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Afghanistan

LA SURFISTA AFGHANA (UNA STORIA ESTIVA PER L’INVERNO)

in mondo/sport by

Qualche anno fa ho vissuto per qualche mese a Fuerteventura, un’isola nell’arcipelago delle Canarie di cui non si può dire molto, se non che abbia l’aspetto di un deserto lunare e che sia di una noia mortale. E’ famosa però per i mondiali di kite e wind surf sulla costa orientale, e per le fantastiche onde della costa occidentale dove giornalmente si incontrano un sacco di surfisti. Boni e bravi. Come solo un surfista può essere.

Non potendo neanche io resistere al fascino di questo mondo, appena si è presentata l’occasione ho fatto un corso di surf. Purtroppo la mia unica esperienza da surfista non contiene un’ appassionata storia d’amore col figo di turno, ma una giornata di fine gennaio in mare, tra onde, tentativi di alzarsi sulla tavola e ricadute, nonchè una settimana intera di dolori muscolari indicibili.
Ne sono uscita vincitrice (moralmente) nel momento in cui sono riuscita a stare cinque secondi sulla tavola. Cinque secondi che mi hanno aperto la mente sul perchè il surf più che uno sport è una droga per chi lo pratica. L’adrenalina che ti da scivolare sull’acqua è inaspettata ed indimenticabile.
Ed e’ lo stesso pensiero che ha avuto Rosa quando è arrivata terza al campionato di surf.
Rosa Amu ha 31 anni, è afghana, è bella, intelligente, e sa ridere con ogni cellula del suo corpo. Figlia di rifugiati politici afghani, è cresciuta in Germania ed è una dottoressa. Ha recentemente sviluppato una passione per la danza del ventre e lo skate. Ma questa è un’altra storia. Prima di questo è stata surfista. Per circa quattro giorni.
La storia di come Rosa sia riuscita in questa impresa è improbabile ed ironica e proprio per questo affascinante. Ed inizia con suo fratello Afridum.
Afridum Amu ha studiato Legge a Berlino ma tramite una borsa di studio ha passato del tempo in Australia dove si è innamorato del surf e ha deciso che il fatto che in Afghanistan non ci fosse il mare, ma che in compenso fosse inondata di guerra, non rappresentava un motivo sufficiente per non dare vita ad una associazione di surf afghano.
Così nel 2012 nasce WRAA: Wave Riders Association of Afghanistan. La prima associazione surfisti della storia dell’Afghanistan. E 82esimo membro dell’Isa, International Surfing Association.
Un po’ come la squadra di bob jamaicana, Afridum e i suoi amici decidono che il WRAA rappresenta un’ottima opportunità per portare il surf in Afghanistan, allo scopo di creare un legame tra i giovani afghani e riportarli a quella che dovrebbe essere la normalità per dei ragazzi: fare sport e divertirsi. E allo stesso tempo dare al mondo un’immagine diversa del loro Paese, rispetto a quella che si è abituati a vedere.

Nel 2015 organizzano un crownfounding e grazie al ricavato riescono ad organizzare il primo campionato afghano di surf ad Ericeira, in Portogallo.
Per partecipare però ci sono alcune regole, tra le quali in numero minimo di partecipanti. Per la categoria uomini devono essere almeno sette, e fin li nessun problema. Per la categoria donne il numero richiesto è di quattro partecipanti. Afridum però ha solo due surfiste professioniste.
Ed è qui che entra in scena la nostra eroina Rosa. Impegnata inizialmente solo nell’organizzazione dell’evento, viene trascinata dal fratello nella squadra, insieme ad un’altra ragazza.
Rosa non è mai stata su una tavola da surf, e il massimo dello sport per lei negli ultimi anni  è stato andare a ballare nel week end a Berlino come tanti altri ragazzi. Ha tre giorni per prepararsi al campionato. Inizia dunque a esercitarsi. E riesce alla fine a stare sulla tavola per alcuni secondi, quei pochi secondi necessari a valerle il terzo posto.
Ed è così  Rosa, quasi senza volerlo, entra nella storia del suo Paese, semplicemente lasciandosi andare agli eventi e alla voglia di divertirsi.
A volte basta questo. Ed un pizzico di fortuna, che in questo caso costituisce la componente divertente della storia: la quarta surfista infatti, non sapeva neanche nuotare.

http://wordpress.wraa.net/

 

 

Il principe alla guerra

in politica/società by

Correggetemi se sbaglio, ma credo che sia la prima volta in Italia che un presidente del consiglio si presenta davanti alle telecamere in tenuta mimetica, come ha fatto Renzi durante la visita agli Alpini della brigata Julia in missione in Afghanistan. Tecnicamente, non ne avrebbe alcuna ragione: il capo delle forze armate è il Presidente della Repubblica – ve lo immaginate Mattarella in mimetica? – mentre la sovraintendenza dell’esercito è nelle mani del Ministero della Difesa. L’eventualità, i tempi e le modalità di intervento da parte dei militari vengono poi stabiliti dal Parlamento. In tutto ciò, insomma, la presidenza del consiglio dei ministri c’entra ben poco.

Ma buon lettore del Machiavelli (e direi anche da grande appassionato di House of Cards), Renzi ha colto l’essenza moderna del potere carismatico: il principe è innanzitutto un condottiero, la testa – caput – dell’esercito. E come tale deve indossare elmo e armatura per affermare la retorica del generalissimo che passa in rassegna le sue truppe prima della grande battaglia.

D’altronde la storia ci insegna come ogni potere in via di consolidamento – o in crisi – cerchi una legittimazione attraverso la metafora militare. Anche quei capi che non nascono come condottieri (avendo avuto accesso al potere vuoi per discendenza, vuoi per intrallazzi politici di varia natura, vuoi per culo) a un certo punto della loro carriera hanno avuto la necessità di mostrarsi in abiti bellici, per ribadire una posizione di preminenza a discapito di tutte quelle forze esogene che ne minacciano gli intenti egemonici.

Senza scomodare casi troppo vetusti (a titolo d’esempio basti pensare alle innumerevoli rappresentazioni dei sovrani europei con spadone e cavallo), si può semplicemente rammentare la recente apparizione mediatica di un incazzatissimo re di Giordania Abdallah in uniforme da combattimento impegnato a vendicare la morte atroce di un suo soldato per mano degli aguzzini dell’Isis. In un mondo islamico lacerato da conflitti fratricidi, l’erede di Maometto ha ricordato al mondo chi è che porta i calzoni in casa Allah.

La veste guerriera, oltre a segnalare un tempo di crisi, segue un obbiettivo ben preciso: quello dell’accentramento del potere. Quando il rappresentante di un organo legislativo e/o esecutivo si addossa anche la prerogativa della guerra – o perlomeno della sua simbologia – la pluralità propria delle realtà nazionali si contrae nell’immagine egocentrica del monarca assoluto. Il celodurismo della retorica militare è l’essenza stessa dell’ambizione politica che pensa in grande.

Il messaggio di Renzi è dunque ben chiaro: l’État c’est moi, bitch. E sbrighiamoci a fare ‘sto cazzo di selfie.

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