un blog canaglia

Pickpocket?

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Ieri, sulla metro ero come Gecù Cristo, (crocifisso) tra due (presunti) borseggiatori. Due tizi normali, puliti, ben vestiti, gellati, espressione timida ma vigile, io ne ho anche urtato uno (mentre tentavo qualcosa che sarebbe risultato impossibile anche al celebre Houdini, ovvero chiudere la mia borsa con una mano sola, essendo l’altra impegnata a sostenere non uno bensì due ombrelli); mi sono scusato, e lui ha risposto con un cenno lieve della testa. Ad un certo punto la signora orientale vicino a loro caccia un urlo strozzato, un po’ orgasmo e un po’ pianto di neonato, ma breve, secco, metallico. Si sfoga con un vicino, in un italiano molto approssimativo, sostiene che uno dei due tizi ha tentato di aprirle la borsa. Lui, l’accusato, si schermisce, in un modo che in effetti appare un po’ sospetto, capo chino, sorriso lieve, sempre quello sguardo timido, mellifluo. Non che questo costituisca una prova di alcun tipo: mi limito però ad osservare che per un’accusa molto più lieve (presunto salto della fila della mia verduriera), io sabato ho fatto una piazzata ben più veemente (ad un certo punto mi sono sentito dire: “Io faccio la fila per definizione!” – si vede che mi suonava bene, in quel momento, anche se non ho idea di che cosa volessi dire).

Comunque, che l’orientale abbia ragione o che invece abbia le allucinazioni, lo show è finito senza conseguenze: nulla è stato rubato, lo scandalo è affogato nel generale disinteresse tipico del popolo trasportato pubblicamente – la gran parte dei viaggiatori non a caso ricomincia a giocare con il telefonino e in generale a farsi i cazzi suoi. Intanto, il tizio appena accusato di tentativo di borseggio scende e si avvia verso l’uscita, si gratta la faccia in modo strano, (ma la mia paranoia mi sta suggerendo che) forse sta cercando di nascondere le sue fattezze, certamente inquadrate da qualche telecamera a circuito chiuso. Il tizio che era con lui prosegue fino alla mia fermata per poi dirigersi alla banchina da cui passa la metro che viaggia nella direzione da cui è venuto.

Che quei due fossero veramente dei ladri o no, c’è qualcosa nella professione del borseggiatore da mezzo pubblico che la rende peculiare: a differenza dei rapinatori, per esempio, non possono paludare le proprie fattezze dietro ad una maschera, un passamontagna o un collant. No, devono avere il coraggio di affrontare le vittime a viso aperto, con il rischio concreto di essere riconosciuti. Oltre che prestigiatori, devono padroneggiare l’arte della recitazione: predatori nella veste del mansueto agnellino, normali tra i normali, invisibili, biodegradabili.

Persone che si assumono un rischio assurdo, sproporzionato al vantaggio che possono ottenere dalle loro azioni criminose: umiliazione di essere beccato, magari una sberla, una denuncia, forse persino la galera – per portarsi a casa quanto? Se va bene, due-trecento euro, un telefonino, una carta di credito che un minuto dopo verrà bloccata? No, davvero, da un punto di vista razionale, rubare, almeno a questo livello, non può pagare. Ad incentivare potrebbero essere solamente una gravissima, improrogabile necessità finanziaria, o una visione distorta, nevrotica, delle proprie probabilità di successo. Mi viene in mente, per dire, che il presunto complice del presunto borseggiatore era oltretutto affetto da un difetto fisico macroscopico, impossibile da non notare, che lo rende immediatamente riconoscibile anche in condizioni di luce precarie. Supponiamo che il nostro uomo sia effettivamente un ladro: che probabilità ha una persona con quell’aspetto di passare inosservata? La si noterebbe come un caucasico con i capelli color rame in un mercato nigeriano… E nonostante questo, è al “lavoro”, la probabilità di farla franca ridotta al lumicino – un atteggiamento di attaccamento insensato, di cui ho esperienza diretta, in realtà, vista l’ostinazione con cui frequento una scuola di musica.

E così mi avvio a piedi verso l’ufficio, arrabbiato per l’inevitabile sommarietà del mio giudizio indiziario di colpevolezza, per la violenza e la spregiudicatezza del furto, e per aver testimoniato, ancora una volta, a qualcosa che non ho capito.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

1 Comment

  1. sarebbe da capire quanto arrivano a fare al mese, prima di giudicare rischio/benefici, come in quei servizi alla tv che ti dicono “questo fa cosi” e tu ” ma pensa, chi l’avrebbe mai detto”.

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