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Mariam (uno)

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Intro

Gli ascolti eccezionali della serie televisiva “Casta sposa, madre del Signore”  fecero la fortuna di molte persone: il produttore Ponzio Maria Franco, per dire, oltre a rimpinguare il suo già cospicuo patrimonio, ottenne l”ambita nomina a Cameriere Speciale del Papa. Il denaro e l”appoggio sempre più evidente delle gerarchie ecclesiastiche consentirono alla sua associazione “Cristo in Armi” di fare il passo decisivo: da accolita di bigotti marinati nella retorica tradizionalista cattolica in vera e propria banda armata. La televisione di Stato, con i diritti sulla serie e sul merchandising riuscì ad acquistare, soffiandole sotto il naso al Consorzio Multimediale Islamico, le due reti private (“Sole” e “Troika”) che erano state escluse dal banchetto della raccolta pubblicitaria e condannate all’agonia finanziaria a causa del loro orientamento dichiaratamente laico. Un fondo di un critico autodefinitosi liberale sul Corriere definì la loro programmazione “non coerente con i valori tradizionali e condivisi del Paese”. La Lorenzetti S.r.l., poi, che fino ad allora campicchiava con giocattoli di seconda scelta fatti costruire dai bambini in Estremo Oriente, triplicò in sei mesi il suo fatturato quando, grazie ad un amico in Vaticano, si accaparrò la commessa in esclusiva per la produzione e di audiovisivi, giochi e accessori collegati alla serie televisiva: pupazzetti in plastica della Madonna in momenti diversi della sua vita (da bambina, con e senza il pancione), dell”Angelo nell”atto dell”Annunciazione, miniature della Casa di Nazareth, kit della Crocifissione completi di tutti gli accessori, T-shirt (nero, porpora o bianco), screensaver, finte corone di spine, suonerie per cellulari, cofanetti DVD, giochi per tutte le console… Mariam, la mia ragazza, e per riflesso io, ci trovavamo nell’epicentro di quella benefica pioggia di  denaro: ingenuamente, pensammo che in fondo un po” di fortuna ce la meritavamo, e che non ci sarebbero state conseguenze negative. Ci sbagliavamo, ovviamente.

Amore

Conobbi Mariam all”università: il corpo esile rivestito in un eskimo, la kefiah al collo, comparve nel cortile dell”università in un freddo mattino di novembre. Da una sound machine risuonava “Bigmouth Strikes Again”, mentre il viso senza trucco spiccava come un errore d”ortografia nel caos del quarto d”ora accademico. Mariam parlava con una sua amica, ogni tanto si voltava a guardarmi: era un modo per esprimere interesse o invece per protestare contro i miei sguardi la cui insistenza cominciava effettivamente a divenire imbarazzante, se non molesta? Quando, in aula, si sfilò il giaccone, apparve un pullover rosso su una maglietta di un bianco immacolato. Piccoli seni nervosi spuntavano dal busto esile, ossuto, sodo; il suo viso, armonioso a dispetto della lieve curva del naso non proprio piccolo e del mento deciso, il mio desiderio: era poco più di una scintilla, e già mi faceva fare pasticci con le mani e con le parole. Ciò che ci stava accadendo era chiaro, semplice, amavo la naturalezza con cui si stendeva davanti a noi, al pari di un”apodosi inevitabile. Desiderio: nessuna parola aveva tradito la sue esistenza, nessun pensiero lo aveva riconosciuto, nessun sogno lo aveva privato delle catene: eppure era lì, con noi, tra noi, come un ospite imbucato insospettabilmente simpatico. Il bus era affollato, presi posto e Mariam sedette sulle mie gambe – era così leggera. Ora, i nostri volti erano vicini come non mai, lei ascoltava le parole vagamente folli che gli ormoni suggerivano alle mie labbra: un bacio lieve al sapore di menta inaugurò felicemente la fase del contatto fisico.

Difficile mantenersi facendo lo scrittore, soprattutto se sei uno come me: una specie di cuoco megalomane cui manchi invariabilmente l’ingrediente principale delle sue favolose ricette – il talento. Vivevamo il calvario che la città riserva a chi osa manifestare inclinazioni “artistiche” pur non essendo affiliato ad una “conventicola” religiosa o politica. Languivamo entrambi, Mariam ed io, nel limbo degli studi post universitari, facendo del nostro meglio per mantenerci con traduzioni, ripetizioni e collaborazioni anonime a giornaletti underground che nessuno leggeva. Nonostante tutto, Mariam non aveva del tutto abbandonato il suo sogno di recitare; quando tutto cominciò, il suo ruolo più interessante era quello di assorbente interno femminile per un deplorevole spot televisivo. Nel filmato, la rappresentazione vivente dell’umile oggetto, ora indissolubilmente associato al volto e alla voce della mia ragazza, dapprima appariva imbarazzato e perfino impaurito dal suo compito nonché dalle responsabilità che esso comportava. Andava via via sciogliendosi, per dimostrare, dopo il sedicesimo secondo di filmato, un carattere aperto, perfino spregiudicato.

Quanto a me, grazie ad una raccomandazione, ero riuscito ad ottenere una collaborazione alla stesura della sceneggiatura di un film erotico in costume ambientato nell’Italia del Medioevo. Mal pagato e nei fatti “illegale” grazie alla legge Cavazzuti, il “lavoro” risultava inoltre parecchio umiliante: a prescindere dal valore artistico dell””opera” (un filmino pornografico), ero continuamente insolentito dal regista Chan Hu, un cinese che parlava un italiano sgrammaticato con forte cadenza toscana. Chan non mi risparmiava aspre critiche sul modo a suo dire sciatto con cui avevo caratterizzato la “sua” protagonista, la crudele regina Spermingorda, a suo dire ridotta dal mio trattamento in un personaggio “piatto, schematico, se non convenzionale, diobbono”.

Anche se il lavoro era una maledizione, c’era Mariam, c’era il nostro amore. Alla fine delle nostre stancanti giornate, era bello ritrovarsi a cena. Quando arrivavo a casa, verso le sette, l’odore del cibo speziato di Mariam aveva solitamente già invaso la tromba delle scale. Mi divertivo ad immaginare il colore dell”orgasmo che mi avrebbe mandato in tilt il cervello di lì a qualche ora (o minuto, se avevo fortuna). Quando rinvenivo, più tardi, la mia pelle sudata sulla pelle sudata di Mariam, cercavo con gli occhi la porta della nostra camera da letto: mi piaceva pensare che fosse una specie di trincea: nessuno (persona, cosa, pensiero, umiliazione) poteva pensare di varcarla senza farsi impallinare dai nostri cecchini. Illuso.

Fine Prima Parte

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

3 Comments

  1. Si….davvero un racconto o libro ti deve prendere subito….e questo mi ha preso, per quello che può valere il mio giudizio…. molto molto carino….aspetta la secondaaaaa… un grazie a Metilparaben che ha segnalato su twitter! Ciauuuuu

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