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Heidegger e il lato oscuro della filosofia

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Ieri su queste pagine, Lucio Gobbi ha scritto un breve articolo a proposito di Heidegger, i Quaderni Neri, l’adesione al nazismo e il presunto anti-semitismo del filosofo. Le tesi di Lucio sono sostanzialmente due:

  1. Non si può etichettare Heidegger come anti-semita o nazista sulla base di alcuni passaggi inquietanti dei Quaderni Neri. Quando lo si fa – dice Gobbi – si dimentica colpevolmente di citare i passaggi in cui Heidegger sembra esprimere giudizi diametralmente opposti.
  2. E’ scorretto etichettare Heidegger come un filosofo anti-scientifico e anti-moderno. H. non rifiutava la tecnica. Nella vita di tutti i giorni “guidava la motocicletta e aveva il riscaldamento centralizzato”. La questione della tecnica e della scienza è ben più complessa e profonda e ha a che vedere con l’impianto generale del suo pensiero.

Io la penso esattamente all’opposto di Lucio. Credo che Heidegger sia stato un convinto aderente al nazionalsocialismo e credo che fosse un antisemita. Penso inoltre che la filosofia di H. abbia un’impronta decisamente reazionaria, anti-scientifica e anti-moderna. Un impronta certo non caratteristica del solo pensiero heideggeriano, bensì tipica delle “utopie conservatrici”. E che tuttavia, proprio grazie alla enorme influenza che il modello heideggeriano ha avuto sulla successiva filosofia continentale, è riuscita a penetrare nel pensiero e nella cultura, anche quella italiana e anche quella non accademica, fino a diventare un tragico luogo comune.

Quanto alla questione del pensiero politico di H., esiste una diatriba decennale che appassiona molto gli specialisti e che, di tanto in tanto, riemerge anche sulla stampa. La pubblicazione dei cosiddetti Quaderni Neri ha offerto l’occasione per un revival dell’affaire Heidegger/Nazismo. La dialettica tra le opposte fazioni si incardina essenzialmente sulla ricerca di appigli testuali nelle opere di H. che servano, a seconda dei casi, per crocifiggerlo o scagionarlo dalla infamante accusa.
Nei fatti, è noto che H. abbia aderito al partito nazionalsocialista nel 1933 diventando nello stesso anno rettore dell’Università di Freiburg e mantendo la carica per un anno circa. Heidegger rimarrà comunque iscritto al partito fino al 1945. Sul fatto che Heidegger fosse un sincero nazista nel 1933 ci sono ben pochi dubbi; sono i suoi stessi discorsi e le sue lettere di quel periodo a testimoniarlo apertamente. Inoltre, ci sono ragioni per pensare che la sua adesione al nazionalsocialismo scaturisse da profonde convinzioni ideali e filosofiche e non fosse semplicemente un innamoramento passeggero. La vulgata storico-filosofica tende a isolare l’adesione di H. al nazionalsocialismo al solo anno 1933 e a etichettare questa scelta come un passo falso e una leggerezza della quale H. si sarebbe ben presto avveduto. Non voglio addentrarmi invece nella questione, abbastanza inutile ma molto dibattuta, che riguarda il ‘nazismo intrinseco’ nella filosofia heideggeriana, si tratta di un dibattito ermeneutico che, come tale, difficilmente può sperare di pervenire a un consenso.

Per quanto riguarda il presunto anti-semitismo di H., alcuni passaggi scandalosi dei Quaderni Neri sono piuttosto chiari. In questi passi, H. è molto esplicito nell’affermare che la questione ebraica è una questione metafisica prima ancora che razziale. Chi conosce lo stile di H. capisce bene che una simile imputazione è, nel gergo del filosofo, persino più grave della “semplice” accusa razziale. Gli ebrei sono, per H., “quella specie di umanità che, essendo per eccellenza svincolata, potrà fare dello sradicamento di ogni ente dall’essere il proprio “compito” nella storia del mondo”.
Lucio dice di non volersi soffermare su questo punto, e neanche io lo farò. Voglio approfondire invece la sua giusta osservazione che, in altri passaggi, H. sembra dire cose diverse e in definitiva in contraddizione con gli estratti sotto accusa. Anche questo non dovrebbe stupire chi conosce le opere e la biografia del filosofo. H. era notoriamente un personaggio ambiguo e doppio. Rispondendo per lettera all’amica e amante Hannah Arendt sulle voci che circolavano attorno al suo antisemitismo, H. liquidava queste ultime senz’altro come calunnie. Contemporaneamente, scriveva alla moglie descrivendo gli ebrei come degli approfittatori nei confronti dei quali “non si è mai abbastanza diffidenti.” Parole come “intossicazione”, “invasione”, “giudaizzazione” dell’università e della società tedesca ricorrono nelle sue lettere private. Mentre a parole mascherava il suo antigiudaismo di fronte ai colleghi, amanti e amici ebrei, nei fatti non osteggiava o addirittura approvava i provvedimenti del regime contro questi ultimi. Che si trovino giudizi e riflessioni contraddittorie negli stessi quaderni non è sorprendente alla luce della sua ambiguità e doppiezza di carattere.

Uno dei più fortunati topoi heideggeriani è la critica della tecnica e dell’immagine scientifica del mondo. Su questo punto Lucio scrive che la questione non può banalmente ridursi a un rifiuto della tecnologia, rifiuto al quale nei fatti H. neanche si sarebbe attenuto. Ciò che interessava H., dice Lucio, è piuttosto l’enfasi sull’incapacità del modello scientifico di porre o risolvere questioni fondamentali. In effetti, Heidegger identificava le scienze come “ontologie regionali” e le opponeva alla filosofia intesa come “ontologia fondamentale”: più o meno questo intendeva dire quando affermava che “la scienza non pensa”. (Per inciso questo modo di vedere le cose non ha nulla a che vedere con i risultati matematici del teorema di incompletezza di Gödel, e va rifiutato nettamente ogni paragone tra le grossolane semplificazioni della filosofia della scienza di matrice heideggeriana e le presunte conseguenze epistemologiche della monumentale fatica logica di Gödel).
Il modo in cui Lucio presenta la questione è del tutto corretto dal punto di vista delle premesse filosofiche del discorso heideggeriano. Le conclusioni che H. ne trae, tuttavia, non vanno ignorate. La specializzazione accademica, la divisione in dipartimenti, la tecnica e la ‘cibernetica’ erano per H. nient’altro che culminazioni del processo destinale di “oblio dell’Essere”. Questo oblio è per H una sorta di ‘peccato originale’ della modernità. Una modernità la cui corruzione è fatta risalire addirittura alla filosofia greca post-socratica e che man mano si dispiega, secondo una fenomenologia del rimosso, nella storia della filosofia e della scienza. La perversa culminazione di questa storia inautentica è da ritrovarsi, per H., non solo nella scienza e nella tecnica, ma anche nell’egalitarismo, nella cultura di massa, nel liberalismo (di cui gli ebrei sarebbero per natura infetti) e nella democrazia. Non è un caso che H. vedesse nel modello americano e in quello sovietico due facce della stessa medaglia. Nè si può dimenticare che buona parte del pensiero tardo di H. ruota attorno al concetto di nuovo inizio: sorta di palingenesi che dovrebbe seguire il necessario collasso della modernità corrotta. Heidegger è molto chiaro sul punto che, così come il primo inizio (quello pre-socratico) ha i caratteri dell’originario spirito greco, allo stesso modo il nuovo inizio non può che fondarsi sulla lingua e sullo spirito tedeschi. Svuotata dai suoi echi misticheggianti e delle fantomatiche catene etimologiche, la filosofia heideggeriana nel periodo dopo la cosiddetta svolta è insomma un intreccio indissolubile di nazionalismo radicale, critica alla modernità scientifica e utopia conservatrice.

Di filosofi dalle convinzioni politiche deliranti e dalla moralità dubbia è costellata la storia della filosofia. Il caso di H. ci colpisce particolarmente perché lo avvertiamo, per ragioni storiche, come più vicino a noi e perché l’adesione ad un movimento come quello nazista ci risulta del tutto intollerabile (pensiamo, per contrasto, alla leggerezza con cui si legge e si studia un filosofo certamente fascista come Gentile o tutta la schiera dei pensatori marxisti filo-sovietici). Ma la controversia infinita su H. è anche e soprattutto dettata da un luogo comune piuttosto radicato, che nelle parole di Lucio suona così: “il pensiero di Heidegger è un pensiero molto complesso ed è più comodo etichettare e mettere all’indice che cercare di capire”. Sarebbe il caso di chiedersi una volta per tutte in cosa consiste questa presunta complessità del pensiero di H., così come di molti filosofi contemporanei che si ispirano al suo stile e ai suoi temi. Ho la sensazione che questa presunta complessità sia nient’altro che un modo per descrivere l’oscurità e inaccessibilità, la sensazione di profondità e insondabilità, la percezione dell’abisso, che rappresenta il fascino di tanta cattiva filosofia. Quasi mai l’oscurità (che è cosa diversa dal tecnicismo) è sinonimo di profondità. Quasi sempre, invece, l’oscurità va a braccetto con il discorso magico, religioso, esoterico. Presentarsi come guru, come sciamani o maghi in possesso di un linguaggio iniziatico ed elusivo è il modo più semplice per creare attorno a sé una comunità di fedeli pronti a scattare in difesa del maestro. Sottrarsi alla comprensibilità, infine, vuol dire allo stesso tempo provare a sottrarsi alle proprie responsabilità, anche a quelle storiche e personali, per consegnarsi al vortice infinito delle interpretazioni inutili.

Rapporto di minoranza sui Quaderni neri

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La recente pubblicazione dei Quaderni neri di Heidegger ha riacceso il dibattito sull’adesione del filosofo al nazionalsocialismo e sull’antisemitismo metafisico che da tale opera scaturirebbe. Non è questa la sede per un’analisi approfondita della questione, mi limiterò pertanto a una breve riflessione da non addetto ai lavori. Le considerazioni che seguono scaturiscono però dal disgusto per i processi sommari e per le falsità che si sono acculate nel corso dei decenni, questione degnamente inquadrabile nel libro di Fedier “Heidegger e la politica”.

Già il titolo evoca scenari sinistri: “Quaderni neri”. Non può che essere il libro di un fascio. Il nome deriva invece dal fatto che i diari del filosofo erano, appunto, neri. Fossero stati verdi li avrebbero chiamati così?

Secondo i detrattori di Heidegger ci sarebbero in questi appunti delle frasi terribili (come quella su “l’autoannientamento del popolo ebraico”) che fungerebbero da prova inconfutabile per potere condannare il nazista diabolico. Guarda caso non hanno avuto la stessa risonanza i passaggi dove si definisce il nazionalsocialismo un “principio barbarico”o Hitler un “folle criminale”.

Probabilmente leggere queste frasi alla luce delle migliaia di pagine di opera del filosofo era troppo difficile. In effetti, il pensiero di Heidegger è un pensiero molto complesso ed è più comodo etichettare e mettere all’indice che cercare di capire. La logica che i detrattori tanto invocano renderebbe però spontanee alcune domande: perchè Heidegger non ha pubblicato una sola parola antisemita durante i dodici anni di regime nazista? Pubblicarle non sarebbe stato un modo per compiacere il regime e sostenere le proprie convinzioni? Perchè annotare queste quattro frasi privatamente? Perchè non cancellarle dopo la guerra una volta deciso che i quaderni sarebbero stati pubblicati? Perchè invece di presentare le sue presunte tesi antisemite Heidegger si è preoccupato di demolire l’interpretazione che il regime aveva dato di Nietzsche? Se era un antisemita così convinto, come mai era l’unico professore di Germania a non fare il saluto romano a lezione ed era pedinato dalla Gestapo?

Una lettura attenta degli scritti del filosofo darebbe piuttosto ragione a Francois Fedier nel suo concludere: “come non ci sia posto dell’antisemitismo o del nazionalismo nel pensiero di Heidegger è ciò che viene in chiaro non appena si cominci a riflettere sulle implicazioni della sua nuova determinazione dell’essenza dell’uomo: essere umano, in ultima analisi, fa tutt’uno con la preoccupazione di pensare, la cura del pensiero. Non nel senso del pensare metafisico, che è uno dei modi di pensare, non l’unico, sebbene minacci sempre più di eliminare tutti gli altri. Questo modo d’essere è denominato da Heidegger “Dasein”. Il Dasein è condiviso da tutti gli essere umani. Solamente gli essere umani lo condividono. Così significa: tutti gli uomini, di ogni popolo, di ogni tempo e di ogni luogo condividono il fatto di essere solo in quanto si trovano in rapporto con il totalmente altro, il cui volto è presente, adesso e sempre, di fronte ad ogni uomo, senza la minima gerarchia. […] Nessuna razza, nessun popolo, nessuna lingua può realizzare meglio di qualcun altro l’essenza dell’umanità.”

Altro cavallo di battaglia sui Quaderni neri è quello che riguarda l’antiscientificità del filosofo: Heidegger ce l’avrebbe con la scienza, la logica e la tecnica perché non sarebbe altro che un reazionario che amava i contadini, i boschi e gli ululati nella foresta.

Anche queste accuse sono facilmente smontabili, sia sul lato pratico che su quello filosofico. Nella vita quotidiana Heidegger non era assolutamente tecnofobo, guidava la motocicletta e aveva il riscaldamento centralizzato. Vabbè, poteva essere un paraculo come Marinetti che sparava al piatto di spaghetti in pubblico e li mangiava all’osteria. No. Nelle opere di quello che viene definito l’Heidegger della svolta (chissà poi quale? Come se avesse mai ripudiato cose scritte in precedenza..) si prende atto del fatto che viviamo nell’età della tecnica non perchè ci siano le macchine ma che ci sono le macchine perchè viviamo nell’età della tecnica. Per Heidegger, semplicemente, il modo di pensare che ha prodotto le macchine e le scienze moderne non è adeguato a rispondere a tutte le domande. Come ci insegna il teorema di Goedel non possiamo dire cos’è matematica matematicamente, cos’è fisica fisicamente. Altro che irrazionalismo. Nei Quaderni questo lo si può leggere chiaramente e in alcuni passaggi è forse più chiaro che in opere precedenti.

Per non annoiare chi legge, oltre ad invitare caldamente alla lettura attenta dell’opera di Heidegger e dei Quaderni Neri, un piccolo aneddoto ricordato di recente anche sull’Huffington Post.

Paul Celan (poeta ebreo morto suicida) incontrò Heidegger nel 67. L’incontro non dev’essere stato una cosa facile. Uno aveva aderito al nazionalsocialismo, l’altro era stato deportato in campo di concentramento. Di quella giornata non si sa molto, pare che i due passeggiarono in silenzio per diverse ore. Celan dichiarò in seguito che l’unica cosa che ricordava con piacere di quella visita era di aver visto in ogni libreria della città copie dei suoi libri in vetrina. Non ha mai saputo che il giorno prima del suo arrivo una persona aveva insistentemente chiamato ogni libraio per pregarli di esporre in vetrina le opere di Celan. Indovinate chi era quella persona.

Noi, gentili col bisogno di difendere gli ebrei

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Io sono un goy, un gentile, come viene spesso tradotto, cioè un non-ebreo. Non lo sono né di religione, né di discendenza: non ci ho proprio niente a che fare. Avverto però con preoccupazione, ultimamente crescente, un senso del dovere nel ribadire l’ovvio, un’esigenza di difesa della comunità ebraica e della sua cultura. Dopo la shoah, viene da pensare, non ci dovrebbero più essere certe preoccupazioni: qualcosa di così terribile non può che aver, per reazione, eradicato ogni forma d’intolleranza verso gli ebrei. È davvero così? Mi pare sempre più evidente, come se riemergesse da un nascondiglio temporaneo e non da un esilio permanente, un certo antisemitismo strisciante, quasi sussurrato, di una levità terribile e spaventosa.

Gli ebrei, dopotutto, sono una minoranza atipica. I guardiani del progressismo se ne curano poco, perché a loro il principio del buon selvaggio sembra proprio non riuscire applicarsi: sono mediamente benestanti, provengono da famiglie di ceto sociale elevato ed estrazione culturale profonda, ecco, non certo un gruppetto di disperati. Sono un gruppo culturale ben – anzi benissimo integrato: mantengono profonde e salde le proprie tradizioni e abitudini, non rinunciano a nessun costume, ma vivono perfettamente inseriti in un tessuto culturale e religioso che non è il loro. Una comunità fortissima e chiusa (talvolta troppo chiusa?), ma perfettamente a proprio agio, almeno nel contesto italiano. Insomma, prendersela con gli ebrei sembra molto meno grave che prendersela con qualsiasi altro sottogruppo etnico o religioso, perché si fa fatica a immaginarli con l’osso al naso. È proprio in questo non-detto che si nasconde la subdoleria del nuovo antisemitismo, nella sua attenuata gravità: un sentimento che trova una sua giustificazione taciuta nella posizione sociale degli ebrei. Laddove ogni attacco, fosse anche involontario, a una qualsiasi altra minoranza viene ormai stigmatizzato dalle reazioni indignate di stampa e commenti, ecco, più passa il tempo e più si avverte una direzione contraria se si parla di ebrei.

A concorrere, mi direte, c’è la questione israeliana, che è diventata un’altra piccola, striminzita foglia di fico sotto cui nascondere quel sentimento che vi dicevo. Perché tutti i distinguo secondo cui “l’antisionismo non è antisemitismo” lasciano il tempo che trovano davanti a un livore adottato contro Israele da molti, troppi, commentatori e intellò occidentali. Israele è l’unica oasi di democrazia a stampo liberale calata in una geografia che parla la lingua opposta. Tanto basterebbe a difenderla, in linea di principio, se uno crede che, sì, le democrazie da queste parti qualche granello di libertà l’hanno racimolato. Certo, nessuno qui sostiene che sia un coacervo di stinchi di santo oppressi dall’arabo con la sciabola affilata: la questione è complessa e spinosa, con migliaia di dinamiche (anche interne, che non consideriamo mai) a definire la risultante del conflitto. Ma la giustificazione latente dell’antisemitismo generalizzato e trasversale che l’Europa sembra vivere ancora, con ogni giorno un giorno di troppo, quella no.

A Marsiglia Zvi Ammar, il presidente del concistoro israelita della città, ha consigliato di non indossare la kippah per strada, per non provocare reazioni violente, in una città che nell’ultimo anno ha subito una trentina di episodi di aggressioni antisemite. Corsi e ricorsi storici: settant’anni fa era una stella gialla, adesso è un copricapo. Soprattutto oggi, non dimentichiamocelo.

Il secolo beve

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Se il novecento è stato il secolo delle grandi ubriacature ideologiche, l’antisemitismo è stato l’alcol a buon mercato col quale si sono abbeverati più o meno tutti i regimi quando erano a corto di liquidi. Ciclicamente questa voglia di accecarsi con un prodotto a buon mercato, di facile reperibilità e di grande impatto ritorna a galla, vuoi nelle parole rancorose di qualche rottame fuori tempo e fuori storia, vuoi in chi cerca di fare la sparata ad effetto.

Handle with care: qui si scherza col fuoco.

Il banchiere ebreo è la declinazione in crisi economica dello zingaro ladro di bambini quando l’immigrazione spinge, dello spacciatore negro quando a spaventare è la sicurezza. È un espediente facile che non costa quasi nulla e che rende molto, perché pesca in un immaginario molto consolidato, è una carta da giocare che tutti hanno in mano. Generalmente a questo punto l’obiezione nasce in fretta, “ma un fondo di verità- se si dice sempre- vuol dire che esiste”. Peccato che le notizie di “zingari che rubano i bambini” siano puntualmente smontate (con effetto molto minore della news di lancio), e che basti controllare su Forbes per accorgersi che l’uomo più ricco del mondo, per dire, è un cattolico-maronita.

Il banchiere ebreo che governa il mondo è, fatte le debite proporzioni, il “rabbino” barista che non ti fa mai lo sconto. Chi non l’ha mai sentito dire e, forse, chi non l’ha mai detto?

L’idea che una piccola minoranza tenga in pugno tutte le nazioni d’Europa è, innanzitutto, una clamorosa dichiarazione di inferiorità. Quali poteri hanno, di grazia, questi benedetti ebrei per essere riusciti, nella storia, a destabilizzare Austria e Germania, a minacciare l’Unione Sovietica, a tenere in pugno tutto l’Islam, e a minare oggi l’intera economia europea? Con quali mezzi ci comandano? Che cosa hanno loro che noi non abbiamo?

Niente, è ovvio. Ma quando si è a corto di idee anche una sparata è meglio di niente, e anche un riflusso che arriva dallo stomaco del secolo scorso può fare molto rumore.

Berlusconi e Mussolini: un commento ragionato

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«Il fatto delle leggi razziali è stata la peggiore colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi invece aveva fatto bene». Affermando come l”Italia non avrebbe «le stesse responsabilità della Germania», ma «ci fu una connivenza che all”inizio non fu completamente consapevole».

Ecco, io vorrei che queste parole di Berlusconi
non passassero inosservate, ma non basta un post per esprimere pienamente tutto ciò che pensiamo di questa esternazione. Ritengo invece che un ricorso alla sinestesia sia doveroso, affidando ad una riflessione davvero approfondita il nostro vero commento.

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