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Peggiorare le alternative

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Quindi a gennaio-febbraio 2015 abbiamo 79.000 assunzioni in più rispetto allo stesso periodo del 2014 grazie agli sgravi fiscali sulle nuove assunzioni; questa notizia, nonostante le consuete e misurate esternazioni del primo ministro (“é il segnale che l’Italia riparte”), non dovrebbe affatto motivo di giubilo per il governo. Molte di tali assunzioni, infatti, rientreranno all’interno del vecchio sistema di tutele pre-Jobs Act (a loro si applicherà l’articolo 18 per intenderci) che il governo tanto ha penato per abolire in quanto fonte di staticità e immobilismo lavorativo.

Senza entrare nel merito né economico né etico del Jobs Act, mi limito a dire una banalità: avendo istituito un nuovo regime di tutele del lavoratore, ritenuto evidentemente “migliore” del precedente, sembra ragionevole supporre che il governo auspichi l’ingresso, ancorché graduale, di un numero sempre maggiore di lavoratori in questo nuovo regime andando via via a svuotare le vecchie. Questo perché un alto numero di lavoratori sottoposti al Jobs Act stimolerebbe la creazione di altri posti di lavoro e comporterebbe, in generale, una crescita economica.

Ora, il Jobs Act si applica a tutti i contratti di lavoro stipulati dal 1 marzo in poi; occhio che “nuovi contratti” non vuol dire “nuovi lavoratori”, ma vuol dire qualsiasi nuovo contratto: anche chi cambia lavoro rientrerà all’interno del Jobs Act perdendo, qualora gli si applicassero in precedenza, le tutele pre-Jobs Act (articolo 18, sempre per capirci). Ecco, probabilmente mi sfugge qualcosa, ma per commentare questa trovata posso solo affidarmi al mio personale esperto di economia del lavoro.

In pratica questi geni hanno detto a 10/11 milioni di lavoratori (3 pubblici + 6,5/8 privati, a seconda della fonte) che se cambiano lavoro saranno meno tutelati rispetto a prima: il Jobs Act ha creato, con un tratto di penna, il più grande blocco alla mobilità dal dopoguerra a oggi e lo ha fatto non tramite lacci e lacciuoli ma creando un disincentivo enorme a cambiare lavoro per quasi il 70% dei lavoratori dipendenti, circa la metà dei lavoratori totali. Ora, io capisco che questi sono metà della base elettorale del Pd e non si rompono i coglioni a chi ti paga lo stipendio, ma se il piano per creare posti di lavoro é aspettare che vadano in pensione (raggiungendo l’altra metà) mi spiegate a che minchia serviva il Jobs Act?

EDIT: ho ricontrollato qualche dato e, stavolta, messo i link alle fonti che ho trovato a scanso di equivoci. Se trovate fonti migliori segnalatemele nei commenti.

11 Comments

  1. caro presidente, devo dire che sono stupito dal fatto che, nonostante tu sia uno sporco comunista, hai detto una cosa su cui concordo (almeno in linea di principio).

    mi chiedo però se resista alla prova dei fatti. Tu dici che questo provvedimento diminuisce la mobilità degli italiani che al momento godono delle tutele dell’articolo 18. Il presupposto è che questa mobilità esista. Purtroppo non sono riuscito a trovare dati in merito (ma sono certo che me li fornirai tu) se non uno studio Randstad che dice che in un semestre cambia lavoro il 14% degli occupati (ma con un campione opinabile e basato su dichiarazioni, non dati).
    Prendiamo pure per buona questa cifra: cosa significa? chi è questo 14%? ipotizziamo i due casi estremi: è costituito in gran parte da persone con un lavoro a tempo indeterminato e che tengono all’articolo 18 oppure è fatto solo di gente che lavora in aziende sotto i 15 dipendenti, o fa il dirigente o semplicemente se ne sbatte delle tutele perché magari è un investment banker o un altro rampante di qualche genere?
    Nel primo caso, il jobs act deprime effettivamente la mobilità, portandola da un 25% circa a, mettiamo il 5%. In questa situazione Renzi e i suoi avrebbero semplicemente dovuto, come tu fai intendere, decidere che il nuovo contratto vale solo per chi ora non è occupato, non per chi un lavoro a tempo indeterminato lo ha già.
    Nel secondo caso, se cioè solo diciamo il 2% di quelli che hanno un lavoro a tempo indeterminato e tengono alle tutele cambia lavoro ogni anno, allora l’aspetto della legge su cui ti concentri, per quanto concettualmente non magnifico, non pone una reale minaccia alla mobilità, semplicemente perché questa non esiste e potrebbe anzi aumentarla stimolando le aziende ad assumere anche persone già occupate (magari liberando posti altrove).

    Mi fai sapere se trovi un dato affidabile?

    • Carissimo Muten,

      non ho a disposizione il dato a cui fai riferimento: Temo, però, che il dato in realtà non esista: infatti le statistiche degli ultimi 3/4 anni è ragionevole pensare che possano essere influenzate dalla crisi mentre quelle più vecchie rischiano di rappresentare una situazione che non esiste più (eh si, è una bella paraculata).

      Mi limito quindi a farti quattro osservazioni:

      1) Se applichiamo il 14% a cui fai riferimento ai 23 milioni circa di forza lavoro totale abbiamo 3,2 milioni di persone che cambiano lavoro ogni anno. Ora è sicuramente possibile che la percentuale di 3,2 milioni protetti dall’articolo 18 pressoché nulla (la tua ipotesi 2) ma quanto dovrebbe esserlo per essere compensata da altri fattori? Per dire se ipotizzi (del tutto a caso) il 10% invece del 50% (ovvero l’incidenza totale dell’articolo 18 su tutti i lavoratori) parliamo di 320.000.
      Questo ragionamento è tutto fuorché rigoroso ma la domanda che sto cercando di porre è: è ragionevole supporre che tale effetto sia trascurabile?

      2) In realtà l’ipotesi che le garanzie contrattuali incidano pesantemente sulla scelta del lavoro non è tanto mia quanto intrinseca nella nascita stessa del Jobs Act. Supponiamo, infatti, che le garanzie non siano determinanti per la scelta di un nuovo lavoro da parte del lavoratore: il governo avrebbe potuto creare la nuova forma contrattuale senza abolire la vecchia e i lavoratori avrebbero potuto sceglierla liberamente sulla base delle offerte delle imprese. Se, invece, si è optato per l’abolizione è perché il governo stesso ha supposto che, ove possibile, la maggioranza avrebbe optato per la vecchia.
      In pratica se l’articolo 18 incide nella scelta del lavoro vale quanto scritto nel post, se non incide non ha senso abolirlo.

      3) Tutto questo è, chiaramente, carta straccia nel momento in cui vengono introdotti degli ammortizzatori sociali universali e degni di questo nome

      4) In effetti io non propongo nulla: mi limito ad osservare che, secondo la mia umile opinione, un siffatto provvedimento contraddice il proprio scopo. In generale, come mi è stato fatto notare, queste discussioni degenerano velocemente in un dibattito ideologico quindi cerco di restare su perimetri circoscritti e di non esprimere giudizi di merito.
      Si può dire però che il Jobs Act rispecchi la classica definizione di mezza misura e lascerò che il mio avvocato le illustri la mia posizione a riguardo

      https://www.youtube.com/watch?v=EIG7VvngUK4

      • Esimio Presidente (da adesso sarei tentato di darti del voi per non sentirmi in difetto rispetto ad alphadog che ti dà del lei, ma sono troppo pigro),

        vogliamo sorvolare sulla paraculata, visto che è palesemente una cazzata?

        passiamo alle osservazioni
        1) ripeto che 14% è un numero tirato fuori da randstad a casaccio, facendo un’indagine con un campione che sarà sicuramente perverso (mi sono occupato di ricerche di mercato e col cavolo che la popolazione realmente occupata ti risponde al telefono o la trovi per strada, rispettivamente nei casi di CATI e face-to-face) e con una rilevazione fatta sulle dichiarazioni, non su dati.
        ciò detto, sì, è ragionevole pensare che pochissime persone tra quelle che tengono alle tutele dell’articolo 18 cambino lavoro in Italia. Ti chiedo il dato (e mi piacerebbe avere quello cui fa riferimento Eriberto, ma sul sito di Ichino ho trovato solo un articolo che dice che ci sono 10 milioni di nuovi contratti l’anno di cui una milionata e mezzo a tempo indeterminato, ma di questi non si capisce quanti siano per nuovi lavoratori, quanti per ex altri contratti e quanti per chi aveva già un altro indeterminato) perché la mia è una osservazione aneddotica, basata sul fatto che la stragrande maggioranza di quelli che conosco cambia lavoro solo se non rientra nella categoria protetta da (e interessata a) l’articolo 18. Poi magari sono io che frequento solo CFO e operatori di call centre, quindi sarebbe bello avere dei numeri ufficiali

        2) ovvio che incide. quello che dico è che incide in maniera diversa su persone ed entità diverse. e che in alcuni casi inciderebbe a livello pratico solo se una mobilità già esistesse

        3) ti aspetto al varco, quando deciderai di scrivere un bel pezzo da grillino sul reddito di cittadinanza. ciò detto, concordo ovviamente che degli ammortizzatori sociali ben fatti aiutano

        4) veramente quello che hai argomentato finora è che UN PICCOLO PEZZETTO del provvedimento contraddice il suo scopo. posto che non lo hai dimostrato, concordo in genere sulle mezze misure, peccato però che siamo in Italia, con un governo che fa leggi basandosi sull’appoggio di una coalizione casuale (anche internamente al principale partito, dove la sinistra fa resistenza il più possibile). Direi che questa mi pare una delle misure più estreme che fosse possibile aspettarsi. Meno di come mi sarebbe piaciuto fosse, sicuramente anni luce più di quanto chiunque altro abbia fatto in precedenza

        • La paraculata lo è solo in parte: quale sarebbe per te un modo significativo per misurare il dato?
          Tu dici che è ragionevole pensare che siano pochissimi e io ti chiedo: quanti sarebbero “pochissimi”? 2.000? 10.000? 50.000? 100.000? O meglio, visto che i numeri non ce li abbiamo, quanto “pochissimi” dovrebbero essere da poterci permettere da compensare l’effetto negativo da altre parti?
          La mia di osservazione aneddotica dice che la gente cambia se pensa di migliorare (considerando salario, garanzie, tipo di lavoro, qualità della vita etc. etc.,): se è vero che chiunque può decidere utilizzando i parametri che vuole (per dire, mio padre conosceva un tizio che per decidere dove lavorare si basava su quanto fosse buona la mensa) è anche vero che per l’operatore di call center che citi tu migliorare è piuttosto facile.
          Tu dici che i “protetti” non cambiano comunque ma secondo me proprio questo sarebbe il problema da affrontare mentre il JA considera questi come un caso perso per definizione e si concentra unicamente sugli altri.
          Per finire, un conto è fare delle misure di compromesso ma organiche tra di loro come frutto della mediazione tra le diverse parti politiche e sociali, un altro è legiferare pensando alla reazione dell’elettorato prima dell’obiettivo: la mia, personalissima, opinione è che nel caso del JA si rientri nel secondo caso.

  2. è un’obiezione cui è stato già risposto a suo tempo. se vai sul sito di ichino trovi i dati che smentiscono il tuo timore.

  3. @EL Presidente

    Posso porgerLe una domanda?
    Ma io ho sempre saputo che la forza lavoro al primo gennaio 2015 fosse in Italia di circa 20ML di lavoratori dei quali circa 10/12ML sono statali/pubblici.
    Perchè Lei parla di soli 3ML di lavoratori pubblici?
    Ho sbagliato io qualcosa?
    Grazie

  4. A riguardo del Jobs Act bisogna però aggiungere che a quanto pare garantisce (agli imprenditori) un risparmio di tasse e contributi non equiparabile al precedente oltre al drastico cambio di rotta per i contratti interinali.

    Dunque il margine perso con la diminuzione delle tasse per il jobs act lo Stato come va a compensarlo? Dove li recupera questi minori introiti?

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