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Mariam (Due)

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Annunciazioni

La telefonata del nostro amico Peppe giunse al termine di una serataccia: attendevamo rassegnati che la tensione elettrica accumulata nel nostro salotto come il fumo delle canne si incanalasse in uno scontro con cui avremmo liberato, l’uno contro l’altra, la nostra aggressività repressa. Stanchi, esasperati da non si sa quale risposta negativa, o dall’ennesimo voltafaccia di un ex amico, non avevamo voglia di niente. Scopare, neanche a parlarne. Così, quando il cordless squillò: “Vai tu… per favore?”, sibilai, limando appena il mio tono, inequivocabilmente recriminatorio. Mariam, seccata, tirò su il ricevitore e disse pronto con uno dei toni meno incoraggianti che avessi mai sentito in vita mia (cinema compeso). Le cose cambiarono velocemente man mano che Peppe andava sciorinando nell’orecchio di Mariam le ragioni di quella strana chiamata a tarda ora: “Sì, me lo ricordo, quell’imbec…”, (“…”), “Eh? Non può essere vero! Peppe, io… beh, guarda non so cosa dire. Ma a loro, glielo hai detto?”, (“…”), “Ma sì, per loro sarà un problema, tu quella gente la conosci, no?”, (“…”), “Ah, ci avevi pensato già, ho capito, ma che gli hai raccontato?”. Mi ero avvicinato, e cercavo di carpire qualche brandello di quella misteriosa conversazione: uno, la notizia era fondamentalmente buona, e, due, c’erano dei “però” da vagliare (come se gente come noi potesse permettersi di fare la difficile).

Mariam si era animata, ora, le guance avevano ripreso un po’ di colore, e la bocca era curva in un sorriso, mentre gli occhi mi guardavano senza vedermi. Non c’era più traccia della faccia da cane bastonato di pochi minuti prima, gli zigomi si erano arrotondati per qualche benevola contrazione nella muscolatura facciale, perfino le occhiaie apparivano meno nette. “Pare stiano cercando una ragazza minuta con caratteristiche somatiche mediorientali per la parte della Madonna nel serial che il Vaticano sta mettendo su con i soldi dei Cristiani d’America – Peppe ha fatto il mio nome. Solo che…” “Solo che il fatto che la tua famiglia non sia cristiana non piace più di tanto, giusto?” “Per non parlare del fatto che non siamo sposati. Peppe magari racconta qualche ‘calla’, tarocca un certificato di matrimonio americano, ci metteremo delle fedi al dito, io dico che ho abiurato l’Islam – tutte cose che possiamo fare…” “Te la senti, Mariam? No, dico, non per l’abiura in sé, ma per la violenza di questa cosa?” “Mi chiedi se me la sento? Ho finalmente la possibilità di avere un ruolo di rilievo, magari è la volta che ce la facciamo ad uscire da questo buco, a starcene un po’ tranquilli, andare al cinema… un viaggetto ogni tanto, e tu, tu mi domandi se me la sento?”. Ero contento: il suo orgoglio in più di un’occasione si era rivelato uno strumento di autolesionismo. C’era da aspettarsi che, in quest’occasione, le suggerisse, per dire, di non piegarsi agli odiati bigotti cristiani per questioni di opportunità tattica. Apprezzai il suo senso pratico, incassai il mio assegno di speranza, e mi coricai con Mariam addormentandomi quasi all’istante, cullato dalla promessa invero poco ragionevole di un benessere a tasso zero.

Craco

Fu così che Mariam venne scelta per la parte della Vergine nel serial; le riprese si svolsero in una zona rurale del sud Italia che per desolazione e povertà non aveva nulla da invidiare a quelle della Palestina vera. In quei giorni ero impegnato a tempo pieno nella correzione di bozze di una sgrammaticatissima biografia di San Teofrasto, oltretutto talmente malscritta da risultare in molti punti del tutto incomprensibile – anche questa sponsorizzata da una allegra combriccola di cristiani dalla spranga facile. Riuscii a raggiungere Mariam solamente dopo che le riprese erano cominciate da cinque giorni. Presi il treno per poracci nell’afrore insensato di un venerdì pomeriggio di agosto e, dopo sei sferraglianti, interminabili ore, arrivai a Matera. Sbarcai dalla carcassa, gli abiti impregnati dell’odore ferroso dello scompartimento, il cuore pieno di ansia e desiderio; il sistema neurovegetativo sull’orlo di una crisi di astinenza da sostanze e farmaci. La stazione era desolata, evidentemente era ora di cena; uno sguardo al termometro mi informò che, alle otto e mezzo di sera, la temperatura superava allegramente i 35 gradi. Fermai un ferroviere e gli chiesi se sapeva come avrei potuto raggiungere Craco, dove sorgeva il set di “Casta sposa, madre di Dio”. “A quest’ora è impossibile arrivarci, ma molta gente la sera ci va a curiosare o a caccia di autografi. Guardi, le consiglio di mettersi all’imboccatura della provinciale e fare l’autostop.”

Grondavo di sudore sul bordo della strada dove i rari veicoli mi sfrecciavano a pochi centimetri di distanza come se fossi invisibile. Provai ancora a cercare Mariam sul telefonino: inutile, non avevo più credito. Qualche minuti dopo fu Mariam a chiamarei: “Dove sei?”, “Sulla provinciale a fare l’autostop…”, “Aspetta un attimo…(interruzione, vociare indistinto)”, “Guarda, una macchina della produzione sta venendo a prenderti. [pausa] Abbi… fede” chiosò Mariam con una risatina sciocca. Qualche minuto più tardi, come annunciato dalla mia compagna, comparve all’orizzonte un SUV scuro Mercedes. L’autista mi aveva avvistato, lampeggiò, accostò ed eseguì un’inversione di marcia di grande eleganza per arrestarsi con precisione millimetrica davanti a me, o meglio al mio corpo bisognoso di cure. Sul vetro scuro della portiera posteriore destra mi comparve il riflesso del mio muso derelitto, sudato, stupito. All’altezza dei due passaruota anteriori si levavano due piccoli pennoni a cui erano appese altrettante bandierine rigide giallo-bianche con l’effigie della tiara papale stampigliata in oro al centro. L’autista scese, scivolò dal mio lato, mi salutò con un eloquente toccatina sul suo ridicolo berretto scuro con la visiera (pensavo che simili personaggi esistessero solo nei film USA), si impossessò della mia sacca lurida, e aprì la porta. Rimase immobile, mano sulla maniglia, finché non mi fui issato a bordo, mi sigillò dentro la macchina, caricò il bagaglio nel vano posteriore e rimontò. Nell’abitacolo la crisi incipiente peggiorò subito, forse a causa dell’aria condizionata gelida e secca, della musica per castrati cinquecenteschi diffusa dalla foresta di casse dell’hi-fi, dell’odore di cuoio della tappezzeria. Cominciavo ad averne bisogno, sul serio.

Fine Seconda Parte

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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