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Il rinoceronte di Avaaz e l’illusione della politica

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Non mi ricordo come e perchè ma una volta devo averlo fatto, firmare un appello di Avaaz. Praticamente questo secondo loro fa di me un “membro” anche se da quel giorno in poi l’ho cestinato insieme alla newsletter del supermercato.

Comunque se una volta ho preso uno yogurt alla Coop questa a buon diritto mi considera nel conto dei suoi clienti, mentre al contrario sono certo di non essere in alcun modo un membro di Avaaz. Mi domando quanti dei 14 milioni di “membri” vantati sul loro sito lo siano, almeno consapevoli essere stati contati. Se poi vale lo stesso principio per i 56 milioni di “azioni intraprese dal 2007” mi chiedo se non sia assurdo considerare “azione” una sottoscrizione on line. Se così non fosse, il parlamento si trasferisca su facebook subito e si legiferi a colpi di like.

Avaaz comunque ha un sito che è un amore e fa invidia a MTV, e i ragazzi italiani da cui ricevo le email sono pieni di entusiasmo e scrivono in buon italiano, insomma si capisce che ci credono nella rete, nella democrazia, nell’eccetera: il motivo per cui ho messo Avaaz in spam è proprio questo, che ci si finisce per credere e che questo rischia di diventare il più grosso malinteso del decennio. Che la democrazia sia questa cosa comoda come il tuo divano e facile come un click, che la politica sia qualcosa come un discount con l’assortimento ben esposto sugli scaffali e le etichette a disposizione di tutti, che per capire il mondo ti affidi a questi bravi boyscout di al gore che ci pensano loro poi tu firmi e torni a fare i giochini su farmville.

La campagna più gloriosa di Avaaz sembrerebbe questa legge anticorruzione approvata in Brasile due anni fa. Se le parole hanno un senso, pubblicizzare questo risultato come una vittoria della democrazia globale è quantomeno fuorviante. La vittoria sarà se i cittadini del Brasile, informati di questo legge, le daranno corpo e sanzioneranno politicamente chi la vìola. Fino a quel momento varrà molto poco ed è lecito ritenere improbabile che si verifichi l’ipotesi precedente, visto che la petizione è stata importata da qualche centinaia di migliaia di nerd del mondo che poco sanno del Brasile e dei brasiliani.

Si può dire che è un rischio che vale la pena correre, ma il rischio di contrabbandare certe forme di social impegnato a costo zero per battaglie democratiche, che son cosa che richiede tempo, riflessione e dialogo tutt’altro che gratis, dove lo mettiamo. Comunque, il giorno che è arrivato l’appello a firmare per salvare il rinoceronte di non so dove ho messo Avaaz nello spam.

1 Comment

  1. il noto studioso delle dinamiche 2.0 E. Jenkins durante una sua recente conferenza a roma ha fatto notare che se da una parte il click comodamente rilasciato sul divano può sembrare troppo facile, dall’altra si riscontra una corrispondenza diretta tra il successo di campagne on line e la mobilitaizone cd “reale” e una maggiore propensione alla mobilitaizone proprio da parte di chi normalmente aderisce alle petizioni on line.

    Questo per ricordare che non esiste una regola univoca per certificare una mobilitazione, e che un sistema in genere non sostituisce l’altro, ma di sicuro si rafforzano.

    Raccogliere adesioni on line non è uno scherzo, anche perchè proprio per la presunta facilità di raccolta, le adesioni per avere un peso minimo, devono essere proporzionalmente superiori.

    Infine invito a riflettere come il meccanismo mentale descritto da Nagasaki che ha portato è lo stesso identico che fanno migliaia di persone di fronte ad una bancarella di raccolta firme.

    percarità, è un meccanismo che tutti abbiamo adottato (è una questione di sopravvivenza mentale, mica possiamo sempre essere sul pezzo di ogni cosa…..), solo che non me ne vanterei in un blog animato per lo più da persone che invece in quel genere di attivismo ci sono dentro fino al collo

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