un blog canaglia

Oh yeah I

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Volendo possiamo fare una cosa: chiuderci in una stanza, prenderci un paio di settimane di ferie e riascoltarli a nastro, discettando su quanto tutto -ma proprio tutto- quello che il mondo ha ascoltato dal 1970 in poi sia germogliato da loro, osservando che registrare una perla come Sgt. Pepper su un quattro piste fu un’impresa più vicina al miracolo che al capolavoro, assaporando estasiati la giunzione tra i due nastri con annessa correzione del mezzo tono di differenza piazzata dopo il primo minuto di Strawberry Fields Forever, raccontandoci a vicenda chi era Martha e chi era Sadie e chi era Prudence, mettendo insieme e scompaginando classifiche estemporanee del tipo I am the Walrus non si batte sì però pure The Long and Winding Road dove la metti concordo ma allora I’m so Tired sono d’accordo però pure Yesterday sì ma i pezzi di Harrison vogliamo parlarne scusate ma Happiness is a Warm Gun non ha uguali e così via, all’infinito.
Volendo potremmo metterla in piedi, un’iniziativa del genere.
Ma per quanto la facessimo durare, per quanto minuti fossero i frammenti in cui ci riuscisse di scomporre ciò che i Beatles hanno consegnato al mondo, non daremmo mai conto di quella cosa impalpabile ed elementare che se ne sta piantata dentro di noi, qualche millimetro più in fondo di tutte le altre, e che è così difficile da spiegare che alla fine siamo costretti a rinunciarci.
Non ho la presunzione di riuscire a darle un nome, a quella cosa: ma sono sicuro che è la stessa per tutti, anche se ognuno l’ha conosciuta in modo diverso.
A me, tanto per dire, successe quando ero un marmocchio, e una mattina che non ero andato a scuola la puntina del giradischi mi cascò scoppiettando in mezzo al vinile di non so più quale raccolta, pescando a caso questo pezzo qua.
Avete presente, no? Oh, Yeah, I.
Tre parole, nient’altro: ma quella cosa, da allora, se ne sta piantata là.
E sapete, perché lo sapete meglio di me, che non se ne va più.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

3 Comments

  1. A me non piacciono molto i dischi dei Beatles, li trovo piuttosto banalotti. Ma de gustibus…
    Il problema dei Beatles pero’ sono spesso i loro fan, che non sono semplici ascoltatori, ma spesso veri e propri fanatici atti a saltare su tutte le furie se qualcuno osa insinuare che, sebbene fossero bravi a scrivere canzoni orecchiabili, i quattro di Liverpool non hanno inventato proprio nulla nella storia della musica rock.

    Per chi volesse approfondire, segnalo questa lettura dal sito web di Piero Scaruffi.
    La sua scheda sul gruppo ( http://www.scaruffi.com/vol1/beatles.html ) e soprattutto le risposte alle lettere dei fans arrabbiati e sconvolti ( http://www.scaruffi.com/vol1/beatles2.html )

  2. Ah, si. Scaruffi. Uno che recensisce tutto lo scibile umano e che, di conseguenza, pondera su tutto per il solo gusto di provocare. Scaruffi è, in rete, l’unico essere umano (ammesso che lo sia e, soprattutto, che esista veramente) che stronca i Beatles in quel modo. Faccio fatica a dargli ragione, anche per una sola questione statistica. L’unica ragione è quella del trollismo, non c’è altra spiegazione. Ma per comprendere il contorto concetto di musica che ha Scaruffi basta leggersi le recensioni di tutto il resto: tranne qualche gruppo progressive degli anni 60/70, per lui è tutto una gran merda.
    Non serve fare una diatriba sui Beatles, soprattutto dopo cinquant’anni. Ognuno è libero di definirli “banalotti” (magari se ne spiegasse anche le ragioni sarebbe più interessanti) ma la loro grandezza si dimostra da sola, il loro lascito è evidente ovunque. Basterebbe parlare con un musicista, anche mediocre: potranno non piacergli, ma la discussione sul contributo dei Fab Four alla storia della musica non ha motivo di essere (per loro come per altri). Negarlo è come negare che stiamo respirando ossigeno.
    Poi, se vogliamo parlare di ciò che i Beatles sono stati da un punto di vista storico e tecnico, non basta questo spazio. Ma la frase “i Beatles non hanno inventato nulla” (anche qui, con un po’ di spazio potrei fare un lunghissimo elenco, a partire dal concetto di “feedback” che la storia non conosceva prima di “I feel fine”), oltre ad essere un fatto storico, è anche sintomo di mancanza di orecchio.

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