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See you later, Dogui!

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«Ero di casa a Port Lligat, vicino a Cadaqués, dove Dalí viveva. Un giorno, dopo aver cenato, il maestro mi porta a vedere l’opera che stava dipingendo, la “Pesca del Tonno”, che ora è esposta al Louvre. Arriviamo nello studio e… sorpresa, è tutto vuoto, non c’è un cazzo. Ad un certo punto Dalí prende una specie di telecomando e taac, schiaccia un bottone. Come per magia, dal pavimento si materializza una rotaia e appare la grande tela con il quadro. Libidine, tutto elettronico: era il 1967.»

A parlare così potrebbe essere qualcuno che sta realmente raccontando un aneddoto, o un attore che sta recitando una sceneggiatura scritta e studiata a tavolino. In realtà non è nessuno dei due, o meglio, è l’esatta sovrapposizione di entrambi: è una frase di uno di quegli attori che non ha mai recitato, ma che semplicemente ha portato se stesso (e un pezzo d’Italia che non esiste più, con sé), sul set.

Guido Nicheli, (il dogui, cioè il grande amante delle ghefi, il profeta della libidine e del panta bello diritto, nell’armadio), moriva il 28 ottobre di otto anni fa esatti, nel 2007. È diventata l’icona della spensieratezza ricca, borghese e politicamente scorrettissima, di una superficialità cafona e ostentata sotto cui si nascondeva, forte, un costante anelito di libertà: “c’è chi pensa che il pesce pilota sia destinato a una vita in solitudine perché se pilota è davanti a tutti. Errore. È sempre in compagnia della sua libertà perché decide dove andare. Believe me, credimi.” 

In questo senso, la libertà del Dogui non si è mai persa neanche davanti alla macchina da presa: non c’era bisogno di recitare, di sottostare al copione, ma bastava trasporre il proprio essere cumenda dalla vita alla storia, e riportare la propria maschera e le proprie esagerate, reali, manie sulla pellicola. Ad esempio, il celebre “Ivana, fai ballare l’occhio sul tic: Via della Spiga – Hotel Cristallo di Cortina, due ore, cinquantaquattro minuti e ventisette secondi: Alboreto is nothing!” non è mai stato scritto, ma completamente improvvisato. I tecnici di scena ridevano, e la scena si girava un’altra volta. Dopotutto, Nicheli nasceva odontotecnico, notato dai Vanzina e quindi incluso nel giro della comicità milanese in fermento all’epoca, da Teocoli, a Jannacci, a Pozzetto. Non ha avuto il successo di nessuno di questi – forse – e forse proprio perché non l’ha mai cercato. Faceva lo stretto indispensabile per poter vivere in prima classe, come diceva lui, ma senza aver bisogno di strafare. Non si proponeva, non cercava nessuno, non voleva stare costantemente in vetrina. Dopotutto, non era questione di fama e di soldi, ma ancora una volta proprio di semplice libertà:

“La ricchezza è la libertà di fare quel cazzo che vuoi, e in questo senso sono ricchissimo. Se hanno bisogno di me, chiamano loro. Altrimenti goodbye e see you later: arrivederci.”

E allora, goodbye e see you later, Dogui. Sei parte di un’Italia che un po’ ci manca.

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La tomba di Guido Nicheli: “See you later”

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