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Recensione

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Nel caso non ve ne foste accorti perché distratti o perché preferite la sanità mentale, si avvicina l’uscita del quarto capitolo di “Primarie”, l’ormai storica serie creata dal centrosinistra oltre sette anni fa e ancora seguitissima da tutti gli appassionati italiani.

La trama, per i più distratti e i meno mentalmente disagiati, è la solita: un nutrito gruppo di elettori vorrebbe decidere chi sarà a guidare la coalizione di centrosinistra alle vicine elezioni politiche. Una manciata di candidati si sfidano nei mesi precedenti a partecipare al grande torneo, allenandosi duramente nelle discipline della dichiarazione alle agenzie e dell’ospitata a Ballarò fingendo di ridere per Crozza: ma l’inquietante verità sul torneo non viene rivelata, e i partecipanti scopriranno che c’è qualcosa di più importante della candidatura da vincere, qualcosa che è nel cuore di tutti: i titoli dei giornali.

Fin qui la trama nota a chiunque già dai primi trailer. Fermatevi ora se non volete rovinarvi nessuna sorpresa.

SPOILER
(NON LEGGETE OLTRE SE NON VOLETE SAPERE COME VA A FINIRE E NON AVETE MAI VISTO UNA PRIMARIA IN ITALIA PRIMA D’ORA)

Non si può certo pretendere, da un format ormai collaudato come la serie di Primarie, che la struttura venga stravolta: il candidato favorito, le comparse sfigate che vogliono cambiare il sistema, i giornalisti schierati, tutto è ormai standard. L’impressione, tuttavia, è che per sopravvivere al già visto bisognasse osare di più, e cambiare almeno, per una volta, i colpi di scena.

Scoprire per l’ennesima volta che il torneo è in realtà una farsa organizzata dai soliti noti per far vincere il segretario del partito, dopo tre plot twist identici nei precedenti capitoli, non può che far sbadigliare. L’unico spunto per la suspense a questo giro è la lotta per il secondo posto tra Vendola, il candidato gay che non sa fino all’ultimo se partecipare, e Renzi, il candidato che diceva le barzellette sconce alle medie affamato di successo.

I comprimari sono, se possibile, ancora meno appassionanti di quelli delle passate edizioni, e si rimpiangono i momenti thriller del candidato senza volto, lo spaesamento esistenziale di un Gawronski o perfino la comicità grottesca di Mastella.

L’episodio sembra inseguire diversi generi senza riuscire bene in nessuno: la seriosità già di suo poco credibile e mai davvero coinvolgente delle istituzioni viene intervallata da una linea comica basata esclusivamente su “le C aspirate e le battute da quattro soldi” di un personaggio di cui, in fin dei conti, agli spettatori non frega assolutamente nulla.

Manca anche un qualunque aggancio con la realtà: i partecipanti alla gara sembrano vivere in un mondo a parte, in cui si parla solo della gara stessa, non esistono le persone normali (tranne i fantomatici “elettori”, mai presenti in scena, più immaginati che reali) e la crisi è un argomento di conversazione spicciola (“Visto che crisi oggi?” – “Ho letto che da settimana prossima dovrebbe migliorare”, “Lo dicono sempre ma non azzeccano mai”).

Quindi sì, ok, a vincere è Bersani, come già nel terzo episodio. Ma importa davvero a qualcuno? Non solo si capisce che è già tutto deciso quasi subito (specie se avete già visto gli episodi precedenti), ma non c’è una vera minaccia, non c’è un nemico (nulla di lontanamente paragonabile al Berlusconi della trilogia originale), non c’è un obiettivo specifico al di là della gara stessa.

L’unico tentativo di innovazione è forse il ruolo dell’Udc, fantomatico partito “di centro”, delle cui intenzioni nulla è noto, ombra residua e spettrale della leggendaria e millenaria forza politica che sarebbe scomparsa come Atlantide in epoche passate. L’entità tiene effettivamente incollati alla sedia per un po’, quando si rivela che in caso di vittoria Bersani stringerebbe un patto con i suoi ectoplasmatici leader. Ma poi, inspiegabilmente, si capisce che è la stessa cosa che farebbero gli avversari, e la cosa perde tutto il suo interesse: a questo punto sarebbe stato più efficace tirar fuori un Andreotti Godzilla radioattivo e virare sul DTV stile Asylum.

In conclusione, se avete seguito la serie, lo vedrete inevitabilmente per pura curiosità, ma rimarrete delusi. Se non l’avete mai seguita, potrebbe appassionarvi per un po’. Ma alla fine rimarrete delusi lo stesso.

Voto: 1.5/5.

(ESERCIZI DI LOGICA) Trapiantato a Milano in quasi giovane età, scrive tendenzialmente per dimenticare, cosa che gli riesce piuttosto bene. Soffre da molti anni di Sindrome di Ingegneria, diffusa ma poco conosciuta patologia psichiatrica che porta il soggetto a credere che qualunque interazione al mondo sia descrivibile con non più di quattro equazioni differenziali e a non capire perché abbia così pochi amici. Si lamenta di tutto.

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