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Spazi culturali e vita sul materasso: prima parte.

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Sappiamo tutti che sulle colonne delle riviste perbene è in corso da tempo un lungo dibattito sul destino degli spazi culturali e sulla necessità di finanziarli, di chiudere un occhio sulla loro osservanza dei regolamenti, di ricordare alle istituzioni il ruolo fondamentale che svolgono nel mantenere vivace una città in declino: Roma. Poi in realtà io vivo a Milano e, pochi giorno dopo un invettiva strappa-condivisioni ad opera di un noto intellettuale romano, ascolto Beppe Sala, candidato PD alle elezioni comunali, pronunciare la seguente frase in un confronto elettorale al Franco Parenti: “Bisogna anche guardare alle periferie, dotarle di teatri di quartiere”.

La butto sul ridere, e un paio di giorni dopo mi ritrovo a cena con amici che mi spiegano, ad esempio, come i meccanismi di finanziamento delle produzioni teatrali possono essere sotto forma di rimborsi ex post, oppure possono essere erogati in anticipo in base a una valutazione preventiva: segue ovvia discussione sul disallineamento degli incentivi, si prosegue con una riflessione sul declino dei centri storici, si finisce sbroccando qua e là sui doveri del comune di garantire una vita culturale alla città. La sostanza del discorso collettivo alla fine è che, ovvio, parlare di “teatro di quartiere” fa molto ingenuo, ma il fatto che se ne parli esprime comunque una necessità vera, reale, impellente, per chi è costretto a vivere al di fuori di un perimetro ideale che solca piazza Repubblica, si fa tutto il percorso della linea nove del tram, arriva ai navigli e poi ti lascia libero di prendere la metro verde, magari di ritorno fino a Garibaldi, e quindi di nuovo corso Como, Porta Nuova e fermata Repubblica.

(Adesso, a passare in rassegna questi luoghi viene in mente la riflessione carina del deboscio.com sulle misure migliori per stabilire cosa sia o non sia il centro di Milano; cercando casa anni fa, mi resi conto di quanto scadente fosse poi l’umanità che bivacca la sera attorno ai navigli, di tutto il casino inutile che si trova risalendo per viale Montenero, del disagio frequente che incontri a Brera in chi viene lì a far serata direttamente da x-ate, x-ago, in Opel Tigra e giacca elegante presa a Mendrisio, che insomma, ormai raggiungo il centro-centro solo ad appuntamenti precisi e dico dove abito con la curiosità di capire se l’interlocutore sia più o meno succube di questi confini tracciati negli anni 90 da un’insolita coalizione di studenti liceali e fuorisede meridionali).

Torniamo alla cena. Cosa significa vita culturale? A farlo in maniera estemporanea rischio ogni volta un attacco di panico. Raggiungo la serenità necessaria quando provo a tradurre vita culturale nel mio linguaggio interiore da bambino di otto anni: tempo libero. Per noi contemporanei, tempo libero significa un sacco di cose: guardare serie-tv, godere dei nostri ordini Amazon, ordinare cibo da casa, invitare gente a casa, e quando il tempo è ok uscire e fare qualcosa. In questo “uscire e fare qualcosa”, il comune, i soldi del comune, il ministero dei beni culturali, il direttore del museo hanno un ruolo che oggi, nel 2016, è una frazione ridottissima rispetto a chi ha avuto vent’anni negli ottanta o novanta. Un’orda di multinazionali cattive ha lavorato da anni per far collassare il nostro tempo tempo libero a casa nostra e ci è riuscita. Non abbiamo bisogno di cinema d’essai quando possiamo accedere al catalogo Criterion in 15 minuti, quando un 40 pollici costa 300 euro e quando il cibo ti arriva in mezz’ora caldo uguale rispetto al ristorante. E non abbiamo bisogno di librerie storiche quando le librerie storiche sono in realtà grosse catene dove ormai ti devi ordinare direttamente i libri di Ennio Flaiano, perché “forse è in magazzino, no, si deve ordinare ma se ne parla dopo le feste”. Poi ovvio, i teatri, gli stadi, le discoteche, sono tutte cose che continueranno ad esistere, ma esisteranno solo come stacchi rispetto ai nostri ambienti privati, e quindi diventeranno un lusso.

La questione degli spazi culturali nelle “zone di periferia” è una questione di lussi. E’ un lusso per gli amici di chi ci scrive editoriali sopra, perché è un modo di continuare a fare qualcosa che alle persone, alle persone colte, interessa solo marginalmente, roba da due volte l’anno coi biglietti spacciati dall’amico o dall’amica a prezzo ridotto. E diventerà un lusso per quei borghesi che prima o poi si convinceranno che al centro si vive male e andranno a vivere a Lambrate, fuori da area C, e potranno così mettersi gli abiti del popolo e avanzare il diritto a non pagare la benzina nei fine settimana. In questa trattazione disonesta su dei beni di lusso, gioca un ruolo importante l’idealizzazione disonesta del passato. Magari è vero, i nostri genitori uscivano e andavano a teatro, e appendevano nei loro appartamenti serigrafie contemporanee di quadri che ritraevano la gente uscire dal teatro, e ricordano molto bene di quando Albertazzi fece quella cosa straordinaria o di quando invitarono i loro genitori a vedere Paolo Poli; ma le case dei nostri nonni erano case dove fondamentalmente ci si annoiava. Dove la tecnologia portava un solo televisore, dove non esisteva internet e dove gli spazi privati venivano sacrificati a favore di grandi saloni con sedie scomode, pavimenti che si graffiano e tavolini da stare attenti. Nel racconto di certe esigenze, il mutamento di questi spazi privati viene consapevolmente soppresso con lo scopo infame di far sembrare le classi più umili come spacciate, fondamentalmente sfigate e destinate a sfogare la noia al bingo o alla stecca. Oggi, nel 2016, puoi avere la sfiga di nascere in ambienti sfigati, ma puoi imparare l’inglese guardando roba su internet, e quindi puoi emanciparti eventualmente dalla miseria culturale che hai in casa, puoi scoprire la musica su Spotify e la puoi condividere coi tuoi compagni di scuola: lo spazio pubblico non deve più necessariamente essere contemporaneamente punto di scoperta e aggregazione: si vivrà bene o male anche soltanto in relazione a quanto gli spazi pubblici sapranno aggregarci in maniera civile; e alla fine quasi tutta la dimensione di scoperta sarà relegata alla comodità dei nostri materassi.

E quindi sì, i politici che da qui agli anni avvenire cavalcheranno l’onda cretina degli “spazi” saranno tutti, nessuno escluso, dei grandissimi paraculo, succubi a loro volta di intellettuali con un complesso molto forte di status. Come ne sono così sicuro? Oggi ho fatto la spesa alle undici e mezza di mattina nel quartiere Isola. Isola è un ex quartiere popolare di Milano che adesso invece non lo è più. Con euro trecentomila compri 70 metri quadri, e probabilmente ci andrai a vivere da solo. Questo ha fatto sì che per andare a fare la spesa trovi il supermercato normale ma se cammini un po’ trovi anche quello costoso con la pasta di segale e gli hamburger di tempeh. Esco da questo secondo tipo di supermercato; un candidato consigliere comunale mi avvicina e comincia a parlarmi dei suoi progetti. Mi dice che la sua ambizione è rendere questo quartiere più vivibile e mi nomina subito la struttura x. Io rispondo “La struttura x?”. “Sì, è quel complesso di edifici tra y e z dimessi dal comune tempo fa, ecco, sarebbe bello potere ricavare spazi per tutti i cittadini come ad esempio un piccolo teatro di quartiere”. Io ovviamente non conoscevo nemmeno l’esistenza della struttura x, e avrei potuto ricordare y o z solo nel caso in cui ci avessi fatto una visita medica, e quindi niente. Cosa racconta l’accaduto:

1) Un candidato di una lista civica di sinistra decide di fare campagna elettorale in un quartiere ex popolare.

2) Sceglie un argomento realisticamente sensibile, come quello di alcuni edifici dimessi, in cui si può sostenere di tutto, dalla vendita ai privati alla costruzione di case popolari.

3) Sceglie di raccontarlo nel luogo meno adatto, cioè il supermercato buono, in cui anche l’appartenenza geografica al quartiere è equivoca e incerta.

4) Sceglie di raccontare la sua proposta di teatro di quartiere a quelli come me, che hanno con il quartiere un rapporto di dormitorio-palestra-ricetta-antibiotici, e di cui fregherà un cazzo qualsiasi cosa succeda.

(Alla fine sono tornato a casa e ho messo il riso a cuocere. Mi sono attaccato Rossini su Spotify e su Messenger ho provato a capire cosa fare verso le sette di sera. Mio padre, che è venuto a trovarmi, si è poi disteso sul mio letto e siccome poi sa che mi da fastidio il fatto che russa ha attaccato con sta storia che lui e mio zio dormivano nella stessa camera e russavano entrambi. Non avevano nemmeno un cellulare per distrarsi.)

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