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Marino-Ignazio

“Marino dimettiti!”, tra miseria e nobiltà

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È in atto, proprio mentre scrivo, un sapido psicodramma, di quelli in cui l’accezione di pietoso assume la sfumatura della misericordia più che dello scherno. È il canto del cigno di Ignazio Marino, che spegne la propria goffa carriera da sindaco (chissà quella da politico, se mai ci sia stata, che fine farà) travolto dall’unica cosa con cui si può travolgere il niente: il niente a sua volta.

Marino è diventato nelle ultime settimane il parafulmine ultimo di qualsiasi problema cinga la Capitale in tempi recenti: da quelli enormi, irrisolvibili, ai più ridicoli. Un tiro al bersaglio che è riuscito a trasformarsi, nel sentimento suscitato, dalla rabbia iniziale ad una lenta, morbida tenerezza, mano a mano che ci si rendeva conto del fatto che il Sindaco è, di fondo, materia inerte. È forse su questo che andrebbe attaccato, nella sua mediocrità non cattiva, compassata, mai sotto né sopra le righe, ma comunque colpevole. È la medietà dell’uomo che nasce piccolo e diventa minuscolo, sovrastato da un mondo che non gli appartiene, in cui inciampa continuamente. È la sua incomunicabilità, la sua incapacità di spendersi mediaticamente, di non risultare inopportuno e ingenuo, di non mostrare il fianco senza saper reagire, di non sapersi guardare dai nemici e soprattuto, come sempre, dagli amici compagni di partito. E dunque mi sta bene, Marino dimettiti, ma non perché i ventimila euro, l’inchiesta, il malaffare, la mala gestione, l’immobilismo. Dimettiti perché non è roba per te.

La politica (quella romana, poi!) non è sport in cui bastano cuore e coerenza, è una disciplina che non perdona chi adopera la leggerezza dell’autoconvincersi di essere dalla parte giusta, solo perché – forse, in effetti – lo si è. È vero che la politica locale è amministrazione,  problemi concreti, è ordinanze e interventi mirati, roba che insomma un chirurgo sentirebbe propria, ma qui siamo a Roma. Qui la linearità non esiste, e si gioca in serie A: ognuno è pronto a farti le scarpe, senza troppi riguardi, alla prima occasione utile. Non basta essere onesti: bisogna essere accorti. Accorti non solo per salvarsi le penne, ma per poter ottenere un qualche risultato diverso da quello di vedersi ricoperti da una colata di cemento. Roma ha bisogno di bravi amministratori che siano bravi politici, e di bravi politici che sappiano amministrare bene la complessità terribile e magnifica della Capitale.

Di Marino, nel suo essersi rivelato –forse– un medio amministratore e un pessimo politico, non possiamo che avere allora un po’ di compassione. Essere sì contenti di un cambio; avere la consapevolezza che è probabile che andrà anche peggio, per com’è popolato l’orizzonte oggi; ma non credere di avere risolto niente, con questo. Marino forse è stato l’uomo sbagliato nel posto sbagliato, è vero: temo però che la soluzione non comparirà aspettando, affacciati alla finestra, che passi l’uomo buono.

8 Comments

  1. Non sono d’accordo che debba lasciare perchè sono d’accordo sulla tua analisi.
    Per una volta avevo sperato che una “matta” avrebbe potuto sparigliare le carte truccate già servite. Ma non basta essere onesti, purtroppo.

  2. Non sono d’accordo.
    Se per governare Roma occorrono certe caratteristiche, allora è evidente che si possono trovare solo in affermati squali della politica, coi risultati che sono sotto i nostri occhi.
    Il torto principale di Marino è quello di comportarsi come si comportano le persone oneste.
    Dunque la soluzione sarebbe quella di far governare Roma ad un disonesto, cosa che per motivi forse non sempre identici, va bene a tutti, dalla dirigenza del PD, al M5S, alla destra tutta intera senza dimenticare il vaticano, che a Roma muove molte più pedine di quel che si vorrebbe far credere.
    Se se ne va Marino, Roma torna il puttanaio di sempre, chiunque lo sostituisca.
    Contenti voi….

  3. La cosa che non reggo dell’ideologia stellata è che presentano un paese di santi in mano a una piccola minoranza di delinquenti.
    La realtà è che siamo un paese di delinquenti in mano a dei perfetti campioni della specie. Appena uno non si adegua (Marino, ma non solo) lo fanno fuori con delle scuse che vanno dalla Panda rossa a delle cene folli da 40 euro.

    • Saranno anche scuse, ma Marino è recidivo.
      Per analoghe ‘scuse’, nel 2002 in America lo hanno licenziato in tronco.
      E poi Marino mente, cerca di depistare: e questo è anche più grave.

  4. Tutto giusto, però devo dire che ho goduto quando Marino si è dimesso: uno spocchioso incapace come lui non si vede tutti i giorni. “Governava” Roma, come un primario gestisce il suo reparto: fa il cazzo che vuole e non ammette che gli venga contestato alcunché.

    Un coglione in meno!

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