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L’epopea dell’opinionista eroe dei tre mondi

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Allora facciamo così, immaginiamo che Luca Parmitano sia appena rientrato da una missione spaziale, e che Vittorio Zucconi abbia aperto il suo articolo in questo modo.

L’epopea dell’italiana eroina dei tre mondi – Con la delicatezza di un parto complicato, e la tenerezza fragile di un bambino uscito dal grembo dello spazio, Luca è tornato alla madre terra, tra le braccia di omoni russi che lo coccolavano e lo ripescavano dal piccolo pozzo di metallo piovuto dal cielo. È finito bene, alle 15 e 44 ora italiana, senza drammi, senza retorica eroica, in quell’atmosfera sempre un po’ artigianale e improvvisata da Russia generosa, contadina, molto low-tech, il viaggio dell’uomo italiano che ha trascorso più tempo continuo di ogni altro nello spazio e ora potrà finalmente mangiare tutte le insalate di pomodori che diceva di sognare.

Disgustoso. Che c’entra il parto, perché la tenerezza, cosa vogliono questi omoni russi inquietanti, e soprattutto chi se ne frega dell’insalata di pomodori? Per fortuna è solo la nostra immaginazione; ovviamente ad essere rientrato non è Parmitano. Riproviamo con l’incipit vero.

Con la delicatezza di un parto complicato, e la tenerezza fragile di una bambina uscita dal grembo dello spazio, Samantha è tornata alla madre terra, tra le braccia di omoni russi che la coccolavano e la ripescavano dal piccolo pozzo di metallo piovuto dal cielo. È finito bene, alle 15 e 44 ora italiana, senza drammi, senza retorica eroica, in quell’atmosfera sempre un po’ artigianale e improvvisata da Russia generosa, contadina, molto low-tech, il viaggio della donna italiana che ha trascorso più tempo continuo di ogni altra nello spazio e ora potrà finalmente mangiare tutte le insalate di pomodori che diceva di sognare.

Così va molto meglio. Il parto è un delicato riferimento alla femminilità, la tenerezza il suo aspetto più importante. Gli omoni russi sono dei cavalieri che proteggono eroicamente la loro principessa, e l’insalata di pomodori, bè, è semplicemente adorabile. Ovviamente ad essere rientrata non è una tenera bimba ancora in fasce, ma Samantha Cristoforetti, 38 anni, due lauree (Ingegneria Meccanica e Scienze Aeronautiche), pilota dell’Aeronautica Militare e dio solo sa cos’altro.

– Vittorio, hai deciso come impostare il pezzo su Cristoforetti?
– Sì, tranquillo.
– Ma parlerai della Stazione Spaziale?
– Non credo.
– Dell’Agenzia Spaziale Europea?
– Eviterei.
– Della missione?
– Non so quale sia.
– Dell’addestramento? Degli altri membri dell’equipaggio? Delle attività a bordo?
– Pensavo più a qualcosa tipo i pomodori del mediterraneo e i sentimenti delle donne.

Di seguito, quindi, dopo l’appropriata colonna sonora, il riassunto dell’articolo nell’unico modo possibile senza dare di stomaco:

delicatezza, parto complicato, tenerezza fragile, bambina, grembo dello spazio, samantha, Madre Terra, braccia che la coccolavano, insalate di pomodori, sognare, Madre Terra, nostra sorella, parto, figli, ventre della madre, la nostra signora, volto appena sorridente della signora, groviglio di sentimenti, casa, abbracci, rimpianti, desideri, modestia, le piccole gioie, la famiglia, bambini, genitori, lontananza, verdura fresca, i pomodori che Samantha figlia del Mediterraneo agognava, placenta orbitante, Grande Madre, Samantha, il piccolo mondo attorno a lei, bambini, grembo della mamma, il primo vagito, Samantha della leggerezza effimera.

Se gli opinionisti ora si riscoprono banali

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Quello del giornalista è un mestiere difficile, l’abbiamo già detto. In particolare per l’opinionista, come certamente concorderete. Mettetevi ad esempio, questa volta, nei panni di un illustre collaboratore del Corriere, al quale viene chiesto di commentare autorevolmente l’esito del referendum irlandese sul matrimonio tra persone dello stesso sesso.

– Potrei approfondire gli aspetti controversi insiti nell’affidare al voto popolare una decisione sui diritti civili.
– Naa, troppo elitario. Vai più terra terra.
– Allora potrei descrivere dal punto di vista storico e sociale il percorso che ha portato i cittadini irlandesi dalle leggi che vietavano le “attività omosessuali” fino al ’93 al successo referendario del matrimonio omosessuale.
– Non so, sembra noioso. Più terra terra.
– Faccio il raffronto con l’Italia.
– Un po’ più terra terra?
– I gay che sono uguali ma diversi ma come noi però speciali.
– Così mi piaci.

Siamo nei panni, insomma, di Pietro Citati. Il suo pezzo di oggi, intitolato “Se gli omosessuali ora si riscoprono banali”, inizia con parole condivisibili e rassicuranti:

Pochi giorni fa, in Irlanda, le coppie omosessuali hanno conquistato per la prima volta in Europa attraverso un referendum il diritto di contrarre matrimonio. Dobbiamo essere felici per la sempre più rapida emancipazione di una parte degli esseri umani.

Partenza inappuntabile. Citati continua:

Non ci sono più né maschi né femmine, né eterosessuali né omosessuali, ma soltanto persone: ciò che importa è la forza intellettuale e sensuale di ciascuno, e il segno che imprime nella realtà e nell’avventura umana.

Oook. No d’accordo, la cosa del non ci sono più né maschi né femmine è forse un’espressione infelice, ma le intenzioni mi sembrano buone. Andrà tutto bene.

Mentre conquistano i propri diritti, gli omosessuali pretendono di essere come gli altri: ciò che certo non sono; tanta è la singolarità di condizioni che li distingue.

Sorpresa, gli omosessuali pretendono di essere come gli altri. Ma conquistano i propri diritti. Però nel conquistare ciò che è loro pretendono di essere ciò che non sono. Ci siete fin qui? Buon per voi.

Questa è un’offesa a loro stessi: un’offesa alla loro vita quotidiana; una cancellazione dell’abisso e del fascino che li circonda. Come una donna non può dimenticare di essere una donna, tanto più un omosessuale non può trascurare la ricchezza delle condizioni, delle sensazioni e dei sentimenti che lo distingue.

Gli omosessuali, dunque, nell’ottenere il proprio diritto ad essere come gli altri offendono loro stessi. Perché, come tutti saprete, gli omosessuali sono circondati dall’abisso (e ovviamente dal fascino), e non bisogna mai cancellare un abisso (o un fascino).

– Ele tutto ok?
– Sì, perché?
– Non so, hai un’aria strana, ti senti bene?
– Ok, senti, è una cosa un po’ personale quindi non dirlo in giro, ma ho fatto le analisi l’altro giorno e sono arrivati i risultati oggi e a quanto pare ho una carenza cronica di abisso.
– Cazzo. Cazzo, ma come è successo?
– Non l’hanno ancora capito, probabilmente un virus. Comunque non è una cosa grave, devo solo prendere una fiala di sentimenti ogni mattina.
– Capito. Oh se posso fare qualcosa, se ti serve del fascino fammi sapere, a casa ho la scorta, ché ogni tanto mia mamma dimentica di essere una donna e se devi farti fare la ricetta non ti passa più.

Citati riprende:

I grandi omosessuali hanno un profondo orgoglio del loro ego: talora un disprezzo dei cosiddetti esseri normali, e della loro vita comune.

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Qui la pochezza tecnologica del Corriere ha sicuramente impedito di piazzare su “I grandi omosessuali” lo storico tema di Superquark.

Questi spettacolari mammiferi sono particolarmente coscienti della loro stazza e dell’importanza che quindi hanno nel branco: preferiscono quindi vivere tra i propri pari, evitando inutili competizioni con gli omosessuali più piccoli o tantomeno con i cosiddetti eterosessuali, costretti ad accoppiarsi con gli esemplari meno fascinosi.

Ma temendo di aver sparato troppo alto, il nostro subito ritratta:

Certo, di esseri normali non ne esiste nemmeno uno: ogni uomo, maschio o femmina, etero ed omosessuale, è un cosmo infinitamente complicato che non si identifica con nessun altro.

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Se a questo punto siete confusi, non vi biasimo.

Nel caso degli omosessuali si aggiunge la coscienza della violazione e delle violazioni che essi impongono ai costumi di quella che resta la maggioranza.

Questa frase non viene ulteriormente spiegata né approfondita: il piacevole compito di trovarle un senso è lasciato generosamente al lettore.

Gran parte di loro conserva la coscienza della propria natura di élite: la superbia di essere una minoranza, che nessuna eguaglianza di diritti può avvicinare al resto degli uomini.

Ok, Pietro, ora forse stai andando un filo sopra le righe –

Sono singolari, e superbamente singolari: la ferita della differenza non può essere cancellata o abolita: brucia, arde come la ferita di nessun altro gruppo umano.

Pietro, aspetta, prendi fiato un att-

In quasi ogni omosessuale, c’è qualcosa di demoniaco;

WOAH, ehi-

ed è la coscienza di quella che molti di loro considerano la propria orgogliosa altezza spirituale.

– Direttore, mi mandi gli infermieri per favore. Sì, un altro opinionista. Citati. Eh oh lo so, ma se abbiamo un parco opinionisti del 1930 c’è poco da fare, hai voglia a dargli pillole. Sì. Grazie.

continua, portato via dagli infermieri:

Molti di essi, oggi, pensano alle grandi poesie di Baudelaire dedicate a Lesbo, alle Donne dannate come a qualcosa di irreparabilmente remoto: ma hanno torto. Cancellare ogni traccia della loro singolarità equivale a renderli normali, comuni, banali, come essi non sono mai stati.

L’opinionista si scopre fragile

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Quello del giornalista è un mestiere difficile, mettiamolo in chiaro subito. Difficile per l’inviato, che deve trovarsi al posto giusto al momento giusto e magari prendersi dei rischi; difficile per il reporter, che deve ricercare, intervistare, indagare, studiare; ma è difficile anche per chi sta in redazione davanti a schermo e tastiera. Il titolista è probabilmente quello più bistrattato, ma un discreto carico di sofferenza spesso sottovalutato è riservato agli opinionisti.

Gli opinionisti, agli occhi di un profano, hanno un compito facile, che poi è il sogno di chiunque scriva sul web, che poi è il sogno di tutti quelli che si considerano intelligenti, che poi è il sogno di tutti: dare la propria opinione sui fatti del giorno a vagonate di persone.

– E tu cosa fai nella vita?
– Manifesto le mie opinioni a centinaia di migliaia di persone.
– Sì, no dico di lavoro.
– Insegno filosofia.
– Sì, no dico di lavoro.
– Mi occupo di startup management consulting.
– Ah ecco, perché c’ho questo videoregistratore che non gli funziona più l’audio

Ma sto divagando. Per quanto facile possa sembrare, il compito di scrivere un editoriale è più o meno complicato in base all’argomento specifico, e in moltissimi casi l’argomento specifico non è scelto dall’autore.

– Passiamo agli editoriali. Valerio, tu mi fai un pezzo critico su Renzi.
– Ok capo, te lo passo tra una mezz’ora.
– Mario, tu me ne fai uno sui mezzi pubblici di Roma, mi raccomando bello tagliente.
– Ce l’ho pronto da sei anni.
– Alessandro, puoi scegliere tra Salvini campi rom e unioni civili gay.
– Rom tra venti minuti capo.
– Che sia pungente eh? Infine, Giangiacomo. A te è rimasta la tragedia di ieri pomeriggio su cui tutti i media hanno già sfornato approfondimenti ogni due ore nelle ultime sedici, noi compresi. Dev’essere un’opinione forte e devono essere almeno quattromila battute e mi serve entro un quarto d’ora.

Questo è, con tutta probabilità, lo scenario in cui si è ritrovato questa mattina Giangiacomo. Giangiacomo è andato a prendersi un caffè. Si è seduto alla scrivania, ha aperto Word e ha guardato per tre lunghi minuti la pagina bianca, pensando come ognuno di noi a quanto enormemente il menu di Office 2003 fosse più comodo, ordinato e comprensibile di quello moderno. Poi Giangiacomo ha tirato fuori dal cassetto il Merlo-Severgnini edizione paperback del 2002, ha sospirato e ha iniziato così:

Un cortocircuito di follia. Una leggerezza nei controlli. E tre morti sulla scia del dovere, del semplice esercizio della responsabilità. Di colpo Milano si scopre fragile e vulnerabile nel luogo simbolo della giustizia e della sicurezza.

Bene – ha pensato Giangiacomo – ho detto tutto quello che potevo dire e sono a duecento battute. Stavolta sono cazzi.
Giangiacomo non aveva tempo per disperarsi. Ha sfogliato il Merlo freneticamente. “Transenne, poliziotti e carabinieri”. Ok. “Un elicottero che volteggia”, “le ambulanze che si incrociano”. Ok, AH ECCO CAZZO ECCOLO.

la gente in strada si chiede come mai

Non farà un po’ troppo Quelo? – si è chiesto Giangiacomo, che usa il dialogo interiore per non perdere del tutto il senno. Naaa, andiamo avanti.

quelo
Ti chiedi i quasi quasi

la gente in strada si chiede come mai, com’è possibile sparare, uccidere e ferire in un’aula di giustizia, quale mente diabolica c’è dietro una messinscena del genere e che cosa può succedere, ovunque ormai, se i presidi di sicurezza vacillano e la ferocia di una vendetta non conosce limiti.

Messinscena vuol dire quello? Dove l’ho messo il dizionario dei sinonimi diocaro. Oh ma sì dai. Domande retoriche a manetta, dai. Dai.

Quali risposte darà adesso lo Stato ai familiari?

Troppo corta, così non mi passa più. Allunghiamo.

Quali risposte darà adesso lo Stato ai familiari del giudice, dell’avvocato, dell’ex socio?

Mmm.

Quali risposte darà adesso lo Stato ai familiari del giudice, dell’avvocato, dell’ex socio, caduti sul fronte della legge, emblema del rischio che comporta assumersi il dovere dell’onestà? Quale risarcimento ci può essere al dolore immenso di una vita perduta dopo un attentato che ha colpito il luogo della legalità e della giustizia?

Buona così. “Incredulità e sconcerto”, mi piace. Ah, e “rabbia muta”. Oh però ci devo mettere la critica, il monito. Monaco, moneta, monile… monito.

Si avverte il disagio per quel che si poteva fare e non si è fatto

Ok, poi sarà colpa di qualcuno, della società, ah sì tipo della crisi.

quelli che un tempo si affidavano ai carabinieri ma oggi, con i tagli e le esternalizzazioni, con le risorse al contagocce, si riducono sempre di più.

L’ho scritto Expo? Scriviamo Expo. – Giangiacomo ha guardato il conteggio delle battute, era a poco più di metà strada. Ha guardato l’orologio; poco più di metà strada. Figa è tardi, tragedia, dov’è tragedia.

Milano è scossa, ferita da una grande tragedia.

Giangiacomo è andato avanti col pilota automatico ancora per un po’. Duemilaseicento battute. “Come nel ’92”. “Marco Biagi”. Tremila. Oh oh guarda adesso che ti combino.

Tre camionette della polizia. Agenti con le armi in pugno. Un avvocato commenta: «Ma adesso tutto questo a che cosa serve?»

Cinema signori, sentimenti, l’occhio della madre. Sta venendo meglio di quanto speravo. Tremilaquattrocento. Giangiacomo ha pensato, devo iniziare a chiudere. “Ambrosoli”. “Ci lascia un esempio che non può essere dimenticato”.

Ma oggi si può solo dire che è assurdo morire così

Quattromilaquattrocento, tempo scaduto. Giangiacomo ha riletto a piombo, ha tolto un apostrofo dopo “quel” – diosanto questo lavoro mi sta instupidendo – ha salvato tre volte e ha inviato al capo.

Era ora, Gian. Mandatelo online in fretta, che l’ultimo su Milano è uscito quasi un’ora fa.

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