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Nutrire il pianeta… di cazzate

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Lasciamo da parte per un momento le polemiche in merito ai tempi di costruzione dell’Expo, i suoi costi e un futuro incerto fatto di smantellamenti e/o riconversioni. Così come eviterei qualsiasi bilancio sul successo o meno di tale evento, dato che le porte non sono ancora state chiuse ed è un po’ presto per fare i conti.

D’altronde, in molti casi si tratta di una pura questione di gusti: Expo 2015 può piacere o meno, si passa dalle reazioni entusiastiche degli amanti dei parchi giochi alle lamentele di chi le file di sette ore proprio non le può proprio sopportare, figuriamoci poi per una baracconata del genere. Baracconata che però, ad essere sinceri, è parte integrante della natura delle esposizioni universali da sempre. Torre Eiffel, Atomium, Albero della vita: celodurismo e gusto per l’osceno fanno parte di questa grande competizione egotica internazionale sin dagli albori, e le regole del gioco sono ben chiare a tutti i partecipanti.

Il punto riguarda piuttosto il nome dato all’evento italiano, un titolo che, in considerazione delle dinamiche economiche dell’Expo, suona tanto di presa per il culo. Chiamare “Nutrire il pianeta” una struttura a cielo aperto dove il cibo più economico è rappresentato dalle patatine a 8 euro (fritte male) in vendita di fronte al padiglione Irlanda sembra…beh, ci siamo capiti.

Lo slogan di Milano, molto bello in verità, pare perdersi totalmente in un progetto che di fatto non permette al visitatore medio di interagire con l’oggetto stesso della manifestazione, ovvero il cibo. Non mi metterò ora ad elencare i costi di bar e ristoranti all’interno dei vari padiglioni, ormai celeberrimi. Se la qualità c’è, di certo non è a portata di tutti, e anche un normale approvvigionamento risulta impossibile a fronte della scarsa offerta – in termini di accessibilità monetaria – dei punti di ristoro minori. Tanto vale portarsi il panino da casa.

Attenzione, in discussione non vi è il principio (sacrosanto) per il quale a maggiore qualità deve necessariamente corrispondere un costo maggiore. Il cibo buono si paga caro, mi sembra ovvio, ma forse la vera sfida per Expo, al di là del numero di visitatori, poteva proprio consistere nel permettere l’accesso ad alimenti sani e nutrienti al maggior numero di persone possibili. Invece, ad eccezione del caso virtuoso del padiglione Svizzera, si è preferito puntare sulle strutture sbalorditive, le presentazioni virtuali e i grandi slogan.

Insomma, sentire il presidente Mattarella affermare che nutrire il pianeta rappresenta oggi “un ideale inseparabile dalla pace” sembra sottintendere che noi, in Italia, abbiamo preferito scendere in guerra. Una guerra dei bottoni direi, dove il ridicolo involontario si mischia alla consapevolezza, ancor più sconsolante, dei limiti di proposte sociali totalmente incoerenti con la realtà dei fatti.

Ancora una volta, abbiamo perso il treno per il futuro.

Nato nella Somalia italiana nel 1909, si dedica giovanissimo all'antropologia lombrosiana e alla frenologia. Dopo aver contribuito alla fondazione di Latina, nel 1938 fugge in Argentina con Ettore Majorana poiché non condivide la linea morbida di Mussolini sul banditismo molisano. Rientrato in Italia negli anni '70 in seguito a una scommessa persa con Cesare Battisti, si converte allo stragismo mafioso e alla briscola chiamata. Tra i fondatori occulti di Grom, oggi passa la maggior parte del suo tempo refreshando la pagina facebook di Marco Mengoni.

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