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Riforma del lavoro: sotto il luogo comune, niente.

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Oggi, mentre cercavo notizie su tutt’altro, sono incappato in questo articolo dal titolo interessante. In pratica, si sostiene, la storia che il nostro mercato del lavoro sarebbe più rigido di quello di altri Paesi, sarebbe una leggenda. Una leggenda nata da un errore “contabile” dell’OECD (o OCSE), un’organizzazione internazionale che – tra l’altro – stila “classifiche” sulla rigidità dei vari mercati del lavoro.

Per sbaglio i ricercatori considerarono il trattamento di fine rapporto (tfr) […]  come una sorta di indennizzo per il licenziamento. Questa svista fece sballare tutti i calcoli, motivo per cui l’indice di rigidità del mercato italiano risultò altissimo. Di qui la narrazione che conosciamo bene: in Italia ci sono troppi vincoli al licenziamento, a cominciare dall’articolo 18.

Quasi 10 anni dopo – su segnalazione della Banca d’Italia e di Maurizio Del Conte, uno studioso della Bocconi – l’Ocse ammise l’errore e rifece il calcolo. Si scoprì così che il livello di protezione (articolo 18 incluso) dei lavoratori in Italia non è affatto superiore a quello di molti nostri concorrenti, a cominciare da Paesi di solito presi a modello come la Germania, l’Olanda e la Svezia“.

Nelle tabelle riportate qui, si vede come l’Italia, in effetti, presenti rigidità minori di Francia, Germania, Paesi Bassi (alcune di queste statistiche, tra l’altro, essendo aggiornate al 2013, non includono la liberalizzazione del lavoro a termine approvata in Italia nel 2014). Inoltre, sulla stessa pagina si trovano descrizioni Paese per Paese di vari aspetti della regolamentazione del mercato del lavoro.

Avendo un po’ di pazienza e visitando alcune di queste descrizioni, si apprende come la reintegrazione sul posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo esista in diversi Paesi (vd. ad esempio Norvegia, dove la reintegrazione (reinstatement) è “abbastanza frequente”). Spesso è il giudice a decidere o proporre la reintegrazione; in alcuni casi se il datore di lavoro non vuole rispettare l’ordine di reintegrazione, deve pagare una cifra considerevole (in Svezia, dove si pagano da 16 a 32 mensilità di salario e la retribuzione media è ben più alta rispetto all’italiana). Si scopre anche che, in alcuni Paesi, come Germania o Paesi Bassi, ad esempio, prima di licenziare è necessario richiedere l’autorizzazione della rappresentanza dei lavoratori o della pubblica amministrazione o del tribunale del lavoro e – se questa autorizzazione non viene rilasciata – il licenziamento viene sospeso (Germania) o può costare molto di più (Paesi Bassi).

L’attuale legislazione italiana sul punto non è quindi troppo diversa da quella di altri Paesi; prima della riforma Fornero, infatti, la reintegrazione era obbligatoria per tutte le ipotesi di illegittimità del licenziamento nei luoghi di lavoro più grandi; dal 2012, invece, la reintegrazione è obbligatoria solo in alcuni casi (licenziamento discriminatorio o licenziamento disciplinare gravemente viziato o licenziamento economico basato su un fatto “manifestamente insussistente”*); negli altri casi viene prevista un’indennità.

Nella pratica, dove una quantità enorme di liti sui licenziamenti non arriva a sentenza ma viene risolta “pacificamente” dalle parti, questo significa che il lavoratore ha meno potere contrattuale di prima perché, mentre fino al 2012 se vinceva la causa aveva la sicurezza di essere reintegrato, adesso questa sicurezza non esiste più anche in ipotesi di vittoria. Se parlate con qualunque avvocato che si occupa di lavoro, quest’ultimo vi confermerà quasi sicuramente che l’importo delle transazioni, cioè la somma pagata dal datore al lavoratore per chiudere “pacificamente” una lite su un licenziamento, è molto calato dal 2012. Purtroppo, statistiche ufficiali in questo senso non esistono perché, come spesso sa chi è stato licenziato e ha raggiunto un accordo, le parti, e specialmente le aziende, normalmente vogliono che queste transazioni siano tenute riservate.

Ovviamente, tutto questo è del tutto irrilevante perché, grazie agli errori di calcolo del passato e al luogo comune che si autoperpetua, siamo costretti a credere che il nostro mercato del lavoro sia sproporzionatamente più rigido di quello di altri Paesi. Quindi ci apprestiamo a modificarlo fiduciosi nell’avvenire. Tra due anni, quando ancora non sarà migliorato nulla in termini di tasso occupazionale, come non è migliorato niente dal 2012, troveremo qualche altro diritto sul lavoro da tagliare. Santé

 

* Errata corrige: mi si fa notare che in quest’ultima ipotesi la reintegrazione non è obbligatoria: secondo la legge, il giudice “può” e quindi non “deve” reintegrare. Grazie al solito amico avvocato per la consulenza, che verrà pagata – come sempre – sotto forma di barattoli di Nutella.

(SINDACATO PAGANO) Nato in terre calde e prospere di disoccupazione si trasferisce giovinetto al Norte dove adesso lavora, rigorosamente a fini di lucro. Attende con speranza che Grillo faccia approvare il reddito di cittadinanza così da poter finalmente vivere come un rentier. Ha scelto il nome da usare nel blog guardando tra le bottiglie di alcolici di un amico rivoluzionario.

8 Comments

  1. Ottimo articolo su un punto importantissimo. Triste ma vera la conclusione. Ancor più triste, forse, il fatto che sia ormai un fatto appurato empiricamente che, a maggiore flessibilità del lavoro, non corrispondano vantaggi in termini di maggiore produzione e competitività. In un Paese in cui, poi, è la scarsissima domanda il principale problema, diventa folle accanimento la direzione presa dal Job Act (non riesco mai a scriverlo senza sorridere).

  2. Absinthe, ti voglio un sacco bene, ma mi spieghi perchè minchia stai analizzando la riforma proposta dal governo cominciando con l’art.18 e finendo con l’art.18 come se il resto non contasse un cazzo?

  3. Intanto perché ho letto l’articolo su quel punto specifico. In secondo luogo, perché il cosiddetto contratto a tutele crescenti si propone proprio di superare o almeno “congelare” per i primi anni l’articolo 18. La promessa riforma degli ammortizzatori sociali si promette da 40 anni, a quanto mi è stato detto, e non arriva mai. E certamente non si può fare per decreto legge: la riforma delll’art. 18 invece sì. E proprio l’art. 18 è stato modificato nel 2012.
    Per il resto, le tabelle dell’OCSE che ho linkato riportano i dati anche su altri temi: licenziamenti collettivi, lavoro a termine, lavoro interinale ecc. Mica posso fare tutto io 😉

    • oddio. Il nuovo contratto sì, non prevede l’art 18 all’inizio, ma dà diritto a ferie e malattia da subito. Che detta così è davvero triste, ma è quello che milioni di cocostocazzo sognano da una vita. E da subito sarebbe prevista un’indennità per i licenziati in attesa di ricollocamento.

      Ovvio, finchè non vedo nero su bianco in gazzetta ufficiale non ci credo, se tolgono tutte i diritti e lasciano solo quello di licenziare possono andare affanculo, ma così com’è stata presentata non mi pare malaccio.

      • Questi diritti li hanno già sia i lavoratori a tempo determinato che gli interinali. Non ce l’hanno i co.co.co. o lavoratori a progetto ma con la riforma del 2012 fare un co.co.co. valido ê diventato così difficile che si concludono meno contratti di quel tipo. Inoltre, la legge delega prevede che i co.co.co. o lavoratori a progetto abbiano diritto a un compenso minimo, il che vuol dire che 1) non saranno abrogati quei contratti; 2) di diritto a ferie o malattia non se ne parla proprio.

        • se non verranno abrogati (la cosa non mi è chiara, ho letto una cosa e l’altra) da quando la riforma entrerà in vigore, per i nuovi contratti ovviamente, allora non posso che concordare che si tratta di una riforma di merda.

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