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Parole parole parole

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Ma davvero le parole “fomentano” l’odio?
Voglio dire, come funziona? Metilparaben se ne sta tranquillo, poi legge lo status di Tizio che dà della zoccola a una, quello di Caio che la manda a cagare, il tweet di Sempronio che la minaccia di spezzarle le gambe, e da che era in pace col mondo diventa pieno d’odio pure lui?
In sostanza voi sostenete che se quegli status non fossero esistiti, o per tagliare la testa al toro se non fossero esistiti gli strumenti (Facebook e Twitter, o per fare ancora prima internet) attraverso i quali si sono propagati, Metilparaben sarebbe rimasto serafico a giocare a Angry Birds invece di essere repentinamente trasformato in un potenziale assassino?
Dite che funziona così? Cioè, ci credete davvero? Lo ritenete ragionevole?
Io, personalmente, ho dei dei dubbi.
A me pare che le parole, più che fomentare l’odio, lo esprimano: cioè che l’odio sia precedente alle parole con cui viene manifestato. Non è che io scrivo delle cose brutte a qualcuno e poi lo odio: prima lo odio, e dopo, siccome lo odio, gli scrivo delle cose brutte.
Il che non esclude, sia chiaro, che quelle parole risultino disturbanti, offensive, a volte perfino terrorizzanti per chi si trova ad esserne il destinatario. Anche se, a pensarci bene, il problema vero non sono le parole, ma quello che c’è a monte.
Voglio dire: se uno, per un motivo qualsiasi, volesse ammazzarmi e me lo scrivesse, probabilmente me la farei sotto dalla paura. Ma quella paura non scomparirebbe se al tizio in questione venisse impedito di scrivermelo: perché la sua pessima intenzione nei miei confronti esisterebbe lo stesso, con la semplice differenza che io non lo verrei a sapere.
Intendiamoci: a me piacerebbe un sacco che nessuno minacciasse nessun altro, mai, a prescindere dallo strumento con cui lo fa.
Ma siccome, purtroppo, a volte capita, relegare la minaccia nel buio non mi pare una gran soluzione per scongiurare i suoi possibili esiti: anzi, ha tutta l’aria di essere il modo perfetto per lasciarla silente, inespressa, sconosciuta, e per questo ancora più insidiosa.
Io ci rifletterei, prima di sparare giudizi tranchant sul pericolo delle parole.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

44 Comments

  1. in linea di massima ti darei anche ragione. Però penso al ’94. Se allora chi sappiamo bene si fosse messo a dire che i magistrati erano terroristi, che Mangano era un eroe, che era giusto farsi le leggi su misura, che chi vota l’avversario era un coglione, che era bello scoparsi delle gran gnocche mentre gli avversari sono degli sfigati che vanno a trans, credo che il 20ennio (che sarà 30ennio) ce lo saremmo risparmiato.
    Con le parole si abbassa un’asticella, ogni giorno di due-tre millimetri, e alla fine l’inaccettabile diventa normale, e quello che era semplicemente folle all’inizio, ora è un pochino sopra le righe.
    Purtroppo tra Rousseau e Golding preferisco quest’ultimo.

  2. Se, per chi le scrive o le pronuncia, le parole seguono l’odio, per chi le riceve lo precedono generando nuovo odio che precederà le parole etc etc.

  3. io preferei rousseau, ma sono contento di aver letto golding.
    ovvero, se c’è in giro qualcuno che vuole spezzarmi le gambe io preferisco saperlo; soprattutto se il qualcuno è così stupido da non capire che se lo cercano (per davvero) lo trovano.

    ovvero, se odiassi qualcuno la penultima cosa che farei è dirglielo; l’ultima essendo dirglielo via telco…

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