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attentati di Parigi

A quanto pare, pure del Belgio non ve ne frega un cazzo

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Chissà perché me l’aspettavo.

Della valanga di messaggi e attestati di solidarietà che avevano inondato la rete al momento degli attentati di Parigi lo scorso novembre, oggi, in occasione della strage di Bruxelles, se n’è vista una minima parte – perlomeno in Italia, dove si preferisce ridere della foto di Salvini.

Certo, che l’ago della bilancia dell’empatia pendesse in una certa direzione era abbastanza evidente, e i commentatori filoparigini dell’epoca l’avevano messo in chiaro: piangiamo i morti della capitale francese perché sono i nostri morti, vittime europee di un male straniero, vicini di casa e parenti d’oltralpe falciati dalla furia islamica. Potevamo esserci noi stessi, seduti a quei bar a bere una Perrier o a mangiare un croissant.

Strano però che lo stesso senso di appartenenza, la stessa vicinanza non venga sentita nel caso del Belgio: Bruxelles è in qualche modo la capitale dell’Unione Europea, la distanza dall’Italia è tutto sommato ridotta e vi è un grande numero di giovani connazionali che vivono e lavorano in quella città. La civiltà è la stessa, per così dire, eppure il trattamento riservato alle due capitali francofone è decisamente diverso.

Le possibili spiegazioni a questo atteggiamento sono tante, tuttavia, forse un po’ in malafede, viene il dubbio che la preferenza accordata alla Francia sia, in un qualche modo, di natura “estetica”. D’altronde, Parigi è indubbiamente più bella e interessante di Bruxelles: la torre Eiffel, i macarons, il Moulin Rouge, Chanel e Dior, la rive gauche, gli impressionisti, la baguette sotto l’ascella, gli Champs Élysée, l’esistenzialismo, le corse nel Louvre, ecc., contro…boh, cosa c’è a Bruxelles? La birra e le patatine fritte? Insomma, tutti siamo stati a Parigi almeno una volta nella vita e il nostro immaginario collettivo è ubriaco di luoghi comuni sulla capitale francese, mentre il povero Belgio è perlopiù relegato al ruolo, grigio e noioso, di sede del Parlamento europeo. Di certo non un argomento da social.

Rimane allora l’impressione che tutta la storia della cosiddetta “solidarietà socio-culturale” fra paesi appartenenti a una sfera comune sia, fondamentalmente, una cazzata, e che, ancora una volta, a muovere i nostri sentimenti sui social siano piuttosto le spinte mediatiche del momento, le chiacchere generaliste della socialità da baretto e, last but not least, un certo gusto osceno nel compiacersi di aver preso parte (retroattivamente) al grande turismo della tragedia: ‘sai, in quel bar a Parigi una volta ho bevuto un caffè.’

D’altronde, #jesuisbruxellois è molto più difficile da scrivere – o da pronunciare.

La vittoria di Marine Le Pen – Che succede in Francia?

in politica/società by

Il grande successo del Front National nelle regionali tenutesi ieri in Francia non è da attribuire ai soli fatti di Parigi.

Da anni si cova infatti nel paese un malcontento generale, che ha investito in particolare la presidenza Hollande sin dall’inizio della sua presidenza: in una situazione di crisi economica generale, il presidente socialista è stato accusato di essere poco “deciso” nei suoi interventi di risanamento, soprattutto per quanto riguarda il dato occupazionale. La disoccupazione non hai smesso di crescere negli ultimi sette anni, passando dal 7,1% nel 2008 al 10,2% nel secondo trimestre di quest’anno.

A poco sono servite riforme sociali di stampo liberale (come nel caso del matrimonio gay), o un interventismo militare diffuso di vecchio stampo gaullista (Libia, Mali, Centrafrica, Siria): nel 2013 il presidente francese era riuscito a toccare il record negativo di popolarità, scendendo al 23% dopo un solo anno di mandato. In un paese “tradizionalmente” di destra, il placido Hollande sembra più versato per gli scandali amorosi che per la guida di una nazione in difficoltà, difettando così di quella risolutezza tipica dei grandi leader della Quinta Repubblica.

Sull’altro versante, l’UMP (il partito di centro-destra, recentemente ribattezzato Les Républicains) non se l’è passata di certo meglio: una lotta intestina per la guida del partito durata mesi e mesi ha fatto sì che l’unica soluzione di compromesso possibile fosse il ritorno alla dirigenza di Sarkozy, odiatissimo da buona parte dei Francesi – sebbene non quanto Hollande – per una presidenza considerata troppo mediatica e populista, se non addirittura “berlusconiana”.

In questo clima di sfiducia generale verso i partiti tradizionali, la figura di Marine Le Pen ha assunto un’aura quasi messianica agli occhi di chi ancora sogna un ritorno alla grandeur francese del passato. Rompendo i rapporti con l’ormai senilmente imbarazzante padre, e rinunciando ad alcuni dei toni più estremi della vecchia ideologia del Front National (ad esempio l’antisemitismo), la Le Pen si è presentata come la potenziale leader europea di tutti i movimenti nazionalisti del continente. Con la giovane e bella nipote al fianco, Marion Le Pen, la leader del FN rappresenta il volto nuovo della destra (estrema?) europea: la lotta all’invasione degli stranieri e all’ingerenza di Bruxelles ha ora il suo punto fermo in una donna colta ed elegante.

Vi è poi un dato puramente regionale: le regioni del nord (ad eccezione della Bretagna) così come quelle del sud (soprattutto la Provenza) sono ormai da anni nelle mani del FN, e, da questo punto di vista, i recenti risultati non dovrebbero sorprendere. Quel che sorprende invece è che buona parte degli elettori di destra del meridione di Francia sono italiani e arabi di seconda o terza generazione. Insomma, figli e nipoti di immigrati.

In tutto questo, bisognerà dunque capire quale sarà il peso effettivo del Front National a livello nazionale alle elezioni presidenziali del 2017, in un clima generale di sfiducia nelle istituzioni e tendenze islamofobe. D’altronde il tempo è ancora tanto, e le carte in tavola possono cambiare in maniera radicale da un momento all’altro. Recentemente i sondaggi hanno premiato Hollande, per la prima volta dall’inizio della presidenza, per la reazione decisa nei confronti dell’ISIS subito dopo gli attacchi di Parigi. Dall’altro lato, Sarkozy sta pian piano ricostruendo il suo partito, mantenendo però questa volta un profilo basso sul piano mediatico per non incorrere nelle pesanti critiche del passato – meno Carla Bruni, più politica.

Tutto questo basterà a riportare la bilancia sul bipartitismo tradizionale francese, escludendo così il rischio ballottaggio nel 2017 col FN? On ne sait pas, staremo a vedere.

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