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Angelino Alfano

Cirinnà: un passo avanti, molti indietro

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No, qui se uno legge certi commenti sulla legge Cirinnà, pure quello dell’amico Tad, pare che ci si debba congratulare col PD per aver portato a casa chissà cosa.

Praticamente una legge che sarebbe già stata arretrata è diventata qualcosa di praticamente ridicolo. Perché è vero che contano i risultati pratici, e che la situazione di moltissime coppie sarà migliorata rispetto al nulla che lo stato offriva senza ricorrere ai tribunali. Questo tipo di leggi, però, servono anche a segnare principi, hanno un significato storico che va al di là della portata pratica.

Siamo un paese dove si vaneggia dell’introduzione di un reato di omofobia dai contorni vagamente definiti, laddove il primo a discriminare è lo Stato. E tale rimarrà dopo la legge Cirinnà.

Approvare il matrimonio omosessuale sarebbe stata la più grande operazione antiomofoba possibile: lo Stato avrebbe finalmente segnalato chiaramente che gli omosessuali non sono cittadini di serie B.

I compromessi fatti per approvare la legge hanno totalmente ribaltato questo significato. Niente matrimonio perché “il matrimonio è solo tra donne e uomini”, una petizione di principio totalmente arbitraria che qui in italia passa per ragionevole buon senso. Quindi vabbè niente matrimonio.

Niente stepchild adoption perché “i froci sennò si comprano i figli all’estero”. Certo, mica perché ci sono coppie omosessuali con figli avuti da precedenti unioni. La gestazione per altri (il temibilissimo “utero in affitto”) esiste da decenni e moltissime coppie eterosessuali vi ricorrono. Qualcuno propone di restringere la disciplina delle adozioni all’interno del matrimonio eterossessuale per evitare il rischio? Ma certamente no, perché a nessuno frega un cazzo dell’utero in affitto, alla maggioranza di governo frega mettere i bastoni tra le ruote agli omosessuali, segnalare che sono diversi, non sono adatti a crescere figli, sono moralmente inferiori.

E alla fine, proprio per rimarcare questa inferiore moralità, niente obbligo di fedeltà. Cosa che viene spacciata addirittura come moderna, “non è lo Stato che deve intromettersi tra le lenzuola”. Ma come no! A parte il fatto che l’obbligo di fedeltà non vuol dire solo che non si debba scopare fuori dal matrimonio ma è l’obbligo di mantenere una leale collaborazione all’interno della coppia. Soprattutto, questa lettura pseudoliberale è immediatamente contraddetta dal fatto che a imporre lo stralcio dell’obbligo è stato Alfano. Non prendiamoci in giro: lo stralcio è solo un altro modo di dire, il matrimonio è cosa seria, le unioni omosessuali sono un po’ come le storielle tra fidanzatini delle scuole medie, una roba effimera; inutile sancire l’obbligo di fedeltà a gente che non può assumere impegni affettivi seri.

Insomma, cari tutti, qui stiamo sancendo e perpetuando per legge una discriminazione. E a farlo è un governo che si dichiara progressista, addirittura “il più di sinistra della storia d’Italia”. La storia della legge Cirinnà dimostra invece che questo è un governo con una maggioranza conservatrice, senza neppure uno straccio di liberalismo per consolarci. Quindi facciamola finita con sti festeggiamenti di facciata e cerchiamo di capire come stiamo davvero messi politicamente. Perché se non si riesce ad approvare un provvedimento progressista perché i grillini, cioè un’accozzaglia di gente dichiaratamente senza consistenza politica, si tirano indietro, per me stiamo messi malissimo.

Abbiamo vinto. Lode al governo

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Dunque ricapitoliamo: il Senato della Repubblica ha approvato (dopo aver giurato e spergiurato che non era possibile) la fiducia su un provvedimento il quale

  • conferma la discriminazione degli omosessuali nei confronti dell’istituto del matrimonio
  • istituisce una forma distinta di unione (Senta signora Parks, lei su quel posto non può proprio sedersi: che ne dice se invece facciamo un bello sgabello dedicato solo a voi… abbronzati?)
  • elimina il riferimento alla possibilità di adozione del figlio del partner (nonostante essa sia già possibile). Lo ripeto perché magari non è abbastanza chiaro: OGGI la stepchild adoption, ancorchè complicata, è possibile ma il DDL Cirinnà fa finta che non esista
  • viene festeggiato con toni trionfalistici dall’onorevole Angelino Alfano (peraltro ministro e vicepresidente del consiglio del suddetto governo) che, dall’alto degli ZERO voti conquistati dal suo partito alle elezioni politiche del 2013 ha dettato praticamente l’intera linea di governo dall’inizio della legislatura imponendola ad ampie porzioni del partito di maggioranza.

Eppure, nonostante tutto questo, nonostante la disuguaglianza formale tra matrimonio e unione civile possa comportare facilmente una discriminazione pratica (c’è uno sgravio per le coppie sposate? chi ha detto che debba essere esteso alle unioni civili? e le graduatorie comunali e regionali per l’accesso ai servizi? e il calcolo dell’ISEE? etc. etc.), nonostante sia evidente che il prossimo che si azzarderà a chiedere, banalmente, l’uguaglianza di fronte alla legge si sentirà rispondere “Cazzo vuoi? Ti abbiamo pure fatto le unioni civili. Fila via, che i VERI problemi sono altri” (con buona pace di chi ci crede davvero e ha tutta la mia stima per questo), nonostante di fronte alla discriminazione non può esserci trattativa o compromesso (o sei discriminato o non lo sei, tertium non datur), gli alfieri del bispensiero renziano ci raccontano del fantastico risultato raggiunto, si commuovono per l’elemosina ricevuta e tacciano gli altri di disfattismo e ingenuità. Ed io non so se sia più deprimente immaginarli in malafede o meno.

P.S.: ovviamente è tutta colpa dei grillini

Il far west delle proposte di pancia

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Dopo la strage di Milano, in cui hanno perso la vita tre persone (un giudice, un avvocato e il coimputato dell’assassino) si è alzata una levata di scudi contro la presunta facilità della concessione del porto d’armi. Giardiello era in legale possesso dell’arma con cui ha compiuto il massacro.

Come puntualmente accade dopo eventi di questo tipo, si tende a chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati. Però, quella stalla, c’è modo e modo di chiuderla. Se il contadino erigesse un muro di cemento armato, magari con delle pratiche feritoie per le balestre, tutti gli darebbero dell’imbecille, e a buon ragione. Allo stesso modo, imbecilli sembrano le richieste, ora, di rivedere i processi di assegnazione delle licenze di porto d’armi.

Giardello, per ottenere la sua semiautomatica licenziata per il tiro al volo, ha percorso l’iter previsto: diverse visite mediche (di cui una con medico legale), certificati di pulizia della fedina penale, autorizzazione della questura. Non aveva la licenza per portarla con sé (solo per difesa personale, ventimila casi in tutta Italia), ma per usarla a fini sportivi. Avere avuto una legge più severa a riguardo avrebbe cambiato qualcosa? Decisamente no. E allora perché perdiamo tempo a parlarne sull’onda, pericolosissima, della carica emotiva post-strage? È come pensare che la scelta di avere, negli aerei, sempre due persone in cabina di pilotaggio possa mettere al riparo da eventi come quello del disastro Germanwings. Siete seri?

Che poi, è sempre il solito discorso: ricorrere alla forza di legge come riparo rispetto ad eventi imprevisti e imprevedibili. Introducendo quindi divieti, burocratizzazioni, complicazioni assortite che colpiscono tutti nel tentativo di prevenire ciò che prevedibile non è, cioè provando a intrappolare comportamenti individuali che –non avendo una sistematicità– non saranno influenzati da nessun regolamento. Se qualcuno decide di sparare, una mattina, spara.

La cretineria, e l’arroganza, è sempre quella di pensare che sia possibile ingabbiare azioni e inclinazioni (giuste o sbagliate che siano) con dei divieti. La domanda di droga, la domanda di armi, di prostituzione c’è, esiste, e con essa esisterà anche un’offerta. Resta da capire quale fetta di questa offerta sia da consegnare al mercato nero, investendo in forze ordine pubblico che cerchino di reprimerla; o quanta regolarizzare, mantenere sotto controllo, monitorare. Rafforzare il divieto rischia di far perdere solo monitoraggio e coscienza della situazione, senza avere alcun effettivo beneficio di disincentivo.

C’è chi parla di “far west italiano” (Repubblica, ça va sans dire), a fronte di un mercato delle armi italiane che praticamente esporta e basta. Non sono un fan del mercato delle armi all’americana, ma nemmeno delle proposte stupide. Oltre che fastidiose, rischiano di diventare un pericolo.

Alfano, per non smentirsi, comunque ha già aperto ad una possibile nuova legge.

Ivan, il terribile se conviene

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Vediamo se ho capito: il presidente del consiglio Matteo Renzi, in tempi non sospetti, si pronuncia esplicitamente contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso, precisando di voler introdurre delle unioni civili ad hoc sulla falsariga delle civil partnership tedesche.
Il che, detto che la cosa sarebbe comunque un bel passo avanti, ha un significato ben preciso: Renzi ci tiene a sottolineare, sul piano del principio, che il matrimonio è un istituto riservato alle coppie eterosessuali; tant’è che per le unioni gay che intende introdurre parla espressamente di “compromesso“, con ciò sottolineando una differenza che secondo lui, evidentemente, deve essere e restare ben chiara per tutti.
Ebbene, a quanto mi consta nel governo Renzi Ivan Scalfarotto fa il sottosegretario, mica l’usciere: e non mi risulta, a meno che non mi sia sfuggito qualcosa di clamoroso, che abbia mai trovato nulla da dire sul distinguo chiaramente operato dal suo leder.
Senonché, a un certo punto succede che il distinguo lo fa Alfano, affermando che “in Italia non è possibile che ci si sposi tra persone dello stesso sesso”: cioè ribadendo lo stesso, identico principio sostenuto da Renzi. Allora, come d’incanto, Scalfarotto si sveglia: si tratta, nientepopodimeno, di “una retromarcia di retroguardia oscurantista”.
Ora, detto da un lato che Alfano non pare aver capito esattamente di cosa si sta parlando, e dall’altro che le civil partnership di Renzi non si sono ancora viste, un fatto mi pare piuttosto chiaro: sul significato della parola “matrimonio”, cioè sul principio che per sposarsi occorre essere un uomo e una donna, i due sembrano perfettamente d’accordo.
Qualcuno, se ha due minuti di tempo, mi faccia il piacere di spiegarlo anche a Scalfarotto.

La Costituzione che non esiste

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Saranno dettagli, eh. Però leggevo sull’Huffington Post la dichiarazione con cui (anche) Angelino Alfano prima ha “aperto” alle unioni gay, e poi si è subito affrettato a non esagerare con l’apertura:

Rispettiamo l’affettività di tutti. Se c’è da garantire maggior tutela ai problemi delle tante persone che convivono noi siamo pronti. La nostra, però, è un’apertura con un avvertimento: non si tocchi la famiglia naturale, composta da uomo e donna, come recita l’articolo 31 della Costituzione

Allora, siccome quando mi ci metto sono un tipetto pignolo, e visto che non ricordavo a memoria l’articolo 31 della Costituzione, sono andato a rileggermelo:

La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.
Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo

Ora, come dicevo: saranno dettagli. Però, anche dopo averlo letto due o tre volte, non mi pare che l’articolo citato da Alfano specifichi espressamente che il matrimonio debba avvenire per forza tra “un uomo e una donna“; né tale previsione è esplicitamente contenuta nei precedenti articoli 29 e 30. Intendiamoci, non dubito affatto che il concetto possa essere considerato sottinteso: giacché nel 1947 l’idea di una famiglia composta da due persone dello stesso sesso non era ipotizzabile neppure per scherzo; tuttavia, ne converrete, citare una circostanza implicita a suffragio delle proprie posizioni non è esattamente il massimo, specie se si decide di utilizzare (a sproposito) il verbo “recitare“.

Così come non è il massimo, per dirne un’altra, il riferimento alla cosiddetta “famiglia naturale“: locuzione anch’essa del tutto assente nell’articolo 31, com’è agevole rilevare, nonostante quello che Alfano vorrebbe farci credere.
Ora qualcuno dirà: vabbe’, stai spaccando il capello in quattro. La nozione di “famiglia naturale” è contenuta nell’articolo 29, mica vorrai mettere in croce il buon Angelino per aver sbagliato articolo? Via, dove siamo, a Rischiatutto?
Ennò, amici miei. No. Perché l’articolo 29, a leggerlo perbene, dice una cosa un tantino diversa:

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio

Capirai, direte voi. Non c’è scritto “famiglia naturale”, c’è scritto “società naturale“, che differenza vuoi che faccia?
E invece la fa. Fa una differenza abissale. Perché dire che il matrimonio è riservato alla “famiglia naturale” (cosa che la Costituzione non fa) significa (anche qua ci sarebbe da discutere, ma lasciamo correre) che esso debba essere riservato agli eterosessuali; mentre dire che “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale” (cosa che la Costituzione fa) è tutto un altro paio di maniche, che c’entra col sesso quanto io c’entro coi concorsi di bellezza.
Riconoscere la famiglia come “società naturale” significa affermare che la sua legittimazione è precedente, anteriore alla Costituzione, e che la Repubblica non può che riconoscerne le leggi e i diritti come essi esistevano già ben prima di lei, senza pretendere di intervenire a modificarli o a limitarli in alcun modo: ad esempio riconoscendo come famiglie soltanto quelle in cui l’educazione sia ispirata ad alcuni principi piuttosto che ad altri.
Capito? Quella locuzione, “società naturale”, risponde allo spirito sostanzialmente antifascista della nostra Costituzione: e non c’entra niente, ma proprio niente, con il sesso degli sposi, al di là dell’aggettivo che è lo stesso ma è usato per finalità completamente diverse.
Anzi, a volerla leggere in modo (neppure esageratamente) estensivo, quella formulazione potrebbe addirittura condurre a considerare i matrimoni tra omosessuali meritevoli di tutela in quanto tali, se solo si dimostrasse (come pure sarebbe possibile) che essi hanno un profilo “storico” preesistente alla nascita della Repubblica; e che lo Stato, lungi dall’esprimere un giudizio sulla loro ammissibilità, dovrebbe limitarsi a riconoscerli e basta.

Forse, lo ripeto, sono dettagli.
Ma anche i dettagli sono importanti, quando hanno lo scopo di indirizzare l’opinione pubblica da una parte o dall’altra facendo leva su inesattezze, approssimazioni e forzature che sembrano impercettibili, ma che alla fine della fiera possono diventare decisive.
Voglio dire: chi avesse preso per buone le parole di Alfano senza prendersi la briga di controllare potrebbe credere, di qui all’eternità, che nella nostra Costituzione sia stata scritta davvero la locuzione “famiglia naturale”. Che la nostra Costituzione parli davvero di “un uomo e una donna”.
Cose non vere, come abbiamo visto, ma che nell’immaginario collettivo finiscono per diventarlo a prescindere dalla realtà, perché uno come Alfano (o chi per lui, giacché si tratta di un’abitudine ormai largamente consolidata da una parte e dall’altra) ha avuto l’alzata d’ingegno di venirci a raccontare che è così.

Ecco, io credo che ci vorrebbe un minimo di attenzione, quando ci si avventura in simili esternazioni.
E magari, perché no, anche un pizzico di responsabilità.
Perché siamo buoni tutti, a blaterare che la nostra è “la Costituzione più bella del mondo”, quando le facciamo dire quello che ci pare e piace.

Tutto facile quando i colpevoli sono gli altri

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Era la prima metà degli anni novanta. Un programma sui mondiali condotto dal mitico immenso mai rimpianto abbastanza, Maurizio Mosca. Canale Cinquestelle (all’epoca era un canale televisivo, non un movimento politico). Ad un certo punto telefona un telespettatore che accusa Mosca di essere stato visto comprare 400mila lire di cocaina ‘in Piazza Aspromonte’. Parapiglia in studio, poi parte la pubblicità. Dopo i 4 minuti di spot, la trasmissione riprende e Mosca annuncia che quel telespettatore è stato già arrestato, prelevato dalle forze dell’ordine e messo in galera. Condannato ed in galera in soli 4 minuti. Senza processo.

Uno dei video più divertenti di youtube mi è venuto in mente proprio nei giorni dell’arresto del presunto assassino di Yara Gambirasio. Il ministro dell’Interno lancia un comunicato stampa annunciando l’individuazione dell’assassino di Yara. Quindi per il ministro dell’Interno, non per un perdigiorno di un bar di Ascoli Picieno, abbiamo l’assassino. Il colpevole. Il mostro. Senza processo. Come nel video di Maurizio Mosca.

Processualmente parlando, la prova del Dna è una delle prove più inattaccabili. Ed il Dna del Bossetti è presente sul bordo dello slip e sui leggins della ragazzina. Un’altra prova regina nelle mani degli investigatori sarebbe il furgone sequestrato al muratore di Mapello, che pare abbia una caratteristica unica, ripreso in alcuni video dalle telecamere poste nei pressi dell’omicidio.

Ma come la mettiamo se la difesa, nel corso del processo, riuscirà ad avanzare ed a sorreggere una ricostruzione alternativa dei fatti? Non è detto che ciò non possa accadere, al momento la partita rimane aperta.

La Cassazione ha fissato con molta nettezza il principio che la prova di condanna deve essere data “oltre ogni ragionevole dubbio” . E sempre all’interno di un regolare processo.

Vi ricordate Rosi Mauro, la donna di fiducia di Bossi, il vicepresidente impazzito del senato?

Cacciata dalla Lega perché finita nell’inchiesta spese pazze del cerchio magico del Senatùr e dei suoi figli.

Ecco: “La Procura di Milano ha chiesto di archiviare la posizione di Giuseppe Civati e altri 32 indagati nell’inchiesta sulle presunte “spese pazze” effettuate dai consiglieri regionali lombardi con i rimborsi pubblici. L’archiviazione e’ stata chiesta anche per Rosy Mauro. Secondo i pm, il reato di peculato non e’ stato commesso da questi indagati.”

Come la mettiamo adesso?

Che un Ministro dell’Interno annunci alla nazione la cattura ‘dell assassino’, prima del processo medesimo, è una cagata pazzesca. E non perché ha messo a rischio l’evolversi delle indagini. O perchè Alfano ha passato anni della sua vita usando il garantismo del ‘finché non si è condannati in via definitiva siamo tutti innocenti’, per difendere Berlusconi. Che siamo libbberali a parole, lo sappiamo tutti. Il liberalismo in Italia non è mai penetrato e mai penetrerà nel sangue antropologico del paese. Non c’è mai stata una rivoluzione liberale perché la nostra borghesia non è, non è stata e mai lo sarà, liberale.

Non è questo il punto. Mi sta bene che non abbassiate le tasse, che non troviate da decenni misure opportune per fare crescita, che di liberalizzazioni nemmeno l’ombra, che fate zero per combattere disoccupazione e burocrazia. Va benissimo, Ok. Ma vi prego, risparmiateci almeno metodologie giudiziarie quali quelle prospettate dal compianto Maurizio Mosca in un programma della prima metà degli anni novanta sul canale Cinquestelle.
Grazie.

Soundtrack1:’Saturn3′,Fu Manchu

Dire, fare, sputare

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Purtroppo Alfano, come direbbe il buon padre di famiglia, quando parla di Forza Italia e di quegli estremisti con i quali si è accompagnato compiacente per anni, risulta con chiarezza il più fulgido esempio di ingrato che sputa nel piatto nel quale ha mangiato per una vita.

L’occasione mi è gradita per segnalare a Michaela Biancofiore come la vedo, a prescindere dalla circostanza -del tutto ininfluente, ai fini del ragionamento- che il comportamento di Alfano sia autentico o del tutto strumentale: se sputare nel piatto dove si è mangiato significa crescere in un posto, imparare da quel posto quello che c’è da imparare prendendo, ma allo stesso tempo dando, intravederne i limiti pur non avendo la forza di denunciarli o modificarli, acquisire progressivamente quella forza e contestualmente approfittare della sopraggiunta debolezza altrui per arrivare, infine, a separarsene e ad affermare se stessi come qualcosa di diverso, spero che prima o poi entrambi i miei figli sputino nel piatto dove hanno mangiato, che detto per inciso è il mio.
Lo dico, convintamente, da buon padre di famiglia.

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