelli desiderati, spingendole ancora di piú nella marginalità. Non a caso, un limite all’utilizzo di contante cosí stringente esiste solo in alcuni fortunati Paesi: Italia, Francia e Portogallo. Chissà come faranno gli altri, dalla Svizzera al Regno Unito, passando per Svezia e Germania. Pieni di evasori che comprano Lamborghini con pezzi da 20.

Punto terzo. Porre limiti ancora piú stringenti all’utilizzo del contante (lo ha proposto il partito dell’assemblea del liceo, a Giugno) ha costi sociali. E sono molto piú rilevanti dei benefici. Come ricorda Francesco Lippi, il 15% degli italiani non ha un conto corrente. E il contante è utilizzato, in generale, come mezzo prevalente da milioni di persone oneste. Riprendendo Lippi, “tassare il contante per combattere l’evasione e’ un po’ come riempire l’autostrada di dossi per far rispettare i limiti di velocità”.

Punto quarto. L’evasione è un fenomeno che va capito, studiato, e affrontato in maniera razionale. La follia del dibattito italiano, con la folla che grida “repressione” neanche fossimo in un film di Elio Petri, è non capire che a fronte dello stato di polizia tributario che già è presente, le aree sviluppate del Paese hanno un tasso di evasione fiscale molto piú basso della media UE 15. Ma questo non è privo di costi per cittadini e imprese, costretti a spendere notevoli quantitá di tempo e denaro per far fronte a una mole crescente di adempimenti giustificati dalla caccia agli evasori. Dovrebbe far riflettere, ma sull’argomento nessuno è disposto a farlo, contano solo gli slogan. Aiuterebbe, invece, chiedersi in quali settori l’evasione è prevalente. Basta una ricerca su Internet per scoprire che – non sorprenderá nessuno – i piú gettonati sono edilizia, servizi alla persona, ristorazione, ecc. Ovviamente è piú difficile evadere se sei McKinsey o Mapei. Ora, in Italia l’evasione è molto elevata al Sud. Il mio sospetto è che una delle ragioni di questo fatto sia anche la composizione: ossia, che avendo il Sud una economia privata paragonabile a quella di Colombia e/o Serbia, ne condivida anche l’incidenza dell’economia informale. Nessun limite ai contanti sarà rilevante in luoghi dove tutta la catena delle transazioni avviene senza scontrini, registri, bilanci. Ovviamente, se si vuole spezzare questa catena si puó intervenire con la repressione, o magari creando le condizioni perchè anche il Sud abbia una economia compatibile col terzo millennio. Scegliete voi. Ma parlare del pizzo (che pure viene ancora pagato dalla maggioranza di aziende ed esercizi commerciali), della burocrazia criminale e corrotta, dell’incertezza del diritto, del perdurante analfabetismo di massa (di cui NON SI DEVE SAPERE) e della lentezza dei processi, tutti fattori che rendono il Sud un relitto del mondo avanzato, fa meno fico che urlare agli evasori.

Punto quinto. Piaccia o non piaccia, il contante regola le attività illegali che non spariranno mai. O meglio, potrebbero sparire come attività illegali, per essere operative alla luce del sole. Ma siccome non vedo all’orizzonte liberalizzazioni di massa sul fronte prostituzione, per non dire droga, per non dire una vera apertura dei mercati del credito, esiste una massa imponente di transazioni di cui tener conto. Esistono poi altre piccole attività abusive (tassisti, parrucchiere, etc) che in alcuni casi sono abusive perchè così è loro imposto a mezzo di restrizione della concorrenza – vedi i tassisti abusivi – in altri perchè altrimenti non varrebbe la pena di lavorare. Tutte insieme, queste attività non violente fruttano redditi a individui. Questi redditi, secondo i nostri paladini della legalità fautori di limiti alla circolazione di valuta in stile argentino, dovrebbero continuare ad essere spesi come sono stati generati: in nero. Perché così, non a caso, funziona in Argentina. Un capolavoro su tutta la linea!

Questo, più o meno, è quello che penso sul tema. Per i più, ovviamente, è la prova che sto dalla parte degli evasori, perché questo è il livello del dibattito. Purtroppo, a quanto si scende in basso, un limite non lo si può mettere.

Cosa è diventato il canone?

in politica by

L’ultima idea geniale dei tecnici del governo è includere il canone RAI (in due tranches) nelle bollette elettriche.Se non paghi il canone, via la luce. Il nuovo meccanismo di accertamento prescinde dalla possesso o meno di un televisore, ma di fatto presume la disponibilità di un qualsiasi strumento atto alla visione di contenuti multimediali.

Passo indietro. Nel 1990, in un periodo di riordino della finanza locale inglese, Margaret Thatcher propose una tassa, chiamata community charge, che sarebbe passata alla storia come poll tax. Il fatto di introdurre una nuova tassa, peraltro completamente regressiva (l’ammontare da pagare era uguale per tutti, e quindi considerato ingiusto verso i meno abbienti), e non giustificata nella sua natura dall’avere una corrispondenza con uno scopo preciso, ha giustificato un enorme movimento di protesta. L’impopolarità della misura è stata tale che i laburisti hanno, per la prima volta dopo lustri, superato i conservatori nei sondaggi, le manovre di partito dentro i Tories hanno portato al passo indietro della Thatcher, e infine la tassa è stata sospesa, quindi abolita.

Ora, chi scrive ha una opinione molto positiva di Margaret Thatcher, eppure avrebbe criticato fortemente l’idea della poll tax. Le conseguenze politiche di quella scelta sbagliata sono forse state sproporzionate rispetto alla sua figura e all’enorme contributo dato al suo Paese, ma hanno dimostrato l’esistenza di una opposizione sana, in grado di farsi sentire sulle questioni sostanziali e produrre cambiamenti.

Torniamo all’Italia. Dicevamo che il canone, ormai parte della bolletta, è nei fatti svincolato dallo scopo di finanziare il servizio pubblico: da un lato la RAI opera con criteri sostanzialmente commerciali, dall’altro la raccolta del canone non dipende più nemeno dalla fruizione potenziale del servizio.
A tutti gli effetti, il canone è un’altra poll tax. Chissà come si sentono in questo momento, i cari renziani, ad essere più “a destra” di Margaret Thatcher. Lo hanno capito, o sono convinti che se uno tassa e spende, comunque ciò accada, allora fa comunque una cosa “di sinistra” ? Quanto alle opposizioni, certifichiamo per l’ennesima volta, casomai ce ne fosse bisogno, la definitiva morte cerebrale.

Ferretti è “fascista” da sempre

in società by

Osservo, con un misto di commiserazione e stupore, le reazioni ormai prevedibili ad ogni manifestazione pubblica in cui Giovanni Lindo Ferretti esprime la sua vicinanza ad ambienti della destra conservatrice, clericale, eccetra.

Per molti è come se una persona altrimenti a modo, entrando in un consesso elegante e civilizzato, iniziasse a dare in escandescenze, o a mantenere un comportamento totalmente inappropriato. Sembra di vedere delle signore d’altri tempi scandalizzate dalla perdita di contegno di un noto gentleman. Perchè, diciamocelo, il punto era questo: Ferretti, come cantante dei CCCP/CSI/PGR, faceva parte del pantheon dei cantanti impegnati di sinistra. E in certi contesti, l’idea che uno possa non far parte della tribù ha qualche cosa di scandaloso.

Ma la verità, nel caso di Feretti, è ancora più scandalosa delle appartenenze tribali. Ed è che Ferretti non è mai cambiato. La sua poetica non è mai stata progressista, nè tollerante, nè altro che reazionaria. Per i CCCP, il comunismo era una risposta estetica al “disordine” morale del liberalismo occidentale, ed etica allo sganciamento della morale pubblica dalle prescrizioni sulla condotta individuale. Non è un caso che, oltre che per l’Unione Sovietica, Ferretti manifestasse una fascinazione evidnte per l’Islam politico, totalitario e reazionario.

Ferretti, come il protagonista di un recente film di Ermanno Olmi , non vive serenamente la modernità, il progresso, la libertà altrui: vive tutte queste cose come una imposizione, non a caso cedendo alla retorica dell’economia e del mercato che “si impongono” sull’uomo, retorica tipica degli uomini che vorrebbero piuttosto imporre agli altri le prorie idee di ordine, disciplina e morale. Questa mentalità non è rara a sinistra come a destra, e se fino a vent’anni fa era prevalente tra i comunisti, oggi è prevalente tra i post-fascisti e i leghisti. Resiste in ambienti di estrema sinistra, che però sono diventati numericamente residuali. Non è quindi un atto di conversione, quello di Ferretti, e men che meno un tradimento: Ferretti esprimeva la convinzione profonda, e radicata, di certa cultura comunista, come oggi esprime la visione del mondo delle Meloni, dei Salvini, dei Socci. Con la stessa scadente qualità di analisi, la stessa sciatteria politica e filosofica.

L’errore, allora come ora, fu nel valutare le canzoni di qualcuno in base alle appartenenze che si credeva avesse. Forse, in retrospettiva, questo ha generato una enorme sopravvalutazione artistica del personaggio. Forse no. Ma se vi piaceva ieri per quello che diceva, eravate reazionari, o fascisti, ieri. E se non siete più d’accordo con lui, avete cambiato idea voi. Lui è sempre lì, nel marcio della vostra coscienza.

 

P.S. c’è un tale, un certo Lucio se ricordo bene, che cantava malinconico “i CCCP non ci sono più”; ecco, nel suo caso è solo sciatteria, banalità e abuso di idees reçues.

Io non piango Pietro Ingrao

in politica by

O meglio, al netto delle emozioni che ogni essere umano sano di mente prova al pensiero della fine di un’altra vita, non penso che sia oggi morta una figura degna di grandi commemorazioni pubbliche.

La stampa, i politici, gli intellettuali, tutti scriveranno grandi cose di Ingrao in questi giorni: della sua coerenza, della sua ostinazione, della sua onestà intellettuale. Dimenticheranno di dire che Ingrao aveva scelto una parte della storia, una precisa parte, e quella parte non era giusta, da qualsiasi lato si guardi quella scelta. Ingrao era e rimase un comunista senza dubbi di sorta, passando attraverso Stalin, Kruscev, Mao, Pol Pot, l’invasione sovietica in Ungheria e in Repubblica Ceca, le deprivazioni a cui sono costretti i cubani e i nordcoreani. Lui ha osservato tutto questo, e ha continuato a dire: a questa tradizione io appartengo, di questa tradizione io sono interprete. La sua critica non era rivolta al comunismo, ideale violento e totalitario, quanto a chi ne dava una interpretazione compatibile con la liberaldemocrazia occidentale e pensava di far fare al PCI una svolta socialdemocratica.

Ogni opinione politica ha diritto di essere espressa, e ogni vita umana ha un valore inestimabile. Di questo io sono convinto, rispetto alle idee e alla persona di Pietro Ingrao. Purtroppo, se ci fossimo trovati in molti degli scenari del Novecento in cui la sua parte ha avuto la meglio, Ingrao non avrebbe detto le stesse cose delle mie idee e della mia vita.

Basterebbe per non piangerlo con lacrime di Stato.

Parlare di deportazione

in giornalismo/politica/società/ by

Non voglio entrare più di tanto nel merito dei provvedimenti sulla scuola del governo Renzi e del suo ministro Giannini. L’impressione, da anni, è di avere a che fare con governi tendenzialmente frettolosi e approssimativi, cui si contrappongono gli interessati, forti di una visione della scuola, dell’impiego pubblico e del Paese talmente fuori di testa da legittimare per differenza le posizioni del governo in carica.

Le due cose più contestate del pacchetto “la Buona Scuola” (maronnapureloroconquestinomi) sono

  1. La “chiamata” degli insegnanti da parte del preside;
  2. Il fatto che le cattedre debbano essere assegnate dove ci sono gli studenti secondo un algoritmo.

Vediamo: in sostanza, gli stessi che di fronte all’assegnazione di un potere discrezionale ma chiaramente attribuito gridavano al clientelismo, al favoritismo, oggi vanno in piazza perchè il metodo più oggettivo e non discrezionale che ci sia (un algoritmo che assegna a una destinazione andando in ordine di punteggio e secondo le preferenze espresse) è disumano ed è analogo a – tenetevi forte – una deportazione? Stiamo parlando della stessa categoria di persone che non si fida dei presidi perchè sono dittatoriali e potenzialmente corrotti,  che fapubbliche lezioni di civismo citando la prima parte della Costituzione (vabbè), che va in piazza “in nome del futuro dei nostri figli” e poi, guardacaso sopratutto al Sud, ci espone al ridicolo internazionale per una discontinuità comica nelle serie dei test di valutazione?

Io, sinceramente, credo che l’Italia abbia da imputare il suo relativo declino a tante, tantissime concause. Alcune non dipendenti da fattori interni. Però, se c’è qualcosa che rallenterà il paese per i prossimi decenni, perchè intoccabile da riforme, regolamenti, direttive, questa è la mentalità degli insegnanti, specialmente del Sud. Un Governo che fosse interessato al futuro del Paese dovrebbe porre il problema di come liberarsi di dipendenti così clamorosamente dannosi, più che improduttivi, e come fare in modo di non rendere cronico l’errore di averne assunti in massa. Oltre a questo, per il futuro, bisognerebbe capire come evitare di assumerne altri, dato lo stato pietosamente lisergico in cui versa gran parte dell’accademia umanistica in Italia, che alla scuola fornisce per forza di cose una buona parte della forza lavoro.

Purtroppo non sembra questa la preoccupazione di nessuno degli attori coinvolti. Bisognerebbe, però, che qualcuno inizi a far notare con molta severità che parlare di deportazione per una assegnazione di cattedra, a prescindere dal modo confusionario in cui la cosa si è venuta a creare, è grottesco e insultante. Sposta, e non era facile, il dibattito pubblico di un altro po’ nella direzione in cui le parole non hanno più alcun significato preciso, se non quello evocativo, partigiano ed emozionale che autorizza a parlare di “invasione” per l’arrivo di decine di migliaia di immigrati in età da lavoro in un paese di sessanta milioni, di “neoliberismo” o “austerità” per più o meno qualsiasi cosa si voglia criticare, di “deriva autocratica” per ogni riforma delle istituzioni, e così via.

Finirà che, a forza di urlare alla deportazione, qualcuno penserà che certi personaggetti in cattedra vadano accompagnati alla porta con meno gentilezza di quanto avrebbe fatto uno Stato civile e democratico. Tanto è uguale, è comunque deportazione. E chi subirà, a quel punto, non si renderà conto di quanto ha contribuito nel tempo a gettare le premesse di questo imbarbarimento reciproco.

 

Come ti cucino la notizia della droga

in giornalismo/politica by

Premessa: il titolo del post è, volutamente, ripreso da un articolo che ebbe una certa diffusione, qualche anno fa. Ai tempi, il direttore di lavoce.info era giá molto vicino all’Ing. e alle sue preferenze politiche, ma sopratutto si parlava molto di criminalità comune, tema caro alla parte politica avversa all’Ing.; com’è come non è, comparve questo bell’articolo che parlava di come la criminalità comune fosse sovrarappresentata nei media.

Insomma, questo è un post dietrologico. Odio la dietrologia, peraltro, quindi mi pentirò di averlo scritto. Non riesco, peró, a non mettere in fila i seguenti fatti:

1. Da qualche mese Benedetto della Vedova e la sua pattuglia parlamentare trasversale battagliano per ottenere un cambiamento di prospettiva, al netto della semplice legalizzazione di questo o quello, sul tema delle droghe. Superare il proibizionismo è cosa necessaria, utile e razionale, ma ovviamente si schianta con interessi criminali molto forti – ed è un ingenuo chi pensa che siano interessi non rappresentati nelle istituzioni, nella finanza, nel mondo della cultura.

2. La stampa italiana da qualche settimana ha iniziato una campagna intensa sul tema: il ragazzo del Cocoricó, quello di Gallipoli, la tizia di Messina, il barista di Brescia ucciso perchè contrario allo spaccio nei dintorni del suo locale, etc. Ci sono guerre, crisi economiche, se vogliamo anche carenza d’idee e giornalisti in vacanza, ma il risultato è lo stesso: si parla solo di droghe, c’è una notizia sulle droghe nella prima pagina di ogni quotidiano ogni giorno.

3. Non esiste alcuna emergenza droghe. Ripeto: non esiste alcuna emergenza droghe. Il consumo di droghe è, semmai, in calo da anni e così le morti collegate.

Mettere insieme i fatti 1.,2.,3.; alambiccarsi su come pesare le interpretazioni cupe e dietrologiche sugli interessi incrociati e le oscure frequentazioni romane e non romane di molti editori italiani, da un lato, la scarsa professionalità (ai piú alti livelli) dei giornalisti, dall’altro. Esercizio non semplice. Che in un Paese meno disperato, probabilmente, spetterebbe proprio ai giornalisti.

 

Now, seriously, Coleman Silk

in politica/società by

Un professore universitario, innervosito dal fatto che due studenti non si sono presentati in classe per tutto il semestre, chiede in aula chi saranno mai questi “due zulú” che non si sono mai degnati di farsi vedere. Mal gliene incoglie: a sorpresa, i due studenti sono neri e lui si ritrova coinvolto in uno scandalo, gli è impossibile razionalizzare l’indignazione altrui, e finisce per perdere il lavoro e la moglie.

Questa è la trama de La Macchia Umana, un romanzo scritto meno di vent’anni fa da Philip Roth.

Ora, io non so come Roth la pensi sull’argomento e non ho idea se condividerebbe il parallelo, ma non credo di essere il solo che ha in testa il nome di Coleman Silk, il protagonista del romanzo, in un numero crescente di episodi degli ultimi anni.

C’è stato il caso del disgraziato che ha avuto la pessima idea di indossare la camicia con le donnine, di cui si è giá parlato qui, gli attacchi inveleniti a Barilla e Stefano Gabbana. Piú recentemente, la federazione americana di wrestling ha rescisso un contratto con Hulk Hogan per delle battute “razziste”. Ma è la storia di Tim Hunt, il “nobel maschilista”, che ricorda in assoluto di piú Coleman Silk. Crocifisso pubblicamente per aver affermato – pur avendo premesso che si trattasse di osservazioni non serie – che donne e uomini dovrebbero far ricerca in ambienti separati, se no “le donne piangono quando vengono criticate, o si innamorano”, Hunt è ancora un nemico pubblico: qualche giorno fa l’Università di Ferrara ha subito pressioni per ritirare l’invito a un convegno temendo l’assalto delle erinni.

Facciamo un passo indietro.

Di cosa parlerebbe Hunt a Ferrara? Di fisica, presumibilmente. Nessuno dei presenti, a parte le non invitate contestatrici, menzionerebbe l’episodio. La scelta piú razionale sembrerebbe quindi essere quella di mantenere l’invito e, semmai, rinforzare la sicurezza. Eppure, spesso non va cosí. Perchè?

Perchè oggi, ed è secondo me una tendenza molto pericolosa, l’ambizione a una esistenza pacifica, o anche solo ad essere valutati nel lavoro solo per quel che si produce, è sovrastata dal rumoroso incedere di chi invece ha in testa un modello totalitario della persona e delle sue opinioni. Il puritanesimo progressista oggi sanziona “privatamente”, cioè coi boicottaggi e la pressione, chi esprime pareri bigotti, ma travolge anche chi non li possiede: un nerd con una camicia, o un professore inglese che, in Korea, fa una affermazione volutamente paradossale. Non esistono, in questa visione, comportamenti che attengono a una sfera professionale e comportamenti “privati”: per conseguenza, non esistono nemmeno opinioni “private”. Nel momento in cui si lascia intendere di avere una opinione difforme, questo equivale giá ad aver dato prova di una disposizione psicologica a mettere in atto il comportamento incriminato: usi “zulú'” per parlare di due studenti neri? è come se li avessi già valutati, trattati, esaminati in modo diverso solo per il colore della pelle.

Inizia quindi a farsi strada l’idea che, se si associa un personaggio ad un marchio, il pubblico debba seguire quel personaggio in uno spettro di attività ben piú ampio di quella “caratterizzante”, e il possessore del marchio è costretto a scaricarlo per prevenire un danno quando questi esce dal recinto dell’accettabilitá sociale. Così è andata per Hulk Hogan. Il ragionamento è il seguente: un calciatore non aggiunge valore solo per le sue giocate, ma anche per il suo impegno a favore dei poveri,  uno stilista ha il diritto di lavorare in pace solo se dice le cose “giuste”  contro i disordini alimentari, uno scienziato deve dirsi preoccupato per lo stato dell’ambiente (e in particolare del riscaldamento globale, ça va sans dire), un manager deve adoperarsi contro la discriminazione dei gay, e cosí via.

Questa tendenza, ovviamente, ha forza solo perchè è un comportamento di gruppo: è la maggioranza , o quantomeno una massa critica, che rende rilevanti queste pretese.

Insomma, la mia preoccupazione è che molte anime candide sottovalutino la piega che questa cosa sta prendendo perchè, sostengono, si tratta di battaglie forse condotte con metodi individualmente un po’ estremi ma quantomeno a favore di cause giuste. Non dubito della buona fede. Faccio peró presente che certi comportamenti oggi tollerati e difesi erano ieri considerati devianti, ed è stata piú la cattolica ipocrisia, il non applicare al caso particolare il ragionamento generale, a salvare la qualità della vita di un travestito del 1950, che non il fervore fideista di chi allora applicava con altrettanto zelo la morale corrente. Un atteggiamento simile, d’altra parte, a quello di chi trent’anni prima costringeva la politica americana a imporre un insensato bando alla vendita di alcolici. Che, indubbiamente, fanno male.

Pensiamo che sanzionare le affermazioni omofobe, oggi, sia un accettabile compromesso rispetto alla libertà di espressione: in fin dei conti, chi esterna certe convinzioni è un retrogrado, un ignorante. Questo lo pensiamo oggi, quando, per coincidenza, le anime candide sono d’accordo con il pensiero della maggioranza. Chissà se, una volta che ne avremo avallato completamente il metodo, non arrivi una maggioranza diversa, ma con idee differenti. O quando faranno un passo in piú, perchè in fondo anche quella degli ayatollah è una forma di politicamente corretto. Chissà quanti si renderanno conto di aver contribuito alla deriva.

P.S. l’Università di Ferrara ha ritirato l’invito. Avesse voluto rimanere in piedi con dignitá, avrebbe invece potuto pubblicare il testo completo delle dichiarazioni di Tim Hunt. Che diceva, dopo le parole incriminate: “Now, seriously, I’m impressed by the economic development of Korea. And women scientists played, without doubt an important role in it. Science needs women and you should do science despite all the obstacles, and despite monsters like me.

Now, seriously.

Bella, ciao…

in politica by

Sarebbe interessante sapere cosa pensano quelli che gridano all’assalto alla libertà di pensiero perché una ragazza di 20 anni raccoglie firme per chiudere il programma di Belen, della decisione del prefetto di Pordenone di vietare il canto di Bella Ciao in piazza durante la manifestazione del 25 aprile.

Così per sapere se la libertà di manifestazione del pensiero la si tira fuori sempre e solo strumentalmente, contro i presunti benpensanti “presuntamente” di sinistra, oppure se la si difende anche quando un’autorità pubblica decide di vietare di festeggiare la Liberazione cantando una delle canzoni simbolo della Resistenza (di tutta la Resistenza, Bella Ciao non è riconducibile a una specifica frazione politica della Resistenza a differenza, ad esempio, di Fischia il Vento).

Se la si difende anche in questo secondo caso, sarebbe quindi il caso di domandarsi il perché di questo silenzio da parte degli altrimenti solerti difensori della libertà di manifestazione del pensiero.

Forza Belen!

in politica/società by

Non ho visto il programma di Belen. Non me ne frega niente del programma di Belen. Considero Belen una ragazza in gamba, in grado di conquistarsi ampi spazi grazie alla sua personalita’ – che e’, rispetto alla media, piu’ rilevante del suo essere una donna avvenente.

Ma tutto questo non c’entra. Se anche Belen Rodriguez fosse una coprofaga, una cafona, una negazionista, difenderei il suo diritto di resistere alla censura. Specialmente se la censura viene da una benpensante, tale Camilla, che in nome della difesa dal pensiero “omologato e omologante” non trova di meglio che proporre un bel bavaglio. Neanche si rende conto di avere tra le mani una gigantesca contraddizione. Come gli ayatollah, che ritengono o quantomeno dichiarano di agire in difesa della dignita’ della donna quando ne limitano le liberta’, certe femministe ritengono naturale combattere modelli da loro non condivisi umiliando la liberta’ di chi, senza esservi costretta, fa riferimento ad altri valori, schemi, stili di vita.

Io, che forse ho ed avro’ sempre valori differenti e condurro’ una vita mossa da motivazioni sideralmente lontane da quelle del giro di Belen, non posso comunque che sentirmi offeso da iniziative come quelle di questa tale Camilla. Siamo in grado, da soli, di stabilire cosa ci vada meglio. Possediamo – chi di noi ha il televisore – anche un telecomando. E se possiamo utilizzarlo per evitare di deliziarci con la farfallina di Belen, non possiamo di sicuro utilizzarlo per sottrarci all’intolleranza totalitaria di certe teste vuote.

01-00218407000130

Il sonno della ragione produce Zeman

in società by

In noi idealisti per cosi’ dire temperati quantomeno da medio raziocinio, la caduta degli dei di Utopia genera sempre una sottile, ma non mascherabile, soddisfazione.
E cosi’, nelle quattro sventole rimediate ieri sera da sor Zeman, come nei fischi della curva come reazione al gol romanista che chiudeva l’incontro sul 2-4, abbiamo visto una riedizione gustosa e non sanguinaria del crollo di molte utopie disastrose e stupide.

Come i comunisti, e come tutti gli utopisti criminali e velleitari d’ogni epoca, Zeman vende ai suoi adepti un mondo immaginario, in cui ogni cosa funzionerebbe alla perfezione, e con grande godimento di tutti, se non fosse per un fastidioso elemento di disturbo: che nel caso di Zeman e’ l’esistenza di un avversario, nel caso delle Utopie totalitarie l’ostinata ossessione degli esseri umani di rispondere agli incentivi, adattando il loro comportamento alle regole esistenti, invece di comportarsi come il Romantico Pianificatore vorrebbe.

Ovviamente, come crollano i muri costruiti per trattenere gli uomini loro malgrado dentro Utopia, crollano anche le scazzate difese di Zeman, e crollano le sue squadre nelle classifiche di ogni tempo. Ma i nostri cari zemaniani, indomiti, sanno bene che il principio di ogni fanatico e’ lo stesso: se i fatti e la teoria (meglio sarebbe: l’utopia) non concordano, al diavolo i fatti.
Il che spiega il motivo per cui, in fondo, Zeman piace tanto alla stampa di sinistra di questo disgraziato paese.

 

Il sonno della ragione

Affinita’ e divergenze tra il compagno Pannella e noi

in società by

Bel post di Nagasaki, qui , sui punti di contatto tra la galassia radicale e le truppe, per ora molto compatte, di Fermare il Declino. Non tutto necessariamente condivisibile, pero’. Visto che sono un rompicoglioni, parto dalle cose che non condivido.

Primo: nell’incipit si sostiene che, in fondo, si tratti di “pannelliani” da un lato e di “gianniniani” dall’altro. Dissento. Sui Radicali sappiamo, lascio direttamente a Nagasaki l’onore di replicare ad eventuali commentatori che cerchino eroicamente di ipotizzare una qualche autonomia materiale e intellettuale della dirigenza. Su Fermare il Declino, premessa doverosa, non sappiamo ancora. Seppure le premesse possano, superficialmente, lasciar presagire esiti simili, ricordo che siamo in campagna elettorale. E ogni tentativo di spersonalizzarla (Fermare il Declino e il PD sono le uniche liste presenti in tutte le circoscrizioni senza nome del leader sul simbolo) cozza con la dinamica di una campagna elettorale in cui la gente dice “voto Monti”, “voto Bersani”, “voto Ingroia” (sic). Tuttavia chi segue la dinamica interna di quel che per ora e’ solo un movimento, ma vuol diventare partito con tutto cio’ che questo implica, sa che la promessa ai militanti e’ quella di un congresso vero. Un saggio qui, al minuto 11

Secondo: la maledizione del destino minoritario. E’ una maledizione che caratterizza i partiti-chiesa, destinati al nanismo per l’attaccamento spasmodico all’identita’ piu’ che alle idee concrete e alle loro conseguenze pratiche. Il fatto che la base programmatica di Fermare il Declino sia incidentalmente la piu’ liberale sulla piazza, che su tutti i temi (non solo quelli economici) la mentalita’ e’ individualista, spontaneista, anti-legalitaria, anti-pianificatoria e anti-dirigista, non implica un’adesione identitaria stile riedizione dei partitini della prima repubblica – nel nostro caso, col santino di Einaudi, Malagodi, Panunzio o  Spinelli. La volonta’ di evitare questa caratterizzazione e’, per fortuna, esplicita.

Ci sono delle cose che vengono condivise, invece. Al netto di quelle scontate e ovvie, rimangono tutte quelle che molti radicali percepiscono sempre come proprie in esclusiva. Anche se i dirigenti Radicali sono i primi, chiusi nella contemplazione del loro ombelico, a non accorgersene. Nella lettera che Staderini rivolse ai fondatori di Fermare il Declino, vi era l’obiezione che agli estensori del manifesto mancasse consapevolezza “dell’assenza di legalità e la distruzione dello Stato di diritto”. So che questa formula viene spesso ripetuta come un mantra da chiunque stia nel giro di Pannella. E’ probabilmente pronunciata con un tono cantilenante e ripetitivo che ha l’obiettivo di indurre nel tesserato radicale uno stato di trance, in cui ha la sensazione di poter tornare al tempo della costituente e convincere i partiti della necessita’ di rispettare a partire dal giorno dopo le regole che essi stessi si erano dati. Ma la consapevolezza del fatto che la Repubblica e’ fondata sull’illegalita’ (a partire dall’art. 49 della costituzione, volutamente scritto in piccolo) non e’ esclusiva radicale. Nella sua fase paleo-liber-cazzara, se ne era accorto pure Tremonti, per dire. Usando parole per cui Pannella avrebbe proposto subito l’apertura di tavoli, dialoghi, conversazioni con Bordin.

Un solo appunto, sinceramente polemico ma anche, da tesserato e iscritto, autocritico. La partitocrazia che e’ conseguenza delle fondamenta illegali della Repubblica, etc. etc. Siamo tutti d’accordo. Ma allora bisogna rifiutare sempre di averci a che fare. Questo include sicuramente i diritti di tribuna coi rossi e i taxi dei neri. E’ mio parere che includa anche cantieri in cui il candidato e’, sostanzialmente, la versione varesina di Andreotti. Pannella

Go to Top