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You realise che stai arrivando a Craco quando d’un tratto lo sconfinato verde dei boschi lascia il campo a praterie di giallo ocra su cui troneggiano, come giganti addormentati, i calanchi.

Craco, comune italiano della provincia di Matera, è un luogo dove il tempo si è fermato in un’epoca incerta, ancestrale, indefinita. Le case arrampicate sulla roccia hanno finestre scure che sembrano scrutarti con sguardo spento ed autistico.

Le abitazioni con le ringhiere finemente decorate ma arrugginite, sono tutte abbandonate e rendono il paese una specie di conformazione plastica del relitto di una nave.

craco
A Craco non ci abita più nessuno, tranne una coppia di pastori che, occupato una casa abbandonata, ci sosta raramente. La popolazione (circa 700 abitanti) vive nella vicina località di Craco Peschiera.

La strada principale è un viale in pietra.

Il cammino è tutto in salita.

Il cuore in cima è una torre normanna del 1040 d.c.

Antico borgo medievale, importante centro strategico militare durante il periodo normanno, divenne sede universitaria nel 1276. La leggenda narra che ci giunse ferito San Vincenzo martire insieme a San Maurizio durante il viaggio di ritorno dalle crociate in Terra Santa. È storia reale invece la fucilazione di una ventina di briganti di fronte al campanile della chiesa Madre nel corso delle rivolte post-unitarie.

Craco diventa una città fantasma nel 1963, quando un’enorme frana, causata dalla composizione argillosa del suolo, si portò via un pezzo di paese e tutte le reti idriche e fognarie. Gli unici edifici ancora in piedi sono quelli risalenti al medioevo, come la vecchia torre, le chiese e alcuni palazzi importanti dell’epoca.

La frana ed una massiccia emigrazione al nord Italia e all’estero lo svuotò in breve tempo.

Craco è ormai diventato un luogo quasi soprannaturale, con i suoi silenzi continui. Durante le ore notturne, nel deserto totale, il vento fa letteralmente ululare il paesino dalle varie fessure e crepe degli edifici. Le tantissime finestre rotte e semi-divelte sbattono in continuazione. La presenza di cani randagi dà spesso l’impressione che ci siano presenze ultraterrene che stazionano per il paese.

E’ proprio qui che la notte di qualche settimana fa, l’ingegner Paolo Pretocchio* ha organizzato un summit semiclandestino chiamato L’acqua calda’s blocked, ultimissimo evento dell’embriornale fase di costituzione del Progetto Bimbozzi, che secondo le sue stime dovrebbe prendere il potere tra il 2026 ed il 2030.

Presente lo stesso Bimbozzi, che capitanava nell’oscurità della notte alcune figure con fiaccole e candele.

Prima che l’evento inizi, riusciamo a fumare qualche sigaretta ed a scambiare qualche chiacchiera con alcuni dei convenuti. Il concetto principale dell’essere a Craco lo spiegano quasi tutti così:” Tutti parlano della fine degli Stati Nazione, ma nessuno della nascita di Monarchie Immateriali come Google, Apple, Facebook, che hanno come territorio il non luogo del tecnoweb, come popolo gli utenti utilizzatori schedati, e come monopolio della forza il potere d’escludenza dell’algoritmo meccanico. Sul Non luogo non ci sono spazi e margini di operatività. Il Non luogo è quasi tutto occupato, è saturo. Bisogna inevitabilmente trasferirsi e colonizzare il Fuoriluogo. Il nostro luogo sarà il Fuoriluogo. E Craco, appunto, rappresenta perfettamente il concetto di Fuoriluogo.”

Rispetto alle altre volte, però, non siamo riusciti ad intervistare l’ingegnere che, terminata l’adunanza, è dovuto partire immediatamente per impegni d’affari verso Delaware, il nuovo paradiso fiscale creato da Obama negli States.
dealw

Vi riproponiamo lo stesso alcuni passaggi del suo intervento blobbati e campionati con modalità che non possiamo riferire per ragioni che lasciamo custodite al mistero di Craco.

“Questa di stanotte è la prima tappa della nostra spedizione verso l’interno, è la prima meta della nostra Anabasi.

Non si possono scalare le montagne con sacchi di immondizia trascinate sulle spalle. Dovete liberarvi di tutto il male che tenete dentro. Il Progetto Bimbozzi non è una confessione. E’ una liberazione. Gli incubi non sopravvivono nella luce.

Tutti siamo turbati occasionalmente da ansietà ricorrenti, prodotto di una qualche colpa occulta, segreta, che nemmeno sappiamo quale sia o che nemmeno magari esiste.

Il senso di colpa è un’istanza psichica derivante dall’originaria identificazione del bambino con le figure genitoriali e con gli educatori, atta a mantenere in vigore i valori culturali da essi trasmessi attraverso la paura di perdere il loro amore e di essere punito.

Ognuno ha un suo limite.

Ognuno si identifica con il suo limite.

La paura della punizione ti porta all’esitazione se accettare il limite o superarlo.

Nella volontà di superarlo ci si scontra con lo spavento della sua perdita, perdita che in qualche misura diviene perdita della propria identità per via della coincidenza individuo-limite.

Quando non lo si vuole superare ci rassicuriamo momentaneamente, ma poi spuntano il disprezzo di sé, i complessi di inferiorità.

Allora si prova a superarlo con l’immaginazione, che come un surrogato dell’avercela fatta, dà il via alla fantasticheria, alle arie di superiorità e di arroganza.

Si recita un personaggio che non si è, ricadendo in continuazione nel dubbio di esserlo, con l’inevitabile alternarsi di sentimenti di superiorità e di inferiorità.

Tutti vogliamo stare bene con noi stessi.

Vogliamo sentirci importanti, degni e accettabili agli altri.

Vogliamo credere di essere attraenti.

Ma quando sbagliamo alimentiamo sentimenti di fallimento, di vergogna nascosta, di tensione e disagio in ambito sociale, si ha difficoltà a dire di no, ci si prende la colpa di tutto quello che succede.

A volte si giudicano gli altri per occultare le proprie colpe, o per scaricarle su altri, mettendo enfasi nei loro errori per evitare di essere noi il centro dell’attenzione altrui.

Tendiamo a diventare come ciò che odiamo ed abbiamo sempre disprezzato.

Alcuni scontano traumaticamente quei giudizi troppo scandalizzati sentiti da piccoli, che possono aver ancorato il sentimento che il sesso sia una cosa sporca, provocando blocchi e sensi di colpa nei rapporti e col piacere.

Aspettare il castigo ci rende ansiosi e turbati.

Il castigo si teme ma si desidera.

Ricevuto il castigo ci sentiamo sollevati, perché abbiamo pagato il nostro debito e possiamo tornare a vivere senza paura.

Il castigo espia il cattivo comportamento e allevia l’ansia.

Non si possono scalare le montagne con sacchi di immondizia trascinate sulle spalle. Dovete liberarvi di tutto il male che tenete dentro. Il Progetto Bimbozzi non è una confessione. E’ una liberazione. Gli incubi non sopravvivono nella luce.”

(Silenzio come se fosse partito un amen muto)

ZELIIIG IN EVIDENZAAAAAA

“Alterneranno la tattica della provocazione alla strategia dell’infiltrazione. La provocazione ha come obiettivo quello di aprire e scatenare una campagna di criminalizzazione. Una volta partita, la criminalizzazione serve come giustificazione preventiva per innescare le classiche azioni politico/militari/giudiziali, come forma di screditamento e divisione. Alla tattica della provocazione seguirà la strategia degli infiltrati che avrà due obiettivi. Da un lato dovranno spingere, come finti seguaci del progetto, tutte quelle posizioni che favoriscono il settarismo, costanti discussioni per spargere malumori e disagi, l’auto isolamento e la tendenza alle ”fughe in avanti”, dall’altro spiare e reperire il maggior numero di informazioni logistiche e strutturali.”

“L’ introduzione di una sfera spaziale inattesa, la sottopone automaticamente ad una svalutazione morale. Così come Napoleone male reagì al guerrigliero spagnolo criminalizzandolo e scatenandovi contro la potenza inutile di un esercito, anche l’Inghilterra male reagì al sottomarino tedesco durante la prima guerra mondiale. E male l’America contro i Vietcong. L’introduzione di una sfera spaziale inattesa provoca, infatti, inevitabilmente cattivi giudizi morali.”(x)

“Bisogna tenere presente che con il terrorismo si fanno crescere forze che poi diventano autonome. Non possono diventare autonome se prima non sono cresciute, ma non crescerebbero se non facessero comodo. Quando non fanno più comodo, vengono spazzate via.”

“Secondo Douglas Mortimer, nel western americano alla John Ford, la violenza rientra nella struttura della legalità come una forma di soluzione del conflitto: il topos dell’ “arrivano i nostri” serve a cavare d’impaccio i buoni e a far cessare il momento dello scontro. Nello spaghetti western, invece, il conflitto si interrompe solo con la vittoria “improvvisa e momentanea” di uno dei contendenti, non corrisponde mai al ripristino della legalità.” (y)

“Figlio del fabbro Alessandro Mussolini e della maestra elementare Rosa Maltoni, Benito Mussolini nacque il 29 luglio 1883 a Dovia, frazione del comune di Predappio. Il nome “Benito Amilcare Andrea” fu deciso dal padre,socialista, desideroso di rendere omaggio alla memoria di Benito Juárez, leader rivoluzionario ed ex-presidente del Messico, di Amilcare Cipriani, patriota italiano e socialista, e di Andrea Costa, imolese, leader del socialismo italiano (nell’agosto 1881 aveva fondato a Rimini il «Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna»). Contrariamente al marito, la madre Rosa era credente e fece battezzare il figlio. Vive un’infanzia modesta.

Mussolini, assunta la direzione dell’Avanti alla fine del 1912, diventa l’ ascoltato portavoce di tutte le frustrazioni ed insoddisfazioni di una società caduta in una crisi economica ed ideale che trascinava masse sempre più vaste verso esplosioni insurrezionali senza chiare prospettive. Espulso dal partito nel 1914 a causa delle sue posizioni interventiste a favore della guerra, Mussolini intuisce tre cose: le debolezze del partito socialista italiano, le debolezze del socialismo reale creatosi nella russia di Lenin, e che la prima guerra mondiale aveva avuto un valore socialmente molto dirompente. Si era reso conto infatti che gli ex combattenti sarebbero stati una massa di manovra molto significativa ed utile dal punto di vista politico e che quindi bisognava non perdere il contatto con essi.

I governi italiani che si succedono tra il 1919 ed il 1920 faticano a trovare una soluzione alla crisi sociale ed economica dell’epoca, schiacciati tra le trattative internazionali e le insoddisfazioni di molti italiani per quella che viene già definita una vittoria mutilata.

Nel 1919 nascono i fasci di combattimento che proclamano loro nemici i borghesi, i clericali ed i socialisti.

Il fascismo, movimento che raccoglie forze eterogenee, senza obiettivi chiari o un’ideologia di fondo, esprime la ricerca di una qualche soluzione alternativa basata su una forte accentuazione del sentimento nazionale e sulla ricerca di una qualche attuazione di uno stato sociale diverso da quello liberale tradizionale.”(p)

“Raggiungere un punto avanzato nella lotta per il potere vuol dire imporre rapporti di forza favorevoli e poter contare su una situazione di ingovernabilità del sistema esistente in cui sia possibile affermare un reale contropotere. Le condizioni per la conquista del potere si determinano solo per una breve fase in cui l’avversario è debole e non può dispiegare integralmente tutti i mezzi di cui dispone. Se non viene colta l’opportunità che si presenta in quella fase si apre la fase della sconfitta e del riflusso.”

“L’essenza della politica consiste nell’individuare il proprio nemico principale. Ed ovviamente nella capacità di saperlo riconoscere, di capire chi veramente esso sia.”

Quel tanto di speciale, quel tanto di sacrale, quel poco che è reale forse basta a salvarci (tono dimesso)

“Nel 1812-’13 lo Stato Maggiore Prussiano scatena dei sommovimenti antinapoleonici attraverso l’emissione dell’Editto Prussiano sulla milizia territoriale o Landsturm, recepito quale legge dall’ordinamento interno, con tanto di firma del primo ministro. Agli artt.61-62 di tale editto sta scritto:

« Ogni cittadino ha il dovere di opporsi al nemico invasore con qualsiasi tipo di arma.[…] Scuri, forconi, falci e lupare vengono espressamente raccomandati.[…] Ogni prussiano ha il dovere di non obbedire ad alcun ordine del nemico, bensì di danneggiarlo con ogni mezzo possibile. Anche se il nemico volesse ristabilire l’ordine pubblico, nessuno è autorizzato a obbedirgli, perché così facendo si finirebbe per facilitarne le operazioni militari.[…] Gli eccessi di una canaglia sfrenata sono meno nocivi di un nemico nelle condizioni di poter disporre liberamente di tutte le proprie truppe.[…]”

Perso nelle città, potevi avere il mondo (tono dimesso)

“La psicologia collettiva accosta e non discerne. Tende a seguire chi crea una dimensione della speranza con estrema semplicità. L’idea che si possano convincere le persone in maniera razionale non ha efficacia, la politica ha dimensioni emotive, narrative e di coinvolgimento in qualche modo collettivo in quanto deve cercare di mettere insieme la doppia natura dell’uomo, contrassegnata dall’esistenza di un bisogno di socialità e di un bisogno d’individuazione intrinsecamente conflittuali.”

“Il moderno dittatore, sostiene Le Bon ne La psicologia delle folle, deve saper cogliere i desideri e le aspirazioni segrete della folla e proporsi come l’incarnazione di tali desideri e come colui che è capace di realizzare tali aspirazioni. Anche in questo caso l’illusione risulta essere più importante della realtà, perché ciò che conta non è portare a compimento tali improbabili sogni quanto far credere alla folla di essere capace: “nella storia l’apparenza ha sempre avuto un ruolo più importante della realtà”. Le folle non si lasciano influenzare dai ragionamenti. Le folle sono colpite soprattutto da ciò che vi é di meraviglioso nelle cose. Esse pensano per immagini, e queste immagini si succedono senza alcun legame. L’immaginazione popolare é sempre stata la base della potenza degli uomini di Stato, dei trascinatori di folle, che il più delle volte, non sono intellettuali, ma uomini d’azione. Questi sono poco chiaroveggenti, ma non potrebbero esserlo, poiché la chiaroveggenza porta generalmente al dubbio e all’inazione. Essi appartengono specialmente a quei nevrotici, a quegli eccitati, a quei semi-alienati che rasentano la pazzia. Per quanto assurda sia l’idea che difendono o lo scopo che vogliono raggiungere, tutti i ragionamenti si smussano contro la loro ferma convinzione (nella neuro-psichiatria essa prende il nome di “Pseudologia fantastica” – chi crede alle sue stesse bugie)” .

Non si esce vivi dal novecento(tono dimesso)

“Mentre la fatica del lavoro industriale si esercitava sui corpi, i muscoli, le braccia, oggi si esercita sul linguaggio, l’intelligenza, gli affetti, la totale reperibilità temporale tramite smartphone ed internet, innescando nuove forme di sofferenza, alienazione e schizofrenie. L’esistente è rimpicciolito. L’esistente è esaurimento. Sarà inevitabile un ritorno feroce dell’irrazionale, un assetato inconscio desiderio di laico paganesimo rituale e mistico.  Le pulsioni continuano a funzionare secondo la logica loro propria dell’appagamento. L’attuale canalizzazione del piacere, saziando solo a livello caricaturale pulsioni addomesticate da modelli pubblicitari finti, o tramite surrogati placebo di mediazione tecnologica, rende insoddisfatto tutto l’apparato psichico. Il senso di felicità derivante dal soddisfacimento di un moto pulsionale si scontra con le ansiogene ed eccessive richieste che la civiltà dell’algoritmo, sodomizzandolo nella psiche, pone all’uomo, parcellizzato ed isolato.”

“Senofonte, giunto finalmente sulla costa del Mar Nero, presso Trapezunte (Trebisonda) con il famoso grido “Thálassa! Thálassa!” (“Θάλαττα! θάλαττα!”) (il mare il mare) , vedrà però il fallimento dei suoi propositi di essere l’ecista di una nuova colonia ellenica e dopo numerose peripezie porterà l’armata a combattere per il re di Tracia Seute II, ed infine la consegnerà, a Pergamo, al generale spartano Tibrone che stava allestendo un esercito per una nuova guerra contro i persiani.” (f)

“E adesso, cantiamo tutti insieme:

Tu! Tu!
Tu pure sai
Che non va la vita
Com’è ragazzo mio
Ci son volpi di qua
Lestofanti di là
Mille topi tutti per te
Le zanzare che pungono me
Sono le stesse che poi
Pungeranno te
E tutto questo perché
Con tanti galli che cantano
Non si fa mai… giorno!

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Ci son tanti galli che cantano
Chichichirichichi
Troppe galline rispondono
Cococoroccocco
E se i piccioni spariscono
Cucucuruccuccu
Tutte le papere piangono
Quaquaquaraqquaqqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaquaE se domani pure tu
Ragazzo mio
Vedi un’aquila lassù
Tu vai con le gambe che hai
In un posto che sai
Dove lei non può arrivare mai
C’è una tigre
Dietro al cespuglio
Che aspetta là
Dove passerai
Non andare
Finché il gallo canta
Il gallo che canta
Non ci casca mai
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Attenti al matto!

Con! Con!
Con tanti galli che cantano
Chichichirichichi
Troppe galline rispondono
Cococoroccocco
E se i piccioni spariscono
Cucucuruccuccu
Tutte le papere piangono
Quaquaquaraqquaqqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Il gallo si sa
Becca qua becca là
La talpa fa
Tutti i buchi che può
E il gatto non va
Dove il pesce non c’è
Il lupo scenderà quaggiu
Il coccodrillo sa
Che presto morderà
E che nessuno lo prenderà
Ed il giaguaro è già pronto

A colpire finché
Ogni gallo canterà

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Attenti al matto!

Chi! Chi!
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua!!!”

Soundtrack1:”Sleep sound”, Jamie xx

Soundtrack2:”Mercy mercy me”, Marvin Gaye

Soundtrack3:”Futura”, Lucio Dalla

Soundtrack4:”Messenger”, Blonde Redhead

Soundtrack5:”Distilled”, Blonde Redhead

Soundtrack6:”L’estate”, Vivaldi

Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

*L’ing. Paolo Pretocchio è un personaggio di fantasia che cerca di uscire dalla fantasia per trasferirsi provvisoriamente in una forma di fuoriluogo.

Manco quella

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sdoganare

Ansia urbana 3

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I’m a reasonable man. Get off my case“. Qui dentro non si respira: come da diversi giorni a questa parte, anche oggi la Metro B arriva a Piramide quando ne ha voglia. C’è il tabellone dei tempi di attesa, ovviamente truccato: per un bel po’ resta nero, poi, dopo un diciamo 3 / 4 minuti di ostinato silenzio, ci dice che mancano 8 minuti al prossimo treno – in questo modo, se e quando qualcuno si degnerà di fare un po’ di benchmark sulla qualità del (dis)servizio di trasporto pubblico romano non troverà mai picchi più alti di 8 minuti – che geni, eh?

La sensazione è di sconforto e frustrazione, un po’ come quando, sul Roma – Padova mi è venuta una colica renale. Dopo un po’ di manovre e dopo aver dovuto esercitare un po’ di pressione fisica sul muro pulsante che tende a respingermi sulla banchina, sono dentro. Incazzato, in mezzo a migliaia di altri esseri umani variamente incazzati, guardo di traverso i coglioni che abbracciano i mancorrenti, i timidi che non vogliono proprio spostarsi in un’area che non sia a 10 centimetri dalle porte, gli imbecilli che entrano con lo zaino sulle spalle sui cui ragazze raffreddate spalmano cucchiaiate di muco nasale.

Ogni tanto mi perdo a guardare i loro capelli – non cessano di stupirmi i risultati delle mie mini-statistiche su quante persone (uomini e donne) escano di casa senza essersi fatte uno shampoo. “Datemi il superfluo, farò a meno del necessario“: deve essere questa la massima che avevano in mente questi fenomeni dell’ATAC quando progettavano i nuovi convogli; non ci viene concesso il diritto a spostarci in modo dignitoso – per la verità non ci è concesso di essere dignitosi, e spesso siamo proprio noi quelli privi di dignità, vedi alla voce Scureggiatore Misterioso – ma in compenso possiamo contare su un piccolo televisore sistemato in corrispondenza delle porte. Sono perso in pensieri vagamente criminali, la rabbia (esistenza, lavoro, vita in generale, “va tutto bene, ma io sono morto”) mi risale acida come un reflusso gastrico, mentre istintivamente guardo lo schermo senza attenzione: mi rimangono impressi solo gli spot di ristoranti giapponesi all-you-can-eat a quote sospettamente basse. Ma ecco che sul display appare un cartone animato che ha come protagonista un ladruncolo, rappresentato come un tizio magro, alto e un po’ curvo, vestito con una tuta nera, una mascherina sugli occhi. Una bojata immonda, che ricordo di aver già visto in precedenza sugli altrettanto inutili schermi installati sugli autobus.

La storia. Al ladruncolo ne capitano di tutti i colori, è talmente malaccorto e sfortunato che tutte le sue imprese criminose sono destinate al fallimento. L’episodio (diciamo così) che ho visto ieri merita un premio speciale, però. Il ladro punta un signore vestito in abiti eleganti ottocenteschi, redingote e cilindro inclusi; si impadronisce in qualche modo del suo portafoglio: invece di concentrarsi su denaro e valori, il nostro sciocco protagonista consulta la carta d’identità della sua vittima, scoprendo che di nome fa “Jack” e di congnome “Lo Squartatore“, nato non-so-dove nel 1842. Un attimo dopo il derubato afferra il ladro per il collo. Sipario. Il mio problema, che ormai assomiglia ad una perversione, è che in questa merda io mi sforzo di vederci un senso. Lo so, è un atteggiamento assurdo, essendo lampante che questo cartone è il parto di qualche “creativo” fallito e raccomandato che campa con i soldi delle mie tasse. Ma io insisto: qual è il senso di questa cosa? Davvero. Avrei capito se si volesse dare l’idea che il crimine non paga, che l’ATAC, la polizia e in generale le autorità vigilano costantemente sull’incolumità dei cittadini… Ma il messaggio trasmesso da questo prodotto inutile, realizzato in modo sciatto da qualcuno asfissiato dalla mancanza di idee, sembra piuttosto: il comportamento criminale paga fino a quando non interagisce con una condotta ancor più criminale. Ripensandoci, penso che l’animazione rappresenti perfettamente la mia città.

Il problema siamo noi, non la spunta blu

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Togliamo dal ragionamento gli stalker, ok? Togliamoli, ché con gli stalker diventa un problema anche abitare a un certo indirizzo: né, per dire, uno si può scagliare contro la consuetudine di assegnare un nome a ogni via e un numero civico ad ogni portone. Gli stalker sono roba da ordine pubblico, e come tali vanno affrontati, Whatsapp o non Whatsapp.
Ecco, stalker a parte io mi domando: chiunque siano A e B, se A dà il numero di cellulare a B, B gli scrive su Whatsapp, ad A non va di rispondere, oppure non può perché sta facendo altro, oppure non vuole dire dov’è, oppure ha deciso di far impazzire B per i motivi più disparati, B si incazza perché vede la famigerata spunta blu apparire sul telefonino e allora A e B litigano, si insultano, si odiano, si picchiano, si lasciano, sarà colpa di A e B oppure di quella spunta?
Voglio dire: saranno affari di A e B se A è uno stronzo/a che non risponde mai ai messaggi, oppure se B è un/a ossessivo/a-compulsivo/a che si fa prendere una crisi di nervi quando non ottiene una risposta entro tre minuti, oppure tutte e due le cose insieme, mirabilmente innescate in un meccanismo di reciproca amplificazione, o devono diventare tutti problemi di Zuckerberg che ha introdotto la conferma e l’orario di lettura?
Occhio: non sto facendo la predica né agli “sfuggenti”, che si lamentano perché verranno più facilmente “incastrati”, né agli ansiosi, che si lagnano perché vedranno aumentare la loro angoscia; anche perché probabilmente io stesso, a seconda delle situazioni, sono occasionalmente cascato nell’una o nell’altra categoria. Sto solo dicendo che mettere in croce Whatsapp per la propria stronzaggine o per la propria ansia non mi pare un’idea particolarmente sensata.
Dice: ma io questo software l’ho comprato.
E capirai, hai pagato 89 centesimi per un anno.
Dice: sì, ma è una questione di principio.
Benissimo: allora, se è una questione di principio, al limite chiedete a Zuck se vi rimborsa la quota parte di quegli 89 centesimi corrispondente alla porzione d’anno da oggi alla scadenza.
Ma per l’amor di dio, smettetela di far finta che il vostro problema sia la spunta blu.
Il vostro problema siete voi, e quella spunta non fa che metterci sopra un bel riflettore.

Dispensa per il Disagio Sociale, Capitolo 2

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Da leggere in coppia con l’ottima lista del collega Canimorti, pubblicata un paio  di giorni fa  (http://libernazione.it/dispensa-per-il-disagio-sociale-capitolo-1/), ritorniamo sull’audace e mai fuori moda argomento dell’ansia sociale.
Sin da piccola sono sempre stata una persona particolare.
“Signora Alpi, è una bambina!” mi annunciò l’ostetrico. Un inizio piuttosto banale. Se non fosse che mia madre, guardatami, pensò ad alta voce “Sembra Edward G. Robinson.”

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Posso confermare, in questa foto in cui avevo vent’anni gli somiglio molto.

Sviluppai, già da subito, quel disagio sociale che ti porta a usare un calzino fingendo che sia un cellulare per non parlare con i vicini mentre entri in casa trasportando biancheria pulita. Per amore di interpretazione, comunque, va detto che ho continuato a fingere di parlare tramite un calzino fino a quando non sono entrata a casa, essendomi talmente immedesimata nella situazione da salutare il mio interlocutore di cotone dicendo “Ok, ci sentiamo dopo, ciao ciao!”
Il calzino, comunque, non mi ha mai richiamata.

L’ansia sociale è un problema, per noi affetti da. Ci chiamano sociopatici. Strisciare dietro al divano per non salutare i parenti è difficile se il tuo divano è attaccato al muro, ad esempio.

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“Allora, non hai ancora trovato una ragazza?” “Nonno, per favore…”

E quell’orribile sensazione del telefono che squilla, e tu riconosci il numero, ed è un call center, e tu sei combattuto fra il senso di praticità del dire “no, non mi interessa” (cosa che dovrebbe fermarli almeno per qualche giorno) e l’angoscia del dover interagire con un altro essere umano?
Le prenotazioni telefoniche, per esempio, sono le nostre nemiche più antiche. Il discorso, solitamente, viene preparato con un’attenzione che non si riserva nemmeno alla preparazione dell’esposizione della tesi, e dimenticato immediatamente, perché all’altro capo c’è una persona viva.

“Buonasera, Ristorante Necci.”
“Buongiorno… cioè, scusi, buonasera. Volevo prenotare per sei… no scusi, scusi, per sette, per stasera alle otto.”
“Stasera alle otto.”
“No, mi scusi, volevo dire domani.”
“Non si preoccupi. Per sette?”
“Sì. Cioè, dovremmo essere sette, poi se qualcuno non viene non so…”
“Non c’è problema. Il nome?”
“Giulia.”
“Come ha detto?”
-Oddio, gli ho detto il nome. Adesso penserà che sono stupida. Meglio fare finta di niente.
“Sì, Giulia è il cognome.”
“…capisco. A domani, buonasera.”
“Ciao!”

Embarrassed daughter
“Porca puttana, ho salutato con ‘ciao’..!”

Una volta, pur di non prendere l’ascensore con altre persone, sono riuscita a dire “Grazie, aspetto il prossimo.” Il prossimo. Come i taxi.
Il taxi l’ho sempre odiato, peraltro. Soprattutto quando ci sono quei tassisti che vogliono per forza fare conversazione, e tu vorresti essere morto, piuttosto. Sempre con quelle domande, tipo “Dove andiamo?” Più di una volta ho pensato di far finta di essere muta, o straniera, e di entrarci con in mano un foglietto con su scritta la destinazione. E una volta, poi, mi capitò di salire sul taxi del padre di un’amica, che doveva accompagnarci non ricordo dove. Saltai su dicendo “SEGUA QUELL’AUTO!!” ma nessuno colse il topos cinematografico. Poi dice che uno odia gli altri.

bear-taxi

O i parrucchieri. Ora ricordo perché ho smesso di andarci: mi veniva l’ansia perché non sapevo cosa avrei potuto dire per non sembrare ritardata, o maleducata. Meglio le doppie punte. Sono arrivata a portarmi da studiare dall’estetista, una volta, pur di non doverci parlare.

I negozi, poi, sono anche peggio. Il commesso che viene a chiederci “Serve aiuto?” è sufficiente a farci abbandonare il posto, naturalmente non prima di aver finto di ricevere un’immaginaria telefonata e dover quindi uscire fuori velocemente senza dover dire “grazie-arrivederci”.

Gli amici l’ansia sociale la capiscono. Capiscono benissimo che il tuo “Sono stanca” significa “Voglio giocare a Zelda sul divano”. Capiscono benissimo che non li odi, se non ti va di andare al cinema di sabato sera. O di andare al pub di sabato sera. O di fare qualsiasi cosa il sabato sera che non sia stare chiuso dentro casa.

 

A te piacciono le mezze misure: il ristorante con troppa gente è fastidioso, c’è l’umanità, e l’umanità noi la si evita. Ma il ristorante vuoto è forse anche peggio: i camerieri possono interagire solo con te. I camerieri portano l’ordine sbagliato e tu non hai il coraggio di dirglielo, perché sarebbe troppo disturbo. Gli dici “Grazie” con lo sguardo basso, e il tuo fidanzato ti fa “Ma non avevi chiesto la pasta senza prezzem…” “ZITTO, PER CARITA’!!!”, gli dici tu fra i denti, terrorizzata dal fatto che il cameriere possa aver sentito.

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Tutto ciò che comporta una stanza con più di quattro persone è un problema, e alle feste con tanta gente, di tanto in tanto, voi vi isolate facendo la figura della persona profonda e riflessiva, mentre invece state cercando una scusa plausibile per andarvene via. Ho affrontato l’Ostiense alle 4 del mattino a piedi, pur di non rimanere in una discoteca insieme a persone che non sopportavo e che tentavano di coinvolgermi a fare cose.

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“Sei la persona più socievole e al contempo più sociopatica che io abbia mai conosciuto”, mi ha detto la mia migliore amica.

Vero. Non tutti i sociopatici sono asociali. Siamo solo dei simpatici antipaticoni.

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Poi vai a capire perché in questa foto c’è un’immagine di Milano in una giornata di sole.

Alle elementari ero solita disegnare sul banco inventandomi storie nella testa. “Signora” diceva la maestra, “sua figlia vive in un mondo tutto suo.”
Questa evasione dalla realtà cominciò a diventare spaventosa quando si protrasse all’università, ma lì poi incontrai una persona che faceva la stessa cosa, e alla domanda dei più “Scusa, ma tu a casa tua disegni sul tavolo?” rispondeva “In realtà sì.” Lo faceva davvero. Quella persona divenne il mio migliore amico anche per questo motivo.

Gli sconosciuti sono il male. Noi sociopatici li evitiamo trovando qualsiasi scusa. In discoteca fingevo di essere gay per non venire rimorchiata e non dover parlare con sconosciuti. Dopo un po’ smisi di andarci. Dopo un po’ iniziai a sperare che esplodessero tutte. Lontano da me, in modo che non dovessi andare a testimoniare dai carabinieri e avere in ogni caso interazioni umane.

I miei peluches erano i miei migliori amici, da bambina: non interagivano mai, non ti invitavano alle feste e non insistevano per uscire il sabato. Sognavo segretamente, però, delle avventure. Ma delle avventure mini, in cui non si era in più di cinque persone, fidate e non stressanti (non c’erano quindi camerieri, commessi o tassisti), e comunque i ninja cattivi da combattere erano robot, e non esseri umani, in modo da non doverci parlare, ma solo gettarli nella lava rovente.

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Poi è uscito “Toy Story”, e ho vissuto nel terrore che i miei giocattoli potessero coalizzarsi la notte per strozzarmi perché in realtà non mi sopportavano.

I miei eroi erano tutti solitari, d’altra parte: Indiana Jones non era sposato e cambiava fidanzata in continuazione, Bruce Willis era sempre divorziato e in pensione, il professor Alan Grant non voleva figli.

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Noi siamo quelli che se in autobus vediamo qualcuno che conosciamo poco, ma abbastanza da dover salutare, siamo capaci di diventare intangibili. E di alzare la musica del lettore mp3, sperando che serva a renderci meno individuabili.

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Alle poste io cerco sempre di mettermi in fila dall’impiegato che odia il suo lavoro: niente chiacchiere, solo timbri. Invece capito sempre da quell’altro, che fa le battute sul cognome. Al supermercato uguale. “Abbiamo fame, eeeeeehhhh?????????” quando ti presenti alla cassa con tre pacchi di biscotti.

No. Non li mangerò tutti. SONO SOLO FINITI I BISCOTTI.

Ma noi siamo sociopatici. Quindi sorridiamo dicendo “Eh eh, sì.”

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Siamo persone speciali, noi sociopatici. Non odiamo il prossimo, è solo che non sappiamo che dirgli. Non è che non sia interessante, però ecco, non ci va di parlare di niente. Non vogliamo spiegarvi cosa facciamo nella vita, né che musica ci piace ascoltare.
Ma a voialtri noi serviamo. Vi piace darci degli asociali. Vi piace un sacco. E un po’ piace anche a noi, perché così siamo legittimati da cafoni maleducati. “Tanto sono asociale.” E il cameriere vi sputa nel piatto.

Siamo così incapaci di dimostrare alla commessa che, fuori dal negozio, ci osserva distratta mentre fuma una sigaretta, che abbiamo sbagliato direzione, da fingere di ricevere la solita telefonata che stavolta, per qualche motivo, ci spinge a tornare sui nostri passi.
Meglio aiutare il tutto da un’affermazione semigridata tipo “Ma sei già lì?! Allora arrivo!”

Non si può non provare affetto per una persona capace di tirare fuori un’interpretazione così disperata.
Specialmente se, mentre fate la vostra sceneggiata, il cellulare vi squilla sul serio.

 

 

JJ

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