Nevrosi urbane

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Un bipolare a Roma (per non dire della sua mamma mezza sorda)

Venerdì mi chiama mia madre, le rispondo e lei resta in attesa, come se non avessi parlato. Insisto, alzo la voce. Niente. E’ diventata completamente sorda. Le succede, d’estate – spero si tratti di un’ostruzione meccanica che impedisce al timpano malmesso di fare almeno un po’ il suo dovere. La soluzione è semplice, basta trovare un otorino – che però è disponibile, privatamente, non prima di martedì. Ci sono poche cose che trasmettono tanto compiutamente il senso di isolamento e di alienazione che si prova quando si ha a che fare con la sordità, tutti, chi ne soffre, così come i suoi cari che si trovano nell’impossibilità di stabilire un contatto.

Torniamo a mia madre. Per interposta persona, le chiedo di raggiungermi al Pronto Soccorso del Santo Spirito. Dopo un’attesa di mezz’ora, il medico di turno (un sosia di Emilio Salgari) ci informa che l’ospedale non è dotato di struttura di otorinolaringoiatria. Non c’è scritto da nessuna parte, ma vabbè, siamo a Roma, in fondo, mica in Europa. Salgari ci prospetta in alternativa uno dei quattro ospedali più grandi della città, e io decido per il Gemelli sulla scorta delle seguenti illusorie considerazioni: 1) è dei preti, e di solito gli ospedali dei preti tendono a funzionare meglio; 2) è fuori mano, e quindi meno frequentato. 25 euro di taxi dopo, approdiamo al Pronto Soccorso dell’Agostino Gemelli.

A dispetto delle mie improvvide quanto ingiustificate aspettative, ci attende un parcheggio di umanità più o meno dolente ma certamente vociante. In pochi minuti passiamo per il TRIAGE, dove ci accoglie un’addetta esausta ma incredibilmente gentile e sorridente. Ci viene assegnato il numero con cui verremo chiamati – noto con sollievo che è distante di sole due unità in eccesso rispetto ad uno dei 6 che appaiono su un grande pannello affisso dietro il bancone. Punto una, anzi, “la” seggiolina libera, in fondo a sinistra e trascino mia madre attraverso la folla per consentirle di sedersi. Una tizia cortese sulla quarantina le fa posto. E’ qui con (credo) la sua mamma, una signora molto bene, identica a lei tra 25 anni, con l’ago della flebo ficcato nel dorso di una mano, il cui tubicino rischia di ingarbugliarsi nella ruota posteriore della sedia a rotelle. Nel volto dell’anziana c’è una certa bellezza e un distacco aristocratico ma non è altezzoso. Ad intervalli regolari si aggiusta il vestito marrone di tela sulle gambe; quando la figlia le chiede come si senta, riferisce che no, non sta per niente meglio. Un po’ è vero ed un po’ sta cercando di farsi coccolare dalla figlia e dal genero.

Il numero sul pannello è lo stesso di quando siamo entrati, vicino al nostro, ma pur sempre inferiore. Scopro inoltre (non ci avevo pensato) che l’ordine di chiamata non è quello con assegnato in accettazione. Le ragioni per cui questo avvenga sono chiare, ma il mio senso dell’ordine vi si ribella, e soprattutto fatico a riconciliarmi con il sospetto, sempre più fondato, che passerò qui, in piedi, assetato, affamato e con un mal di testa formato famiglia le prossime 3-4 ore. Percorro nervosamente l’atrio del Pronto Soccorso, anzi ad ogni giro invento un pattern nuovo. In una saletta adiacente la tivvù trasmette un film italiano che ho già visto, una storia di quarantenni in crisi che giocano a calcetto.

Ogni tanto butto l’occhio su mia madre. E’ l’immagine pura dell’isolamento, rincantucciata sulla sua seggiolina, completamente sorda, incapace perfino di sentire il suo numero – se e quando lo chiameranno. Quanto a me, ora mi scappa tanto la pipì, ma continuo a resistere, non mi voglio allontanare neanche per un minuto, per paura che proprio in mia assenza si sia convocati.

Vicino a mia madre c’è un vecchio prete su una sedia a rotelle (lo chiamano, rispettosamente, Monsignore); è circondato da sudamericani che chiacchierano in modo fitto ma discreto tra loro e ogni tanto rivolgendogli la parola. Tra questi, una che si dà arie da infermiera. Monsignore deve avere avuto un mancamento, molte ore fa, di qui la corsa in Ospedale, e ora, dopo un’attesa che valuto tra le 2 e le 4 ore, scalpita, si vuole alzare. La presunta infermiera gli consiglia toccarsi la punta del naso con gli indici, gli ordina altre prove, e poi gli suggerisce di provare, molto ma molto piano, a mettersi in piedi. Monsignore sorride, un sorriso dolce su un volto candido di vecchio prete perbene (almeno così appare a me, che evidentemente mi trovo in raro stato di buona disposizione verso l’umanità e perfino verso la chiesa). Si alza, dunque, mentre temo ad ogni istante che l’esperimento si trasformi in un disastro, mentalmente lo vedo rovinare a terra, battere la testa, spargere sangue sul pavimento. Ma no, Monsignore è in piedi e va a farsi una passeggiatina di fuori. Resta dentro un pretino tozzo ed azzimato, in tonaca nera, che non fa il sarcastico sui tempi di attesa del Pronto Soccorso. Mi guarda e mi dice complice che si rischia di guarire da soli prima di essere visitati.

Arriva quindi con un’ambulanza una ragazzina che mi sembra messa male. E’ scossa dai singhiozzi, stesa su una barella, una brutta ferita ad una gamba. Penso immediatamente che potrebbe essere mia figlia, non sto bene, sono stanco, frustrato, e quindi vulnerabile, e di conseguenza sento che mi salgono le lacrime agli occhi. Senza esimermi dall’ammirare sinceramente e profondamente i suoi genitori, saggi, composti ed efficienti nell’emergenza che è loro capitata. Al loro posto, io avrei dato in escandescenze. La fortuna che ho. La fortuna. Sono qui per una banalità, e forse più tardi mi farò una birra ed un sushi seduto al tavolo della cucina.

E’ poi il momento dei Ciclisti. Sono tre, in tenuta da quelli-che-alla-bici-ci-credono: se volete avere un’idea, il leader è, diciamo, un Gesù gay, alto, gambe muscolose doverosamente depilate, capello lungo fluente, barba gialla scolpita tipo le immaginette del Redentore nella cucina di nonna. Gli altri due sono ugualmente in forma, uno belloccio e scaltro, diciamo un Giuda; l’altro ha un viso ovale, da sempliciotto, un Pietro. Un tizio moscio, capace di ti rinnegarti tre volte senza pensarci troppo su. Gesù si tiene il braccio infortunato sostenendolo per il gomito con l’altra mano. Fende l’aria misurando l’atrio a grosse falcate autorevoli, seguito a ruota dai Discepoli. A dispetto del carisma ed evidentemente a corto di Spirito Santo, fanno una fatica boia a trovare qualcuno che parli in inglese, e anche quando ci riescono, la comunicazione è esilarante. Niente miracoli, nemmeno per Gesù, condannato ad attendere centinaia di minuti, lui e il suo braccio rotto.

In quella, vedo la bambina di prima: una volta applicati dei punti di sutura e pulito il musetto, è tornata quasi in forma, zampetta un po’ claudicante mano nella mano con il suo papà – non sembra più quello straccetto tremolante buttato sulla barella che ho visto poco fa. La vita, in fondo,  è bella. Ogni tanto. Il lieto fine mi incoraggia e addolcisce la successiva ed ultima ora attendiamo prima di essere ammessi alla presenza di un medico. Che si rivela competente, professionale e perfino di umore gioviale. Il sorriso e la disponibilità fanno evaporare tutte le contumelie contro tutti e contro tutti che mi sono allevato dentro per 5 ore. Dieci minuti ed usciamo. L’avventura non è conclusa prima di aver convinto un tassista a venire fino a laggiù a prelevarci. Il 35 70 dice che ci vorranno 8 minuti (che vuol dire un quarto d’ora), ma in effetti non ci sono alternative. Arriva un taxi dopo soli cinque minuti. Positivamente sorpreso, mi lancio alla sua volta, quando Giuda mi chiama. Mi chiede in inglese se sono sicuro che sia il mio, dato che lui anche ne ha chiamato uno.

So bene che questo è il suo, non potrebbe essere diversamente. Ma ci provo lo stesso: hai il nome della sigla?, gli domando apparentemente inconsapevole del fatto che la domanda potrebbe mettermi nei guai, perché facendola sto implicando che nemmeno io ricordo la sigla del mio… Ma Giuda è molto gentile, e mi cede “volentieri” il taxi “dato che sono con una signora”. L’avrei abbracciato, per la sua gentilezza spontanea e per avermi consentito di andarmene via senza altri indugi, pur consapevole che il Maestro, che ora compare con un braccio ingessato, avrebbe dovuto aspettare chissà quanto.

Saliamo sul taxi, mia madre è ancora sorda; nel taxi è impossibile servirsi del foglio di carta gialla su cui le ho scritto tutto il pomeriggio le cose che volevo dirle (cancellando ogni tanto le parolacce), quindi, quando non mi capisce, bestemmio rabbiosamente in modo tale che anche il tassista mi sente. E immediatamente penso a quanto mi assomigli questo alternarsi schizofrenico di gentilezza e violenza.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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