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Quei coglioni snob che vi ripuliscono l’aria

in società by

La cosa curiosa è che nessun giornale, dico nessuno, nel dare la notizia del rapporto ONU sul drammatico aumento delle emissioni di gas serra ha citato, sia pure di striscio, lo spinoso argomento “allevamenti intensivi”.
Eppure secondo la FAO la filiera produttiva zootecnica è responsabile del 14,5% di tutte le emissioni di gas serra prodotte dagli esseri umani.
Non è una percentuale trascurabile, o sbaglio? O perlomeno, non mi pare così irrisoria da giustificare un silenzio dei media sull’argomento così compatto da risultare assordante.
Fateci caso: quante volte vi siete sentiti dire dalla televisione o avete letto sul giornale (giustamente) che occorrerebbe limitare i consumi energetici domestici e l’utilizzo dell’automobile? Molte, moltissime.
Quante, invece, qualcuno si è preso la briga di invitarvi a un consumo ragionevole e responsabile della carne? Quante volte vi è stato spiegato, con calma e dati alla mano, che mangiare troppe bistecche o hamburger o petti di pollo non è tanto (o soltanto) una questione di “animalismo”, quanto (e direi soprattutto) una faccenda di natura ambientale?
Poche, credo. Pochissime.
Dev’essere successo così, giorno dopo giorno, che è nata e si è accresciuta la vulgata secondo la quale quelli che vanno in giro con l’autobus e spengono le luci di casa (ed è vero) sono dei cittadini modello, gratificabili perfino mediante il calcolo puntuale della quantità di CO2 che risparmiano alla collettività, mentre i vegetariani e i vegani sono una massa indistinta di eccentrici coglioni snob che scassano il cazzo a destra e a manca con le loro manie.
Ecco, magari vi sarà utile sapere una volta per tutte che quella massa di strambi radical chic, consapevolmente o meno, ma anche che vi piaccia o no, fanno la loro parte a beneficio di tutti; che quella parte non è una parte di poco conto: e che magari, pensate un po’, con le loro fisime finiranno per contribuire in modo determinante a consegnare un mondo migliore ai vostri nipoti.
Provate a ricordarvene, la prossima volta che li prenderete per il culo.

No, non puoi mangiare quanta carne vuoi

in società by

Disclaimer: uno dei vantaggi di un blog canaglia è poter pubblicare sulla stessa pagina, a distanza di pochi giorni e di pochi centimetri, una feroce presa per il culo ai vegetariani e la pippa pseudovegana che state per sorbirvi. Rassegnatevi, noi siamo fatti così.

Quand’è che a qualcuno può essere vietato di fare qualcosa?
La domanda, ne convengo, è fin troppo secca: ma la risposta, forse, è meno difficile di quanto si potrebbe pensare.
E’ lecito vietare a qualcuno di fare qualcosa, per come la vedo io, quando quel qualcosa è suscettibile di arrecare un danno agli altri; e quando quel danno è oggettivo, dimostrabile e quantificabile.
Quindi, tanto per fare un paio di esempi facili facili, a me pare ineccepibile il divieto di fumare nei locali pubblici, giacché il fumo passivo nuoce alla salute di terzi incolpevoli in modo scientificamente dimostrato; mentre sarebbe assai discutibile proibire, che so io, agli omosessuali di baciarsi per strada, non soltanto perché il lamentato vulnus alla “sensibilità” di chi assiste allo spettacolo non è misurabile, ma soprattutto perché esso è soggettivo; di tal che, con questo principio e tenendo conto di tutti i possibili e diversi punti di vista (a quello dà fastidio chi ha i baffi spioventi, a quell’altro chi porta i calzini corti e via discorrendo) si finirebbe ben presto per proteggere la “sensibilità” di tutti vietando tutto.
Ciò premesso, veniamo al punto.
C’è chi rivendica, non senza una certa forza dialettica specie se sollecitato al dibattito da un vegetariano, da un vegano o da un onnivoro selettivo come me, il diritto di mangiare carne anche tutti i giorni due volte al giorno, adducendo la non peregrina motivazione che i danni alla salute procurati dall’eccessivo consumo di proteine animali, ancorché scientificamente dimostrati, si producono in capo a lui, mica agli altri: e che, quindi, un provvedimento un modo o nell’altro limitativo della sua facoltà di consumare bistecche a rotta di collo sarebbe degno del più illiberale dei regimi.
Sta di fatto, tuttavia, che per consentire a chiunque di consumare quanta carne vuole l’allevamento tradizionalmente inteso non è affatto sufficiente: di tal che, allo scopo di rispondere all’imperversante domanda di costolette, braciole e spiedini è indispensabile ricorrere a metodi di allevamento industriale, o intensivo che dir si voglia.
Orbene, lasciamo da parte il fatto che simili metodi possano essere giudicati orribili in relazione al trattamento subito dagli animali che ne formano oggetto: e ammettiamo, per amor di discussione, che come nell’esempio dei baci tra gay, dei baffi spioventi e dei calzini corti anche le sofferenze di mucche, polli e maiali possano legittimamente essere giudicate in modo completamente diverso dalle diverse “sensibilità” individuali; non sarebbe giusto, in quest’ottica, che uno soltanto dei punti di vista, ad esempio quello “animalista”, prevalesse su quello degli altri e imponesse loro la propria visione del mondo.
Sta di fatto, però, che gli allevamenti intensivi inquinano. E inquinano parecchio, se è vero (come mi pare sia indubitabilmente vero) che essi, tanto per fare alcuni esempi, sono responsabili dell’effetto serra in misura più o meno equivalente alle emissioni delle automobili; che l’enorme quantità delle deiezioni animali derivanti da tali allevamenti rappresenta un’enorme massa di rifiuti non utilizzabili come fertilizzanti ricchi di sostanze azotate che avvelenano ovunque le falde acquifere; che il sempre crescente impiego dei prodotti chimici necessari a far funzionare in modo efficiente tali allevamenti si traduce nella produzione di scorie tossiche difficilmente smaltibili.
Ebbene, amici: queste sono conseguenze che si producono in capo a tutti, mica soltanto a quelli che mangiano arrosto a quattro palmenti. E allora, probabilmente, tutto ‘sto diritto di ingozzarsi di carne senza colpo ferire andrebbe un attimino discusso. O meglio: andrebbe discussa, e successivamente limitata o addirittura vietata, la possibilità di allevare gli animali in modo intensivo, il che si rifletterebbe inevitabilmente sulla quantità di carne disponibile sul mercato e di conseguenza sulla possibilità della gente di mangiarne quanta ne vuole.
Una decisione del genere, una volta confermate e condivise le ricerche relative all’inquinamento che pure provengono già oggi da fonti decisamente attendibili, sarebbe tutt’altro che illiberale: a meno che non si voglia sostenere che sia illiberale vietare di fumare al ristorante, di vaporizzare l’amianto nelle strade o di sparare al primo che passa perché ci sta sul cazzo.
Insomma: forse sarebbe davvero il caso di discuterne seriamente e di provvedere.
Senza menarla con l’autodeterminazione e la libertà di scelta individuale, però: perché nel caso di specie, dati alla mano, c’entrano poco e niente.

Appello ai cittadini che lottano in difesa dell’ambiente di Taranto

in politica by

Ad Angelo Bonelli

Alessando Marescotti

Fabio Matacchiera

Annamaria Moschetti

 Rossella Balestra
E tutte le associazioni e i cittadini che lottano in difesa dell’ambiente e della salute di Taranto

Da giorni state compilando e diffondendo black liste con i nomi dei politici antiTaranto. Quelli che hanno votato per il decreto Salva Riva, quelli al telefono con i dirigenti Ilva, quelli che hanno beneficiato dei loro interventi, quelli che nascondono le mappe, che hanno autorizzato la produzione, quelli che hanno omesso i controlli.

Operazione verità la chiamate.

Io vi chiedo, allo stesso modo, di far conoscere e ricordare la white liste. Quelli che anche non tarantini hanno lavorato per le vostre stesse battaglie.

Tra questi ci sono i Radicali, al vostro fianco e portavoci parlamentari di tante vostre lotte, e l’archivio online di radioradicale ne conserva testimonianza.

Solo grazie alla spinta dei deputati radicali si sono avviati in parlamento le iniziative per ostacolare l’allungamento dei termini per la riduzione dei limiti del benzoapyrene, la dura opposizione al rilascio dell’Aia, le denunce su Tempa Rossa, il contrasto all’eolico selvaggio in terra ionica, smisurate sono le interrogazioni, interventi in aula, mozioni e proposte per la salvaguardia dell’ambiente e la salute dei tarantini.

Inoltre solo il gruppo parlamentare radicale ha votato compatto sia alla Camera che al Senato contro il decreto Salva Riva e il Salva Taranto (non avendo fino ad allora, diversamente dall’idv, mai votato contro la fiducia a Monti).

Tutto partendo dalla proposta radicale, risalente gia agli anni 80, di riconversione del sito di Taranto.

Capofila di queste battaglie, e tantissime volte presente ad iniziative comuni sia a Taranto che a Roma, è stata la deputata radicale che voi ben conoscete, la stampa tarantina molto meno, Elisabetta Zamparutti.

E’ lei la capolista alla Camera per la lista che i Radicali presenteranno alle elezioni. Presenteranno perchè prima hanno bisogno di raccogliere le firme. E come sempre tra i pochi a rispettare la legalità in tutti i suoi aspetti, a cominciare dal processo elettorale, i radicali le prendono solo pubblicamente alla presenza di autenticatori e solo a liste complete e pubbliche.

La scedenza per la consegna è fissata per lunedì 21, se entro quella data non avremo tutte le firme necessarie Elisabetta Zamparutti, il deputato tarantino Maurizio Turco (capolista Senato), e tutti i Radicali non potranno neppure candidarsi alle elezioni.
Vi chiedo di aiutarci nella raccolta per continuare a difendere Taranto, la democrazia e lo Stato di diritto.

A Taranto è possibile firmare presso l’ufficio elettorale in via Plino, e sabato pomeriggio presso il centro commerciale Auchan.

Sabato mattina invece raccoglieremo le firme presso il Carcere di via Speziale, perchè anche i detenuti hanno diritto alla salute.

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L’ILVA e Taranto.

in economia/politica/società by

La prima volta che arrivai a Taranto, alla fine di un”estate molto lontana, fu con un treno espresso scalcinato dopo un classico “viaggio della speranza“, tipico delle ferrovie meridionali.
Prima di arrivare in città attraversai un paesaggio di chilometri e chilometri di marrone-rossastro: terreni, palazzi, strade: tutti coperti da uno specie di strato di ruggine.
“E” la polvere dell”ILVA, che si deposita e arruginisce…”, disse A., il mio amico tarantino venuto a recuperarmi in stazione.
“Qui tutto è ILVA“, continuò a spiegare, “Lo stabilimento è più grande di Taranto stessa. Tutti i tarantini lavorano per l”ILVA: mica solo gli operai della fabbrica e quelli dell”indotto!”

“Prendi mio padre; faceva l”avvocato di un ente pubblico: il 90% del suo lavoro era su cause legate all”ILVA. Poi ci sono quelli che lavorano nei servizi, nei negozi dove si spendono soldi pagati dall”ILVA. Taranto vive di quella fabbrica, ogni famiglia conta qualcuno che in un modo o nell”altro campa di ILVA”.
“Ogni famiglia ha anche qualcuno che di ILVA c”è morto! Non conosco nessuno, a Taranto, che non abbia un parente morto di tumore. Anche il mare qui e” contaminato: in quarant”anni nessuno si e” mai posto il problema di cosa significasse avere l”ILVA in città. Non e” solo un problema ambientale! Non esiste imprenditorialità, non esiste una diversa idea di sviluppo: come se la città si fosse rassegnata a vivere e morire di ILVA per sempre.”
I valori ambientali di Taranto, sono fuori da ogni parametro normativo europeo. I valori di agenti inquinanti ammessi dalla normativa italiana sono infinitamente maggiori di quelli ammessi in altre parti d”Europa. L”ILVA produce oltre il 90% delle diossine italiane e quasi il 10% di quelle europee. Il tasso di incidenza tumorale e” abnorme.
L”ILVA è diventata davvero un problema nazionale solo dopo che un magistrato – penale! – ne ha ordinato il sequestro. La città è lacerata: la scelta è tra rovina economica e livelli di inquinamento mortali. Oggi il corteo sindacale è stato interrotto da una dura contromanifestazione.

La tensione è altissima e le soluzioni concrete ben poche. Al di là di generici auspici a “coniugare lavoro e ambiente”, la politica nazionale non ha prodotto niente. Quanto al Governo, il ministro dell”AMBIENTE, non ha trovato nulla di meglio da dire, se non parlare di un”evoluzione tecnologica che avrebbe significativamente ridotto l”impatto ambientale ed affermare: “l”ILVA è un impianto strategico per la siderurgia in Italia e molto importante a livello internazionale. I competitori sono francesi e tedeschi”.

Al di la” del fatto che questa presunta evoluzione tecnologica è molto discutibile (1), il ministro ha tenuto quindi a farci sapere che  il problema principale non è “lavoro o salute a Taranto” ma la sfida siderurgica europea. E si tratta del ministro dell”ambiente! Se questa è la risposta della politica, difficile poi lamentarsi dell”ingerenza della magistratura nella vicenda! Santè.

 

(1) Su quest”ultimo aspetto non è ancora disponibile il link ad un più completo articolo di Gianmaria Leone su “il manifesto” di oggi, 2 agosto.

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