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Masterchef non è un programma di cucina

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Non è un caso che i sei concorrenti di Masterchef rimasti in gara siano, in ordine sparso: una spocchiosetta che sostiene di aver sconfitto l’anoressia attraverso la cucina, un arabo pasticcione che si chiama Maradona, un bamboccione extralarge che a trent’anni vive ancora con la madre, una sindacalista cinica che parla come la Camusso, una fisioterapista emiliana abbandonata dal marito e un macellaio veneto che si aggira per la cucina con un perenne stupore esistenziale dipinto sul viso.
Non è un caso, credo, nell’ottica della progressiva trasformazione del format da programma culinario a vero e proprio reality, nel quale l’importanza delle ricette tende via via a sfumare per mettere in luce il vero elemento caratterizzante della faccenda: i personaggi, o per meglio dire gli stereotipi che quei personaggi incarnano.
Tra gli eliminati, lo ricordo, figuravano anche l’uomo senza nerbo (cazzabbubbolo, si direbbe a Roma) usato come zerbino dalla moglie e in cerca di rivalsa, il fotografo hipster, il secchione dottorando in filosofia, il graphic designer, la farmacista di campagna, il camerierino emaciato di concatiana memoria, la piccoloborghese abituata alle vacanze in barca.
Un campionario umano, più che una kermesse di piatti: il tentativo di rappresentare in salsa pop uno spaccato trasversale di società prima ancora che un festival dei fornelli.
Tant’è che le ricette, anno dopo anno, convincono sempre meno, e proporzionalmente diventano sempre più funamboliche e rocambolesche, al limite della formula da “Giochi senza Frontiere”, le prove cui i poveretti vengono sottoposti per poter superare il turno: non un’idea e non uno spunto culinario, insomma, ma semplicemente una lunga, interminabile carrellata di personaggi da sussidiario scolastico in preda a crisi isteriche da eccesso di pressione.
Rifletteteci un attimo: Masterchef non è (o perlomeno, non è più) un programma di cucina. Voglio dire, se ai malcapitati venisse richiesto di fabbricare castelli di carte, di giocare a shangai o di cimentarsi con l’Allegro Chirurgo, e se quei malcapitati fossero rappresentativi di altrettante “categorie” sociali ben definite, il programma funzionerebbe esattamente allo stesso modo. Per carità, magari avrebbe un po’ meno successo, perché la mania della cucina ormai straripante è pur sempre un formidabile pretesto per tenere molte persone (tra cui lo scrivente) incollate alla televisione: ma è sempre più evidente il fatto che si tratti, appunto, di un pretesto, di uno specchietto per le allodole, mentre in realtà si parla (o si cerca di parlare) di altro.
La progressiva defilippizzazione della tv, verrebbe da dire: se non fosse che neppure la De Filippi sembra aver inventato niente, essendosi probabilmente limitata a occupare per prima il solco di una sorta di vouyerismo vagamente disimpegnato che ormai dilaga in ogni dove tra malattie imbarazzanti, personaggi famosi rinchiusi in ogni sorta di contesti claustrofobici e gente qualsiasi che si sposa a cazzo di cane dopo un paio di appuntamenti al buio.
Intendiamoci, non che la cosa mi scandalizzi: la televisione è quello che è, e tutto sommato va benissimo così.
Buon Masterchef a tutti, quindi. E comunque secondo me alla fine vince Lorenzo.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

2 Comments

  1. Beh, come piccoli fans non era una trasmissione musicale e forum non era un tribunale… Ovvio che scelgono i concorrenti in base al loro essere “personaggi”, o no? Sinceramente non mi aspettavo un ragionamento tanto banale da te, ma forse mi è sfuggito qualcosa nel post. O comunque, una cadutina di tono capita anche ai migliori!

  2. Assolutamente vero e chiaro anche dalla precedenti edizioni. Masterchef funziona perchè l’alternativa sarebbero gli insopportabili talkshow che girano a quell’ora sugli altri canali.

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