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Scappo dalla città: la mitologia contemporanea della natura è un inganno

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A me, The Revenant, è piaciuto davvero molto, tanto che andrò presto a vederlo.

Non che sia prevenuto ma, come si dice, l’occasione mi è gradita per dire una cosa che pensavo da un po’ di tempo a questa parte, e cioè che la natura è una merda. Non dico merda nel senso di schifo, intendo merda nel senso di una cosa alla cui presenza siamo abituati ma con la quale interagiamo il meno possibile, tenendoci a distanza di sicurezza.
I paralleli tra merda e natura sono molteplici, fidatevi.
Per esempio se è facile accettare che quella che chiamiamo “civiltà” dipenda in larga misura dall’emanciparsi dallo stato di natura, è altrettanto vero che uno dei suoi pilastri è la distanza, letterale, dalla merda. Un sistema di fognature adeguato (cioè in grado di spostare la merda più in là) consente lo sviluppo di una società stanziale, permette ai cittadini di riunirsi in occasioni sociali e di creare sovrastrutture (politiche, religiose, militari, etc). Altrettanto letteralmente i popoli nomadi scappavano dalla proprio merda, per non ammalarsi.

Va tutto bene quindi, è tutto giusto, solo che forse siamo scappati un po’ troppo. Avete notato per esempio, quanti programmi sono dedicati al survivalismo?
sur·vi·va·lì·ṣmo/ sostantivo maschile: Addestramento alla sopravvivenza, data la reale o presunta imminenza di una catastrofe.
Laddove la catastrofe non è affatto tale ma una simulazione realizzata in un contesti ad hoc secondo il classico registro dello scenario allo stesso tempo bellissimo e pericolosissimo, paradiso/inferno. Ce ne sono per tutti: concorrenti nudi, concorrenti addestrati, maschi contro femmine, costretti a mangiare vermi, orientarsi, accendere un fuoco, costruirsi un riparo, tornare a casa. E’ il trionfo dell’ideologia dei prepper, i teorici della catastrofe, che da anni si preparano all’eventualità che saremo tutti costretti a confrontarci di nuovo con la natura selvaggia. Se da un lato immagino che sia qualcosa di molto simile a una via di mezzo tra sport e bricolage, dall’altra non posso fare a meno di pensare che in qualche modo la catastrofe sia (forse inconsciamente) desiderata.

Sono gli effetti di lungo periodo di Into the Wild: vivi abbastanza tempo lontano dalla natura e finirai per idealizzarla. Vivi in città abbastanza a lungo, e finirai a berti la favola che lo stato originale è buono e la società è una corruzione di questo stato. Fondamentale per completare il processo di estraniamento citare Thoreau a cazzo di cane (nessuno ha mai letto Walden) e puntare sulla decrescita come soluzione a ogni problema. A cazzo di cane perché come molti altri romantici Thoreau sosteneva che l’aspetto selvaggio e non controllato della vita naturale fosse complementare ed essenziale al mantenimento della civiltà: una sorta di yin/yang, produzione e riproduzione. Un messaggio molto meno naive (e quindi commerciabile).
Nel postmoderno che recupera forzatamente tutto ciò che è antico e tradizionale (Antica bottega del barbiere dal 1931, anche se fino a ieri al suo posto c’era una carrozzeria), tutto ciò che è naturale (anche se nessuno sa esattamente dove comincia il biologico e dove finisce il km zero), stiamo rinnegando qualche millennio di emancipazione dalla natura, con buona pace di Rousseau e del buon selvaggio. Se ne faccia una ragione Melville, nella cui opera più famosa un animale mutila e ossessiona un uomo fino a portarlo alla completa (auto)distruzione perché, come aveva perfettamente intuito, non puoi separare uomo e natura ma non puoi nemmeno fonderli:
“O natura, o spirito dell’uomo! Quanto sono inesprimibili le analogie che vi legano! Non il più piccolo atomo si agita o vive nella materia senza avere il suo bel duplicato nella mente.”

Senza il bisogno di andare nell’ America di fine ‘800, senza il bisogno di vivere necessariamente la natura come un’avventura, per capire quello che ci sta succedendo è sufficiente riprendere in mano Luciano Bianciardi e Beppe Fenoglio (e forse Bocca) ed accorgersi che davvero sono anche stati “anni della malora” quelli che hanno trasformato l’ uomo rurale in un cittadino-bambino che si bea delle meraviglie di quello che fino a ieri era il suo patrimonio culturale: la vita e la morte degli animali, il ciclo delle semine, i ritmi non circadiani dei boschi, il taglio del legno. Un processo di estraniamento completo che trasforma il cortile di casa in un orizzonte magico dove a salvare la vita è la pianta, il rimedio naturale, e dove l’animale è ormai quasi più sacro dell’umano.

È facilissimo leggere di professionisti che hanno lasciato tutto per andare in Messico a cacciare gli squali, o a vivere con un gregge di pecore in Lunigiana, ma qualcuno ha mai fatto il follow up?
Quanti tornano? E dopo quanto tempo?
E poi, che fanno?
Quindi ecco, in sostanza io spero che The Revenant sia questo, un film che mostri la natura per quello che è: esposizione, perché natura ed esposizione sono le classiche 2 facce della stessa medaglia. Dice Reinhold Messner che la traversata dell’Antartide è molto più pericolosa di una salita sul Monte Bianco in condizioni proibitive, perché non hai possibilità di recupero: l’esposizione al rischio è totale. Semplicemente sei solo in mezzo alla natura.  Una condizione tanto ancestrale quanto spaventosa, molto lontana dai programmi televisivi di survivor dove il dolore e la sofferenza sono sostituiti con disagio e un po’ di fastidio: niente di troppo distante da quello che può accadere a restare chiusi una notte in un parco cittadino. Non un modello insomma, come l’Alexander Supertramp di Into the wild, ma una ricostruzione realistica di quello che può succedere quando siamo troppo esposti a quello da cui, generazione dopo generazione, ci siamo faticosamente emancipati, per evitare che i “Walden” di domani finiscano per assomigliare al Billy Crystal di Scappo dalla città: la vita l’amore e le vacche.

1 Comment

  1. La fantasia della fuga dalla città in tutte le sue varianti (ricerca dell’avventura, nostalgia di un passato in cui la vita era più semplice – dimenticando comodamente che era anche più povera e più dura) è iniziata quando è iniziata l’inurbazione…

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