Sull’importanza di usare la nostra libertà per aiutare qualcun altro ad ottenere la sua

in mondo by

“Cosa le dà la forza di continuare la sua battaglia?” “Beh, siete voi la risposta, immagino”. Nonostante i buoni propositi del blog, mi trovo costretta a scrivere un mio primo post tutt’altro che canaglia (del resto, cosa c’è di più banale che fare la canaglia a comando?). Questa risposta qua su è stata data oggi a uno studente da Aung San Suu Kyi, leader birmana della Lega Nazionale per la Democrazia e premio Nobel per la pace, attualmente in viaggio in Europa. Questo viaggio è il primo dopo 24 anni passati in Birmania, gran parte dei quali in stato d’arresto. Dopo una lunga lotta politica non violenta Aung San Suu Kyi è stata rilasciata ed ha conquistato nel 2012 un seggio in parlamento. Tra le varie tappe del suo viaggio c’è stata anche la London School of Economics, università dove parlano spesso esponenti politici di tutto il mondo. In passato abbiamo avuto momenti meno gloriosi, come la delirante lezione in video conferenza tenuta dal compianto colonnello Gheddafi o quella di suo figlio Saif al Islam. Oggi invece abbiamo risalito la china, ospitando una delle personalità più influenti al mondo nella lotta per diritti umani, democrazia e libertà.  L’argomento della tavola rotonda è lo Stato di diritto in Birmania. Aung San Suu Kyi colpisce per la sua piccola corporatura e l’aria fragile. Questo finché non prende la parola, mostrando tutta la sue energia e il suo calore. Ci parla dei problemi nella creazione di uno Stato di diritto nel suo paese. Vorrebbe una riforma costituzionale per la quale sono necessari il 75% più uno dei voti del parlamento. Aggiunge, con una certa ironia, che la cosa non sarà facile visto che il 25% dei parlamentari sono nominati dalla giunta militare. Eppure lei non demorde. Come Gandhi, crede nel dialogo con il governo e nella conquista della libertà passo dopo passo, con la forza della non violenza.

La guardo e non mi sembra vero che sia lì. Per me Aung San Suu Kyi è sempre stata una foto, a volte quella sui giornali coi vari rappresentanti dell’Occidente che le fanno visita oppure quella mostrata nei sit in davanti alle ambasciate birmane. Ora invece è di carne ed ossa ed è lì a ricordarci come anche le cose apparentemente impossibili possano realizzarsi. In vita mia ho perso il conto dei sit in e manifestazioni fatte in solidarietà delle tante Aung San Suu Kyi del mondo. E ho anche perso il conto dei sorrisi di compatimento o dei commenti sarcastici di quelli che pensano che sia tutto tempo sprecato. È presto per dire se la Birmania riuscirà a diventare un paese democratico e la liberazione di  Aung San Suu Kyi è sicuramente un punto di partenza, non di arrivo. Ma la visita di oggi ci ha dimostrato che è ognuno di noi a fare la differenza e che abbiamo il dovere di usare la nostra libertà per aiutare gli altri ad ottenere la loro, come ci aveva chiesto Aung San Suu Kyi nel 1997.

Triestina di nascita, della sua terra si porta dietro lo spirito patriottico, lo spritz e la tendenza a sottovalutare qualsiasi raffica di vento sotto i 130 km/h. Radicale, milanista e milanese nel cuore, dopo la laurea il suo corpo fugge verso la Perfida Albione. Qui ottiene un dottorato in storia economica con una tesi sul divario Nord-Sud dopo l’Unità d’Italia. Il suo cervello invece, grazie alla sua tesi e alla mai curata passione per la politica, rimane in larga parte in Italia.

1 Comment

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*