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Sarajevo, Arabia Saudita

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“Lots of arabic men. They come with their wives, many wives. I like to make jokes, so I tell them ‘You have only three wives? You’re not a good muslim. Look at me, I have ten, I have a wife in every village all around’. You see, it’s just a joke. I’m a muslim, a good muslim, but I only have one, and it’s enough”.

L’uomo è robusto, ha gli occhi chiari e una gran voglia di parlare. Siamo al museo del tunnel, in cui hanno aperto al pubblico pochi metri della galleria di quasi un chilometro scavata tra Sarajevo e i territori liberi nel ’93, durante l’assedio più lungo della storia moderna. L’ha scavato anche lui, dice, insieme agli altri soldati, ma adesso il governo ha tolto la gestione del museo ai reduci: gli hanno lasciato la gestione del parcheggio limitrofo, uno spiazzo di ghiaia dove lasci la macchina e te la riprendi a visita completata, per meno di cinquanta centesimi. Nient’altro, per chi ha fatto la guerra. Corruzione, dice. Forse criminalità.

Sta di fatto che sono tanti, gli “arabic men” nella Bosnia musulmana. E ancora di più, per una banale questione aritmetica legata alla poligamia, le “arabic women”. Arrivi a Sarajevo, lasci le valige in albergo, ti incammini verso la piazzetta del centro storico lungo le caotiche stradine in salita e quando la scena ti si apre davanti agli occhi ti pare di essere arrivato a Ryiad. Moltissime donne neppure velate, ma col niqab nero, quello che lascia scoperti solo gli occhi, i loro mariti, suocere e passeggini al seguito. Con ogni evidenza non sono abitanti del luogo, ma arabi. Sauditi, si direbbe, o giù di lì. Le stradine del centro brulicano quasi solo delle loro famigliole, che nel fresco del tardo pomeriggio fanno la spola tra le gioiellerie che vendono argento, i negozi alla moda, i piccoli cimiteri bianchi che spuntano dietro ogni angolo e le moschee: stradine nelle quali, non a caso, è diventato difficile trovare un bar che serva una rakija. Per quella bisogna allontanarsi un po’.

Anche durante la visita al tunnel ti accorgi di essere quasi l’unico occidentale. Insieme a te, nell’auletta con televisore in cui la ragazza bosniaca introduce il documentario sull’assedio, ci sono tre o quattro famigliole che a occhio e croce potrebbero venire dal Bahrein o dal Qatar. Sono tutti preparatissimi, anticipano continuamente il racconto intervenendo in un ottimo inglese, uno addirittura si alza e dichiara solennemente “my country helped You after the war”. Basta farsi un giretto per capire quanto la cosa sia vera. A Sarajevo non c’è un palazzo, una scuola una biblioteca ricostruiti su cui manchi la targa di ringraziamento per chi ha finanziato i lavori, e nove volte su dieci si tratta di un paesi del Golfo Persico. Nessuno escluso, neppure (occasionalmente) l’Iran: anche se è chiaro che si tratta di un fenomeno quasi esclusivamente sunnita (meglio, wahhabita), e di persiano in giro non ce n’è uno.

“They come because it’s cheap”, dice l’uomo del parcheggio, “they can stay here two or three months spending the money that in their country they spend in a week”. Ragione fondata, ma che evidentemente non è né l’unica, né la più importante. Prima di partire avevi già sentito le voci sugli sceicchi che pagherebbero gli uomini e le donne del posto per (rispettivamente) farsi crescere la barba lunga e portare il velo, per non parlare di quelle sui presunti campi di addestramento di Daesh nel sud della Bosnia, al confine col Montenegro; e avevi presente la storia dei mujahideen accorsi da tutto il mondo negli anni ’90 per difendere la roccaforte musulmana nel cuore del paese dai serbi a nord est e dai croati a sud ovest. Poi, passeggiando per Sarajevo (ma anche per Mostar), leggiucchiando qua e là approfittando del wifi negli alberghi, metti insieme i pezzi che ti mancavano, e quei pezzi compongono la parola denaro. Un fiume di denaro, a occhio e croce.

Denaro non soltanto erogato dai paesi del Golfo per la ricostruzione, ma oggi investito nella creazione e il rafforzamento di un legame identitario tra l’Islam salafita e quel fazzoletto di terra, a tratti sottile come uno spago, che è la Bosnia musulmana: progetti miliardari per la costruzione di resort, alberghi e case più o meno di lusso da destinare a turisti sauditi, del Bahrein, del Qatar, in un paese che sperimenta tassi di disoccupazione spaventosi e che continua a essere schiacciato tra serbo-bosniaci e bosniaco-croati, in mezzo a spinte nazionaliste che a occhio nudo, a vederle dal vivo, sembrano tutt’altro che sopite.

L’esito, almeno per chi si ritrova a guardare le cose per come si presentano e senza neppure fare troppi collegamenti, ha profili potenzialmente inquietanti: siamo di fronte al tentativo, magari in fase già avanzata, di costruire una roccaforte jihadista nel cuore dell’Europa? Chi finanzia il complesso intreccio di criminalità e nazionalismo (ne parleremo) che riaffiora nella vicina Serbia e nella parte serba della Bosnia? Quale nuovo equilibrio può nascere, o sta già nascendo, da queste forze contrapposte? E soprattutto, quanto fragile sarà quell’equilibrio, e che ruolo potrà giocare nella difficilissima situazione legata al fondamentalismo islamico che l’Europa sta affrontando?

Interrogativi che restano aperti, almeno per chi scrive: ma che probabilmente nei prossimi mesi diventerà decisivo approfondire.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

2 Comments

  1. Mah guardi, ci sono molte idee confuse anche tra i cattolici croati della Bosnia. In un recente viaggio laggiù, una ragazza cattolica di Mostar mi ha spiegato che gli USA inspiegabilmente hanno sempre sostenuto la maggioranza musulmana e che secondo lei c’è una cospirazione giudaico americana nel mondo…. Un ragazzo di Sarajevo, “musulmano scettico” come si definisce, mi ha parlato lungamente di come non accettino il termine “guerra civile”, in quanto sono convinti di essere stati colonizzati culturalmente dai paesi “stranieri” (serbia e croazia) in funzione di acuire i conflitti. Nessuno dei due aveva peró un pregiudizio sulla religione in quanto tale, data l’evidenza o la memoria di una possibile convivenza più o meno pacifica. Tutto questo per dire che, se è vero che le zone turistiche sono nelle parti musulmane, sia a Mostar che a Sarajevo, e che si sviluppano in funzione di un turismo islamico, è anche vero che in quelle zone la situazione è molto più fluida e diversificata di quanto si pensi e ci sono i segni preoccupanti da un po’ tutte le fazioni. Ma anche segni curiosi: per terminare la testimonianza di questo ragazzo di Sarajevo, mi disse che Sarajevo e la Bosnia in generale vanno molto di moda tra i musulmani dell’Est perché, quando non sono accompagnati dalle mogli – aggiunge-, si possono ubriacare liberamente e provarci con le ragazze del luogo, che, aggiungo io, raramente portano veli (oltre ad essere francamente bellissime).

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