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Le donne di Edge of Arabia: la questione femminile passa per l’arte

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Ieri in tutto il mondo si celebrava la giornata contro la violenza sulle donne.
Nell’Anno del Signore 2016 stiamo ancora affrontando una realtà purtroppo non estranea a nessun luogo conosciuto o non del globo terraqueo.
La violenza sulla donna ha più sfumature e variazioni di una complessa composizione di musica classica: da quella psicologica a quella fisica e/o politica. La pressione sociale, inoltre, è un costante carico ulteriore.
Negli ultimi tempi il primo esempio lampante che viene preso in considerazione quando si parla di oppressione e violenza, è quello della donna musulmana.

La condizione della donna in una società in cui dominio religioso, statale e maschile delineano una chiara sottomissione è più facilmente “attaccabile” rispetto alla contraddittorietà della questione in Occidente, in cui diritti acquisiti, femminismi esasperati, libertà e partecipazione si accompagnano a controspinte violente e a rappresentazioni mercificate del corpo femminile.

Il bombardamento mediatico che subiamo nella nostra piccola parte di mondo occidentale crea – a proposito della condizione femminile nell’Islam – una semplificazione estrema di un fenomeno molto più complesso e pieno di sfaccettature. Il velo – che sia il Niqab, il Hijab o il Chador- è diventato ormai una sineddoche dell’oppressione della donna nei paesi islamici. Il suo significato storico/culturale passa in secondo piano, viene dimenticato o negato.
E’ innegabile che la condizione della donna in luoghi in cui la religione è  radicalizzata sia estremamente complicata e oppressiva. Costantemente pericolosa sia da un punto di vista fisico che psicologico.
La cosa interessante è che, come la storia spesso dimostra, è nelle situazioni politiche ed esistenziali più terribili che la natura umana riesce a trovare la sua strada per emergere e brillare. Ed è quello che sta succedendo nella scena artistica in paesi estremamente conservatori come l’Arabia Saudita.

Nel 2003 un artista inglese di nome Stephen Stapleton fonda insieme agli artisti sauditi Ahmed Mater e Abdulnasse Gharem “Edge of Arabia”, una piattaforma web che rappresenta artisti (sia uomini che donne) provenienti dal regno saudita e da altri paesi islamici. Nato come ponte comunicativo tra il mondo arabo e quello occidentale, Edge of Arabia è cresciuta negli anni, organizzando mostre, programmi educativi e pubblicando cataloghi in tutto il mondo, da Londra a Berlino fino alla Biennale di Venezia nel 2011 e, infine, oltre ogni utopica speranza, a Jeddah nel 2012. La storia completa dell’ organizzazione la trovate qui.

Edge of Arabia è la dimostrazione di come negli ultimi 15 anni la scena artistica di questi paesi si sia sviluppata velocemente. I cambiamenti e le pressioni del regno saudita hanno creato una base di frustrazione da cui partire per andare oltre i confini della censura e comunicare con il mondo esterno attraverso il linguaggio dell’arte.
C’è da chiarire e sottolineare che la maggior pare di questi artisti sono ben critici verso la situazione politica dei loro Paesi: il fatto stesso che molte donne siano rappresentate su questa piattaforma, indica che anche all’interno di società così chiuse e conservatrici, la necessità di cambiare lo status quo esiste ed è sempre più forte.
Da un punto di vista della pratica artistica in sé, quello che colpisce è l’eleganza con cui le opere di queste artiste mettono in atto queste critiche: sottovoce, quasi in silenzio, senza gridare. In una realtà dove la censura è così forte che in un momento può tradursi in pena di morte, ogni mossa deve essere sottile, studiata. Queste artiste hanno capito che se vogliono portare un cambiamento nella società, questo cambiamento va fatto con grazia, e intelligenza, flirtando e giocando con i limiti di espressione. Senza sconvolgere, perché non porterebbe a nulla. E senza negare una identità tradizionale e culturale ben radicata.
Un passo alla volta: creare coscienza, stimolare la cultura, farsi accettare (e in certi casi addirittura sostenere) dal sistema politico/religioso. D’altronde, Rome wasn’t built in a day.

 

Di seguito tre artiste da tenere d’occhio, e le loro opere più affascinanti.

Per conoscerne altre, oltre al sito di Edge of Arabia, potete cercare qui.

Manal Al Dowayan (Saudi Arabia)
Nata ad Ash-Sharqiyah, nella provincia orientale del regno, Manal Al Dowayan è un’artista multimediale che lavora principalmente con la fotografia e l’installazione sul tema della memoria collettiva e della posizione della donna all’interno della società saudita.
Una delle sue opere più importanti è “Esmi-My name”:
In Arabia Saudita pronunciare in pubblico il nome di una donna  è tabù. Gli uomini trovano offensivo pronunciare il nome di una donna della loro famiglia di fronte ad altri e le donne nascondono il loro nome per non offendere gli uomini di famiglia. Questa prassi non ha alcun fondamento religioso ed esiste solo nel regno saudita. (così come, ad esempio, il divieto di guidare per le donne in realtà  è  una imposizione sociale senza alcun fondamento legislativo, nda). Al contrario, nel Corano e negli Hadith (aneddoti sulla vita del profeta Maometto) i nomi delle donne vengono sempre pronunciati con orgoglio dagli uomini.
Attraverso questa opera Manal Al Dowayan vuole spezzare questo tabù: invita cosi donne da diverse parti del regno, madri, artiste, scienziate, accademiche, a scrivere il loro nome su delle grandi sfere di legno che andranno a formare dei grandi Tasbeeh (il rosario arabo) discendenti dal soffitto.

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Nell’opera “Suspended Together” Manal Al Dowayan affronta il tema della libertà (limitata) di viaggiare per le donne saudite: l’installazione è formata da colombe sospese nello spazio. Al primo sguardo la sensazione che si percepisce è quella di leggerezza e libertà, ma a uno sguardo più attento si nota che sul corpo delle colombe è attaccato il permesso di viaggio di alcune donne, firmato dal loro “guardiano”. Questi permessi sono stati donati da persone provenienti da diversi ceti sociali. Come l’artista stessa spiega: “indipendentemente dall’età e dalle conquiste raggiunte, quando si tratta di viaggiare tutte le donne vengono trattate come greggi di colombe sospese”.

Boushra Yahya Almutawakel (Yemen)
Nata a Sana’a nel 1969, Boushra Almutawakel ha sempre lavorato come fotogiornalista, tra gli altri anche per le Nazioni Unite. Nel 1999 è stata la prima donna fotografa dello Yemen a ricevere un’onorificienza dall´ Empirical Research and Women’s Studies Centre della Sana’a University.
Uno dei suoi progetti fotografici personali è la serie “Hijab/Veil”: In quanto donna musulmana che ha sperimentato il velo in prima persona, attraverso questa serie l’artista mette a nudo i sentimenti contrastanti riguardo a questo indumento dalla forte valenza iconica, cercando di uscire dai clichè e sottolineandone la complessità e la sfaccettatura, andando oltre il bianco e nero, per mostrare, nelle sue stesse parole, “la convenienza, la libertà, la forza, la potenza, la liberazione, le limitazioni, il pericolo, l’umorismo, l’ironia, la varietà , gli aspetti culturali, sociali e religiose, così come la bellezza, il mistero, e protezione. L’hijab / velo come una forma di auto-espressione, non solo come un fenomeno arabo del Medio Oriente, le sue tendenze, la sua storia e la politica così come interpretazioni divergenti, e la paura che ne consegue. Voglio anche fare attenzione a non alimentare le diffuse immagini negative stereotipate più comunemente raffiguranti il velo nei media occidentali, in particolare la nozione che la maggior parte o tutte le donne che indossano il velo, sono deboli, oppresse, ignoranti, e arretrare. Inoltre, spero di sfidare e guardare entrambi gli stereotipi sia occidentali che del Medio Oriente”

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Tamadher Al Fahal (Bahrain)
Tamadher Al Fahal è una giovane artista del Bahrain, che ha creato una propria Zine chiamato “Diary of a Mad Arabian Woman” , in cui esprime la sua frustrazione e descrive i confitti e le contraddizioni della vita di una giovane donna nel Medio Oriente. I temi vano dalla religione alla cultura e vengono trattati in maniera sarcastica e divertente, mettendo a nudo la lotta interna di una persona che fatica a definire cosa è giusto e cosa è sbagliato in una società conservatrice ma allo stesso tempo in rapida evoluzione che spinge la donna ad intraprendere una carriera mantenendo saldi i principi dell’Islam, contemporaneamente con la pressione di un mondo esterno, quello occidentale, e dei suoi pregiudizi.

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Le quadrature in Excel portano alla criminalità

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La contabilità è un mestiere semplicissimo, quantomeno da un punto di vista tecnico. Non ci sono formule complicate: sono solo somme e sottrazioni. Non una moltiplicazione, non un logaritmo. Diventa difficile una volta inserita all’interno di regole che diventano tanto complesse quanto è complessa la realtà che si vuole descrivere. Ma va bene così: 4000 anni fa ci bastavano una dozzina di suoni gutturali, oggi abbiamo i monologhi di Enrico Ghezzi.

Recentemente un caro amico che lavora in un ufficio più creativo del mio mi ha definito “contafagioli”. Ed ha ragione. Sostanzialmente si tratta di contare un tot di fagioli rossi e un tot di fagioli bianchi, con l’imperativo categorico che siano di pari ammontare. Ne aggiungi uno rosso, ne aggiungi uno bianco. Ne metti 23 bianchi in una ciotola quadrata, e subito devono essercene 23 rossi accanto.

E fin qua.

Poi è arrivato Excel, con le sua interfaccia, le sue formule e soprattutto le sue alte potenzialità di calcolo, che ha reso molto più semplice e veloce effettuare analisi e controanalisi: i fagioli e le ciotole da gestire sono centuplicati ed è possibile fare oggi cose che 40 anni fa erano inimmaginabili. Tutto ciò senza cambiare il dogma fondamentale: la somma deve dare il totale. Sempre. E per verificare che esso venga rispettato si è creato un concetto tanto importante quanto mostruoso e satanico, ovvero la quadratura.

La quadratura è quella cosa per cui quando andate fuori a comprare il pane, al vostro ritorno la casa è la stessa dalla quale eravate partiti. Poi uscite a bere una birra, e tornate sempre alla stessa casa. Poi improvvisamente vi mandano in Vietnam per 5 anni, venite fatti prigionieri dai cong, perdete la sanità mentale, vivete di antidolorifici e sangue di cane, e vi trovate a rivalutare positivamente Vasco Rossi come artista. Eppure, al rientro dalla guerra, la casa è sempre la stessa di prima. Insomma, qualsiasi analisi voi facciate, il risultato finale deve sempre parlarsi con un dato iniziale. Per questo motivo chiunque lavori in Excel crea delle celle in cui viene effettuata la differenza tra risultato finale e valore di partenza. Se e’ uguale a zero, i conti tornano.

Ovviamente, la questione è tanto ovvia in teoria quanto irraggiungibile nella pratica, e la tentazione di forzare le formule pur di convincere sé stessi – prima ancora di altri – è fortissima. L’inganno può passare attraverso due strade: una formattazione ingannatrice o una formula taroccata. Sebbene non abbia che pochi anni di esperienza ho potuto raccogliere esempi delle migliori (s)quadrature, che vi elenco qui in basso.

 

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LA FORMULAZIONE

A mio parere si tratta di un livello di taroccamento solitamente abbastanza semplice e sciocco. Diciamo che in una graduatoria presa da Gomorra questi utenti generalmente si attestano a livello “assistant mariuolo”.

  • Lo scalpello/ il martello: la squadratura vale solitamente poche unita’ (siano esse 1 euro o 1 milione). Si entra nella formula e si digita un semplice “+1”. Pericoli: se cambiano i valori di partenza, bisogna intervenire nuovamente di scalpello. Tuttavia, numeri digitati in una cella sono facilmente dimenticabili e riaprire il file dopo qualche mese diventa un dramma.
  • L’aiuto da casa: la formula sottrae i valori in quadratura più una cella lontana dalla vista che contiene casualmente un numero tale da permettere la quadratura. Molto più gestibile dello scalpello. Aggiungendo un tocco di paraculaggine si può scrivere accanto a tale cella amica la parola “Adj”, come dire “non preoccuparti so quello che faccio”.
  • L’aiuto fantasma: identico all’aiuto da casa, con la sola aggiunta che la cella amica subisce il trattamento imbianchino (testo bianco su cella bianca, come spiegato più avanti). Chiunque risalga a quella cella, la vedrà vuota e quindi ininfluente.
  • Il dito sotto la bilancia: alla formula base si aggiunge la funzione “arrotonda”. Più è alta la soglia di arrotondamento, più sono gli anni da scontare in galera.
  • La mano sotto la bilancia: risultato della quadratura diviso per 10, o 100, o 1000. Passabile per direttissima al 41bis.
  • Il carnevale della logica: entriamo qui in un campo in cui, con intensità sempre maggiore, l’utente modifica una formula nella disperata ricerca della quadratura, convinto che se ad un certo punto la ottiene vuol dire che il ragionamento è corretto. Perché lo sia, non è dato sapere. I modi sono essenzialmente tre:
  1. lascia o raddoppia: come lo scalpello, ma anziché aggiungere o togliere si moltiplica uno dei valori di riferimento. Alla domanda “perché?!” si risponde sempre “Per nettare il doublecounting” (?!).
  2. “ma certamente”: si va alla ricerca di una qualsiasi variabile all’interno del file che sia quasi uguale al valore della squadratura e la si coinvolge nella formula. Ecco cosa avviene nella mente dell’utente “Mmmh…4.3milioni di squadratura…mmh…dove ho gia’ visto un numero simile…ah si! Gli ammortamenti delle migliorie sui beni di terzi…proviamo ad aggiungerle…perfetto, quadra! Ma certo, come ho fatto a non considerarle prima?”. E chiude cosi il controllo SUI RICAVI.
  3. Parla con me: la quadratura e’ il confronto tra un valore iniziale “A” ed uno finale “B”, che devono essere identici. Ma… e se confrontassimo il valore finale “B” con se stesso? Quadratura garantita! In realtà questo fenomeno e’ spesso del tutto involontario e accade quando all’analisi principale ne viene affiancata un’altra, purtroppo ingannatrice. Succede infatti che anziché partire da B seguendo a ritroso il percorso fatto fino ad A, si sceglie di fare un’altra strada – che appare alla nostra mente più logica, o peggio ancora più semplice – che dimostra come B sia davvero il numero corretto. In altre parole si ricostruisce un gemello B2 secondo un ragionamento tanto sbagliato quanto quello che ha creato l’originale, e si confronta infine B con B2. Ma pensa: sono uguali!

 

LA FORMATTAZIONE

Innanzitutto la formattazione della cella indica spesso la sanita’ di mente della persona. La gradazione ufficialmente riconosciuta dagli IAS/IFRS e’ la seguente:

    • Utente sano: la quadratura e’ fatta da una cella in grassetto, evidenziata con colore tenue, con scritto accanto “check”.
    • L’artista: aggiunge una formattazione condizionale che evidenzia con un bel verde i risultati uguali a zero, in rosso diversamente. Se in vena, puo’ far comparire parole semplici quali “ok” o “errore”.
    • L’alter ego: l’utente “fa parlare” Excel attraverso formattazioni condizionali che fanno apparire elogi in caso di quadratura (“quadrato!”, “bella zio!”, “TAAAAAC!”) o di squadratura (“SQUADRA!!!1!!” o “SEI UN COGLIONE !”).

Tali patologie non comportano necessariamente la forzatura dell controllo, ma possono portare l’utente a farlo. Tendenzialmente la forzatura avviene attraverso la tecnica gia’ anticipata dell’imbianchino, dove sia il testo della cella che lo sfondo vengono colorati di bianco

Ma il vero genio del crimine, colui che una volta mi fece impazzire per un’ora buona nel tentativo di capire come fosse possibile che “200 meno 3 uguale 0” e’ colui che ho definito Borges. Chi sceglie questa opzione e’ semplicemente il figlio dell’unione tra Einstein e Vallanzasca. La tecnica prevede la cella venga modificata affinché qualsiasi sia il risultato, appaia sempre zero. Attenzione, non si tratta di una formula “SE”. Troppo facile, cari miei. La formula che appare nella barra e’ una corretta sottrazione. Qui si tratta di andare a cambiare la proprietà della cella: indicando ad Excel di fornire il risultato in formato “ora”, ed in particolare in formato “h”, si scopre che – entro determinati limiti di squadratura – il risultato rimane sempre zero. Quando ho scoperto il trucco, mi sono sentito come Zenigata che cattura Lupin: alla fine più che l’incazzatura prevale un profondo senso di ammirazione.

 

EDIT – LE SEGNALAZIONI DEI LETTORI

Il collega El Presidente mi segnala un’alternativa al “lascia o raddoppia” chiamata “Permutatore“, cioe’ colui che cambia i segni degli addendi finche’ non si raggiunge lo zero.

Il lettore Claudio invece ci scrive quella che puo’ essere definite la Cappella Sistina delle quadrature forzate, e che dato l’alto livello di skillaggio richiesto – ai limiti della fantascienza – viene ora ribattezzata “Claudio in the Shell”. Insomma: “su Excel si può usare il VBA (Visual Basic for Application), in pratica scrivere porzioni di programma, in particolare funzioni che, abilmente celate alla vista del profano, possono far quadrare qualsiasi squadratura con artifizi di ogni tipo, ad esempio cercando automaticamente quel valore degli ammortamenti sulle migliorie dei beni di terzi che casualmente coincide con la squadratura, oppure determinando il valore di coefficiente della squadratura rispetto al totale e poi sviluppando lo stesso coefficiente in valori assoluti e con segno contrario alla squadratura stessa, alla quale viene poi sommato. Trattandosi di un vero e proprio programma, più è complicato ed incomprensibile, più rende difficile la sua decodifica. La difficoltà, semmai, sarebbe trovare un nome ed uno scopo credibile alla funzione farlocca, ma qui siamo nel campo umanistico ed io mi ritiro per manifesta incapacità.”

La Polonia dei murales tra voglia di bello e derive autoritarie

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«Non c’è voluto certo un grande carattere/per il nostro rifiuto dissenso e opposizione/abbiamo avuto un pizzico del necessario coraggio/ma in fin dei conti è stata una questione di gusto/Sì di gusto» *

Così si pronunciava nel 1981 Zbigniew Herbert, poeta dissidente polacco in esilio a Parigi, sulla necessità di combattere la dittatura comunista al potere nella sua terra d’origine. L’etica per Herbert, divenuto eroe nazionale una volta rientrato in patria dopo la caduta del Muro, era soprattutto una questione di estetica, una resistenza del bello sulle brutture (morali, ideologiche e propagandistiche) imposte dallo squallore di regime.

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Etam-Cru, Łódź

E la Polonia post-socialista sembrò apprendere quasi subito la lezione impartita da uno dei poeti-simbolo della rivolta, mettendo in atto, sin dagli esordi della rinnovata democrazia, una forma di resistenza artistica contro quel appariva fra i più pesanti lasciti di cinquant’anni di dominazione del brutto. Poco dopo la caduta del Muro, i numerosissimi quartieri-operai presenti in tutte le maggiori città del paese, dominati da osceni palazzoni grigi dall’aspetto quasi orwelliano, divennero il principale campo di battaglia per la rinascita estetica della nazione. Fu innanzitutto Łódź, città prevalentemente industriale, capitale del cinema polacco e luogo di formazione artistica, fra altri, di Roman Polanski e Krzysztof Kieślowski, a vedere i suoi muri decorarsi di quelle forme urbane emerse circa un trentennio prima nei bassifondi di New York: enormi e coloratissimi murales cominciarono ad apparire sulle facciate delle architetture sovietiche, mentre piccoli gruppi di graffitari anonimi lanciavano dall’alto dei tetti la loro sfida di bellezza all’eredità del recentissimo passato comunista.

In poco tempo, gli altri centri seguirono l’esempio di Łódź. Le aree più povere di Varsavia, Danzica, Cracovia, Gdynia, Bydgoszsc si popolarono di animali fantastici, allegorie politiche, figure umanoidi e rappresentazioni surrealiste a guardia dello skyline cittadino. Un processo che continua tutt’oggi, con una ricezione sempre più positiva da parte di un pubblico inizialmente scettico e ora travolto da questa piccola rivoluzione del gusto – i murales da forma di vandalismo a bene comune di un popolo in rinascita. Negli ultimi tre lustri, la street art si è imposta in Polonia come avanguardia di una nazione alla ricerca di una propria estetica redenta, grazie a una nuova generazione di giovani artisti votati al rinnovamento del panorama urbano: Chazme, M-City, il duo Etam Cru, Sepe, Natalia Rak, ecc. Questa frizzante atmosfera culturale è riuscita ad attirare anche grandi nomi internazionali, arricchendo ulteriormente il patrimonio artistico del paese con i lavori di Borondo, Blu, Remed, Ericailcane, Aryz, e dando dunque vita a un’ideale caccia al tesoro su larga scala a beneficio del turismo interno e straniero: il viaggiatore che voglia visitare una qualsiasi città polacca può spendere gran parte del suo tempo girovagando per le periferie e i quartieri popolari, alla ricerca di uno stile conosciuto – o di un tratto innovativo – sul muro scrostato di un vecchio edificio in rovina.

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Aryz, Katowice

Una storia apparentemente a lieto fine, se non fosse che la minaccia del brutto è sempre in agguato e rappresenta per la Polonia, ancora una volta, un rischio concreto. Dopo le elezioni dell’ottobre 2015, che hanno visto la vittoria del partito cattolico e ultra-nazionalista PiS (acronimo di Prawo i Sprawiedliwość, Diritto e Giustizia), il paese sembra infatti destinato a ricadere nelle maglie dell’oscurantismo ideologico. Oltre all’imposizione di tasse più pesanti sulle imprese straniere, lo smantellamento dell’attuale Costituzione, il divieto totale di aborto e l’occupazione sistematica di tutti i vertici del sistema mediatico statale con figure vicine al partito, il governo del primo ministro Beata Szydło si propone di indirizzare istituzioni e produzioni culturali verso la promozione del cosiddetto “Orgoglio polacco”. Orgoglio che si tradurrebbe nella celebrazione delle grandi figure nazionali (Copernico, Chopin, Karol Wojtyła e Marie Curie Skłodowska), a discapito di una qualsiasi analisi o interpretazione critica di una realtà storica ancora piuttosto controversa. Come scrive Alex Urso sulla rivista Artribune a proposito dei recenti sviluppi politici: «nonostante le pulsioni artistiche positive del momento e le potenzialità̀ individuali dei singoli artisti di ultima generazione, i limiti dell’arte polacca sono semmai da rintracciare nell’apparato istituzionale […]. Speculatori e affaristi dell’ultima ora, affiancati da una classe politica arrivista e di stampo populista, stanno lentamente rivelando le magagne di un sistema facilmente corruttibile, in cui interessi privati e pubblici si mischiano con insolenza, in cui il ruolo dei media la fa da padrone e le aspirazioni autoritaristiche dei rappresentanti sono all’ordine del giorno.» **

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Natalia Rak, Białystok

Una terra dunque al bivio tra una riappropriazione ancora lunga e faticosa del proprio patrimonio artistico e, soprattutto, urbano – il profilo dei maggiori centri della Polonia rimane grandemente deturpato dalla scelleratezza architettonica socialista – e politiche statali centripete tese all’omologazione e all’appiattimento culturale. Parliamo d’altronde di un aspetto non così secondario – o elitista – in un’ottica più generale di costruzione, o meglio, di mantenimento, di una coscienza civica trasversale. A 26 anni dalla fine del regime, gli operai di Solidarność che recitavano le poesie della dissidenza nel corso di scioperi e manifestazioni lasciano oggi a figli e nipoti la possibilità di scegliere tra due strade antitetiche: la crescita di un popolo (anche) attraverso lo strumento dell’arte, o la chiusura in se stessi e il ripiegamento in atteggiamenti antiliberali e nazionalisti. Rimane allora da sperare che la street art polacca, nata come espressione estetica critica nei confronti di un passato oscuro e tormentato, mantenga comunque quell’autonomia d’azione e di pensiero che le è stata propria sin dal principio, scavalcando gli ostacoli istituzionali di un paese che sembra voler far rivivere i suoi peggiori fantasmi.

Insomma, la speranza che, alla fine, il gusto abbia la meglio sulla bruttezza ideologica.

Polonia

* Herbert Zbigniew, “Potenza del gusto”, in Herbert Z., Rapporto dalla città assediata, Adelphi, Milano 1993: 219-220.

** Urso Alex, “Polonia tra paura e cambiamento”, Artribune, VI, 30, marzo-aprile 2016: 36-39.

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Blu, i murales cancellati e l’arte del futuro (che non c’è)

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Si è detto che la scelta di Blu di cancellare i suoi murales è stata una scelta dolorosa ma legittima.

Si è detto che l’arte appartiene all’artista, e che sta a lui decidere se ne è stata snaturata la poetica o meno.

Si è detto che il suo è stato un grido di libertà contro lo sfruttamento commerciale dell’arte.

Si è detto che non può esserci alternativa se non la ribellione di fronte all’egemonia plutocratica delle istituzioni, dei curatori, dei privati.

Si è detto che la Street Art non è tale se rinchiusa fra le mura di un museo.

Si è detto che nella rivoluzione non esistono compromessi.

Si è detto che la cancellazione stessa è in sé un’opera d’arte, una macchia grigia di denuncia schiaffata in faccia ai magnati.

Si è detto che le generazioni future un giorno ringrazieranno Blu per la battaglia ideologica che sta portando avanti.

Blu

Si sono dette tante cose. Io so solo che un artista ha deciso di privarci in maniera definitiva della sua opera, di privarci del piacere (emotivo e intellettuale) di ammirare qualcosa di bello. E se un giorno vorrò mostrare ai miei figli i murales bolognesi di Blu, tutto quello che avrò da mostrare loro sarà un muro spoglio e qualche vecchia foto del passato.

In tutto questo, io non ci vedo niente di democratico.

La Wunderkammer del Signor Schmidt

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Biondiccio, faccetta sorridente, tondetta e simpatica, Eike Schmidt è da oggi  il nuovo direttore degli Uffizi. E l’opinione pubblica dell’Italia, terra di poeti, artisti, navigatori e autoferrotramvieri, si spacca. Da un lato chi vede un eroe giunto, nelle parole di Franceschini, a portare di nuovo in auge il museo “dopo anni di prostrazione” (parole sue). Dall’altro chi si incazza perchè, in una visione generalizzata, a differenza di tutti gli altri paesi dove si agevolano i propri concittadini nelle cariche pubbliche e di lavoro, l’Italia, ancora una volta, preferisce dare quesi posti allo “straniero”. Nel giusto mezzo il cicciottello Eike, nella sua pregnante pragmaticità tedesca, annuncia che uno degli scopi del suo lavoro è rendere il museo piu´ accessibile ai visitatori, accorciando le code per entrare. Alla faccia delle alte visioni curatoriali.
Ora, la situazione ha, a mio avviso, diversi aspetti. In favore di Herr Schmidt va detto che un suo curriculum alle sue spalle ce l’ha, e anche buono, quindi non gli si può dare del raccomandato. Certo, per quanto il Getty Museum di Los Angeles o la National Gallery of Art di Washington siano dei gran bei pezzi di museo, il suo curriculum non mi sembra neanche così assolutamente incredibile da giustificare senza discutere una direzione degli Uffizi. Questo, e non il fatto che non sia italiano. Quindi tutto sta a giudicare un domani il lavoro fatto. Perchè non dargliene la possibilità? E poi è giovane, ha 47 anni, quindi ben venga un po’ di vecchiume in meno nel mondo dei poteri accademici.

Quello che, a me personalmente, innervosisce, è vedere le reazioni, sia pro che contro, a questa notizia. Se la persona è competente deve avere la carica, indipendentemente dalla sua nazionalità. Incazzarsi solo per questo motivo è riduttivo. Quello per cui bisognerebbe indignarsi è che, in Italia, persone che di arte, sia a livello storico che curatoriale se ne intendono, ce ne sono. E che saprebbero benissimo occupare la stessa posizione del signor Schmidt, ma che soffrono di una sorta di pregiudizio generalizzato, per cui la degradazione economica e politica del Paese è ormai così vergognosa che risulta impossibile credere che ci siano anche persone che il cervello nella testa lo coltivano, quindi partono già svantaggiati.
Chi, invece, acclama il nuovo direttore, perchè tedesco e quindi di conseguenza più bravo, corretto ed intelligente, scade in una ode becera alla Germania, terra di filosofi e romantici, senza forse sapere che, ad esempio, lo studio della storia dell’arte nel triennio universitario in Germania, è abbastanza vergognoso nelle metodologie e contenuti.
Poi forse ci stanno anche dei giochi politici tra l’Italia e la Germania: oggi 14 aeroporti greci e tre musei italiani, domani, chi sa, le poste spagnole. Ma questa è politica e non è il (mio) punto. Gli italiani potrebbero ad esempio smettere di farsi autogol morali, denigrando se stessi (come inferiori ai tedeschi), o, a turno, gli altri (lo straniero). In un modo o nell’altro non va mai bene nessuna opzione. Popolo di artisti, lamentoni e criticoni. E comunque sempre di autoferrotramvieri.
L´opzione che rimane, reale, è che l’arte resta senza dubbio il bene più  grande che abbiamo in Italia, quindi non importa chi o come, ma che vada tutelato.

Una cena d’arte col Cardinale

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In una brumosa giornata di ottobre del 1543, sul calar del sole, gli eleganti Giulio, Tiziano e Lapo si accomodavano affamati alla tavola della rinomata Locanda del Cardinale Innocenzo Cybo.
Il gusto del cardinale nel pianificare vivaci occasioni conviviali era ormai divenuto proverbiale quanto il suo amore per le belle arti. Così, mentre quella sera gli ospiti lo attendevano, l’oste cominciava a servire la cena.


 

Parte 1 – LE ORDINAZIONI

O: Benvenuti! Rimanete in sala per cortesia, ché beccafumi chi si avvicina troppo alla cucina. Cominciamo con un Martini come aperitivo? O del vino?

I signori optano per il vino e l’oste si allontana.

T: Ho una fame che mi mangerei una mondrian di bufali!
G: Io mi accontenterei di un pollaiolo.
L: Deh! D’altronde, come si può campare sangallo e sansovino?

O: [di ritorno] Ecco la lista dei vini. Se posso permettermi consiglierei un Vernet o un Fragonard. Altrimenti abbiamo dell’ottimo Passignano, se gradite calici più profumati.
L: Preferirei qualcosa di più robusti: ve lo chiedo senza milizia.
O: Ci sarebbe allora un Masaccio, o un corposo rosso fiorentino.
G: Meglio due boccioni di vino di Castello.
T: Addirittura due? Se continua così facciamo la fine del Trittico degli embriachi.
O: Vogliate scusarci, ma in effetti ne son rimasti solo due botticelli da mezzo litro.
L: [bisbigliando] qui non riusciamo a cavare un cassiano dal pozzo.
G: Vada per due botticelli. E nell’attesa ci porti anche un tozzo di panofsky.

L’oste provvede ed è nuovamente in sala.

O: Prego, mi sono permesso di portarvi un antipasto marinetti e monti per ingannar l’attesa. Come primi abbiamo degli strozza preti piacentini con pomodoro appena colto dal fattori, quadrucci in brueghel o una lasagna tagliata un po’ cortona.
G/L: [in coro] Lasagna!
T: Io invece gradirei l’ottima minestra.
O: Bene. Di secondo c’è un coscio di pollock, coratella di reni, carrà d’agnello affumicato, o saltimbocca ai ferri.
LPollock, per me.
T: Per me saltimbocca, per favore.
O: Li preferisce soffici o ben cotti e dürer?
TDürer, grazie.
O: Quanti?
T: Me ne porti sette o giotto.
G: Io invece prendo il carrà. E prendo pure un uovo sodo ma non troppo cotto; anzi, meglio, all’occhio di cimabue.
L: Attento che finisci come il mangiafagioli del Carracci… o peggio ancora come il Correggio!
[risate]
O: Benissimo. La carne, se gradite, si potrebbe accompagnare con un pontormo di ciardi, oppure di zucchi. O di zuccari, se preferite.
T: Se si potesse avere una cima (di rapa) da Conegliano sarebbe splendido. Noi veneti ne andiamo ghiotti.
G: Porti tutto, allora; poi ci organizziamo noi.
O: Bene. Dimenticavo: di solito lasciamo gli ospiti liberi di mangiare il pollock con le mani ma stavolta il cardinale mi ha pregato di riservarvi queste forchette informali. Le ha disegnate un certo Capogrossi. Torno subito.
[Si allontana]

 

Parte 2 – IL BANCHETTO

G: Quest’antipasto è uno schifano!
T: Giulio, dobbiamo essere gentileschi con il cuoco. Non vogliamo far torto al Cardinale: i tuoi giudizi sono sempre troppo severini.
L: Tiziano ha ragione. L’ultima volta che ho cenato in un locale del Cardinale mi son trovato molto benjamin: faccio ancora fatica a dimenticare quella bistecca di manzù
G: Secondo me avremmo fatto meglio a prenderci un modigliani al prosciutto, al volo. Mannaggia a quando rosai accettare l’invito. E poi qui fa un freddo cane.
T: C’è corrente: colpa della porta che è rimasta aperta. Tieni, mettiti questa pellizza da volpedo.
L: Ma queste cosa sono? Haring affumicate? Non hanno un bell’aspetto, forse Giulio ha ragione a non fidarsi. È strano poi che il Cardinale non si sia ancora fatto vivo.
G: Io vi avevo avvertiti. Qua è tutto un magnasco. Bisognerà farnese una ragione.
T: Giulio, sei una vipera. Anzi, una serpotta. Dobbiamo soltanto essere contenti se siamo seduti qui a mangiare. Lapo, dove sta il sale?
L: Ma che sei guercino? È lì, non lo vedi?

L’oste riappare, mettendo in tavola le portate principali. Gli ospiti cominciano a mangiare.

L: Debbo ricredermi, con queste portate si sono salviati. Questa lasagna è cotta in un modigliani impeccabile.
T: Tieni. Mettici un po’ di parmigianino.
L: No, grazie: Miróvina il sapore del sugo.
T: Ecco, credo di aver già mangiato troppo. Mi sento come un baburen nello stomer che non va né su né giù. Finirà con un biedermeier di proporzioni cosmiche, nella latrina.
G: Altrimenti dovrai prende qualcosa pe’ dimagritte.
T: Dovrò andare dal dottori?
L: Ma no. Basta non esagerare con i burri e con gli zuccari.
G: Ormai nun c’è pensa’. Magnamo.
L: Sono d’accordo con te, Giulio. Ma smettila di parlare romano, suvvia.

 

Parte 3 – L’EPILOGO

T: Oste! Oste! Un’altra carafa di vino, subito!
O: [rientrando di corsa in sala] Bianco o rosso?
T: Basta che sia cangiante. Non ho mai gradito le tinte tonali.
L: Voi veneti coi colori siete incorregibili. Ci porti dEl Greco di Tufo.
O: Bene. Devo però darvi una cattiva notizia. I saltimbocca non ci sono. Potrei sostituirli con del carpaccio al limonge.
G: Madonna Sistina! Non solo il Cardinale ha deciso di non presentarsi ma lascia che l’oste si prenda gioco di noi!
T: Neanche avessimo ordinato un Carneplastico futurista…
L: Calma, signori! Oste, porti il carpaccio e non si curi delle insolenze di questi due barberini.

L’oste, allarmato, fugge in cucina e torna servendo tutte le portate.
Turbato però dagli aspri giudizi dei commensali rimane in sala per verificare che tutto proceda per il verso giusto; ma ci vuole poco perché le critiche gli facciano perdere le staffe.

L: Non sento commenti. State dando dei cennini di stanchezza o sbaglio?
GArp! Hirst! Lewitt!
L: Cos’hai? Il singhiozzo?
G: Sto scomodo. Dev’essere lo zenale della sedia.
T: Oste! Oste! C’è un caravaggio nella minestra.
G: E lì c’è un vermeer, nel pomarancio! Che schifano! Passami l’olio di Argan, Lapo.
T: Che ci devi fare? Hai paura che il carpaccio cigoli?
G: Oste! Madonna Colonna! La carne è troppo tura!
O: Basta! L’avete ordinata e adesso vela mangiate! Razza di grassi vanvitelli che non siete altro!

Giulio balza in piedi sguainando la spada.

G: Lapo togliti dalì! Stavolta lo infilzo!
L: No, Giulio! Fermo!
G: Spostati che gli taglio il pistoletto!

L’ostentata pacatezza di Lapo non basta a placare il romano che, accecato dall’ira, sguaina la spada e fa a brandelli il malcapitato locandiere.

G: Anvedi come l’ho sgozzato! Madonna del Cardellino! Manco fosse stato Oloferne!
T: Sapevo che sarebbe finita malevic anche questa volta.
L: Non si può mai prevedere cosa si celant dietro a una cena dal Cardinal Cybo.
T: E ora che facciamo?
G: Non so voi, ma io cambio locanda. Ho proprio voglia di un cappuccino tiepolo.

 

Testo a cura di Ivan Alen, il suo ineffabile padre e Tad A.
Le imprecazioni di Giulio sono tratte dai titoli di celebri madonne dipinte da Raffaello Sanzio.

Petrus Christus nella Metro B

in società by

Sedevano di fronte a me nella metro questa mattina: la ragazza, più che seduta sulle ginocchia di lui, lo stava usando come una poltrona, la schiena appoggiata al suo torace. Non so se ad attirare la mia attenzione sia stata quella postura inedita, o i lineamenti strani dei loro volti, oppure il modo curioso che avevano di declinare il cliché della giovane coppia innamorata / non più innamorata.

Lui: magrissimo, baffetti improbabili e occhiali con la montatura di metallo dorato come non se ne vedono in giro da un bel po’. Una versione castana e pettinata di Napolen Dynamite. Il volto di lei era antico, interessante anche se non bello, una “fanciulla di Petrus Christus” leggermente tiroidea in top acetato fucsia. Napoleon la cingeva con le braccia appena sotto al seno, coccolandola e di quando in quando parlandole lieve all’orecchio.

La musica mi impediva di sentire la loro conversazione, e quindi di soddisfare la mia curiosità: chi sono questi due? Da che paese vengono? Qual è la loro storia? Questo è un primo appuntamento? O forse “l’ultimo giorno che siamo stati insieme”? Già il mio sguardo era stato fin troppo indiscreto, ai limiti della maleducazione: non riuscivo a trattenermi, quei due mi interessavano…

La Fanciulla di Petrus Christus manipolava le mani del compagno come seguendo una precisa coreografia. Stringeva i pollici, le spostava più in alto, poi più in basso, le scioglieva dall’intreccio che la sosteneva, ne afferrava una, la “usava”. Mentre il volto del ragazzo, seminascosto, appariva statico come quello di un automa, quello della giovane era un capolavoro di mobilità ed espressività. Assecondando gli alti e i bassi della loro conversazione (amorosa?), raccogliendo una piccola provocazione, schermendosi o invece lanciando brevi stoccate, ridendo delle loro “dolci nonnulla”, i muscoli facciali atteggiavano la facies ora a broncio, a sorriso, incurvando la linea delle labbra, avvicinando o allontanando le sopracciglia.

Giurerei che, nel corso della loro conversazione, almeno una volta il viso della Fanciulla sia stato invaso da una tristezza profonda, al punto che mi aspettavo piangesse da un momento all’altro. Non è escluso, ho realizzato dopo, che la Fanciulla soffrisse di qualche disturbo nervoso – troppo rapido era il trascolorare di un’emozione nell’altra e troppo eterogenee le emozioni. Ma il fascino di quei due era proprio quello: nell’imperfezione, nell’incongruenza, nella problematicità.

Fetish Blue

in scrivere by

Nell’autobus, Artistoide sedeva smarrito tra liriche nipponiche e kraut-rock, mentre pensava e valutava se’ stesso: non un particolarmente buono, né davvero pessimo. Calzeblu era in effetti seduta davanti a lui da un po’, solo che lui era smarrito ad inseguire la sua mente, che a sua volta correva a perdifiato sulla neve caduta quella notte sulle cime di qualche vulcano giapponese. Ma ad un certo punto alzò gli occhi: troppa era la sua fame di mondo, irresistibile la sua curiosità. Calzeblu era vestita proprio in modo perfetto: innanzitutto portava occhiali irresistibilmente erotici (lenti ovali, montatura scura ma non nera), che, a guardarli bene, agli estremi sviluppavano due minuscole curve eleganti.Ricordavano una coppia di farfalle che si stringessero le mani appena sopra la radice del naso di Calzeblu: erano cool e allo stesso tempo facevano un po’ “segretaria sexy anni Sessanta”, ma senza brillantini. Un morbido cappellino da puffo di lana grigia copriva il capo di Calzeblu, senza poter impedire a qualche ciocca castana di uscirsene fuori a sentire che aria tirasse. Era truccata in modo discreto, e perfino le piccole imperfezioni della pelle vicino alla bocca, che il trucco non riusciva a cancellare, sembravano programmate, studiate per scongiurare il rischio lo stile si facesse pedantezza. Sul grembo di Calzeblu riposava una borsa di sovrumana bellezza. Dava l’impressione di denim molto delavé, e di essere stata lavata in lavatrice con un capo viola che aveva stinto. La borsa poggiava sulla gonna ed in parte sulle gambe della ragazza, che, come è facile capire, indossava dei collant blu molto trasparenti.

La combinazione del nylon e del chiarore delle cosce produceva un effetto cromatico che mandò in tilt il cervello di Artistoide, il quale cominciò immantinente a copiosamente sudare sotto al suo eskimo di lusso. Le liriche, che fino a pochi minuti prima gli erano sembrate morbide ed carezzevoli come una grappa, divennero in un amen trite e banali, ed in effetti faceva una fatica boia a mettere a fuoco le parole stampate sul libro. Doveva fare qualche cosa, doveva memorizzare quella frequenza, per tentare di riprodurla. Quella sfumatura di blu lo faceva risuonare come la pelle di un tamburo percosso da una bacchetta. (del resto è così che qualche volta arriva l’ispirazione definitiva d’artista: mica ti avvisa, lei si presenta non invitata dentro un autobus pidocchioso alle 11:00 di mattina, ché ti sei appena alzato e nemmeno hai bevuto un caffè perché sei già in ritardo per un appuntamento importante).Doveva fare qualche cosa, doveva conoscere Calzeblu, portarla nel suo studio a posare, vestita, con addosse le sue belle guaine colorate di nylon. Dimenticò l’appuntamento importante, e quando la giovane scese dall’autobus, le si precipitò dietro di lei.

Un po’ di tempo dopo

Calzeblu amava ancora Artistoide, quando finì a letto con Abercrombie de Timberland; e fu con Abercrombie che poi si sposò. Niente più  miseria, depressione, vanità da primadonna, niente più conti da pagare, niente più recriminazioni, minacce di suicidio. Erano stati due anni anche divertenti, se non fosse per quella fissazione per di Artistoide per le sue calze. All’inizio le era sembrata una specie di parafilia non particolarmente sconvolgente: ci si era adattata, eccitata e divertita dalla novità. Che poi novità non era, dal momento che poteva mettere dei collant di marca e colore diversi da quelli che indossava il giorno in cui si erano conosciuti solo quando lui era fuori, o a patto di cambiarsi quando tornava a casa. Non si trattava di sesso; quello sciocco accessorio che avvolgeva le sue gambe scatenava Artistoide, che però, dopo, infelice ed insoddisfatto, cominciava a piagnucolare come un bambino noioso. La lasciava tra le lenzuola per scappare blaterando nello studio, dove passava il resto della domenica, mentre lei guardava al dvd qualche film pretenzioso ed incomprensibile.

Epilogo

Artistoide capì che la chiave per completare il suo trittico “Battaglia Navale”, sul quale lavorava da cinque anni, era ad un passo da lui, eppure non riusciva ad impossessarsene, a farla sua, domarla, metterla al servizio del suo conato artistico. Ne moriva, ed infatti nemmeno si accorgeva di quanto Calzeblu lo amasse e lo apprezzasse, e mai si rese conto di quanto la poveretta avesse fatto per lui anche solo materialmente, subendo le sue stravaganze senza battere ciglio e mantenendolo economicamente (“in fondo sei un artista!”, gli diceva sorridendo, ogni volta che pagava il conto). Quando lei se ne andò, si sentì perso, ma come si sente perso un cieco quando gli muore il cane guida. Passò in rassegna varie possibili evoluzioni della sua parabola artistica: non aveva soldi per darsi all’assenzio o alle droghe, benché sembrasse très chic, come soluzione. Considerò freddamente la possibilità di tagliarsi un orecchio, ma quando arrivò il momento clou, davanti allo specchio del bagno pensò che la sua faccia non era poi tanto male e che l’asimmetria che sarebbe risultata dalla recisione di un padiglione acustico non gli avrebbe giovato dal punto di vista estetico (e commerciale): in fondo era pigro, e anche conservatore. Così si iscrisse ad economia e, dopo la laurea, divenne dirigente di una banca d’affari di Londra.

In memoria di Malcom Sorrow

in scrivere by

Malcom J. Sorrow si è spento la scorsa notte nel suo appartamento di Londra; erano con lui la compagna Akar e le figlie Caress e Whisper, che lo avevano raggiunto qualche giorno fa da New York. David Bowie, in jeans e giubbotto scuri, occhiali da sole a goccia, è stato visto lasciare l’appartamento dei Sorrow a Marylebon verso le 11:00 di stamattina, mentre fonti vicine alla famiglia di Sorrow confermano che per il primo pomeriggio di domani è prevista una visita di Nick Cave. Negli ultimi mesi, Marina Abramovic si è mantenuta in stretto contatto con Malcom, almeno finché il suo stato di salute glielo ha permesso: con il supporto dell’artista serba, Sorrow ha infatti messo a punto la regia della sua cerimonia funebre, che, come programmato da Sorrow, verrà officiata presso il Tempio dell’Ipnoeroticomachia di Londra il terzo giorno successivo alla sua morte. Di questa celebrazione non si sa molto, ma, considerando le stravaganze di Sorrow e dei suoi ex compagni di scorribande (musicali e non), c’è da scommettere che le sorprese non mancheranno.

Malcom J. Sorrow (né Alexander Mc Callum) nasce nel 1969 da una famiglia borghese, cui tenta in ogni modo di ribellarsi; fondatore del collettivo artistico Smoking Tampon, fu animatore di alcune delle performance artistiche più discusse della fine degli anni Ottanta. La più celebre fu Human Scent, nella quale la sua splendida fidanzata del tempo, Suzy Temple, dovette sobbarcarsi l’ingrato compito di farsi sommergere, completamente nuda in una stanza non riscaldata, da 20.000 paia calzini usati da altrettanti uomini selezionati tramite un annuncio sui quotidiani. Quando apprese il contenuto della manifestazione artistica, tenuta presso il Victoria & Albert Museum con il patrocinio della Royal Society for Arts Development, il primo ministro Trumpet espresse netto sconcerto, definendo Sorrow e gli altri scoppiati dello Smoking Tampon “una banda di diseredati, nonché distruttori di civiltà”.

“Wrecker Of Civilization” è, guarda caso, il titolo dell’opera prima di Mc Callum: un lavoro che, al netto di qualche ingenuità, contiene in nuce gli elementi di genio rivoluzionario che avrebbero fatto di Sorrow uno dei numi tutelari dell’underground dark / industriale britannico. “Wrecker Of Civilization” spinge alle estreme conseguenze la virulenta forza negatoria del post-punk, introducendo massicce dosi di disturbi elettronici. Mc Callum, mettendo a punto strumenti elettronici fatti in casa (l’ormai mitico sorrowizer), campiona rumori del mondo (due topi che copulano, una sega circolare in azione sulla carcassa di un’automobile, lo stantuffare sfiatato di una porta difettosa di un convoglio della metro, i rumori e le voci di una corsia d’ospedale, le urla di un manicomio criminale), trasformandoli e dotandoli di una ritmica ora sgemba, ora simmetrica ed accattivante. Su questo strano miscuglio, Sorrow registra, spesso filtrandola, la sua notevole voce: urla lancinanti cui spesso seguono improvvise ed inattese aperture melodiche, balbettamenti smarriti, lallazioni e nenie. Un vero capolavoro: “Wrecker Of Civilization”, con la sua anima oscura e la sua attitudine dark jazz, diventa immediatamente un classico della musica contemporanea.

Il successivo “Section Six” (1990), è invece un concept album sul senso della vita in una grande città industriale, “dove il fumo radioattivo delle fabbriche si mischia al chiarore spermatico del cielo”. Dopo la morte improvvisa della moglie, Mc Callum convive con il grande amore della sua vita, l’ermafrodito Akar. E’ probabilmente la storia con Akar a consentire a Mc Callum di intravedere un barlume di speranza dal fondo della cripta in cui si è autosepolto. Pur permanendo l’impostazione oscura e disperata e una visione della società dei consumi come una landa dominata da violenza, perversione e malattia mentale (“Burger / Autopsy”, “Cannibal Baby”, “Heart-Shaped Blood Stains”), si regitrano caute ed episodiche aperture all’amore e la speranza (“Totally Yours”, “Chinese Fucking Walls”). Giusto per non smentirsi, “Section Six” si conclude però con la tempesta metallurgica di “Hell = Heaven”: diciotto minuti di di campionamenti impietosi di presse idrauliche che si sovrappongono a chitarre effettate e ai battiti ossessivi di una drum machine che pesta senza pietà.

Nel 1992 Sorrow, che nel frattempo ha cominciato il suo percorso iniziatico-chirurgico per trasformare il suo corpo in un ibrido maschio-femmina e ha fondato nientemeno che una nuova chiesa, dà alle stampe la sua suite industriale “Into the Perversion Chapel” (Useless Music), ardito cross-over tra canti tradizionali sciamanici, free-jazz e black metal. Pur essendo un album amatissimo dai fan, “Into the Perversion Chapel”, pasticciato ed incerto, è l’unico vero passo falso nella carriera di Sorrow. E’ solo nel 2009, dopo ben diciassette anni di oblio e solitudine marcati dagli eccessi e dal consumo irresponsabile di alcol e droghe sintetiche, che vede la luce il capolavoro del “distruttore di civiltà”, le “Orgamic Suites”. Ispirato alle dottrine del discusso intellettuale neo-pagano Franz Kutzleweit, il disco è composto da sole quattro tracce, ognuna delle quali di una ventina di minuti ed è stato messo in commercio in sole 250 copie. Il CD viene venduto in bundle con un uno speciale dispositivo grande come una scatola di fiammiferi, concepito per interporsi tra riproduttore e fonte, su cui va applicata la cuffia e da cui si dipartono i cavi elettrici che lo collegano ad una fascia elastica da applicare al polso e ad un paio di speciali occhiali. Le “Orgamic Suites” sono concepite per suonare in modo diverso per ogni ascoltatore: il dispositivo venduto assieme al CD, infatti, rileva le reazioni dell’ascoltatore al suono, instaurando un circuito di feedback gestito da un software che preleva la più adatta tra le migliaia di possibili tracce pre-registrate da Sorrow remixandola in tempo reale in modo coerente alle reazioni psico-fisiche dell’ascoltatore.

Le Orgasmic Suites furono un successo underground, e, a dispetto del prezzo proibitivo (600 sterline), il “pacchetto” fece immediatamente sold-out. Le major avevano annusato l’affare e forse Sorrow era pronto a spiccare quel salto verso il mainstream cui i suoi fan “alternativi” guardavano con timorosa libidine. Sarebbe anche successo, forse, se non fosse stato per il caso di Beatrix Todd, una ventiquattrenne di Southampton, cui il brano “Shibari & Ice” procurò un orgasmo talmente violento e prolungato che il suo cuore, minato da una patologia non diagnosticata, non riuscì a resistere. Sorrow, che sotto la scorza di stravaganza, ha sempre mantenuto un animo puro e sensibile, ne fu addoloratissimo; al punto che la notte del 26 gennaio del 2010 diede fuoco al suo studio “nel quale avevo concepito un’opera che aveva ucciso un’innocente”. I genitori di Beatrix fecero causa a Sorrow e la polizia aprì un’inchiesta sul suo conto per omicidio preterintenzionale. E’ facile comprendere quanto gli ultimi anni di Mc Callun siano stati duri, segnati come furono dai rigori di un processo ingiusto e dalla rabbia cieca del popolo britannico, che liberò contro il “mostro” Sorrow tutto il suo potenziale latente di primitività ed ignoranza.

Ieri se n’è andato uno dei pochi geni musicali del secolo. Requiescat In Pace.

Mariam (Due)

in religione/scrivere/società by

Annunciazioni

La telefonata del nostro amico Peppe giunse al termine di una serataccia: attendevamo rassegnati che la tensione elettrica accumulata nel nostro salotto come il fumo delle canne si incanalasse in uno scontro con cui avremmo liberato, l’uno contro l’altra, la nostra aggressività repressa. Stanchi, esasperati da non si sa quale risposta negativa, o dall’ennesimo voltafaccia di un ex amico, non avevamo voglia di niente. Scopare, neanche a parlarne. Così, quando il cordless squillò: “Vai tu… per favore?”, sibilai, limando appena il mio tono, inequivocabilmente recriminatorio. Mariam, seccata, tirò su il ricevitore e disse pronto con uno dei toni meno incoraggianti che avessi mai sentito in vita mia (cinema compeso). Le cose cambiarono velocemente man mano che Peppe andava sciorinando nell’orecchio di Mariam le ragioni di quella strana chiamata a tarda ora: “Sì, me lo ricordo, quell’imbec…”, (“…”), “Eh? Non può essere vero! Peppe, io… beh, guarda non so cosa dire. Ma a loro, glielo hai detto?”, (“…”), “Ma sì, per loro sarà un problema, tu quella gente la conosci, no?”, (“…”), “Ah, ci avevi pensato già, ho capito, ma che gli hai raccontato?”. Mi ero avvicinato, e cercavo di carpire qualche brandello di quella misteriosa conversazione: uno, la notizia era fondamentalmente buona, e, due, c’erano dei “però” da vagliare (come se gente come noi potesse permettersi di fare la difficile).

Mariam si era animata, ora, le guance avevano ripreso un po’ di colore, e la bocca era curva in un sorriso, mentre gli occhi mi guardavano senza vedermi. Non c’era più traccia della faccia da cane bastonato di pochi minuti prima, gli zigomi si erano arrotondati per qualche benevola contrazione nella muscolatura facciale, perfino le occhiaie apparivano meno nette. “Pare stiano cercando una ragazza minuta con caratteristiche somatiche mediorientali per la parte della Madonna nel serial che il Vaticano sta mettendo su con i soldi dei Cristiani d’America – Peppe ha fatto il mio nome. Solo che…” “Solo che il fatto che la tua famiglia non sia cristiana non piace più di tanto, giusto?” “Per non parlare del fatto che non siamo sposati. Peppe magari racconta qualche ‘calla’, tarocca un certificato di matrimonio americano, ci metteremo delle fedi al dito, io dico che ho abiurato l’Islam – tutte cose che possiamo fare…” “Te la senti, Mariam? No, dico, non per l’abiura in sé, ma per la violenza di questa cosa?” “Mi chiedi se me la sento? Ho finalmente la possibilità di avere un ruolo di rilievo, magari è la volta che ce la facciamo ad uscire da questo buco, a starcene un po’ tranquilli, andare al cinema… un viaggetto ogni tanto, e tu, tu mi domandi se me la sento?”. Ero contento: il suo orgoglio in più di un’occasione si era rivelato uno strumento di autolesionismo. C’era da aspettarsi che, in quest’occasione, le suggerisse, per dire, di non piegarsi agli odiati bigotti cristiani per questioni di opportunità tattica. Apprezzai il suo senso pratico, incassai il mio assegno di speranza, e mi coricai con Mariam addormentandomi quasi all’istante, cullato dalla promessa invero poco ragionevole di un benessere a tasso zero.

Craco

Fu così che Mariam venne scelta per la parte della Vergine nel serial; le riprese si svolsero in una zona rurale del sud Italia che per desolazione e povertà non aveva nulla da invidiare a quelle della Palestina vera. In quei giorni ero impegnato a tempo pieno nella correzione di bozze di una sgrammaticatissima biografia di San Teofrasto, oltretutto talmente malscritta da risultare in molti punti del tutto incomprensibile – anche questa sponsorizzata da una allegra combriccola di cristiani dalla spranga facile. Riuscii a raggiungere Mariam solamente dopo che le riprese erano cominciate da cinque giorni. Presi il treno per poracci nell’afrore insensato di un venerdì pomeriggio di agosto e, dopo sei sferraglianti, interminabili ore, arrivai a Matera. Sbarcai dalla carcassa, gli abiti impregnati dell’odore ferroso dello scompartimento, il cuore pieno di ansia e desiderio; il sistema neurovegetativo sull’orlo di una crisi di astinenza da sostanze e farmaci. La stazione era desolata, evidentemente era ora di cena; uno sguardo al termometro mi informò che, alle otto e mezzo di sera, la temperatura superava allegramente i 35 gradi. Fermai un ferroviere e gli chiesi se sapeva come avrei potuto raggiungere Craco, dove sorgeva il set di “Casta sposa, madre di Dio”. “A quest’ora è impossibile arrivarci, ma molta gente la sera ci va a curiosare o a caccia di autografi. Guardi, le consiglio di mettersi all’imboccatura della provinciale e fare l’autostop.”

Grondavo di sudore sul bordo della strada dove i rari veicoli mi sfrecciavano a pochi centimetri di distanza come se fossi invisibile. Provai ancora a cercare Mariam sul telefonino: inutile, non avevo più credito. Qualche minuti dopo fu Mariam a chiamarei: “Dove sei?”, “Sulla provinciale a fare l’autostop…”, “Aspetta un attimo…(interruzione, vociare indistinto)”, “Guarda, una macchina della produzione sta venendo a prenderti. [pausa] Abbi… fede” chiosò Mariam con una risatina sciocca. Qualche minuto più tardi, come annunciato dalla mia compagna, comparve all’orizzonte un SUV scuro Mercedes. L’autista mi aveva avvistato, lampeggiò, accostò ed eseguì un’inversione di marcia di grande eleganza per arrestarsi con precisione millimetrica davanti a me, o meglio al mio corpo bisognoso di cure. Sul vetro scuro della portiera posteriore destra mi comparve il riflesso del mio muso derelitto, sudato, stupito. All’altezza dei due passaruota anteriori si levavano due piccoli pennoni a cui erano appese altrettante bandierine rigide giallo-bianche con l’effigie della tiara papale stampigliata in oro al centro. L’autista scese, scivolò dal mio lato, mi salutò con un eloquente toccatina sul suo ridicolo berretto scuro con la visiera (pensavo che simili personaggi esistessero solo nei film USA), si impossessò della mia sacca lurida, e aprì la porta. Rimase immobile, mano sulla maniglia, finché non mi fui issato a bordo, mi sigillò dentro la macchina, caricò il bagaglio nel vano posteriore e rimontò. Nell’abitacolo la crisi incipiente peggiorò subito, forse a causa dell’aria condizionata gelida e secca, della musica per castrati cinquecenteschi diffusa dalla foresta di casse dell’hi-fi, dell’odore di cuoio della tappezzeria. Cominciavo ad averne bisogno, sul serio.

Fine Seconda Parte

Mariam (uno)

in mondo/religione/scrivere/società by

Intro

Gli ascolti eccezionali della serie televisiva “Casta sposa, madre del Signore”  fecero la fortuna di molte persone: il produttore Ponzio Maria Franco, per dire, oltre a rimpinguare il suo già cospicuo patrimonio, ottenne l”ambita nomina a Cameriere Speciale del Papa. Il denaro e l”appoggio sempre più evidente delle gerarchie ecclesiastiche consentirono alla sua associazione “Cristo in Armi” di fare il passo decisivo: da accolita di bigotti marinati nella retorica tradizionalista cattolica in vera e propria banda armata. La televisione di Stato, con i diritti sulla serie e sul merchandising riuscì ad acquistare, soffiandole sotto il naso al Consorzio Multimediale Islamico, le due reti private (“Sole” e “Troika”) che erano state escluse dal banchetto della raccolta pubblicitaria e condannate all’agonia finanziaria a causa del loro orientamento dichiaratamente laico. Un fondo di un critico autodefinitosi liberale sul Corriere definì la loro programmazione “non coerente con i valori tradizionali e condivisi del Paese”. La Lorenzetti S.r.l., poi, che fino ad allora campicchiava con giocattoli di seconda scelta fatti costruire dai bambini in Estremo Oriente, triplicò in sei mesi il suo fatturato quando, grazie ad un amico in Vaticano, si accaparrò la commessa in esclusiva per la produzione e di audiovisivi, giochi e accessori collegati alla serie televisiva: pupazzetti in plastica della Madonna in momenti diversi della sua vita (da bambina, con e senza il pancione), dell”Angelo nell”atto dell”Annunciazione, miniature della Casa di Nazareth, kit della Crocifissione completi di tutti gli accessori, T-shirt (nero, porpora o bianco), screensaver, finte corone di spine, suonerie per cellulari, cofanetti DVD, giochi per tutte le console… Mariam, la mia ragazza, e per riflesso io, ci trovavamo nell’epicentro di quella benefica pioggia di  denaro: ingenuamente, pensammo che in fondo un po” di fortuna ce la meritavamo, e che non ci sarebbero state conseguenze negative. Ci sbagliavamo, ovviamente.

Amore

Conobbi Mariam all”università: il corpo esile rivestito in un eskimo, la kefiah al collo, comparve nel cortile dell”università in un freddo mattino di novembre. Da una sound machine risuonava “Bigmouth Strikes Again”, mentre il viso senza trucco spiccava come un errore d”ortografia nel caos del quarto d”ora accademico. Mariam parlava con una sua amica, ogni tanto si voltava a guardarmi: era un modo per esprimere interesse o invece per protestare contro i miei sguardi la cui insistenza cominciava effettivamente a divenire imbarazzante, se non molesta? Quando, in aula, si sfilò il giaccone, apparve un pullover rosso su una maglietta di un bianco immacolato. Piccoli seni nervosi spuntavano dal busto esile, ossuto, sodo; il suo viso, armonioso a dispetto della lieve curva del naso non proprio piccolo e del mento deciso, il mio desiderio: era poco più di una scintilla, e già mi faceva fare pasticci con le mani e con le parole. Ciò che ci stava accadendo era chiaro, semplice, amavo la naturalezza con cui si stendeva davanti a noi, al pari di un”apodosi inevitabile. Desiderio: nessuna parola aveva tradito la sue esistenza, nessun pensiero lo aveva riconosciuto, nessun sogno lo aveva privato delle catene: eppure era lì, con noi, tra noi, come un ospite imbucato insospettabilmente simpatico. Il bus era affollato, presi posto e Mariam sedette sulle mie gambe – era così leggera. Ora, i nostri volti erano vicini come non mai, lei ascoltava le parole vagamente folli che gli ormoni suggerivano alle mie labbra: un bacio lieve al sapore di menta inaugurò felicemente la fase del contatto fisico.

Difficile mantenersi facendo lo scrittore, soprattutto se sei uno come me: una specie di cuoco megalomane cui manchi invariabilmente l’ingrediente principale delle sue favolose ricette – il talento. Vivevamo il calvario che la città riserva a chi osa manifestare inclinazioni “artistiche” pur non essendo affiliato ad una “conventicola” religiosa o politica. Languivamo entrambi, Mariam ed io, nel limbo degli studi post universitari, facendo del nostro meglio per mantenerci con traduzioni, ripetizioni e collaborazioni anonime a giornaletti underground che nessuno leggeva. Nonostante tutto, Mariam non aveva del tutto abbandonato il suo sogno di recitare; quando tutto cominciò, il suo ruolo più interessante era quello di assorbente interno femminile per un deplorevole spot televisivo. Nel filmato, la rappresentazione vivente dell’umile oggetto, ora indissolubilmente associato al volto e alla voce della mia ragazza, dapprima appariva imbarazzato e perfino impaurito dal suo compito nonché dalle responsabilità che esso comportava. Andava via via sciogliendosi, per dimostrare, dopo il sedicesimo secondo di filmato, un carattere aperto, perfino spregiudicato.

Quanto a me, grazie ad una raccomandazione, ero riuscito ad ottenere una collaborazione alla stesura della sceneggiatura di un film erotico in costume ambientato nell’Italia del Medioevo. Mal pagato e nei fatti “illegale” grazie alla legge Cavazzuti, il “lavoro” risultava inoltre parecchio umiliante: a prescindere dal valore artistico dell””opera” (un filmino pornografico), ero continuamente insolentito dal regista Chan Hu, un cinese che parlava un italiano sgrammaticato con forte cadenza toscana. Chan non mi risparmiava aspre critiche sul modo a suo dire sciatto con cui avevo caratterizzato la “sua” protagonista, la crudele regina Spermingorda, a suo dire ridotta dal mio trattamento in un personaggio “piatto, schematico, se non convenzionale, diobbono”.

Anche se il lavoro era una maledizione, c’era Mariam, c’era il nostro amore. Alla fine delle nostre stancanti giornate, era bello ritrovarsi a cena. Quando arrivavo a casa, verso le sette, l’odore del cibo speziato di Mariam aveva solitamente già invaso la tromba delle scale. Mi divertivo ad immaginare il colore dell”orgasmo che mi avrebbe mandato in tilt il cervello di lì a qualche ora (o minuto, se avevo fortuna). Quando rinvenivo, più tardi, la mia pelle sudata sulla pelle sudata di Mariam, cercavo con gli occhi la porta della nostra camera da letto: mi piaceva pensare che fosse una specie di trincea: nessuno (persona, cosa, pensiero, umiliazione) poteva pensare di varcarla senza farsi impallinare dai nostri cecchini. Illuso.

Fine Prima Parte

Prima di morire

in società/ by

Candy Chang ha perso una persona cara: il senso di vuoto procuratole dal lutto la ha convinta a tentare di comprendere quali fossero le cose importanti nella sua vita. Candy, però, voleva anche confrontarsi con gli altri, capire che ciò che conta per loro, siano essi amici o passanti. A cominciare dalla gente del suo quartiere.

Così, armata di stencil, ha stampigliato decine di volte sulle pareti di un casa di legno abbandonata a New Orleans la scritta “prima di morire voglio…”, seguita da uno spazio vuoto per completare la frase. Chiunque passasse davanti a quell’edificio poteva prendere un gesso colorato da una delle apposite retine e popolare quella riga con una frase che riflettesse le proprie più segrete aspirazioni.

Il progetto si è poi allargato, e muri “filosofici” sul tipo di quello realizzato a New Orleans sono spuntati qui e lì per il mondo (a New York, Savannah, Johannesburg, e poi in Messico e in Kazakistan). Sarà anche un’idea semplice, ma credo abbia un grande valore umano e sociale. Un muro vergine sul quale vergare una breve frase che rappresenti la propria visione del mondo potrebbe in effetti rivelarsi una tentazione irresistibile, specie in un contesto urbano post-moderno, causa ed effetto di un desolante isolamento.

Un momento di pausa e di riflessione, che insinua tra le pieghe della routine e della banalità il peso dolce di domande abissali, troppo spesso soffocate da tonnellate di materiale destinato a finire rapidamente nel cestino della carta straccia. I cittadini interpellati dagli stencil hanno lasciato testimonianze sincere o affettate, serie o ironiche – ma a quanto pare non si sono abbandonati ad esercizi di volgarità gratuita, come pure mi sarei aspettato.

Ora tocca a me scrivere su questo muro virtuale che mi ospita:

PRIMA DI MORIRE VORREI AVER DATO AD OGNUNO QUELLO CHE MERITA.

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