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Rebel Rebel – David Bowie

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Diamond Dogs e Rebel Rebel

Rebel Rebel è una specie di Inno alla Gioia (dissennata e carburata dal sesso e dalla droga), un grido orgasmico di libertà, una canzone che celebra l’amore tra due persone “non conformi”. Secondo Nicholas Pegg, autore dell’eccellente “The Complete David Bowie”, il suo stile “catchy” che ricorda, oltre che a “The Jean Genie”, “Ziggy Stardust” e “Suffragette City” fa pensare che questa composizione fosse uno scampolo del materiale realizzato per l’abortito musical “Ziggy Stardust”. Pegg riscontra una discontinuità stilistica tra questo brano fiero e godereccio e l’atmosfera plumbea che si respira in “Diamond Dogs”, l’album che lo include nella sua tracklist.

Al contrario, io credo che Rebel Rebel si inserisca perfettamente nel contesto di Diamond Dogs (1974), concept ondivago che oscilla tra l’estasi isterica della rockstar e la visione di una società industriale dominata da dispotismo e passività (non a caso il riferimento letterario è qui “1984” di George Orwell). E’ indubbio infatti che lo stile di questo album sia comunque eterogeneo: si spazia da ariose composizioni melodiche (“Rock and Roll with me”) a pezzi riff-driven di chiara matrice “stonesiana” (la title track, “Rebel Rebel” e “Chant of the Ever Circling Skeletal Family”, con le sue spruzzatine psichedeliche e gli inquietanti rumorismi in sottofondo), aperture soul (“1984” sembra la sorella bianca di “War” di Edwin Starr) fino al sublime sperimentalismo di “Sweet Thing”, suite da 9 minuti in tre movimenti, un pezzo che, quale che sia il punto di vista da cui lo si osservi – testo, composizione, arrangiamento, esecuzione – raggiunge vette di inarrivabile perfezione.

Ed in effetti Rebel Rebel trasuda la poesia urbana decadente che ammiriamo nei Velvet Underground e in Lou Reed: l’epica minimale che inattesa si libera dalle scintille di due anime confuse rinchiuse in corpi (che si sentono) bellissimi e che al di là del dolore, del freddo e della solitudine, si amano (“Fantastica Puttana, non sai quanto ti amo”). Amore, dunque, al di là degli steccati stabiliti da un’identità sessuale netta (“Hai mandato tua madre nel pallone, non sa più se tu sia un maschio o una femmina”) e che ballano felici e “stonati” sulle rovine di un mondo in via di dissoluzione. Un mondo violento che li mastica e li risputa in una strada bagnata, dove si svegliano coperti di lividi. Non a caso la “Fantastica Puttana” (“hot tramp”) ha il vestito strappato mentre la sua faccia è “un casino” (un pugno?).

Origini

Rebel Rebel, che funziona con un semplice (ma geniale) riff di chitarra ideato da Bowie ed impreziosito dalle tre note in coda come suggerito da Alan Parker (non il regista, ma il sessionman delle star, che suona anche la chitarra in “1984”), è fortemente debitore del sound degli Stones, al punto da sembrare, in alcuni punti, una rielaborazione di “Satisfaction”. L’idea dell’ambiguità sessuale esplicitamente richiamata nella prima strofa potrebbe essere stata suggerita dal lavoro di Jayne County, protopunk transessuale, che attorno al 1973 registrò una cover molto ruvida di “Are you a Boy or a Girl” dei Barbarians. Jayne County ha sostenuto a più riprese che sia stata la sua (divertente) “Queenage Baby” a suggerire al compagno di etichetta discografica David Bowie l’idea di “Rebel Rebel”.

Versioni

Esistono tre mix di Rebel Rebel: la prima, l’unica veramente perfetta è quella di fine 1973. E’ piuttosto lunga (oltre i 4 minuti) e missata in modo ruvido, la con chitarra distorta di Bowie e il basso di Herbie Flowers in evidenza (Flowers è il signore che ha ideato la geniale quanto semplice linea di basso di “Walking on the wild side” di Lou Reed, un’altra canzone sul travestitismo, per inciso prodotta da Bowie). Per il lancio sul mercato americano, Bowie ne realizzò ad inizio 1974 una versione totalmente diversa di circa 3 minuti, massacrandola: la frase “Hot Tramp, I Love You So”, viene posizionata all’inizio, mentre l’anima del pezzo viene diluita da assurde sovraincisioni a base di congas e coretti, che la trasformano in un pasticcio poppeggiante indistinto. Chissà perché è questa la versione presa a riferimento da Bowie per le esecuzioni live di quel periodo. A fine 2002, in occasione dello Heathen Tour, Bowie mette insieme un’ulteriore versione del pezzo, caratterizzata da un approccio minimalista: voce soulish, strofa per sola chitarra ritmica e voce e poi via con il ritornello “pompato”. Un altro, incredibile pasticcio, che suona un po’ Police e un po’ hard rock anni 80, aggravato da urletti riverberati “Yo Yo…” – perché, David, perché?

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