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Perché è giusto che i parenti delle vittime non contino niente

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Tanto tempo fa, quando dalle nostre parti la “civiltà” era in una fase molto arretrata, succedeva più o meno questo: Tizio ammazzava Caio, la famiglia di Caio ammazzava Tizio, la famiglia di Tizio ne ammazzava un paio della famiglia di Caio e così via, all’infinito; oppure, per partire da fatti un tantino meno gravi, Tizio rubava una cosa a Caio, Caio e la sua famiglia davano una bella ripassata a Tizio, Tizio e la sua famiglia si presentavano con le mazze dalle parti della famiglia di Caio e bastonavano qua e là, due o tre della famiglia di Caio stupravano la cugina di Tizio, il marito della cugina di Tizio ammazzava i violentatori e così via, di nuovo all’infinito.
Andava così, grosso modo: e da qualche parte del mondo, come sappiamo tutti, va così ancora oggi.
In effetti uno degli scopi per cui si è sviluppata la legge, e con la legge lo stato di diritto, è proprio questo: sottrarre chi ha commesso qualche reato alla furia di chi quel reato lo ha subito, e della sua famiglia nel caso del reato più grave, cioè l’omicidio.
Sottrarglielo, proprio: letteralmente, levarglielo dalle mani, onde evitare che la giustizia continuasse a trasformarsi in vendetta e che la vendetta producesse una scia di sangue lunga da fare tre volte il giro del pianeta.
Mi viene da pensare questo, quando sento dire in giro che chi ha commesso un reato (per grave che esso sia, nonostante abbia scontato interamente la condanna comminatagli da un giudice in base alla legge e malgrado il fatto che sia completamente recuperato alla convivenza civile) dovrebbe astenersi dall’assumere certi incarichi, essere ostacolato nel processo di ricostruzione della propria esistenza o comunque scontare un “supplemento” di pena variamente e fantasiosamente concepito, in nome di un non meglio precisato “riguardo” nei confronti dei familiari delle vittima di quel reato; che dovrebbe essere la famiglia della vittima ad avere “l’ultima parola” sul suo destino.
Mi viene da pensare questo, anche se si tratta di una posizione molto impopolare e inevitabilmente destinata a scontare i soliti adagi del tipo: bravo, parli facile, ma se fossi tu il padre o il marito o il figlio dell’ucciso, della stuprata, del malmenato?
Onestamente non lo so. Non lo so davvero. Insomma, bisogna passarci dentro per rendersi conto. Magari, lo dico per amor di discussione, sarei assetato di vendetta peggio del giustiziere della notte e schiumerei rabbia, adoperandomi con tutte le mie forze affinché chi ha commesso quei delitti, recuperato o non recuperato, avesse una vita di merda fino all’ultimo dei suoi giorni.
Magari, chissà, andrebbe così.
E per fortuna ci sarebbe la legge, a mettermi nelle condizioni di non nuocere.
Per fortuna: perché da queste parti vige lo stato di diritto, non le faide tribali di qualche millennio fa.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

24 Comments

  1. Consiglierei la lettura di “Il mondo fino a ieri. Che cosa possiamo imparare dalle società tradizionali” di Jared Diamond.
    C’è un capitolo in cui vengono esposte considerazioni in modo breve ma articolato e dettagliato, molto meglio di quanto potrei fare io qui, esattamente opposte alle sue.
    Non dico che quello che si afferma in questo post sia sbagliato, dico solo che la cosa va vista sotto molteplici prospettive.

  2. Semplicemente ineccepibile, quello che scrivi.

    Resta il fatto che se Tizio è stato condannato a 10 anni per pedofilia e ha scontato del tutto la sua pena, non gli affiderei mio figlio di 5 anni.

    Sarebbe questo un supplemento di pena per Tizio? Sicuramente. Ma se è vero che la giustizia (secondo cui la pena la stabilisce solo la legge) è una virtù cardinale, lo è anche la prudenza (secondo cui non è saggio affidare un bambino a un pedofilo condannato)…

    Ripeto la domanda, Alessandro: tu affideresti a Tizio tuo figlio con l’argomento che “ora ha scontato la sua pena”?

    • Non c’è esempio più sbagliato. Per chi è condannato per reati legati alla pedofilia è infatti stata introdotta tra le pene accessorie “l’interdizione perpetua da qualsiasi incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, negli uffici o nelle strutture, pubbliche o private, frequentate prevalentemente da minori”.

      Rimane solo la possibilità di fare da babysitter, ma in questo caso rientra nella sfera decisionale privata del genitore (se a conoscenza della fedina penale del candidato).

  3. L’autore confonde «legittimo»; «giusto» e «opportuno».
    Se si riferisce ancora alla vicenda di Scattone, può riconoscere che tutto è avvenuto nella legittimità, sia l’assegnazione della cattedra, sia la sua rinuncia.

  4. “Bravo, parli facile, ma se fossi tu il padre o il marito o il figlio dell’ucciso, della stuprata, del malmenato?”

    Io in genere rispondo “Hai ragione, per fortuna non posso saperlo. Ma a meno che *tu* non ci sia passato, neanche tu puoi”.

  5. E’ lo stesso concetto che si applica alla pena di morte: certa gente non ha la capacità di scindere il principio di “vendetta” da quello di “giustizia”.
    Da individuo, in caso di reati particolarmente gravi, a danno mio o della mia famiglia, rivendico il diritto di “vendetta”, ma lo stato o l’organizzazione sociale deve fare “giustizia”, ovvero impedire la mia vendetta.
    La pena di morte è vendetta e lo stato che la applica è uno stato che non fa giustizia.

  6. In teoria è tutto ineccepibile. Resta da dire che per esempio un esponente delle forze dell’ordine che viene giudicato innocente per alcuni tipi di reati (come i pestaggi a morte), neanche deve scontare la pena e a pieno diritto continua a fare il suo lavoro. Che dovrebbe essere quello di tutelare la popolazione.
    In quel caso la giustizia decide e io, da privata cittadina, ravviso un senso di straniamento tra il fatto di seguirla e rispettarla e a tutti costi e la sensazione che finisca sempre in culo all’ortolano.

    • L’osservazione è un po’ pretestuosa. Qua si parla di *principi* Dire “un esponente delle forze dell’ordine che viene giudicato innocente per alcuni tipi di reati (come i pestaggi a morte)” sottintende “gli esponenti delle forze dell’ordine vengono, *in quanto tali*, giudicati innocenti dei pestaggi”.

      Il punto qui è che qui l’esponente delle forze dell’ordine, *a ragione o a torto*, è stato giudicato innocente. Esattamente come nel caso del condannato in questione, *a ragione o a torto*, non sono state erogate pene accessorie.

      • Scusa, Rick Blaine, potresti citarmi anche un solo caso in cui uno sbirro (ops, un esponente delle forze dell’ordine) è stato giudicato colpevole di un pestaggio, anche non a morte? O anche solo che sia stato messo nell’angolo dai suoi stessi colleghi, invece che spalleggiato e/o promosso? Io non ne riesco a ricordare manco mezzo, deve essere perchè un pestaggio a morte da parte di uno sbirro, in Italia non è mai avvenuto.
        Ovvio che non vengono giudicati innocenti “in quanto sbirri” direttamente in sentenza, ma, evidentemente, hanno i loro sistemi per tutelarsi, non ti sembra? Per cui è inutile che dici “a ragione o a torto”, dato che solitamente sono loro stessi a dover fornire le prove contro il collega che sbaglia, la cosa è quasi sempre a torto, e quasi mai a ragione, cane non mangia cane.
        In linea di principio il tuo sarebbe un ragionamento perfetto, ma nel paese più corrotto d’occidente (ma piazzato bene anche in classifica generale) i princìpi esistono solo sulla carta, quando hai bisogno di tradurli in realtà finisce sempre che sono cazzi tuoi.

    • Hm no la pena di morte non è vendetta. È una modalità estrema da prendere in considerazione quando il criminale è irrecuperabile e mantiene caratteristiche di grave pericolosità sociale ANCHE se agli arresti.
      È sostanzialmente l’ultima risorsa per la tutela della società.
      Al momento NESSUN ente applica la pena di morte con questi criteri purtroppo.

  7. Sì, intendevo dire a ragione o a torto. Intendevo dire che a volte, di fronte ad alcune sentenze, rimango perplessa. Chiaramente i casi sono diversi, ma quella che chiami pretestuosità è la sensazione appiccicaticcia di perplessità che mi resta addosso. (E comunque il sospetto che quelle persone siano dichiarate innocenti in quanto appartenenti alle forze dell’ordine mi rimane)

    • In realtà a volte la sensazione appiccicaticcia rimane pure a me (e mi piace l’espressione). Quello che intendevo dire era questo: è sbagliato indignarsi quando qualcuno, dopo aver scontato una pena a cui non sono state associate interdizioni come pene accessorie, ottiene un incarico che si ritiene inappropriato e che non avrebbe potuto ottenere se gli fossero state erogate le pene accessorie. L’indignazione (o sensazione appiccicaticcia) sarebbe dovuta *casomai* scaturire al momento della condanna, non dopo.

      • Vero, sono d’accordo. E infatti al momento della condanna capita che ci sia. Poi dopo la fine della pena qualche volta si risveglia

  8. Già. Il fatto è che, in giro nel mondo, ci sono tanti posti, davvero tanti, alcuni anche molto perbene e democratici, dove chi ha commesso un reato ‘anche grave’ non ci arriva proprio ad ‘astenersi dall’assumere certi incarichi’, ad ‘essere ostacolato nel processo di ricostruzione della propria esistenza o comunque a scontare un “supplemento” di pena’, perché in quei posti, anche perbene e democratici, Qualcuno, che si chiama Stato, lo ammazza prima.
    Sottraendolo alla furia vendicatrice del singolo, certo: ma assumendo, a nome di quel singolo, nonché di tutta la società, la funzione di rappresentare e dare ‘esecuzione’ a quella furia vendicatrice, nonché di avere ” l’ultima parola sul suo destino”.

    Senza contare che, sempre in quei posti molto perbene e democratici, i parenti delle vittime contano moltissimo, contano a tal punto che è consentito loro di ‘assistere’ alla traduzione in atto della loro ‘furia vendicatrice’.
    Carino, eh? Tutta un’altra cosa, come no? E’ lo Stato di diritto e il principio di legalità, bellezza.
    Pazienza se si legalizza la ‘furia vendicatrice’ e si pratica la barbarie di Stato.

  9. Tutto molto bello, molto vero, molto giusto. Però c’è un però, e quel però è che se tu permetti ai delinquenti di legiferare, poi non puoi pretendere che le condanne siano giuste, se non fossimo in Italia 5 anni di galera sarebbero 5 anni di galera, invece 5 anni non sono neanche due, sei mesi son zero, perfino l’ergastolo non è mai il carcere a vita, per cui, è abbastanza ovvio che alle vittime o ai loro parenti girino i coglioni quando vedono disapplicati principi in cui sono stati educati a credere.

  10. Direi che il nocciolo e’ il seguente. La pena e’ davvero commisurata al crimine?
    O per lo meno e’ avvertita tale da che il crimine lo ha subito?

    Se uno ammazza mio figlio e gli danno 30 anni, bhe’, a me non pare proprio commisurata. Io personalmente lo avrei sbudellato lentamente davanti alla sua famiglia. Pensare che se entra a 30 ne esce a 60 non mi sembra tutta sta gran pena. Se poi ne esce dopo molti meno anni per le varie menate e’ ancora peggio.

    Il fatto che la pena scontata “lavi” via la colpa, mi sembra anche una idea poco realistica. Dovrebbe essere applicata con discrezione. Un omicidio premeditato o una violenza su un bambino, secondo me identifica un soggetto che di fatto dovrebbe essere allontanato per sempre dal resto della societa’. Una pena minore mi sembra davvero non accettabile. Pensare che tutto sia perdonato dopo 10 anni e si possa fare come se nulla fosse successo….

    Lo mettessero dentro fino a che non ha 89 anni, bhe’ mi sentirei un po’ meno “animoso”.

    Pertanto, a seconda del caso, non ne voglio ai familiari che si stupiscono se sta merda cerca di ricostruirsi una vita

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