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Studi umanistici, British style

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Una delle polemiche che ha allietato la nostra estate bollente è stata quella su studi umanistici sì/studi umanistici no in seguito ad un post e poi un altro post di Stefano Feltri sul Fatto Quotidiano. In sostanza, Feltri utilizza i risultati di un articolo del CEPS  in cui si dimostra come le lauree in studi umanistici valgano meno sul mercato del lavoro rispetto a quelle in ingegneria, economia o scienze. I post di Feltri sono stati prevedibilmente accolti con un certo orrore dai diretti interessati. Alcuni di questi, cercando inconsapevolmente di dare una spiegazione empirica del perché i laureati in lettere non siano molto ricercati sul mercato del lavoro, hanno risposto con frasi del tipo “partiamo da un presupposto: non è vero che non c’è lavoro per i laureati nelle facoltà umanistiche, il lavoro c’è, purtroppo però i posti di lavoro disponibili sono inferiori al numero di laureati in Lettere, Storia, Filosofia” (giuro che è vera!). Altri si sono lanciati nel delineare scenari apocalittici nel caso il mondo venisse conquistato dai laureati in ingegneria ed economia e altri ancora l’hanno buttata sull’emotività.

Ad ogni modo, grazie alla pedanteria acquisita durante gli studi in economia*, credo di essere stata una delle poche a cliccare sul link dell’articolo in cui è illustrata la ricerca di cui sopra. La prima cosa che salta all’occhio di un lettore attento è che i paesi presi in considerazione sono Francia, Italia, Ungheria, Polonia e Slovenia. Ora, senza nulla togliere a questi cinque paesi, stupisce un po’ che in uno studio europeo manchi un paese come il Regno Unito, il quale vanta 70 università nel QS World University ranking, di cui 19 tra le prime 100 e 4 tra le prime 6 (l’Italia ne ha 26 nel ranking e la prima è Bologna al 182esimo posto, per dire). Avendo studiato per qualche anno in un’università di Sua Maestà, non posso che confermare che questi numeri riflettono una qualità molto elevata della formazione universitaria, studi umanistici compresi. Nel Regno Unito infatti la qualità dell’istruzione universitaria dipende molto piu’ dal prestigio dell’università che dalla materia che si studia. Non sorprende dunque che secondo i dati dell’Higher Education Survey i laureati in materie umanistiche del Regno Unito a sei mesi dall’ottenimento del titolo abbiano un tasso di disoccupazione del 7.3%, esattamente lo stesso dei laureati in ingegneria.

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Da questi dati viene il sospetto che l’articolo del CEPS citato da Stefano Feltri non si possa utilizzare per dire qualche cosa sull’utilità delle lauree umanistiche in quanto tali, ma solo sulla bassa qualità delle lauree umanistiche in alcuni paesi non necessariamente rappresentativi. La lettura di quei dati, come fatta dal vice direttore del Fatto, bolla gli studi umanistici come inutili a prescindere dalla qualità dell’insegnamento. Una lettura del genere è anche un eccellente alibi per quelli che hanno reso questo insegnamento di così bassa qualità rendendo gli studi umanistici abbordabili per studenti poco dotati, con poco spirito di sacrificio, etc etc. Tutto ciò a danno di quegli studenti davvero, ma davvero bravi in lettere o filosofia, quelli a cui dovrebbe venir affidato lo studio e la preservazione del bagaglio culturale di tutti. A questi pochi eroi non consiglierei, come invece fa Feltri, di chiedersi se possano permettersi una laurea inutile. Consiglierei loro invece, dopo aver stabilito di essere davvero uno di questi eroi, di avere un piano per distinguersi dai letterati per caso che popolano le loro facoltà, di laurearsi velocemente, di imparare perfettamente la lingua dell’accademia (l’inglese!), di cercare di individuare e frequentare i docenti piu’ inseriti nel mondo accademico internazionale e di cercare avere i maggiori contatti possibili con le università che insegnano la loro materia ai massimi livelli. Il tutto richiede molta fatica, oltre che talento, ma sarebbe anche un grande investimento per il futuro di tutti noi.

*  Tra l’altro nella stessa temibile università e nello stesso corso e anno di Stefano Feltri.

Triestina di nascita, della sua terra si porta dietro lo spirito patriottico, lo spritz e la tendenza a sottovalutare qualsiasi raffica di vento sotto i 130 km/h. Radicale, milanista e milanese nel cuore, dopo la laurea il suo corpo fugge verso la Perfida Albione. Qui ottiene un dottorato in storia economica con una tesi sul divario Nord-Sud dopo l’Unità d’Italia. Il suo cervello invece, grazie alla sua tesi e alla mai curata passione per la politica, rimane in larga parte in Italia.

4 Comments

  1. Mi sembra che i consigli dati siano validi per qualsiasi percorso di studi e quindi non capisco da dove si evinca che lettere sia spendibile tanto quanto ingegneria, anzi mi sembra che il finale dell’articolo faccia intuire che lettere sia spendibile solo a patto di impegnarsi molto di più e non in quanto tale, confermando di fatto la tesi che si voleva smentire.

  2. Adolf Hitler ha combinato un casino di proporzioni epiche, dopo non essere stato ammesso all´Accademia di Belle Arti. Forse bisognerebbe non frustrare le passioni umanistiche. Indipendentemende da dove esse si collocano nel mondo.

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