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Perché le trending news di Facebook devono preoccuparvi

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C’è un’accesa discussione in corso, in questi giorni, su una parte di Facebook che gli utenti italiani in buona parte non conoscono: il box delle trending news. Stando alle dichiarazioni di alcuni ex dipendenti dell’azienda, la sezione delle notizie più in vista (che non è presente nella versione italiana del social network) sarebbe non solo controllata da una redazione invece che puramente automatica, ma anche intenzionalmente guidata eliminando le notizie di area conservative.

Possiamo sicuramente dare alla vicenda il tempo di svolgersi pienamente, e aspettare che si capisca di preciso cosa sia vero e cosa no, prima di entrare nel merito. Ma c’è un’altro tipo di riflessione che andrebbe fatta, e andrebbe fatta a lato di questa storia.

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Perché a lato

Da quando la notizia è venuta fuori, la si è letta in molti posti. Su Gizmodo, dove è nata, sul Guardian, su varie testate italiane e straniere e su diversi blog. Sapete dove l’ho vista poco, di recente? Su Facebook.

Non mi interessa, qui, affrontare il problema di petto. Nel merito, mi limiterei a dire che è del tutto normale, e anzi positivo che ci sia una mano umana ad aiutare l’algoritmo, consentendo di mettere una pezza a difetti, bug e imperfezioni inevitabili. La mia impressione è che concentrandosi sulle colpe degli editor cattivi o sull’ipocrisia degli utenti liberal (specie a faccenda non ancora chiarita) non si arrivi in nessun posto utile, e si trascuri un problema più grave.

Domanda: quante delle notizie che leggete ogni giorno vi raggiungono via Facebook? Quante dichiarazioni e opinioni di politici, giornalisti, amici, vi passano sotto gli occhi solo tramite il feed di Facebook? E chi decide quali vi raggiungono e quali no?

A me sembra che il punto chiave sia qui.

Il giardino murato

Non sono certo il primo a sottolinearlo, ma Facebook è sempre di più e per sempre più persone un walled garden. Uno spazio all’interno del quale gli utenti sono perfettamente a loro agio, interagiscono tra loro, si muovono, ma il tutto avviene entro limiti invalicabili e secondo le regole del sistema. Per un gran numero di utenti web, oggigiorno, Facebook di fatto è Internet. E come biasimarli? Gli amici sono tutti a portata di mano, le notizie e gli aggiornamenti arrivano da te senza che tu debba sforzarti di andarle a cercare. Il giardino (sarebbe più corretto chiamarlo recinto) è un’oasi di comodità. Solo che il web è fuori.

Gli status degli amici, le news che raggiungono ciascun utente Facebook, sono premasticati e proposti secondo regole che sono allo stesso tempo ben definite, segrete, e soprattutto non nelle disposizioni dell’utente. La discussione sulle trending news, al momento, tende a prendere una piega del tipo algoritmo sì o algoritmo no, di solito suggerendo che se ci fosse un sistema automatico il problema della neutralità non si porrebbe, ma credo che bisognerebbe chiarire a tutti che questa distinzione non ha nessun senso.

L’algoritmo non è una divinità calata dal cielo con un senso innato di giustizia rivelata: è uno strumento usato da alcune persone. Il problema del boxino non è se l’algoritmo che lo controlla è imparziale o se le persone che lo controllano sono corrette o se Facebook doveva spiegare meglio come lo controlla, il problema è che ci siamo messi spontaneamente in una situazione in cui qualcuno controlla privatamente e per suo tornaconto una fetta enorme delle informazioni che raggiungono un’enorme quantità di persone.

Il nemico è l’Algoritmo

Quello con la A maiuscola. L’Algoritmo non è un software, non è una persona, è un’entità astratta di cui sappiamo poco, ma alla quale affidiamo le nostre informazioni e i nostri interessi. Non farebbe nessuna differenza, ai fini del ragionamento, se a decidere quali status e quali link mostrare a ciascun utente fosse il signor Zuckerberg in persona da uno scantinato.

Naturalmente l’utente ha un ruolo. I like, i click, le impression influiscono sull’Algoritmo. Ma è un’influenza declinata al passivo, che si limita a un “questo sì” o un “questo no”, e che se anche fosse determinante finirebbe solo per creare un recinto ancora più stretto, in cui vedere solo quello che si vuole vedere.

Alle aziende dietro ai grandi network (Facebook, Twitter, Google) abbiamo dato un compito fondamentale, quello di selezione delle informazioni (e non parliamo neppure della questione privacy) , in cambio della comodità; e loro se ne sono prese carico con immenso piacere.

Ok, quindi?

Quindi niente, questa è la parte più interessante: non c’è una vera soluzione. Potrei invitarvi a non restare chiusi nel recinto di Facebook, a uscire, a cercare le notizie sui siti di informazione, sui blog, a diversificare tutto il diversificabile, ma sarebbe un consiglio per pochi seguito da pochi. Non siamo nel 2006, e il dato di fatto è che la massa degli utenti di Facebook è troppo grande per qualunque cambiamento immediato rilevante.

Dobbiamo per ora accettare il fatto che milioni di persone, ogni giorno, si collegano volontariamente col mondo esterno attraverso la finestra di Facebook; e che anche se Facebook è un’entità privata che può, teoricamente, decidere in maniera del tutto arbitraria cosa mostrare a chi e perché, questa sua scelta editoriale influisce pesantemente su una fetta importante della società.

Facebook, se siamo fortunati, non durerà per sempre, ma la direzione che ha preso lo sviluppo di Internet porta inevitabilmente a questo tipo di situazioni. Una manciata di grandi network gestisce (e gestirà) il flusso delle informazioni nei propri recinti, mentre un gran numero di piccoli network e piccole app si contende (e contenderà) le briciole, le attività laterali e le poche chance di entrare nella serie A. Ai margini di tutto questo resta l’underground: siti indipendenti, blog, il deep web e tutto il mondo non HTTP. In quest’ultimo confuso spazio rimarrà la possibilità di scegliersi i contenuti e di essere gli editori di se stessi. Se vi sembra uno scenario distopico, vi capisco ma vi sbagliate: ci siamo già arrivati.

(ESERCIZI DI LOGICA) Trapiantato a Milano in quasi giovane età, scrive tendenzialmente per dimenticare, cosa che gli riesce piuttosto bene. Soffre da molti anni di Sindrome di Ingegneria, diffusa ma poco conosciuta patologia psichiatrica che porta il soggetto a credere che qualunque interazione al mondo sia descrivibile con non più di quattro equazioni differenziali e a non capire perché abbia così pochi amici. Si lamenta di tutto.

1 Comment

  1. Piccolo dettaglio: chi usa Facebook quotidianamente anche per informarsi allora vuole inconsciamente essere controllato, è conscio della sua ristrettezza mentale, della sua inerzia ed apatia. Delega a Facebook il controllo della sua vita, quella virtuale, perché solitamente quella reale ha raggiunto livelli di scambio sociale prossimo allo zero.

    Se abbiamo deciso di sostituire la partecipazione civica con decine di post di gattini un motivo ci sarà, e quindi è giustissimo che sia controllato da chi, più scaltro ed intelligente di lui, ha messo in piedi questa baracconata social per un solo scopo: il profitto.
    Del resto che pretendiamo…qui ci si informa a 160 caratteri per volta.

    Il trucco è non entrarci…si sopravvive benissimo senza e addirittura oggi dire che non hai un account Facebook è quasi più cool che dire che l’hai.

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