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Psycho Killer – The Talking Heads

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Providence, 1974. David Byrne (chitarra) e Chris Franz (batteria), colleghi del Rhode Island School and Desing, formano gli “Artistics” – una band che, già dal nome chiarisce le sue tendenze art-rock. La cittadina del Rhode Island va loro stretta e così l’anno successivo i due amici si trasferiscono in un loft di New York assieme a Tina Weymouth, la ragazza di Chris. Byrne coltiva i suoi interessi artistici, che non si limitano alla musica, ma si estendono al cinema sperimentale e l’arte performativa. Poiché i due ragazzi faticano a trovare un bassista, Chris chiede a Tina se si vuole cimentare con le quattro corde. Anche se le viene indicata come modello la cantante e bassista hard / glam Suzi Quatro, Tina, da autodidatta, forgia un suono decisamente più morbido, influenzato da funk e disco, sviluppando una tecnica tutta sua – suona con il pollice, una specie di slap. Il basso della Weymouth è posizionato principalmente su tonalità medie, “in una frequenza prossima a quella della voce, al fine di non esasperare il gap con lo stridore dello strumming della chitarra di David“. Infatti, mentre nei club di New York impazza il punk dei Ramones con le sue aggressioni sonore, la distorsione e la maniacale ricerca di un’insensata ortodossia rock, il bastian contrario David Byrne scrive ed esegue quasi esclusivamente parti di chitarra ritmica, senza assoli: la sua, di chitarra, deve avere un suono “sottile, pulito e sferragliante. Voglio suonare come una macchina oliata con i meccanismi a vista; niente trucchi nascosti nell’ombra di un suono corposo. Mi sembrava più onesto – anche più artistico”.

Tina Weymouth
Tina Weymouth e il suo pollice

Ora la band si chiama “Talking Heads“, moniker che sintetizza efficacemente lo stile freddo e cerebrale della sua musica: come spiega Weymouth (1) a ideare quel nome era stato un amico, leggendo… la guida tivvù: si tratta di un’espressione usata per indicare il mezzobusto di uno speaker televisivo – un po’ come dire “tutto contenuto e niente azione“. David Byrne ammira Jonathan Richman e i suoi Modern Lovers. I due condividono ironia, temperamento anticonformista e amore per i lati meno scontati della realtà. I Modern Lovers possono essere considerati una versione “solare e positiva dei Velvet Underground. “Immaginate i VU che non cantano pezzi su droga ed oscurità, ma sulla semplice bellezza del mondo“. I Modern Lovers hanno scritto (nel lontano 1972) Roadrunner, un brano che il regista Richard Linklater (2) considera “il primo brano punk in assoluto”, su cui si esercitavano anche i Sex Pistols. Roadrunner (una coupé Plymouth) si basa apertamente su Sister Ray dei Velvet Underground (non a caso fu prodotto da John Cale) e racconta la gioia di essere giovani, al volante di una macchina, con la radio a palla, di notte, pieni di vita e di amore. Racconta John Felice (Modern Lovers) che Richman ogni tanto montava in macchina per farsi un po’ di “vasche” su e giù per la Route 128: si fermava su qualche collina e finiva per commuoversi guardando le torri radio e i fari del porto illuminati. “Aveva la capacità di vedere tutta questa bellezza nelle cose, dove gli altri semplicemente non riuscivano a trovarla“. Come Byrne, Richman scriveva testi di grande ironia ed intelligenza: penso al verso di Hospital, una canzone cui pure non mancano aspetti oscuri, “I go to bakeries all day long / There’s a lack of sweetness in my life” o al divertissement Pablo Picasso, giocata sull’assonanza tra il nome del pittore e l’insulto “asshole”.  Tuttavia, “mentre Richman arricchisce la narrazione con la sua schiva innocenza, Byrne era, per usare un verso di Psycho Killer, un vero cavo sotto tensione – scintille elettriche di nevrosi ed ansia percorrono le vene della sua esperienza lirica. I paesaggi sonori che ne derivano sono mise-en-scène cinematografiche drammatizzate dalla ‘recitazione’ urgente, tesa, animata di Byrne, il quale assume di volta un diverso ruolo di narratore.”

Richman
Jonathan Richman si esercita nella sua stanzetta

A David Byrne e alla sua band, come del resto a Richman, piaceva esibire un look tradizionale, da “giovane repubblicano”(3): i pantaloni eleganti e le Lacoste dei due ragazzi contrastavano apertamente con i look aggressivi delle altre band che, al pari dei Talking Heads, si esibivano al CBGB, il club nato per far esibire gruppi Country, Blue Grass e Blues, ma divenuto culla del punk di New York. Tina Weymouth, con la sua sobria eleganza ed il taglio alla Twiggy completava il quadro: è stata una delle prime donne con un semplice ruolo di musicista (non di cantante o di star) in una band. Un gruppo di giovani perbene, insomma, con un suono educato ed essenziale, caratterizzato da repentini cambi di tempo, dalla predominanza della chitarra ritmica ed influenzato da un lato dal rock anni Sessanta e dall’altra da R’n’B, funk, disco e musica tradizionale africana e brasiliana. Si notava, eccome, la differenza di stile con il protopunk e la sua orgia di cuoio nero, jeans strappati e capelli lunghi. Byrne, che comunque aprì diversi concerti per i Ramones, considerava quello stile infantile e convenzionale: “dal mio punto di vista, molti degli artisti che si esibivano al CB non fanno che perpetuare stancamente gli atteggiamenti romantici del Rock and Roll, il ribellismo e le pose da palco, tutte cose non originali, ereditate da altri. Non ci trovo niente di nuovo. Sono solo versioni più sciatte dei Rolling Stones.”

Anche nei testi della canzoni dei Talking Heads si parlava molto poco dei topoi “classici” della cultura rock (sesso, sballo, amore, contestazione): oggetto delle elucubrazioni di Byrne erano piuttosto impiegati pubblici (Don’t Worry About the Government),  genitori e figli (Pull Up), libri ed ambizioni borghesi (The Book I read), la carta (ed in particolare all’espressione “sulla carta”, ovvero “in teoria” – “I had a love affair, but it was on paper“, Paper), gli animali (“Animals think they understand / Most of them are a big mistake / Animals want to change my life /I will ignore, I don’t know such place”), l’aria (“Air can hurt you too, air can hurt you too“), il terrorismo (“Life during Wartime“), il paradiso (“A place where nothing happens“).

La loro prima esibizione al CBGB è del 5 giugno del 1975: aprono per i Ramones: il trio (Byrne, accompagnato da una chitarra acustica, Frantz e Weymouth) esegue una versione molto scarna di Psycho Killer, con arrangiamento e testo diversi da quelli definitivi. “La band suona come un incrocio tra i Modern Lovers e i Television, al netto delle staffilate chitarristiche di questi ultimi: canto strozzato, linee di basso rudimentali, batteria marziale di impostazione soul suonata come dal tamburino di una banda militare” (4). A Seymour Stein piacciono subito, al punto che li accoglie nella sua Sire Records (etichetta famosa per aver intercettato il montante fenomento punk americano). I Talking Heads passano tutto il 1976 a provare e marzo dell’anno successivo la line-up viene arricchita con l’entrata del tastierista / chitarrista Jerry Harrison, ex Modern Lovers. A febbraio 1977 esce il singolo, Love -> Building on fire – che si trova solo nelle edizioni De Luxe di 77 e nella raccolte. La canzone già esprime i tratti quintessenziali dei primi Talking Heads: inizia con un canto di uccellini su un semplice motivetto alla tastiere, proseguendo con un intreccio di due chitarre (ritmica e acustica); poco dopo il minuto entra il sax e dal bridge in poi il pezzo è influenzato dal rythm & blues “classico” (alla Wilson Pickett). Su questa riuscita combinazione di musica bianca e nera, “classica” e tradizionale, David Byrne dà libero sfogo alla sua nevrosi con versi enigmatici: “Quando il mio amore / è vicino al tuo amore / non riesco a definire l’amore / quando non è amore“. E quando si tratta di trovare un’allegoria per questo stralunato duplice non-amore, Byrne pensa bene di ravvisarla in un edificio… in fiamme.

A differenza degli altri due singoli dall’album 77 (il R’nB Uh Oh Love Comes to Town e Pulled Up), Psycho Killer fu un successo e, complice anche la casuale coincidenza degli assassini e dei ferimenti perpetrati tra il 76 e il 77 da David Berkowitz (Son of Sam), diviene rapidamente l’inno di una generazione di studenti. Il brano è caratterizzata dal ritmo insistente, dallo staccato di chitarra e da una delle parti di basso più semplici e caratteristiche della storia del rock. Byrne indossa qui la maschera di un serial killer, anche se, poiché i suoi crimini non vengono descritti, non è chiaro se si tratti della narrazione di un autentico criminale o delle fantasie distruttive di una personalità nevrotica. Le prime tre strofe sono in prima persona e descrivono una situazione di disagio psicologico – incapacità di accettare la realtà e insonnia. Il ritornello mescola frasi in francese (“Che cosa è”), il “fa fa fa” preso di sanapianta da Sad Song di Otis Redding – che potrebbe essere anche “far better” (molto meglio) pronunciata da un balbuziente, con l’invito a scappare. L’uso della lingua straniera ha un effetto straniante e potrebbe indicare una possibile schizofrenia oppure un atteggiamento pretenzioso e piccolo borghese con cui il nevrotico cerca di fare colpo sul prossimo esibendo la sua presunta cultura. Le strofe successive. coniugate alla seconda persona, descrivono i comportamenti che irritano il protagonista fino a condurlo a pensieri omicidi, quali:  iniziare una conversazione senza essere in grado di concluderla, parlare continuamente senza dire nulla, ripetere ossessivamente le stesse cose. Suona familiare? Segue il bridge, anche questo in francese: “ciò che ho fatto quella sera / realizzando le mie ambizioni / io mi lancio verso la gloria”. Potrebbe riferirsi ad un crimine che soddisfa i desideri perversi di un serial killer nonché il suo narcisismo malato; come della positiva conclusione di una situazione romantica. Come spesso accade nelle canzoni dei Talking Heads, la cifra caratterizzante è quella dell’ambiguità e del distacco: vi si trovano suggestioni, più che certezze, pennellate anziché ritratti realistici. La canzone si conclude con una critica sociale (“siamo vanitosi e ciechi”) e con un’altra causa di pensieri omicidi: la maleducazione. La combinazione ambigua di gentilezza, ironia e pensieri (o atti) criminali rendono questa canzone particolarmente misteriosa ed irrisolta. Se il suo archetipo è quasi certamente il Norman Bates di Psycho (a cui peraltro Byrne assomiglia leggermente), la sua incarnazione cinematografica più immediata è Hannibal Lecter – da non dimenticare il fatto che la band preferita di Patrick Bateman (protagonista di American Psycho di Easton Ellis) sono proprio i Talking Heads.

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Perkins vs. David Byrne – e poi vi domandate perché Psycho Killer?

Nota: quasi tutto quello che ho scritto è influenzato dalla versione britannica del magnifico “Rip It Up and Start Again: Postpunk 1978-1984”  di Simon Reynolds (2006), che contiene un illuminante capitolo tutto dedicato ai TH.

(1) Note di copertina di “Popular Favorites 1976-1992: Sand in the Vaseline”

(2) Regista tra gli altri di “School of Rock”

(3) Stephen Demorest su Rolling Stone (1977)

(4) Love Goes to Buildings on Fire: Five Years in New York That Changed Music Forever di Will Hermes

1 Comment

  1. Ci sono artisti o musicisti che definire visionari è un eufemismo.
    Vedere da adolescente il video di Once in a lifetime mi ha impedito di diventare successivamente un fan di Eros Ramazzotti qualche anno dopo, quando invece mi sono ritrovato a riversare Boy degli U2 in cassetta con il metodo dei due mangianastri uno di fronte all’altro, sperando che mia madre non facesse sbattere le porte di casa…

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