un blog canaglia

Rispetto, vergogna

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E’ bello il pezzo di Jeffrey Tayler per The Atlantic su Inna Shevchenko, una delle animatrici del gruppo “sesstremista” Femen – peccato che la traduzione su Internazionale non sia puntuale: l’editor italiano, per dire, ha ritenuto di dover rimuovere un inciso personale del redattore che commenta l’aria da discount della fede che si respira attorno a Notre Dame nell’ottocentocinquantesimo anniversario dall’inizio dell’inizio della sua costruzione:

“in effetti, quello che dice [Inna] non è poi tanto lontano dalla verità. Nei secoli scorsi la Chiesa Cattolica vendeva a parrocchiani creduloni indulgenze per ottenere uno sconto sul soggiorno in purgatorio. Ora, all’interno di Notre Dame, impiegati della chiesa tentano di piazzare croci di cristallo per 250 euro e piccole campane di bronzo commemorative senza alcuna iscrizione a, sì proprio così, 850 euro. Parliamoci chiaro, poi, chi potrebbe considerare 850 anni un vero anniversario, a parte dei consulenti di marketing?”

Senza grandi sorprese la performance parigina di Inna e delle altre “ragazze del mucchio”, le quali hanno vivacizzato i festeggiamenti di Notre Dame (al momento dell’azione non si stava celebrando la messa) a suon di poppe nude. Uno spettacolo che, pur non avendolo visto di persona, non esito a definire glorioso. Flash sul mio passato bigotto. Undici o dodici anni, il decubito funereo delle prediche di Sant’Euclide, le mosche che danzavano nell’aria umida, l’immane, l’inutile fatica di tentare di stornare il missile terra-terra della mente puntato su “culo-fica-tette” e riportarlo a pensieri e visualizzazioni più consone alla funzione. Per questo, immaginare le candide tette orientali delle ragazze di Femen che biancheggiano nella penombra di una chiesa cattolica che ha quasi un millennio di vita a me pare una specie di contrappasso da sballo.

Un po’ trito e generico il commento con cui la giovane ha spiegato al giornalista le ragioni dell’azione del collettivo: “Vi sono così tante falsità che vengono nascoste. Ma quando strappi la benda, viene fuori il pus. E’ quello che abbiamo fatto a Notre Dame. Abbiamo strappato la fasciatura” (per inciso, anche questa espressione un po’ disgustosa, eppure appropriata alla sempiterna corruzione ecclesiastica, è stata rimossa dalla traduzione in italiano del pezzo pubblicata da Internazionale – sarà un caso?).

Piuttosto scontate anche le conseguenze dell’azione: polizia, arresto simbolico, e immancabili prese di posizione del sindaco di Parigi e del Ministro dell’Interno: hai voglia a essere laici, ‘sti Francesi, ma, se capita l’occasione di baciare un deretano clericale, anche loro mica si tirano indietro… Ma io riflettevo su due concetti: “rispetto” e “vergogna”. Perché, è certo, di questo avranno parlato i detrattori di Femen: mancanza di rispetto verso i fedeli, assenza di vergogna nelle bellissime e pugnaci ragazze di Femen.

E’ giusto “chiedere”, o, peggio ancora, pretendere “rispetto”? Già dovrebbe mettere in allarme la constatazione che quelli che lo chiedono, il rispetto, di solito sono i vecchi scorreggioni del bus – per inciso, credo che anche io mi stia trasformando in uno di loro (anche se gli sfinteri ancora vanno): a meno che non sia un caso se mi trovo sempre più spesso a lamentare presunte mancanze di rispetto nei miei confronti da parte di persone care o gente con cui mi tocca lavorare.

Rispettare significa guardare con “considerazione”, “riguardo”, “riverenza”. E che cosa accade se una certa persona / istituzione ha fatto / detto cose esecrabili? Occorre comunque “rispettarle”? E’ un po’ come quando mi scalpellavano il cervello a suon di “principium autoritatis” ([ha detto una cazzata] ma è pur sempre il maestro). Il rispetto dovrebbe essere naturale, altrimenti non si dovrebbe concedere. Tutto questo perché, anziché piagnucolare del rispetto negato, magari la prossima volta si faccia l’ipotesi che non si ottenga il rispetto anche perché non lo si è meritato. Per dire, se sei un padre che mostra anche piccoli segnali di ipocrisia, come si può sperare che i tuoi figli ti rispettino. Ad un livello diverso, se predichi la povertà e sei ricco sfondato, se pretendi di essere l’unico a saper distinguere tra giusto e sbagliato, ma commetti delitti orrendi e, non pago, pretendi l’impunità; diciamo che non ti dovresti lamentare se il rispetto che credi di meritare venga meno. Le tette in chiesa potrebbero risvegliare la coscienza di qualcuno, in fondo.

In un certo senso, vale lo stesso ragionamento per la vergogna. Come si fa a dire “vergognati” a uno che non si vergogna? Come si fa ad usare un imperativo per scatenare un sentimento che semplicemente l’altro non prova? Anche io qualche volta lo dico, ma non posso fare a meno di sentirmi stupido quando mi rendo conto che sto pronunciando davvero quella parola. In fondo, il rispetto, come la vergogna, assomigliano un po’ all’amore: se non te lo danno, non lo otterrai certo pestando i piedi per averlo.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

4 Comments

  1. Per me le manifestazioni delle femen non hanno alcun senso. E parla uno tutt’altro che cattolico. Le vere battaglie non le fanno di certo un gruppetto di belle ragazze con una spiccata tendenza all’esibizionismo. Manifestano inoltre per i diritti delle donne (come ad esempio il fatto che il loro corpo non è e non deve essere un oggetto)….e lo fanno spogliandosi?? Mi sembrano goliardate di pessimo gusto a cui si da troppo eco mediatico..

  2. Grazie, ottimo articolo, avevo quasi perso la speranza che In italia esistesse qualcuno capace di accettare, o almeno capire, il messaggio di Femen.

  3. Le femen più che qualche coscienza svegliano i poveri membri avvizziti di tanti morti di fi*a che cercano un significato profondo dietro un mero esibizionismo (e non dimentichiamoci che sono stipendiate per mostrare le tette al mondo).
    A me personalmente risvegliano solo rabbia profonda.

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