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Scala immobile

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La ristrutturazione era stata completata con appena dieci giorni di ritardo rispetto al previsto: alle sei del mattino del giorno dell’inaugurazione, Afet Ganim, con la sua inevitabile sigaretta tra le dita minuscole e nodose, rimirava soddisfatta le vaste curve color ocra con le quali aveva cambiato per sempre il volto di quello che, prima del suo intervento, non era altro che un vecchio magazzino per la corda. Afet quasi non riusciva a credere ai suoi occhi: tutto si era svolto senza il minimo intoppo. Aveva ottenuto i permessi in un paio di settimane, i fornitori dei materiali erano stati puntualissimi, la banca aveva fatto il suo dovere, i politici (quelli che governavano non meno di quelli dell’opposizione) avevano spianato per lei le piccole grinze burocratiche che erano sorte qui e lì prima che si trasformassero in veri problemi. Era felice anche se le mancavano la sua casa e il cibo di sua madre, e le sue piccole abitudini. Si tirò su la zip del paille, pensando che, se fosse rimasta laggiù, non avrebbe mai potuto lavorare come le era stato possibile fare in questo efficientissimo e triste paese nordico.

Qualche ora più tardi, Afet presenziò alla cerimonia di inaugurazione con cui la sua ultima creatura veniva ufficialmente consegnata alla cittadinanza di Tampere. Tutti, vip e cittadini, l’avevano omaggiata e coperta di complimenti. Dopo il buffet, i presenti vennero invitati a visitare il piano superiore, al quale si accedeva attraverso una magnifica scala mobile ultimo tipo, costruita appositamente per il museo da una ditta tedesca. Un gioiello di perfezione meccanica nordica, una cattedrale in movimento che sorgeva attorno ad motore elettrico in grado di portare un’automobile di medie dimensioni ad oltre 150 km orari. La scala mobile del nuovo museo d’arte moderna di Tampere era in grado di trasportare fino a 3.000 persone l’ora sui suoi eleganti gradini collassabili di metallo satinato (più di quanti l’avrebbero visitato in un anno, forse); secondo la ditta che l’aveva realizzata, era tra le più eco-compatibili del mondo, mentre il sistema di illuminazione a led aggiungeva sicurezza allo stile.

Purtroppo, però, il sistema ettometrico quel giorno ebbe seri problemi. Quando il sindaco poggiò il piede sul primo gradino, la macchina si avviò docilmente. Ma il miracolo non durò che venti secondi, dopo di cui la scala mobile si arrestò. E non ci fu verso di riavviarla. Afet ne fu molto contrariata, strigliò in diretta i mortificatissimi commerciali della Schinker, i quali, dopo essersi scusati in tre lingue, e promisero di spedire una squadra di tecnici direttamente da Berlino. Anche se il pubblico non diede peso a quello che sembrò solo un piccolo incidente senza conseguenze, Afet fremeva di frustrazione e di rabbia: dopo un paio d’ore tornò nel suo appartamento trascinandosi dietro un giovane assistente, che utilizzò come schiavo sessuale per le successive quattro ore: alle 3 del mattino Pertii, stravolto e stordito dagli schiaffoni in pieno volto, si rivestì e se ne andò a dormire dai suoi.

I due tecnici della Schinker erano attesi per il mercoledì successivo (un cliente degli Emirati Arabi Uniti aveva avuto lo stesso problema). Quando arrivarono, però, Afet era partita alla volta degli Stati Uniti, dove l’attendeva un nuovo impegno professionale. Gerard ed Olaf erano due veterani della Schinker: quando entrarono nel museo, posarono lo sguardo sulla loro creatura infedele con un sorriso tenero e un po’ severo, poi si guardarono per un istante mentre indossavano i guanti, e si misero al lavoro. Erano più che sicuri che sarebbero venuti a capo del problema in un giorno o due al massimo. Cominciarono a smontare i pannelli e i gradini in fondo e, seguendo un cerimoniale messo a punto in anni di consuetudine, entrarono nel ventre della macchina, uno dopo l’altro. Amavano, entrambi, quell’odore di roba meccanica ed olio lubrificante che c’era là sotto; erano consumati, entrambi, da un’ardente passione per i fili multicolore ammazzettati in fascette che correvano lungo l’obliqua colonna vertebrale della bestia di ferro che dovevano curare. Erano le 9:00 di un lunedì.

Alle sei di sera ancora nessuno li aveva visti uscire: i custodi del museo pensarono che Gerard e Olaf fossero andati via, e chiusero il museo. Verso mezzanotte, i due vichinghi, delusi, sporchi e sudati riemersero dalle viscere della macchina. Niente. Si lavarono alla meglio nella toilette del museo, si sdraiarono dietro la lobby, e crollarono immediatamente in un sonno nero popolato di enigmi elettromeccanici che si avviluppavano l’uno sull’altro. Il giorno dopo, verso le sette del mattino, ricominciarono a lavorare, non prima di aver consumato al bar del museo un robusto spuntino a base di pesce ed insaccati, innaffiati dall’imbevibile caffè finlandese.

Al quarto giorno avevano completato la checklist delle possibili cause di malfunzione: “in teoria” tutto era come doveva essere (parti elettriche, cablaggi, parti elettroniche, ingranaggi), ma la scala mobile non funzionava. Fu dopo aver smontato uno ad uno tutti e trenta i gradini collassabili in metallo, senza riscontrare alcuna anomalia visibile (o invisibile al suo microscopio), che Olaf ebbe la crisi di nervi: si tolse la sua tuta blu e corse tutto nudo nella neve infilandosi come un tarantolato dentro l’abetaia davanti al museo. La sua folle corsa venne interrotta da un ramo un po’ più basso degli altri, ma non per questo meno duro, che entrò in collisione con la sua fronte, procurandogli una ferita lacero contusa (27 punti di sutura, e commozione cerebrale). Gerard, dopo aver visitato il compagno all’ospedale, ritornò al museo, dove continuò bovinamente il compito iniziato dal Olaf. La chiave, ne era certo, era “smontare tutto”. Tutto.

E così, dopo circa tre settimane, il direttore fu costretto a chiudere il piano superiore e diverse ali del museo, che ormai erano occupate interamente dai  componenti di quella che un tempo fu la scala mobile: 23.478 pezzi meccanici, sette chilometri di cavi elettrici, le due grandi ruote denudate dei loro accessori; Gerard era preso da un furore febbrile, e, grazie alla cocaina poteva lavorare fino a 21 ore ogni giorno. Dal quando Olaf si era ferito non si era mai più lavato ed aveva perso 15 chili. La sua vita, palesemente, non aveva più senso, lo si poteva vedere spostarsi da un pezzo smontato all’altro, intento ad osservarli e a rigirarseli tra le mani (almeno quando non erano troppo grandi e pesanti). A causa di un equivoco provocato da un’incerta traduzione resa ad un tursita giapponese, si sparse la voce che il lavoro di Gerard non fosse una vera occupazione (per quanto ossessiva), ma che egli fosse piuttosto il protagonista di un tableau vivant, una specie di installazione vivente. Il direttore del museo, snasò l’affare, e lasciò credere che effettivamente si trattasse dell’opera di un artista famoso che desiderava mantenere l’anonimato perchè “la mia arte non è mia, ma del mondo”.

La truffa rese bene, dal momento che la cittadina divenne in pochi mesi una meta turistica “alternativa” molto frequentata da snob ed imbecilli falsamente acculturati. Il giorno in cui Gerard scoprì il bioccolo di polvere lanosa che aveva impedito al circuito elettrico di chiudersi e di far funzionare la scala mobile, morì di infarto: testimoni attendibili riferiscono che, al momento del trapasso, il suo volto fosse disteso, quasi sorridente. Il giorno successivo, quindici uomini caricarono tutti i pezzi di quella che era stata la scala mobile su diversi camion. Al suo posto ne venne sistemata una tradizionale di legno massiccio.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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