Manuale di Conversazione Natalizio: disuguaglianza.

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E’ Natale. Tanti di voi riceveranno in regalo libri, qualcuno magari anche l’ottimo Capitale di Piketty – e d’altronde le sezioni di economia e societa’ delle librerie sono gia’ piene di robe ben peggiori. Corriere e Repubblica usciranno, entro poche settimane, citando per l’ennesima volta qualche “studio di Bankitalia” che dimostra come il 10% piu’ ricco detenga il 40%-45% della ricchezza del Paese. E giu’ con la solita retorica anti-ricchezza, pro-redistribuzione, le narrative della crisi come causata dalle disuguaglianze, e le storie apocalittiche sul mondo di domani diviso in ricconi con la villa e poveracci che puliscono il fondale delle piscine con la lingua.

Cerchiamo di fare un po’ d’ordine.

0. (ovvio): La distribuzione della ricchezza e la distribuzione dei redditi non sono la stessa cosa.

Sembra ovvio, ma molti commentatori fanno volutamente confusione. Anche un Paese estremamente egalitario nella distribuzione dei redditi puo’ sembrare molto diseguale, specialmente se si considera il 10% piu’ ricco. Questo semplicemente perche’ la ricchezza si accumula nelle generazioni, e quindi la sua distribuzione andrebbe misurata per famiglie (allargate magari) e non sugli individui. In particolare, in Europa il 10% degli individui detiene il 52% del valore della ricchezza: e’ indice di disuguaglianza? Non necessariamente.

1. La concentrazione della ricchezza e’ minore in Italia rispetto al resto d’Europa.


 wealth

E, per di piu’, questo non e’ necessariamente un bene. Tra i paesi con maggiore concentrazione della ricchezza, con l’eccezione di Cipro, vi sono economie che hanno avuto una maggiore stabilita’ macroeconomica nel dopoguerra: sopratutto, minore inflazione. Si guardi ad esempio al paragone tra Italia/UK e Germania.

 

romerf242007

 

2. La disuguaglianza nei redditi in Italia e’ (di poco) in diminuzione e (di poco) maggiore di quella del resto d’Europa.

Indubbiamente la ricchezza conta. Ma se la preoccupazione principale che muove a parlare di disuguaglianza e’ la condizione degli ultimi, piuttosto che l’invidia verso i primi, tocca smentire le voci apocalittiche. Nonostante tutto, e chissa’ ancora per quanto sara’ vero, la disuguaglianza non e’ esplosa in Italia in anni di bassissima crescita come i venti che ci hanno preceduto.

Gini

I movimenti nella disuguaglianza sono stati drammatici in altri paesi, ma e’ difficile tracciare una storia coerente: alcuni hanno significativamente liberalizzato le proprie economie, sono cresciuti, e l’aumento della disuguaglianza e’ in realta’ dovuto all’emergere di molti nuovi ricchi, quindi sarebbe un fatto positivo (vedi la Danimarca, la Svezia o la Finlandia), in altri paesi l’aumento della disuguaglianza e’ probabilmente dovuto all’aumento del numero di indigenti dovuto alla mancata crescita o all’impatto della crisi (Spagna, Francia). In generale, l’indice di Gini non misura la poverta’, quindi non bisognerebbe brandirlo come un’arma: se aumenta non e’ necessariamente una cattiva notizia, se diminuisce non e’ necessariamente una buona notizia.

3. Anche in Europa, gli uomini piu’ ricchi sono per lo piu’ self-made men.

In fondo, quasi nessuno ha da obiettare sulla ricchezza degli Zuckerberg, dei Gates, e finanche di Madonna, Cristiano Ronaldo e Leonardo di Caprio. Talento, fortuna e professioni scalabili hanno reso queste persone ricche nello spazio di qualche lustro. Molti, pero’, ritengono che l’Europa sia piu’ che altro caratterizzata da una ricchezza di natura ereditaria, trasmessa attraverso le generazioni e alimentata grazie alle connessioni politiche e non. C’e’ del vero, e sicuramente questo e’ un problema: in Italia abbiamo gli Agnelli (o i Ligresti) a dimostrarci come siano dannose le dinastie familiari che devono molta della loro ricchezza all’abile saccheggiamento del contribuente (o del piccolo azionista). Ciononostante, tra le ombre c’e’ qualche luce. Chi sono i dieci uomini piu’ ricchi d’Europa nel 2014?

1. Amancio Ortega Gaona (SPA), di Inditex
2. Ingvar Kamprad (SWE), di Ikea
3. Bernard Arnauld (FRA), di LVMH
4. Stefan Persson (SWE), di H&M
5. Michele Ferrero (ITA), di Ferrero
6. Dieter Schwarz (GER), di Lidl
7. Georg Schaeffler (GER), di Continental
8. Leonardo Del Vecchio (ITA), di Luxottica
9. John Fredriksen (CYP)
10 Ernesto Bertarelli (CH/ITA), di Serono.

La fonte di questa lista, come di alcune delle immagini sopra, e’ il rapporto annuale sulla ricchezza di Julius Bär , una banca svizzera. Solo due (o tre, se si include Bertarelli) dei presenti in questa lista hanno ereditato una parte rilevante del proprio patrimonio. Tutti gli altri sono self-made men. Come molti avranno notato, una lista analoga in US (ma anche in Cina) includerebbe molti piu’ ricchi provenienti da business non tradizionali. Questo e’ un altro problema di cui si legge poco nei giornali: perche’ nessuna delle big companies di Internet, per esempio, e’ europea? Solo perche’ Stanford e Berkeley sono nella Bay Area? O perche’ l’ambiente competitivo e finanziario non e’ favorevole all’emergere di imprenditori che diventano (pro tempore) monopolisti in business prima inesistenti?

4. Quale disuguaglianza conta?

Secondo Piketty, quella tra il top 1% e il restante 99%. Piketty, come E. Saez e altri, ritiene che il top 1% ottenga parte della ricchezza dall’estrazione di rendite a scapito del restante 99%: non parla di imprenditori, o non solo, ma sopratutto di top manager, avvocati, etc. Puo’ essere che questo sia vero, ma le soluzioni meramente redistributive rischiano di farci tornare a un mondo in cui quel top 1% magari controlla meno ricchezza, ma e’ composto unicamente da ereditieri, ossia da gente che non ha creato nulla, ne’ per se’ ne’ per gli altri.

Personalmente, e non sono il solo (ne parlava anche Raghouram Rajan in un ottimo libro sulla crisi finanziaria), penso che la disuguaglianza rilevante politicamente, nei paesi sviluppati, sia quella che si sta sviluppando tra chi ha qualcosa da vendere nel mondo globale e chi no. In breve, tra gli istruiti in cose “utili” e gli altri. L’Italia in questo vive anche un altro dramma, cioe’ quello di interi settori che essendo stati occupati militarmente da camarille familistiche e di partito si sono ritrovati completamente spiazzati dalla globalizzazione, e oggi sono causa primaria del declino – vedi universita’ e ricerca, ma anche piu’ in piccolo tutto il mondo delle municipalizzate. In ogni caso, anche se dovessimo risolvere questi problemi, la disuguaglianza dei redditi e’ di per se’ destinata ad aumentare perche’ chi ha qualcosa da vendere oggi lo vende nel mercato mondiale, e guadagna molto di piu’. Come si risolve questo problema? Non si risolve. O meglio, si risolve facendo in modo che un Paese non debba morire, come sta accadendo con l’Italia, perche’ chiunque abbia qualcosa da vendere pensa che questo non sia il posto da cui farlo, perche’ la priorita’ qui e’ dar da mangiare alle varie Caste. Se poi, come in Svezia e Danimarca, la disuguaglianza aumenta perche’ in un contesto di aumentato benessere qualcuno si arricchisce piu’ della media, pazienza.

C’e’ poi un altro problema, che ha poco a vedere con la globalizzazione, molto con la mobilita’ sociale, e pero’ ancora una volta poco con lo schemino scemo di quelli a cui piace dare addosso al neoliberismo: il cambiamento del ruolo della donna, e quindi della famiglia. Nelle famiglie europee di 50 anni fa, la provenienza o la professionalita’ della moglie non erano una questione prioritaria. Molte donne non lavoravano, comunque non erano considerate alla pari, e quindi capitava di frequente che attraverso i matrimoni si incrociassero famiglie provenienti da ceti diversi (di solito era la famiglia di lei a muoversi verso l’alto). Ecco qui un ottimo articolo che racconta come questo non sia piu’ vero.

5. E quindi?

E quindi ha ancora ragione, probabilmente, il vecchio Milton Friedman. Se vogliamo affrontare questi problemi senza rincorrere soluzioni oniriche, senza avere in mente livelli irraggiungibili di uguaglianza sostanziale, ma sopratutto combattendo l’esclusione sociale e la poverta’, contano due o tre cose: recuperare i quartieri degradati, investire in istruzione, aumentare la concorrenza e l’apertura dei mercati ad ogni livello, in modo da permettere a chiunque di farsi valere per cio’ che e’, e non per “chi lo manda”.

Giudicate voi se queste sembrano essere le priorita’ di chi ci governa, dagli ultimi decenni a questa parte.

 

 

 

(TACO'S LETTERS) Conosciuto anche come “Mazzò”, è un famoso polemista pop italiano. Ospite abituale in numerosi show televisivi, figura di rilievo nella polemica pop italiana dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70, è conosciuto per l’estensione vocale (tre ottave) dei suoi insulti, come per l’agilità dialettica nell’enumerarli. Ritiratosi dalle scene live nel 1978, continua a rilasciare post di grande successo.

12 Comments

  1. E quindi dico che, come al solito, non c’hai capito un cazzo. Ma pace.
    Basterebbe il semplice ossimoro tra libero mercato ed aumento dello opportunità per tutti a cassare il post come l’ennesimo tentativo di dare tutte le colpe della crisi a politiche illiberiste.
    Il libero mercato è il vero dramma onirico; genera semplicemente cartelli e monopoli ed l’esclusione della maggioranza. Perchè il principio che sta alla base è: “Mors tua, vita mea!” Fico! A quando la prossima rivoluzione dei disperati?
    E leggiti anche Tony Judt invece che solo i guru stantii delle solite ricette liberiste che, al netto di ogni altro ragionamento, NON hanno prodotto ciò che promettono; anzi!
    Ma se ti vuoi continuare a curare con la medicina che ti ha fatto ammalare, sono cazzi tuoi. Comunque auguri! In ogni senso.

  2. L’accumulo del capitale ci sarà sempre, di qualunque tipo, ricchezza, professionalità, conoscenza. La mobilità sociale viene intrinsecamente limitata da questi meccanismi di accumulo. Anche la meritocrazia gioca la sua parte in questo meccanismo che crea diseguaglianze.

    Supponiamo due individui valutati in un concorso. Uno solo dei due viene selezionato, con un piccolo scarto. Dopo qualche anno ipotizziamo di valutare di nuovo gli stessi individui. Quello selezionato ha accumulato esperienze, conoscenze e professionalità, quello scartato in precedenza, avendo ripiegato su attività di profilo piu basso, ha avuto meno possibilità di crescere e di acquisire nuove conoscenze. La conclusione è che anche partendo da piccole differenze, lo scarto oggettivo accumulato negli anni diverge esponenzialmente.

    La cosa diventa inquetante se si pensa che quelle “piccole differenze” iniziali potrebbero benissimo essere state una cosa contingente e soggettiva (tralasciamo per il momento la posdibilità di un sistema meritografico a “singhiozzo” come è in realtà il nostro…)

    Forse per facilitare la mobilità sociale si dovrebbe introdurre un elemento di casualità deliberata, una percentuale random, in maniera analoga a come avevano già ipotizzato alcuni filosofi illuministi per la tutela della democrazia.

  3. Ci risiamo. Mi scusi, Signor Blogomastro, ma non sarebbe il caso di aggiungere un disclaimer in home page dove si spiega che il blog canaglia (più borghese che ci sia) chiude per un mese ad agosto e per non meno di tre settimane a dicembre? Se vi dividete fra Cortina e il Terminillo, abbiatene almeno il coraggio, cari intellettualoidi fracichi e/o borghesi della peggior risma. Firmato: un proletario, che adesso prende e se ne va a lavorare, come ieri e come domani. Grazie per l’attenzione e mi scusino gli altri utenti per l’off topic.

  4. L’accumulo di capitale pregresso è un problema perché falsa anche molto pesantemente le condizioni di partenza di due individui che dovrebbero in teoria farsi strada in una ipotetica società meritocratica solo ed esclusivamente sulla base delle proprie capacità personali?
    Bene, la soluzione è una e una soltanto: fissare una cifra “ereditabile” oltre la quale qualsiasi tipo di bene mobile o immobile torni nella disponibilità della comunità di appartenenza, secondo il principio che la “fortuna” di ogni individuo dipende sì dalle capacità dello stesso ma è comunque la comunità che gli fornisce, come “premio” dei suoi meriti, i mezzi per crearla; essendo ovviamente il “merito” strettamente personale, quindi non “cedibile” in alcun modo, si potrebbe ritenere giusto che piccole o grandi fortune sopra un certo valore “tornino in circolo” una volta che il “meritevole” è passato a miglior vita, per permettere ad altri altrettanto meritevoli di accumularne a loro volta.
    In questo modo, teoricamente, si attenuerebbero di molto almeno gli squilibri tra individui dovuti a piccoli o grandi patrimoni ereditati, e la mobilità sociale sarebbe vorticosa; ho però la vaga sensazione che un simile approccio al problema incontrerebbe accanite resistenze anche negli ambienti più liberal…

      • Ehehehe, e ci potrebbero serenamente continuare a fare tutto quel che vogliono, ci mancherebbe altro, tranne poterne lasciare agli eredi più di una parte predefinita; da un valore x in poi tutto rientrebbe in circolo, a disposizione di altri. Via, per un vero e sincero liberal questa dovrebbe esser musica celestiale.. 😉

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