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Il ragazzo di Belcourt /2

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Marguerite Dobrenn, Jeanne-Paule Sicard e il ventitreenne Albert Camus decidono di prendere in affitto il primo piano della Maison Fichu e di farne un laboratorio di idee; qualcosa di simile a quello che un secolo prima il filosofo francese Charles Fourier aveva definito «falansterio». La quiete collinare, la vita comunitaria, la possibilità di lasciarsi indietro il caos urbano e dedicarsi interamente alle loro passioni non lasciano spazio a dubbi: quello è il posto ideale per lavorare ai loro progetti artistici.

Mentre salivano verso El-Biar, i tre stavano giusto discutendo la messa in scena di una nuova opera, un «saggio di creazione collettiva» scritto a otto mani: Révolte dans les Asturies. Alla scrittura del copione, che racconta l’episodio drammatico di una rivolta operaia repressa nel sangue ad Oviedo durante la rivoluzione spagnola, oltre a Camus, partecipano un giovane professore d’inglese, Yves Bourgeois, un insegnante di tedesco, Alfred Poignant, e la militante comunista ed ereditiera della manifattura di tabacco Bastos Jeanne-Paule Sicard.

Alla fine del 1935, insieme ad altri giovani intellettuali marxisti, Albert aveva fondato il Théâtre du Travail, una compagnia legata al Partito Comunista Algerino, che aveva debuttato il 26 gennaio del ’36 con la rappresentazione de “Le Temps du mépris”, un racconto di André Malraux comparso sulle pagine della Nouvelle Revue Française in cui lo scrittore francese denunciava apertamente il nazionalsocialismo tedesco.

Qualche mese prima, Malraux era stato invitato dal Comitato di vigilanza degli intellettuali antifascisti di Algeri a partecipare ad una conferenza e il giovane Camus, molto colpito dall’accorato discorso dell’intellettuale parigino, era riuscito a stringergli la mano e a manifestargli tutta la sua ammirazione. È un incontro che lascia il segno. Entrambi intendono la cultura «come il grido degli uomini davanti al loro destino», entrambi difendono la causa degli oppressi. Il giovane studente di filosofia cresciuto nel quartiere popolare Belcourt, profondamente segnato dalla lettura del “Temps du mépris”, decide perciò di proporre allo scrittore un adattamento teatrale del suo testo. La risposta è celebre e lo lascia di stucco. «Joue», risponde laconicamente Malraux in un telegramma. «Recita».

È un incoraggiamento che dà energia a Camus, che, terminata la stesura dell’adattamento, ha la geniale e audace idea di mettere in scena lo spettacolo nella sala da ballo dei Bains Padovani a Bab el-Oued.  Quel Padovani che non è soltanto uno stabilimento balneare ma una vera istituzione popolare: qui le mamme portano i bambini al mare perché è quello più vicino al centro città, qui gli operai si ritrovano alla sera per mangiare spiedini di cuore di montone e bere l’anisette, un liquore forte a base di anice verde.

L’Écho d’Alger, giornale della sinistra radicale algerina, annuncia in prima pagina la rappresentazione: «Partecipazione al costo di 4 franchi. Ingresso gratuito per i disoccupati». Il successo è enorme. La stampa, persino quella più lontana dal PCA, recensisce lo spettacolo con toni entusiastici e presenta Albert come un promettente regista e sceneggiatore. Lui registra lo stato d’animo di quei giorni nel suo quaderno, rivela la necessità di impegnarsi a fondo nell’attività politica e nella scrittura: «Je veux employer toute ma jeunesse». «Voglio impiegare tutta la mia giovinezza».

(Continua…)

Il ragazzo di Belcourt / 1

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È il 16 maggio 1936. Tre studenti poco più che ventenni salgono di buona lena il Chemin Sidi-Brahim, uno di quei sentieri turchi tanto rappresentati dai pittori orientalisti, che gli abitanti della zona sono abituati a chiamare Chemins Romains per via della loro architettura vagamente romana. La strada si inerpica sulle colline sovrastanti Algeri nei pressi di El-Biar, una località residenziale che si staglia ad ovest della città e che deve il suo nome ai molti pozzi presenti nella zona. La vegetazione è fitta e selvaggia e mediterranea: gli olivi e le piante di ribes spinoso cominciano a fiancheggiare il cammino non appena fuori dal centro abitato e lo accompagnano quasi languidamente verso l’alto, interrotti di tanto in tanto soltanto dalle mura grezze e bianche di qualche villa.

La salita è ripida e tortuosa, il sole algerino bagna il paesaggio, lo riempie di una luce marina. Il mare è infatti alle spalle ed è una presenza liberatoria perché apre il panorama, affidando al mondo questa fetta d’Africa francofona. Jeanne-Paule Sicard, Marguerite Dobrenn e Albert Camus si lasciano indietro lo sferragliare dei tram e lo scalpiccio frenetico degli abitanti del centro; continuano a salire tra gli olivi mai potati, superano un tornante e notano un cartello «À louer» («Affittasi») su una casa lì in alto, all’angolo tra il Chemin Sidi-Brahim e la Rue des Amandiers. La piccola villa, che è situata nella proprietà Jourdan, sembra incastonata nella collina e rivolge la faccia verso il mare.

Si tratta della Maison Fichu, la vecchia abitazione del giardiniere di Monsieur Jourdan, al quale il ricco proprietario l’aveva donata e da cui ha preso il nome. Monsieur Fichu l’aveva col tempo ampliata con un attico e una grande terrazza dalla quale si poteva osservare tutta la baia di Algeri fino alle montagne della Kabylia. Al primo piano di quella stessa casa aveva vissuto il decoratore Maurice Acquart, amico del pittore Louis Bénisti e padre dello scenografo teatrale André Acquart. Per i tre studenti è un colpo di fulmine. Albert rimane abbagliato da quella terrazza aperta sul Mediterraneo, quel mare in cui lo zio Ernest, muscoloso muratore sordomuto, lo portava a nuotare da bambino.

L’intuizione è immediata, l’entusiasmo unanime: perché non abbracciare il vecchio sogno, il progetto della vita in comunità? Ma soprattutto: perché non fare di quella casa in collina la sede della loro neonata compagnia teatrale?

(Continua…)

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