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Parlare di deportazione

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Non voglio entrare più di tanto nel merito dei provvedimenti sulla scuola del governo Renzi e del suo ministro Giannini. L’impressione, da anni, è di avere a che fare con governi tendenzialmente frettolosi e approssimativi, cui si contrappongono gli interessati, forti di una visione della scuola, dell’impiego pubblico e del Paese talmente fuori di testa da legittimare per differenza le posizioni del governo in carica.

Le due cose più contestate del pacchetto “la Buona Scuola” (maronnapureloroconquestinomi) sono

  1. La “chiamata” degli insegnanti da parte del preside;
  2. Il fatto che le cattedre debbano essere assegnate dove ci sono gli studenti secondo un algoritmo.

Vediamo: in sostanza, gli stessi che di fronte all’assegnazione di un potere discrezionale ma chiaramente attribuito gridavano al clientelismo, al favoritismo, oggi vanno in piazza perchè il metodo più oggettivo e non discrezionale che ci sia (un algoritmo che assegna a una destinazione andando in ordine di punteggio e secondo le preferenze espresse) è disumano ed è analogo a – tenetevi forte – una deportazione? Stiamo parlando della stessa categoria di persone che non si fida dei presidi perchè sono dittatoriali e potenzialmente corrotti,  che fapubbliche lezioni di civismo citando la prima parte della Costituzione (vabbè), che va in piazza “in nome del futuro dei nostri figli” e poi, guardacaso sopratutto al Sud, ci espone al ridicolo internazionale per una discontinuità comica nelle serie dei test di valutazione?

Io, sinceramente, credo che l’Italia abbia da imputare il suo relativo declino a tante, tantissime concause. Alcune non dipendenti da fattori interni. Però, se c’è qualcosa che rallenterà il paese per i prossimi decenni, perchè intoccabile da riforme, regolamenti, direttive, questa è la mentalità degli insegnanti, specialmente del Sud. Un Governo che fosse interessato al futuro del Paese dovrebbe porre il problema di come liberarsi di dipendenti così clamorosamente dannosi, più che improduttivi, e come fare in modo di non rendere cronico l’errore di averne assunti in massa. Oltre a questo, per il futuro, bisognerebbe capire come evitare di assumerne altri, dato lo stato pietosamente lisergico in cui versa gran parte dell’accademia umanistica in Italia, che alla scuola fornisce per forza di cose una buona parte della forza lavoro.

Purtroppo non sembra questa la preoccupazione di nessuno degli attori coinvolti. Bisognerebbe, però, che qualcuno inizi a far notare con molta severità che parlare di deportazione per una assegnazione di cattedra, a prescindere dal modo confusionario in cui la cosa si è venuta a creare, è grottesco e insultante. Sposta, e non era facile, il dibattito pubblico di un altro po’ nella direzione in cui le parole non hanno più alcun significato preciso, se non quello evocativo, partigiano ed emozionale che autorizza a parlare di “invasione” per l’arrivo di decine di migliaia di immigrati in età da lavoro in un paese di sessanta milioni, di “neoliberismo” o “austerità” per più o meno qualsiasi cosa si voglia criticare, di “deriva autocratica” per ogni riforma delle istituzioni, e così via.

Finirà che, a forza di urlare alla deportazione, qualcuno penserà che certi personaggetti in cattedra vadano accompagnati alla porta con meno gentilezza di quanto avrebbe fatto uno Stato civile e democratico. Tanto è uguale, è comunque deportazione. E chi subirà, a quel punto, non si renderà conto di quanto ha contribuito nel tempo a gettare le premesse di questo imbarbarimento reciproco.

 

(TACO'S LETTERS) Conosciuto anche come “Mazzò”, è un famoso polemista pop italiano. Ospite abituale in numerosi show televisivi, figura di rilievo nella polemica pop italiana dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70, è conosciuto per l’estensione vocale (tre ottave) dei suoi insulti, come per l’agilità dialettica nell’enumerarli. Ritiratosi dalle scene live nel 1978, continua a rilasciare post di grande successo.

3 Comments

  1. Effettivamente, parlare di deportazione è stato un errore, ingigantimento di una parola detta da un insegnante e ripetuta da giornali e media, ma conunque errore.

    Le critiche che si muovono alla Buona Scuola, secondo me, sono però legittime. Per prima cosa, la chiamata dei presidi. Il preside chiamerà nella sua scuola candidati secondo criteri che non è tenuto a giustificare. Si potrebbero venire a creare, quindi, casi in cui il preside non sceglie in base all’anzianità di servizio o alla bravura o meno di un docente (se la bravura si potesse mai quantificare in un singolo parametro), ma, per esempio, casi in cui un preside chiama “per amicizia” un professore perchè figlio / fratello / nipote del suo compare di vecchia data, o magari presidi di Comunione e Liberazione che chiamano professori ciellini, o per altre simpatie personali qualsiasi. Se così stessero le cose, ne convieni che tutti i presupposti per il nascere di un sistema clientelare ci sono, e hanno ragione gli insegnanti a lamentarsi. C’è anche da notare che l’insegnamento nelle scuole statali resta comunque pubblico impiego (gli insegnanti sono impiegati statali), e al pubblico impiego si dovrebbe accedere con concorso e graduatoria. Con la Buona Scuola basta l’abilitazione e un preside favorevole per scavalcare chi è più meritevole.

    Per quanto riguarda l’algoritmo, credo che sia sbagliata completamente non tanto l’idea quanto la realizzazione. L’algoritmo prende i docenti più meritevoli (quelli con più anzianità di servizio, principalmente, e quindi quelli più anziani) e li manda nelle scuole dove ce n’è più bisogno. Il problema è che i docenti più meritevoli sono spesso quelli più anziani, e quindi quelli che hanno più probabilità di avere famiglia, figli da crescere e genitori anziani da accudire, radicati. Chiedere ad una professoressa quarantacinquenne con figli piccoli di trasferirsi da Matera a Vercelli, e vivere con lo stipendio di insegnante da sola lasciando la famiglia a Matera non è una brillante idea.
    Ci sono, inoltre, altri due problemi. Il primo è con l’algoritmo stesso: professori meno meritevoli vengono destinati a scuole con meno necessità di insegnanti. I professori meno meritevoli, per quanto detto prima, di solito sono i più giovani, quelli con meno anni di insegnamento, e le scuole con meno necessità di docenti sono quelle del sud. Si creerebbe quindi la paradossale situazione per la quale ad un professore anziano, più in alto in graduatoria ma sempre precario, viene proposto di trasferirsi da Corigliano Calabro a Verona, mentre ad un professore più giovane (e, nella maggior parte dei casi, più disposto a trasferirsi) viene proposto il posto vicino casa.
    Il secondo problema è con il tipo di lavoro proposto a quelli che accettano il trasferimento: tre anni nella scuola a cui sono stati collegati dall’algoritmo. Può capitare però che un professore di matematica (che è andato avanti precario a supplenze annuali) capiti in una scuola in cui non ci sono cattedre di matematica disponibili, e quindi debba passare tre anni a fare supplenze (non le annuali, quelle vecchio stile, da babysitter); dopo i tre anni, o si libera una cattedra di matematica, o torna com’era prima.

    Tutta questa lunga spiegazione per spiegare che:
    1) L’uso del termine “deportazione” è sbagliato, scorretto, fuori luogo, senza tatto.
    2) Si cerca di rimuovere un sistema clientelare con uno ancor più clietelare.
    3) Il fatto che alcuni dei professori siano effettivamente incompetenti, cialtroni, scansafatiche, e tutto il male possibile, non giustifica un sopruso di questo tipo ai danni di una intera categoria.

  2. Non ho capito una cosa. Come fa il Preside ad avere poteri discrezionali totali se i candidati vengono 1) scremati e 2) indirizzati nelle province secondo un algoritmo matematico?

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