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Rissosità liberale

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Alcune riflessioni a una settimana dal voto e a una settimana meno 5 minuti dalla spettacolare implosione di Fermare il Declino. Sotto l’insostenibile leggerezza dell’1% dei voti, il movimento fondato da Giannino and friends ha avuto una settimana di passione culminata con la decisione di dividersi in due gruppi, con due nomi che richiamano entrambi alla lista che si è presentata alle elezioni. Questo pare sia dovuto al fatto che all’interno di FID ci sono due visioni ben distinte (distinte da loro, gran parte di militanti, elettori e simpatizzanti invece di mettersi lì a fare distinzioni, ha preferito mandarli tutti a quel paese). Sì, avete capito bene, un partito con l’1%, in cui ci sono due visioni opposte del futuro, invece di andare a congresso e metterla ai voti preferisce dividersi in due e tanti saluti. Evitando di maramaldeggiare troppo, la parabola di FID è utile per capire la sfortunata storia dei liberali italiani. Uniti, i liberali non sono mai stati in grado si sfondare: il risultato più roseo fu un 7% del Partito Liberale Italiano nel 1963. Sfido però chiunque a dire che le idee liberali siano o siano state condivise al massimo dal 7% degli italiani. La mancata coesione dei liberali si spiega secondo me con il loro spiccato individualismo e l’incapacità di farsi guidare da un leader. In media i liberali sono persone più istruite, più intellettualmente vivaci e con più personalità rispetto agli altri. Cosa molto piacevole quando ci si va a bersi una birra, molto meno quando bisogna decidere una linea comune ad un congresso in cui i membri non hanno la minima propensione al compromesso. Forse la verita è che troppi liberali tutti assieme non possono che fare la fine di FID o del PLI, e direi pure dei Radicali, e che il modo migliore per portare avanti le istanze liberali in Italia è quello di cercare spazio nei partiti esistenti, rubando a loro un po’ di struttura e un po’ di disciplina.

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Triestina di nascita, della sua terra si porta dietro lo spirito patriottico, lo spritz e la tendenza a sottovalutare qualsiasi raffica di vento sotto i 130 km/h. Radicale, milanista e milanese nel cuore, dopo la laurea il suo corpo fugge verso la Perfida Albione. Qui ottiene un dottorato in storia economica con una tesi sul divario Nord-Sud dopo l’Unità d’Italia. Il suo cervello invece, grazie alla sua tesi e alla mai curata passione per la politica, rimane in larga parte in Italia.

5 Comments

  1. Conclusione logica di tale ragionamento sarebbe il modello americano: grandi partiti d’area con mille correnti, correnti che si confrontano non tanto sui programmi quanto sui candidati di sintesi per le cariche monocratiche.

    • così però vai contro l’istinto tribale italiano. La contrada del Porco contro quella del Dragone, noi ce l’abbiamo più puro del vostro.
      Quello che tu hai scritto sui liberali si può applicare, con un opportuno trova/sostituisci, con la sinistra.

      Io preferisco un doppio turno, dove il meno peggio ti è quasi quasi imposto, salvo astensione. Visto che funziona bene (vedi sindaci) è assolutamente inopportuno proporlo a livello nazionale, diffonderebbe una pericolosa patologia chiamata ‘responsabilità’ che colpirebbe elettorato attivo e passivo.

  2. Il migliore dei mondi possibili per i liberali italiani è quella di creare un soggetto politico indipendente che li raccolga tutti.
    E supererebbe senza problemi la soglia del 4%.
    Il bacino di voti non è inferiore al 10%.
    Quel che accade in FilD, come in altri movimenti, è che a furia di tenersi lontani dalla politica attiva i liberali, giovani e vecchi, non la sanno fare più.
    La possibilità di agire dall’interno dei grandi partiti, stante l’Italia quale cortile del Vaticano, è quasi nulla: essi infatti sono dominati da concezioni e leader che provengono da matrice culturale etica. Pertanto non liberale.

    Auguriamoci che piano piano, da FilD ai Radicali, si riprenda un pò di realismo e di capacità politica.

  3. Corrige: “quello” al posto di “quella”.

    In FilD poi è avvenuto anche l’arroccamento della direzione, cooptata per esigenze di fretta elettorale… e dulcis in fundo la manifestazione del narcisismo liberale di alcuni dei numi tutelari del movimento, nei momenti più delicati e pericolosi.

    Insomma, chi vivrà vedrà, ma il rischio di aver bruciato in partenza un’altra delle già scarse carte laiche e liberali è concretissimo.

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