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Provaci ancora Leo! – The Revenant: la recensione

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“Tra l’ironia e il sarcasmo,” diceva quel pirata dal fascino senza tempo di Corto Maltese, “passa la stessa differenza che tra un sospiro e un rutto.” La stessa cosa si può dire del rapporto fra cinema autoriale di vecchio stampo (pacato nei toni ma di qualità ottima) e la polluzione egotica di una certa Hollywood contemporanea – quella che si fa le seghe davanti allo specchio, per intenderci.

Purtroppo, l’ultimo film di Alejandro González Iñárritu, The Revenant, fa parte di quest’ultima categoria. Già in Birdman i più attenti avevano notato una certa deriva del regista messicano autore di piccoli capolavori come Amores perros e 21 Grammi, in un tripudio di retorica farsesca che si nascondeva dietro piani sequenza infiniti e virtuosismi stilistici di maniera. E se un ottimo Michael Keaton si era trovato a dover reggere il moccolo nella relazione incestuosa tra Iñarritu e il suo specchio, questa volta il compito ingrato è toccato al povero Leonardo DiCaprio, ormai disposto a tutto pur di vincere quella dannatissima statuetta d’oro.

The Revenant è un film esagerato, ma nella nozione negativa del termine. È un’esplosione continua alla Michael Bay, un collage di situazioni improbabili, paesaggi spettacolari e masochismi interpretativi col solo scopo di ubriacare lo spettatore, che si trova all’uscita del cinema completamente rincoglionito e poco conscio di una trama altrimenti improbabile – se non addirittura ridicola. La storia vera della lotta per la sopravvivenza del cacciatore Hugh Glass, scampato nel 1823 a un attacco di un grizzly e abbandonato nella foresta, ferito, dai compagni, diventa infatti una parodia del massacro per certi versi simile a Gravity di Alfonso Cuarón, con la gente in sala che ride per la marea di sfighe surreali che minacciano in continuazione  la vita del protagonista. Lo sfondo è il panorama meraviglioso delle montagne e dei fiumi della Columbia Britannica, il cui aspetto documentaristico viene purtroppo rovinato da un abuso di CGI. E’ tutto troppo nel film di Iñarritu, c’è sempre qualcosa che sembra dover stonare per forza, quasi fosse un obbligo.

Dispiace poi che in quella che parrebbe una cura maniacale per la regia e il montaggio scada in piccole disattenzioni d’antan, come i cambi climatici repentini nell’ambiente circostante (neve che appare e scompare da una scena all’altra) o i fucili ad avancarica che, nel corso di una scena d’azione, si ricaricano misteriosamente da soli e sparano due volte. Ma il peggio è rappresentato dalle trovate da mockumentary e splatter movie, ovvero gli schizzi di sangue sulla telecamera o il fiato dei protagonisti che appannano l’obiettivo (per non parlare dei sogni-visioni del protagonista sulla moglie morta, a metà strada tra le scene nel grano de Il gladiatore e la fotografia pedante di Nicolas Winding Refn).  Gigionate davvero inutili.

E il povero Leo? DiCaprio ci regala due ore di pura sofferenza fisica, dipinta e assolutamente visibile sul suo volto. Emotività però che si ferma solo lì, sulla faccia, dato che in tutto il film il regista gli mette in bocca sì è no cinque battute. Il resto è un grugnito continuo, uno sbavazzarsi sul mento tra una sfiga e l’altra. Eppure credo proprio che a questo giro l’Academy si troverà costretta a premiarlo con l’Oscar – se non altro per esasperazione. Come diceva un mio amico alla fine della proiezione, “se questa volta non glielo danno, al prossimo film si taglia la pelle come in una performance di Marina Abramović.” Body art extrema ratio.

Insomma, The Revenant è quel cinema che faremmo a meno di vedere ma che alla fine vediamo lo stesso, un po’ perché ci siamo affezionati ai tentativi fantozziani di DiCaprio, un po’ perché Iñarritu è uno che il proprio mestiere alla fin fine lo sa fare, eccome. Tuttavia è forse la consapevolezza della propria estrema bravura a spingerlo in una deriva autoreferenziale e parossistica, un loop squilibrato di ripetizione del canone (un po’ come Sorrentino in The Youth che copia Sorrentino in La grande bellezza). Tanto, troppo narcisismo e pochissima sostanza.

Il risultato? Un film fatto per registi e attoroni a caccia di Oscar che molto spesso si dimentica del vero referente: lo spettatore.

Nato nella Somalia italiana nel 1909, si dedica giovanissimo all'antropologia lombrosiana e alla frenologia. Dopo aver contribuito alla fondazione di Latina, nel 1938 fugge in Argentina con Ettore Majorana poiché non condivide la linea morbida di Mussolini sul banditismo molisano. Rientrato in Italia negli anni '70 in seguito a una scommessa persa con Cesare Battisti, si converte allo stragismo mafioso e alla briscola chiamata. Tra i fondatori occulti di Grom, oggi passa la maggior parte del suo tempo refreshando la pagina facebook di Marco Mengoni.

11 Comments

  1. Quelle che tu chiami gigionate o trovate da mockumentary e splatter movie sono scelte ben precise del diretterore della fotografia , quel povero coglione di Emanuel Lubezki (2 volte premio oscar) , che sicuramente ha sbagliato non facendoti una telefonata prima di iniziare a girare , magari potevi consigliargli quale taglio o quali lenti usare , sicuramente tu ne sai piu di lui.

    Poi spiegami dove sarevbbe l’ eccesso di CGI , scena dell orso a parte , non ve ne è traccia.
    E’ un film girato girato solo con luce naturale , sotto il profilo puramente visivo una prova veramente notevole, per cogliere la bellezza dei paesaggi ed il pathos del racconto…esattamente come fece Kubrik con Barry Lyndon…anche lui si era spinto in una “deriva autoreferenziale e parossistica o in un loop squilibrato di ripetizione del canone”?!?

    Questo è in assoluto uno degli articoli letti su questo sito , da sempre…..

      • Caro Giacomo, si vede che non stai attento, perché di scene in CGI ce ne sono parecchie. Ad esempio l’attacco del branco di lupi, la valanga e, peggio che mai, il volo di DiCaprio a cavallo. Roba che sembra uscita dai James Bond degli anni ’90 con Pierce Brosnan.

        Lubezki sarà anche un genio, ma l’acqua sull’obiettivo e i flare lens à la J.J. Abrams sono fastidiosi e soprattutto inutili: l’immersione dello spettatore nelle scene d’azione si gioca con un buon montaggio e una trama avvincente, non con questi trucchetti da giostraio triti e ritriti.

        L’idea della luce naturale poteva essere interessante, se non fosse che lo pseudo-naturalismo del film stride con le esagerazioni e il CGI di cui sopra. In Kubrick l’illuminazione naturale aveva un suo senso, e ben diverso: serviva cioè a ricreare le atmosfere dei quadri di Hogarth. Un’attenzione filologica che Inarritu se la sogna.

        Insomma, a te non è piaciuto il mio post, ma a me non è piaciuto il film. Seems legit.

        • Può non piacerti il film , come può non convincerti l’interpretazione di Di Caprio , come può far storcere il naso la sceneggiatura ad alcuni..ok…
          Ma muovere giudizi tecnici su questo film , soprattutto per quanto riguarda montaggio e fotografia per me è da pazzi.
          Fastidiosi e inutili è un tuo giudizio personale , come il fatto che siano triti e ritriti….x me è una dimostrazione in più della bravura e dell estro del direttore della fotografia.
          Se tu ci vedi sempre esagerazioni e pseudo naturalismo(ma dove?!?) che posso dirti, riguardatelo forse lo apprezzi di piu

          Hogarth era per Kubrik solo un modello puramente iconografico…se vedi bene il film la “rozzezza” derisoria dei suoi dipinti è mutata totalmente dalla fotografia che usa Kubrik , che proprio dal punto di vista luministico è più piu compassata e limpida.

          Ah , Il 4 marzo esce Knight of Cups di Malick , sarei curiososo di vedere come giudichi quello…..

  2. Concordo con Giacomo, la fotografia di questo film è senza dubbio uno dei pochi punti di forza del film. Si possono criticare molte scelte e molti aspetti ma quella, a mio parere profano, no. Che non piaccia poi è questione di gusti.. Anche sulla questione CGI si può discutere. Se vuoi inserire determinate scene, l’uso è “necessario”. E allora più che la CGI è bene criticare la scelta di inserire una fatto piuttosto che un’altro. La caduta da cavallo è infatti una scelta imbarazzante. Sarebbe stato più sensato che avesse ucciso il cavallo per scelta. Ma poi chi li sente gli animalisti?

    L’oscar dovrebbe vincerlo probabilmente chi lo ha vinto l’anno scorso, il buon Eddie, ma lo daranno a Leo “alla carriera”. E va anche bene così. Perché diciamolo, se lo merita proprio. Anche se ha detto due battute in croce. Ma poi, cosa volevi fargli dire? Che si stava congelando il sedere?

    • Io non ho criticato la fotografia in toto, semplicemente certe scelte mi hanno fatto sbuffare durante la visione. Poi è chiaro che il problema principale del film è lo script, di cui ha sofferto pure l’interpretazione di DiCaprio. The Danish Girl non l’ho visto, spero solo che abbiano la decenza di dar la miglior regia a Mad Max: Fury Road (di gran lunga il miglior film del 2015).

      • E su MM:FR, siamo d’accordo! Ma il destino è beffardo e vincerà tutto The Martian: The Most Boring Rescue Mission Ever Taped.

  3. Se posso, vorrei spezzare una lancia a favore di questa recensione, che a mio avviso coglie perfettamente ciò che questo film rappresenta, ovvero un lungometraggio che voleva (e doveva) dimostrare qualcosa, dal regista all’attore protagonista. Questo film mi ha ricordato “Il Gladiatore”, che però, a mio avviso, risulta più equilibrato, e meno ostentatamente autoriale, permettendo alla storia di emergere e di essere interiorizzata, fino all’empatia col protagonista. Qui invece, ero distratto dalle funamboliche trovate del regista, e le improbabili disavventure del Nostro. E poi ammettiamolo, questo genere di film, dove al centro c’è sempre il massacro di innocenti, che vanno vendicati dal “pater familias”, ha dei criteri definiti, classici. Quindi, a mio modesto parere il regista ha 2 strade: continuare sul filone canonizzato del genere, inserendo con maestria dei tocchi da vero grande autore, oppure ribaltare con un nuovo linguaggio il genere, ma NOTA BENE: il tutto deve essere funzionale al miglioramento del film, alla sua storia, ecc. (sto pensando a WHIPLASH, ad esempio). Il 2016 è iniziato con la palla mortale di CAROL, ha proseguito con questo miscuglio noioso (The Revenant, appunto), e speriamo questo percorso cambi direzione, in positivo, con il buon Quentin.

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