un blog canaglia

definition-of-microaggression

Perché i “safe space” fanno paura

in Articolo by

Due aneddoti e un commento.

Primo aneddoto. Ricevo una mail da due rappresentanti degli studenti del mio college (University of Cambridge), responsabili della palestra privata ad uso dei membri. Ci ricordano che è tassativo rispettare le “women only hours”, anche laddove dovesse apparire che nessuna donna stia utilizzando la sala in quel momento. Fanno presente che la presenza di uomini potrebbe scoraggiare l’uso della palestra da parte di alcune donne. Aggiungono che: “Durante le women only hours, i membri donna hanno la libertà di richiedere con cortesia ai membri maschi di lasciare la palestra.” E concludono così: “Il nostro obiettivo è di massimizzare l’uso della palestra tra TUTTI i membri del college, trasformandola in un posto dove ciascuno si senta felice e al sicuro”. Alla mia richiesta di spiegazioni, rispondono che questa nuova policy – che ignoravo – “was instituted in response to a majority feeling in college”.

Secondo aneddoto. Biblioteca del dipartimento di filosofia, stesso ateneo. Cerco un libro, lo trovo. Lo apro. Alla prima pagina, trovo questo volantino. Trascrivo qui il testo:


 

Written by yet another White Man

Dear Rational Man,

Think your privilege won’t affect your theorising?

Think again.

I don’t pretend to be a conduit of pure reason and nor should you. Your background beliefs, so-called “intuitions” and scope of inquiry are informed and limited by your historically- and socially-situated perspective. Instead of pretending that this isn’t a problem, and claiming that I am politicising Rational Inquiry, and thereby subjugating The Truth to my feminist agenda, confront your prejudices – however implicit – and consider how they may have affected your work. Because “common-sense claims” and “self-evident truths” are themselves often far from politically neutral, and philosophical deliberation has historically served to rationalise the subjugation of large subsections of society.

With strictly platonic love,
a concerned feminist xxx”.


Non voglio soffermarmi sul contenuto del volantino, che confesso di non capire fino in fondo. Mi sembra un testo grossolano, condito di affermazioni scontate, gergo propagandistico e alcune falsità.

Noto però che l’enfasi è sulla necessità di passare al vaglio le presunte “affermazioni di senso comune” e “verità auto-evidenti”. Credo, forse ingenuamente, che questo sia esattamente ciò che contraddistingue, da sempre, la buona pratica filosofica e scientifica, al netto dell’ovvietà per cui ogni ricerca è inevitabilmente calata in un contesto storico, con tutti i suoi limiti tecnologici, culturali, politici.

Trovo abbastanza ironico, invece, che il genere di retorica che permea il volantino e che sta imponendosi specialmente nel mondo accademico anglo-americano sembra essere mosso da uno spirito moralizzatore che è esattamente contrario a un simile, e benemerito, scetticismo metodologico. Sfidare i propri pregiudizi è cosa sacrosanta, così come lo è lavorare e battersi attivamente contro tutte le discriminazioni. Mi domando, però, quanto del loro stesso discorso politico i sempre più numerosi e rumorosi attivisti della affirmative action siano disposti, ugualmente, a rimettere al vaglio della critica aperta e priva di pregiudizi. La risposta mi sembra: molto poco. Al contrario, le soluzioni che più spesso si sentono proporre all’interno di questi circoli comprendono pratiche come l’auto-segregazione, la censura, l’imposizione del riequilibrio a scapito della stessa relativizzazione al contesto storico e sociale che loro, per primi, invocano.

Il primo aneddoto che ho riportato è un piccolissimo ma inquietante esempio di quello che intendo per auto-segregazione. Il piccolo fatto segue perfettamente la retorica, questa sì diventata “common-sense claim” nelle università angloamericane, dei cosiddetti safe space. Luoghi fisici (stanze, edifici, spazi del campus) o simbolici (l’università) nei quali le persone dovrebbero essere al riparo da qualunque forma di offesa, discriminazione o, con un termine diventato piuttosto popolare, “micro-aggressione”. Quest’ultima è una parola sufficientemente vaga da includere pressoché qualunque cosa. Ciò che è peggio, che cosa si qualifichi come micro-aggressione viene fatto dipendere dalla sensibilità – necessariamente idiosincratica e personale – dei singoli o dei gruppi. Finisce così che diventi tollerabile, persino normale o auspicabile, che una maggioranza (o presunta tale) decida per l’esclusione di un gruppo di persone (i maschi, nel caso dell’aneddoto citato) da uno spazio come la palestra dell’università, presumibilmente sulla base del fatto che la loro presenza è avvertita, dai membri di un altro sottogruppo, come micro-aggressione. Che cosa sarebbe accaduto se quella stessa maggioranza avesse votato per l’esclusione dei grassi o dei calvi o delle ragazze vestite in maniera troppo succinta non è dato sapere. E l’argomento mi pare fin troppo scontato per essere elaborato. Rimane il fatto, ben più grave, che un numero sempre crescente di gruppi (etnici, politici, di genere) rivendichino la necessità di avere a disposizione cosiddetti safe space segregati in cui venga ratificata l’interdizione a membri di gruppi percepiti come portatori di elementi potenziali di disagio.

L’introduzione di safe space, ormai ampiamente riconosciuta e incoraggiata dalle associazioni studentesche ad ogni livello, ha poi come ovvia conseguenza la pretesa sempre crescente di tollerare e incoraggiare la censura. La casistica è già piuttosto ricca. Il New Yorker ha riportato il caso di una docente di legge, ad Harvard, a cui è stato richiesto di evitare di includere nel programma del corso la legislazione riguardante lo stupro, oltre che di astenersi dall’utilizzare il termine “violare” in qualunque accezione (anche nel senso di “violare una legge”). A Oxford un dibattito sull’aborto promosso da una associazione studentesca pro-life è stato cancellato sulla base delle minacciose proteste degli studenti. Piuttosto che ingaggiare una discussione serrata con gli oratori, i promotori delle proteste hanno ritenuto che questi ultimi non avessero diritto di parola sulla base dell’argomento (se così possiamo chiamarlo) che l’evento avrebbe “propagandato la narrativa per cui maschi cisgender hanno il diritto di dibattere e decidere le scelte che le persone dotate di utero possono fare sui loro propri corpi”. I promotori della protesta hanno deciso, senza accettare discussione, che dei maschi non hanno il diritto di parola sull’aborto. E hanno vinto. Il dibattito è stato cancellato. Alla fine del 2015, all’università Goldsmith di Londra, un gruppo di studenti appartenenti alla Islamic Society hanno protestato contro l’intervento dell’intellettuale iraniana e attivista per i diritti umani Maryam Namazie. Lo hanno fatto interrompendola di continuo, alzandosi e camminando nella sala e rendendo praticamente impossibile per lei concludere anche solo una frase. Su YouTube c’è il video integrale del suo intervento, dove si può vedere che nel momento in cui la Namazie prova a chiedere silenzio e rispetto, il riflesso automatico dei disturbatori è invocare il safe space e accusare l’oratrice di intimidazione. Per non parlare, poi, delle richieste di includere trigger warning (una sorta di etichette per contenuti ritenuti sensibili) a margine delle opere di autori come Ovidio, Dante e Scott Fitzgerald.

Quest’ultima cosa mi sembra sia indice della totale incapacità di riconoscere che il contenuto delle opere dell’ingegno umano sono inevitabilmente calate nei pregiudizi del contesto storico e sociale in cui hanno visto la luce. E questo è per lo meno paradossale, visto che – come il volantino ritrovato ci tiene a ricordarci – la necessità di considerare l’accumulazione dei pregiudizi e la loro influenza sul presente in una prospettiva storica è esattamente il punto alla base di queste rivendicazioni.

Mi fermo qui anche se molto ci sarebbe da dire anche sul terzo elemento, ossia la pretesa che si operi al riequilibrio della sotto-rappresentazione di alcuni gruppi storicamente discriminati per via di cosiddette azioni affermative. In altri termini, collateralmente e a discapito dei canali e dei metodi ordinari di reclutamento. Quelli basati su criteri certo non perfetti ma almeno tendenzialmente meritocratici, come gli indici di produttività.

Alla fine di tutto questo discorso, la cosa che più mi spaventa è questa: che di fronte a questa ondata di rivendicazioni violente vada contestualmente erodendosi lo spazio per chi voglia criticare le idee dei loro promotori senza essere, allo stesso tempo, automaticamente squalificato come interlocutore. Si tratta cioè di una retorica gommosa, che si nutre degli argomenti dei suoi critici per provare il suo punto centrale. Ovvero che la fonte ultima della critica sia da ritrovarsi nella posizione di privilegio di chi la elabora, che questa sia storicamente acquisita – come nel caso dei maschi bianchi – o perfino inconsapevolmente introiettata – quando a criticare sono i membri di quegli stessi gruppi discriminati. Una brutta china, mi pare.

Uomo dalle convinzioni granitiche, nell'arco della stessa giornata oscilla tra la difesa dell'anarco-capitalismo e il vagheggiamento del socialismo reale, per lo più sulla base della propria convenienza. Nemico di tutte le religioni, ispira la sua condotta morale a due imperative categorici: “viva la merda” (R. Ferretti) e “l’amore vince sempre sul'’invidia e sull'odio” (S.B.). Viene da un posto caldo e malsano, ma ora vive in un posto freddo e salubre. Aspira a vivere in un posto caldo e salubre, ma teme che finirà in un posto freddo e malsano.

2 Comments

  1. Condivido.
    Allora bisognerebbe abolire l’adolescenza in generale, dove l’unico “safe space” è stare da solo, e forse anche lì ti senti un po’ inadeguato e “assalito” da te stesso.

    Anche a me non piace la tendenza attuale, dove pare non ci sia più spazio per il dialogo, per ascoltare le ragioni degli altri, per la logica, per il compromesso.
    O sei a favore o sei contro qualcosa. E a qualunque fazione tu appartenga, cerchi di zittire gli altri, che sono nemici.

    Sono femminista, da sempre, e penso che negli spazi condivisi si debba insegnare il rispetto. La segregazione è ammettere il fallimento della possibilità di convivere, trovo sia un segnale terribile. E’ come dire – ad esempio – che gli uomini non sono in grado di rispettare le donne, quindi le donne si chiudono in un ghetto dove si sentono “sicure”. Finirà che allora gli uomini si sentiranno autorizzati a guardare o molestare le donne quando le vedono, partendo dal presupposto che se non volessero essere molestate andrebbero in palestra nelle “women only hours”. E’ un circolo vizioso che ci riporta a quello che succede ora nella società islamica, dove posso mostrarmi scoperta solo tra donne (ad esempio in costume, o con abiti attillati da palestra) mentre in pubblico mi copro dalla testa ai piedi.

    Mi spiace, ma io non ci sto. Voglio vivere la mia città, il mio paese, utilizzare infrastrutture e servizi con tutti gli altri, e pretendere di essere rispettata. Non ritagliarmi un quadratino di sicurezza e chiudermici dentro.

  2. > Finirà che allora gli uomini si sentiranno autorizzati a guardare o molestare le donne quando le vedono, partendo dal presupposto che se non volessero essere molestate andrebbero in palestra nelle “women only hours”.

    In realta’ in USA (dove vivo) si e’ sviluppato un fenomeno esattamente opposto: il mondo maschile non prova nessun approccio perche’ non si sa se l’altra persona potrebbe interpretare l’approccio come violenza (vedi video youtube dello scorso anno della ragazza che camminava per NY e anche i ciao o i good morning non richiesti erano interpretati come aggressione.

    Il problema dell’approccio nel periodo pre smartphone era risolto da locali (palestre ma anche supermercati) in cui da passaparola si trovavano solo single disponibili all’approccio. Una amica a Cincinnati appena trasferita s’e’ sentita chiedere se le andava di bere qualcosa, mentre intutonita e anti sexy si allungava a prendere i pelati.

    Ora invece il mondo americano si rivolge a Tinder dove sta scritto nero su bianco cosa la tipa vuole e risolve il problema in quella maniera.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Latest from Uncategorized

Go to Top