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Banca d’Italia

No: non stanno salvando le banche con i soldi dei risparmiatori

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L’emendamento 42.73 alla Legge di Stabilità a firma del Governo reca norme di procedimento per agevolare l’implementazione del cd. “decreto quattro banche”, già approvato dal Consiglio dei Ministri domenica 22 novembre e convertito in legge la settimana immediatamente successiva (A.C. 3446).

Non entrerò nei dettagli del design dell’intervento, ma mi preme soffermarmi sul rapporto con risparmiatori e correntisti, dal momento in cui in giro si legge di tutto: “salvataggio dei banchieri sulle spalle dei finanziatori”, “Governo amico delle banche”, “bomba da 2 miliardi: 130mila risparmiatori sul lastrico”, e così via.

Cerchiamo allora di fare un po’ di ordine su questa vicenda, nella maniera più semplice possibile.

  1. La manovra non coinvolge soldi pubblici. Neanche un centesimo. Questo perché, riducendo all’osso, in osservanza delle direttive europee viene implementata una leggera variazione sul tema del cd. bail-in: non è la fiscalità generale a intervenire, ma –in prima istanza– i detentori di capitale di rischio e di capitale di debito non garantito. Il bail-in vero e proprio diventerà operativo per tutte le operazioni di questo tipo dal 1 gennaio 2016, ma il Governo ha ritenuto utile intraprendere una strada molto simile anche nei confronti delle quattro banche.
  2. Le perdite che queste banche hanno accumulato nel tempo vengono assorbite dagli strumenti d’investimento a maggior rischio: azioniobbligazioni subordinate. Ricordiamo che queste ultime sono esposte al rischio d’impresa. Chi le acquista, cioè, accetta il rischio che possano succedere il genere di cose che stanno accadendo proprio ora, sapendo –fin da subito– che non sarà tutelato.
  3. Questo salvataggio tutela, invece,  tutti i risparmi di famiglie e imprese detenuti nella forma di depositi, conti correnti e obbligazioni ordinarie. Ripeto: neanche un centesimo detenuto in questa forma verrà intaccato dalla manovra.
  4. La parte di onere eccedente azioni e obbligazioni subordinate è a carico dell’intero complesso del sistema bancario italiano, che alimenta a mezzo dei propri contributi il cd. Fondo di Risoluzione.
  5. Il salvataggio è, in effetti, prevalentemente a carico del sistema bancario italiano, che si sobbarca di 3,6 miliardi di oneri complessivi.
  6. Dunque questa manovra non è esattamente quello che si potrebbe definire un “regalo alle banche”: non a caso quelle stesse banche, per voce dell’ABI, non sono esattamente entusiaste della cosa.

Quindi, in estrema sintesi, l’intervento non coinvolge un centesimo di denaro pubblico ed è completamente a carico dei detentori di attività rischiose degli istituti in sofferenza e del vituperato sistema bancario italiano.

Adesso. Io capisco che vedere le proprie attività finanziarie svalutate sia un colpo durissimo per molti bilanci, che apre scenari difficili per la stabilità economica di una famiglia o di una piccola impresa. Però, se domani investissi in un’impresa che mostra pessime performance nei prossimi, che so, cinque anni, senza tutelarmi, e quell’impresa dovesse fallire, con chi me la dovrei prendere? Con lo stato che non mi ha salvato dalle mie cattive scelte d’investimento?

Può anche essere una risposta, per carità. Discutiamone. A me, come punto di partenza, basta che sia chiaro ciò di cui stiamo parlando.

La mirabolante, incredibile vita di Beppe Bigazzi

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Oggi vi racconto una storia. Una di quelle storie, una biografia per l’esattezza, grazie alle quali possiamo dire con fierezza che sì, la bellezza salva il mondo. È la storia di Beppe Bigazzi.

Adesso, su le mani chi conosce Beppe Bigazzi. Bene, per tutti gli altri, parliamo di quell’affabile e rassicurante signore canuto, 82enne, dal marcato accento toscano, parte del cast fisso a “La Prova del Cuoco”. È una specie di verace mezzadro che racconta al pubblico pre-prandiale di Rai1 le meraviglie della Cinta Senese, del pane toscano, del coniglio in umido e dei funghi porcini. Il tutto vestito come un buttero maremmano, ma senza cavallo, con il foulard sotto la camicia e il giubbottino scamosciato.

Il caro Bigazzi assurge alle cronache nazionali per un torbido affaire che riguarda i gatti: viene sospeso nel 2010 dalla Rai per aver affermato che, in tempo di guerra, si mangiava senza troppi complimenti i simpatici felini. Più precisamente il povero Beppe, dopo aver affermato che “UNO DEI GRANDI PIATTI DEL VALDARNO ERA IL GATTO IN UMIDO”, decide anche –non senza magnanimità– di fornirci una gustosa ricettina, che si conclude con “ti garantisco che è una delizia”.

Facciamo adesso un passo indietro. Chi è Beppe Bigazzi nella sua vita precedente, cioè prima di fare il contadino mangiagatti in Rai alla Prova del Cuoco? Tenetevi forte.

Bigazzi nasce in provincia di Arezzo nel 1933. Si laurea (cosa di per sé già rara per quella generazione) in scienze politiche all’Università degli studi di Firenze con 110 e lode e dignità di pubblicazione. Dal 1960 al ’61, per non farsi mancare niente, serve come ufficiale presso l’Aeronautica Militare. Dal 1961 al 1966 è in Banca d’Italia. Nel 1968 è nominato vicesegretario generale del Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno nonché membro di vari comitati interministeriali per la programmazione economica fino al 1970. Finita qui? No, abbiamo appena cominciato.
Dal 1970 al 1993, il vecchio Beppe, il simpatico gastronomo, lavora all’ENI. E con “lavora all’ENI” intendo direttore delle relazioni estere dell’ENI (1970-1973), direttore generale e successivamente amministratore delegato della Lanerossi (1973-1978) e presidente di varie società quali GEPI, Maserati, Innocenti e Tirsotex.

È finita? Certo che no. Dal 1984 al 1990 è amministratore delegato dell’AGIP Petroli e dal 1990 al 1993 presidente dell’AGIP Coal e presidente di 53 società dell’AGIP.

Dopodiché si rompe eccezionalmente i coglioni di tutta questa roba, manda affanculo tutti quanti e decide di vestirsi come ci immagineremmo un toscano che coltiva l’orto e di andare in tv a spiegarci come cucinare il gatto in umido. Per farsi sospendere.

Insomma, la vita è una cosa meravigliosa. Soprattutto quella di Beppe Bigazzi.

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