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Sanremo, o dell’obbligo di ostentare leggerezza

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Abbiamo tutto il diritto di dire che Sanremo ci fa schifo.

Se vi piace avete tutto il diritto di godervelo. Sia se vi piace davvero la musica di Sanremo, o l’atmosfera da veglione di capodanno prolungata (abbiamo anche bisogno di festeggiare, ogni tanto), sia se vi piace il trash.
Ma per favore basta con questa follia che Sanremo ti deve piacere. Basta con questa follia che ci si deve per forza divertire, basta con questa follia che se non ti piace la musica che ascolta il “popolo”, la “gente”, la “casalinga di Voghera” allora devi star zitto. Eh, “sennò sei snob!” Sennò “odi il popolo”.
Quando si è deciso che io non sono popolo o gente? Quando è stato deliberato che per far parte di queste entità mistiche è necessario esser fan della De Filippi? O quantomeno entusiasmarti per il trash della De Filippi?
Quando abbiamo deciso che la vita è praticamente una scelta tra vedere il “Grande Fratello” e vederlo ridendone tramite “Mai Dire Grande Fratello”? E che tanto ormai non c’è neppure bisogno della mediazione della Gialappa’s Band per apprezzare il trash ma bisogna amare il trash per il trash?
Possibile che non ci sia mai l’opzione: “Non me ne frega un cazzo?” O l’opzione “Preferisco occuparmi di altro?” Esattamente, mi interessa sapere, fin quando dovremo spingerci con questa ostentata leggerezza, per cui la vita e il dibattito debbano vertere necessariamente su un susseguirsi di eventi nazionalpopolari e non sia più possibile fare un discorso serio in pubblico o nemmeno tra amici?
Non esiste una via di mezzo tra il dibattito al cineforum sul film iraniano e la contemplazione delle sfumature di mogano di Carlo Conti?
Io non lo so, però nel dubbio rivendico con forza il diritto di dire che non capisco perché cazzo si parli ancora di Sanremo.
Santé 
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(SINDACATO PAGANO) Nato in terre calde e prospere di disoccupazione si trasferisce giovinetto al Norte dove adesso lavora, rigorosamente a fini di lucro. Attende con speranza che Grillo faccia approvare il reddito di cittadinanza così da poter finalmente vivere come un rentier. Ha scelto il nome da usare nel blog guardando tra le bottiglie di alcolici di un amico rivoluzionario.

1 Comment

  1. Ipotizzi un problema che in realtà non esiste: si può non apprezzare il Festival, è possibile fare a meno di guardarlo, non è impossibile evitare di parlarne. L’ultima volta che lo vidi fu nel 1982. L’ultima canzone che emerse dal Festival e che mi piacque venne tre anni dopo (Minghi, 1950). E l’ultima volta che una canzone del Festival divenne popolare (nonostante il mio disinteresse) nel mio gruppo di amici fu intorno al 1990 (Si Può Dare Di Più). Dopo, il silenzio. E senza neppure far parte di una élite metropolitana liberal.

    E se ti chiamano snob, abbozza.

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