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Once upon a time in Rome

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Nel narcisismo esasperato di Marino c’è, bisogna ammetterlo, una certa dose di eroismo. E gli eroi, si sa, sono per loro stessa natura degli idioti.

Come un Giapponese sull’atollo sperduto in attesa degli Yankee a guerra finita, al pari un Dodo ostinato che non vuole cedere alle fauci dell’estinzione, il Nostro ha voluto allungare un piedino sul baratro e tastare il terreno, per poi ritirarlo subito dopo. Un superuomo nietzschiano traballante, esempio di ostinazione disperata e assolutamente autoreferenziale. Come se tutto questo avesse un senso…anzi, forse un senso c’è: il piacere stesso della futilità.

Nella logica mercenaria della politica italiana, il gesto di Marino ha il gusto romantico dell’onore d’antan, quell’epica imbecille perfettamente raccontata da Ridley Scott ne I duellanti: uno scontro senza fine in cui la figura dell’antagonista si fonde completamente con quella del personaggio principale, tanto quello che davvero conta è il delirio guerriero in sé, l’affermazione dell’ego sull’ego stesso.

Il balletto è parte integrante di questa poetica: non ci può essere un assalto finale, suicida, se prima non ha luogo una ritirata parziale. L’eroe china la testa, esita persino, prima di gettarsi in una mischia il cui unico risultato non può essere altro che la disfatta totale. Il cliché in questo modo è rispettato, e per un attimo anche la più delirante delle insensatezze assume i toni e le sfumature della grandeur postuma: Roma deve bruciare affinché Nerone venga ricordato.

Quel che rimane sono ovviamente solo ceneri, d’altronde è su polvere e resti fossili che certe azioni si fondano. Achille, cretino supremo, cerca la morte gloriosa in battaglia pur sapendo che la sua anima marcirà nell’Ade esattamente come quella dell’ultimo degli Achei: la cocciutaggine eroica è figlia di se stessa, gli ideali tutt’al più vengono dopo, in un secondo momento, per giustificare a posteriori decisioni che erano state prese da tempo.

In tutto ciò, Marino ha perso qualsiasi credibilità politica nel momento stesso in cui si è deciso a entrare nella dimensione incerta della narrativa. Continueremo a parlare di lui e il suo nome sarà sulla bocca di tutti, ma quello che ora rimane non è più una persona reale, un individuo concreto dall’indubitabile spessore istituzionale (se non altro per il ruolo che ricopre), bensì un semplice personaggio, una marionetta avviluppatasi inconsapevolmente nei propri fili.

E come per tutti i personaggi, ce lo ricorda il poeta Nazim Hikmet, l’obbligo dell’azione viene ben prima del significato delle scelte intraprese: “non c’è niente da fare, Don Chisciotte,/niente da fare/è necessario battersi/contro i mulini a vento.”

Nato nella Somalia italiana nel 1909, si dedica giovanissimo all'antropologia lombrosiana e alla frenologia. Dopo aver contribuito alla fondazione di Latina, nel 1938 fugge in Argentina con Ettore Majorana poiché non condivide la linea morbida di Mussolini sul banditismo molisano. Rientrato in Italia negli anni '70 in seguito a una scommessa persa con Cesare Battisti, si converte allo stragismo mafioso e alla briscola chiamata. Tra i fondatori occulti di Grom, oggi passa la maggior parte del suo tempo refreshando la pagina facebook di Marco Mengoni.

4 Comments

  1. Marino fa incazzare molti, anche alcuni insospettabili.
    Per questo ha fatto bene.
    Per questo godo ancor di più a vedere quanto rosicamento suscita.
    E non c’è rischio che Roma, come ai tempi di Nerone, bruci: Roma nun esiste più, se la son già magnata quelli prima di lui!

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